Archive pour septembre, 2009

PER I NOSTRI FRATELLI SOLDATI CADUTI A KABUL

PER I NOSTRI FRATELLI SOLDATI CADUTI A KABUL dans preghiere bandiera_italiana

SALMO 22

IL BUON PASTORE

1 (Salmo. Di Davide.)
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.                                             
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
4Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male,
perché tu sei con me, Signore.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.                                              
5Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
6Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.      

L’eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

Publié dans:preghiere |on 21 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Salvia-m

Salvia

http://www.ics.uci.edu/~eppstein/pix/flora/sjws4-s.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Ruperto di Deutz: Il collettore delle imposte liberato per il Regno di Dio

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090921

San Matteo, apostolo ed evangelista, festa : Mt 9,9-13
Meditazione del giorno
Ruperto di Deutz (circa 1075-1130), monaco benedettino
Sulle opere dello Spirito Santo, IV, 14 ;  SC 165, 183

Il collettore delle imposte liberato per il Regno di Dio

Matteo, il pubblicano, è stato nutrito con «il pane dell’intelligenza» (Sir 15,3); e con questa stessa intelligenza, egli ha preparato per il Signore Gesù un grande banchetto nella sua casa, poiché aveva ricevuto in eredità una grazia abbondante, conformemente al suo nome [che vuol dire «dono del Signore»]. Un presagio di tale banchetto di grazia era stato preparato da Dio: chiamato mentre era seduto al banco delle imposte, seguì il Signore e «gli preparò un grande banchetto nella sua casa» (Lc 5,29). Matteo gli ha preparato un banchetto, anzi uno molto grande: un banchetto regale, potremmo dire.

Matteo è infatti l’evangelista che ci mostra Cristo Re, attraverso la sua famiglia e i suoi atti. Fin dall’inizio del libro, egli dichiara: «Genalogia di Gesù Cristo, figlio di Davide» (Mt 1,1). Descrive poi come il neonato viene adorato dai Magi, in qualità di re dei Giudei; tutta la narrazione prosegue costellata da gesta regali e parabole del Regno. Alla fine troviamo queste parole, pronunciate da un re già incoronato dalla gloria della risurrezione: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (28,18).

Esaminando attentamente tutta la redazione, noterai che essa è impregnata dei misteri del Regno di Dio. Ma non è un fatto strano: Matteo era stato un pubblicano, ricordava di essere stato chiamato dal servizio pubblico del regno del peccato alla libertà del Regno di Dio, del Regno della giustizia. Quindi, da uomo non ingrato nei confronti del grande re che lo aveva liberato, ha poi servito fedelmente le leggi del suo Regno.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

SOUNDING THE SHOFAR (lo leggo ma non sono in grado di tradurre)

SOUNDING THE SHOFAR (lo leggo ma non sono in grado di tradurre) dans immagini sacre e testo jub_new_small

SOUNDING THE SHOFAR

This painting is an image of restoration.  The shofar would sound in ancient Israel at the time of the Jubilee. You can read about it in the Book of Leviticus, Chapter 25 in the Old Testament.  It was time for freedom for God’s people.  Sons and daughters came home, debts were forgiven, life was renewed. When the shofar was blown to begin the Jubilee, scriptures call it the joyful sound. As  love began to heal my wounds and make the darkness flee, I had a need to think in a new way.  I did not want to think the way the world had taught me. I did not want to be angry, bitter, vengeful, or rejected any longer.   I had never read the Bible before this time of my life.  I had been raised in a religion that discouraged anyone from looking into the contents of the Bible siting that it needed interpretation from Bible scholars.  What a laugh!  The Bible is for those who read it with childlike faith; for inside the covers of this marvelous book lies the key to the mysteries of life itself.  The book is a love letter from the One who created and designed us.  It is the story of God and Mankind.  Here I found the very treasures to heal my mind and help me to think a new way; to think the truth.  As I consumed its contents like a starving child, I began to have the power to live for the first time in my life.

http://www.jerusalemwalloflife.org/

Publié dans:immagini sacre e testo |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

ROSH HA SHANÀ, KIPPUR 2009

dal sito:

http://www.nostreradici.it/giornata_cultura09.htm

Feste Ebraiche, il calendario del 2009
Sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana in data 15 aprile 2008, Serie generale n. 89, è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell’Interno, n. 33 del 27 marzo 2008, emanato ai sensi degli artt. 4 e 5 della L. 8 marzo 1989, n. 101, concernente la determinazione delle festività religiose ebraiche per l’anno 2009, secondo il seguente calendario :

* tutti i sabati ( da mezz’ora prima del tramonto del sole del venerdì ad un’ora dopo il tramonto del sole del sabato)
* 8, 9, 10, 15 e 16 Aprile Pesach (Pasqua)
* 29 e 30 Maggio Shavuoth (Pentecoste)
* 30 Luglio Digiuno del 9 di Av
* 18 e 19 Settembre Rosh Ha Shanà (Capodanno)
* 27 e 28 Settembre Vigilia e digiuno di espiazione (Kippur)
* 3, 4, 9 e 10 Ottobre Succoth (Festa delle Capanne)
* 11 ottobre Simchat Torà (Festa della Legge).

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ROSH HA-SHANA’

Il Capodanno

Rosh Ha-Shanà cade i primi due giorni del mese di Tishrì ed è il capo d’anno per la numerazione degli anni, per il computo dei giubilei e per la validità dei documenti. Ha un carattere e un’atmosfera assai diversi da quella normalmente vigente nel capo d’anno « civile » in Italia. Infatti è considerato giorno di riflessione, di introspezione, di auto esame e di rinnovamento spirituale. E’ il giorno in cui, secondo la tradizione, il Signore esamina tutti gli uomini e tiene conto delle azioni buone o malvagie che hanno compiuto nel corso dell’anno precedente. Nel Talmud infatti è scritto « A Rosh Ha-Shanà tutte le creature sono esaminate davanti al Signore ». Non a caso tale giorno nella tradizione ebraica è chiamato anche « Yom Ha Din », il giorno del giudizio. Il giudizio divino verrà sigillato nel giorno di Kippur, il giorno dell’espiazione. Tra queste due date corrono sette giorni che sommati ai due di Rosh Ha-Shanà e a quello di Kippur vengono detti i « dieci giorni penitenziali ».
Rosh Ha-Shanà riguarda il singolo individuo, il rapporto che ha con il suo prossimo e con Dio, le sue intenzioni di miglioramento.
Nella Torà, (Levitico 23:23,24) il primo giorno del mese di Tishrì è designato come « giorno di astensione dal lavoro, ricordo del suono, sacra convocazione », e nuovamente in Numeri (29:1,6) è ripetuto che è « un giorno di suono strepitoso »: un altro dei nomi di questa festa è « Yom Teru’a », giorno del suono dello Shofar, il grande corno. In ottemperanza al comando biblico in questo giorno viene suonato lo Shofar, simbolo del richiamo all’uomo verso il Signore. Questo suono serve a suscitare una rinascita spirituale e a portare verso la teshuvà, il pentimento, il ritorno verso la giusta via. Lo Shofar, oltre a chiamare a raduno, ricorda l’episodio biblico del « sacrificio » di Isacco, sacrificio in realtà mai avvenuto in quanto fu sacrificato un montone al posto del ragazzo. Il corno deve essere di un animale ovino o caprino in ricordo di questo episodio. Inoltre lo shofar ricorda il dono della Torà nel Sinai che era accompagnato da questo suono e allude anche al Grande Shofar citato in Isaia (27:13) « E in quel giorno suonerà un grande shofar », annunciatore dei tempi messianici.
I suoni che vengono emessi da questo strumento sono di diverso tipo: note brevi, lunghe e interrotte; secondo una interpretazione esse sono emesse in onore dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.
Rosh Ha-Shanà è chiamato anche Giorno del Ricordo, infatti la tradizione vuole che Dio proprio in questa data abbia finito la Sua opera di creazione e sarebbe stato creato Adamo, il primo uomo.
Un uso legato a questa giornata vede l’ebreo recarsi verso un corso d’acqua o verso il mare e lì recitare delle preghiere e svuotarsi le tasche, atto che rappresenta simbolicamente il disfarsi delle colpe commesse e un impegno simbolico a rigettare ogni cattivo comportamento, come scritto nel libro biblico di Michà : « Getterai i nostri peccati nelle profondità del mare ».
Gli ebrei azkenaziti in questo giorno vestono di bianco, simbolo di purezza e rinnovamento spirituale. Anche i rotoli della Torà e l’Arca vengono vestiti di questo colore. Quest’usanza può essere ricondotta al verso di Isaia (1:18) in cui è scritto: « quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve ».
A Rosh Ha-Shanà si usa mangiare cibi il cui nome o la cui dolcezza possa essere ben augurante per l’anno a venire. Il pane tipico della festa assume una forma rotonda, a simbolo della corona di Dio e anche della ciclicità dell’anno. Con l’augurio che l’anno nuovo sia dolce, si usa mangiare uno spicchio di mela intinta nel miele. Si usa anche piantare dei semini di grano e di granturco che germoglieranno in questo periodo, in segno di prosperità.
Midrash
Si sono chiesti i nostri Maestri: « Perchè all’inizio il Signore ha creato un solo uomo? »
Hanno risposto: « Perché i suoi discendenti comprendano che da un uomo nasce un’intera umanità: perciò chi uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero, e chi salva un uomo è come se salvasse il mondo intero. »

KIPPUR


Il giorno dell’espiazione
Il dieci del mese di Tishrì cade lo Yom Kippur, giorno considerato come il più sacro e solenne del calendario ebraico.
E’ un giorno totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza e vuole l’ebreo consapevole dei propri peccati, chiedere perdono al Signore. E’ il giorno in cui secondo la tradizione Dio suggella il suo giudizio verso il singolo. Se tutti i primi dieci giorni di questo mese sono caratterizzati dall’introspezione e dalla preghiera, questo è un giorno di afflizione, infatti in Levitico 23:32 è scritto « voi affliggerete le vostre persone ». E’ un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera; il digiuno che affligge il corpo ha lo scopo di rendere la mente libera da pensieri e di indicare la strada della meditazione e della preghiera.
Prima di Kippur si devono essere saldati i debiti morali e materiali che si hanno verso gli altri uomini. Si deve chiedere personalmente perdono a coloro che si è offesi: a Dio per le trasgressioni compiute verso di Lui, mentre quelle compiute verso gli altri uomini vanno personalmente risarcite e sanate.
Ci si deve avvicinare a questo giorno con animo sereno e fiduciosi che la richiesta di essere iscritti da Dio nel « Libro della vita », sarà esaudita. La purezza con cui ci si avvicina a questa giornata da alcuni è sottolineata dall’uso di vestire di bianco.
E’ chiamato anche « Sabato dei sabati », ed è l’unico tra i digiuni a non essere posticipato se cade di sabato.
Kippur è forse la più sentita tra le ricorrenze e anche gli ebrei meno osservanti in questo giorno sentono con più forza il loro legame con l’ebraismo. Un tempo, gli ebrei più lontani venivano detti « ebrei del Kippur » perché si avvicinavano all’ebraismo solo in questo giorno.
L’assunzione della responsabilità collettiva è un altra delle caratteristiche di questo giorno: in uno dei passi più importanti della liturgia si chiede perdono dicendo « abbiamo peccato, abbiamo trasgredito…. ». La liturgia è molto particolare e inizia con la commovente preghiera di Kol Nidrè, nella quale si chiede che vengano sciolti tutti i voti e le promesse che non possono essere state mantenute durante l’anno.
Questa lunga giornata di 25 ore viene conclusa dal suono dello Shofàr, il corno di montone, che invita di nuovo al raccoglimento, e subito dopo dalla cerimonia di « separazione » dalla giornata con cui si inizia il giorno comune.
Midrash
Ogni anno nei giorni del Capodanno e del Perdono nella sinagoga del Baalshem, pregava un paesano che aveva un figlio tardo di mente, che non poteva nemmeno ricordare la forma delle lettere, e tanto meno comprendere il senso delle parole delle preghiere. Quando non aveva ancora raggiunto la maggiore età, nei giorni del Capodanno e del Perdono il padre non lo conduceva con sé in città, perché non sapeva nulla. Ma quando ebbe tredici anni e, secondo le leggi di Dio, aveva raggiunto la maggiore età, il padre lo prese con sé nel giorno del Perdono, perché per ignoranza non mangiasse nel giorno del digiuno.
Il ragazzo possedeva uno zufolo nel quale fischiava sempre quando scendeva nei campi a pascolare le pecore e i vitelli. Se l’era portato con sé senza che il padre se ne accorgesse.
Il ragazzo passò ore e ore nella sinagoga senza sapere che dire. Ma quando, verso mezzogiorno, si cominciò a recitare la preghiera di Mussaf, disse: « Padre, ho con me il mio zufolo e vorrei suonarlo ». Il padre sgomento lo rimproverò e il ragazzo si trattenne. Ma quando, al pomeriggio, iniziò la preghiera di Minhà, egli ripeté: « Padre, permettimi di prendere il mio zufolo ». Il padre si adirò e chiese: « Dove l’hai? » e mise subito la mano sulla tasca e ve la tenne. Ma ora risuonava la preghiera finale. Il ragazzo strappò la tasca di mano al padre, tirò fuori lo zufolo e mandò un potentissimo fischio. Tutti ne furono spaventati e confusi. Ma il Baalshem continuò a recitare la preghiera, ancora più rapidamente e agevolmente del solito. Alla fine della giornata disse  » E’ stato il giovane pastore, con il grido spontaneo del suo cuore, ad aprire le porte del cielo e a permettere che tutte le preghiere dei presenti vi entrassero, infatti le sue ragioni erano le più pure: voleva chiedere perdono a Dio personalmente ».

Publié dans:ebraismo |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: “la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19539?l=italian

Benedetto XVI: “la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza”

Intervento in occasione dell’Angelus domenicale

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica, in occasione dell’Angelus, rivolgendosi ai pellegrini riuniti nel cortile interno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo.

* * *

Carissimi fratelli e sorelle!

Quest’oggi, per la consueta riflessione domenicale, prendo spunto dal passo della Lettera di Giacomo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia (3,16-4,3), e mi soffermo, in particolare, su una espressione che colpisce per la sua bellezza e per la sua attualità. Si tratta della descrizione della vera sapienza, che l’Apostolo contrappone alla falsa. Mentre quest’ultima è « terrestre, materiale e diabolica », e si riconosce dal fatto che provoca gelosie, contese, disordini e ogni sorta di cattive azioni (cfr 3,16), al contrario, « la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera » (3,17). Un elenco di sette qualità, secondo l’uso biblico, da cui risaltano la perfezione dell’autentica sapienza e gli effetti positivi che essa produce. Come prima e principale qualità, posta quasi a premessa delle altre, san Giacomo cita la « purezza », cioè la santità, il riflesso trasparente – per così dire – di Dio nell’animo umano. E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza.

Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e « tessitore » di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. « Per coloro che fanno opera di pace – scrive san Giacomo – viene seminato nella pace un frutto di giustizia » (Gc 3,18). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della « sapienza che viene dall’alto », per assimilarne le qualità e produrne gli effetti. Se ciascuno, nel proprio ambiente, riuscisse a rigettare la menzogna e la violenza nelle intenzioni, nelle parole e nelle azioni, coltivando con cura sentimenti di rispetto, di comprensione e di stima verso gli altri, forse non risolverebbe tutti i problemi della vita quotidiana, ma potrebbe affrontarli più serenamente ed efficacemente.

Cari amici, ancora una volta la Sacra Scrittura ci ha condotto a riflettere su aspetti morali dell’umana esistenza, ma a partire da una realtà che precede la stessa morale, cioè dalla vera sapienza. Domandiamo a Dio con fiducia la sapienza del cuore, per intercessione di Colei che ha accolto in grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore. Maria, Sede della Sapienza, prega per noi!

[DOPO L’ANGELUS]

Per le numerose situazioni di conflitto che esistono nel mondo, ci giungono, quasi quotidianamente, tragiche notizie di vittime sia tra i militari che tra i civili. Sono fatti a cui mai possiamo abituarci e che suscitano profonda riprovazione, nonché sconcerto nelle società che hanno a cuore il bene della pace e della civile convivenza. In questi giorni, la notizia del gravissimo attentato in Afghanistan ad alcuni militari italiani mi ha provocato profondo dolore. Mi unisco con la preghiera alla sofferenza dei familiari e delle comunità civili e militari e, al tempo stesso, penso con eguali sentimenti di partecipazione agli altri contingenti internazionali, che anche di recente hanno avuto vittime e che operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana; a tutti assicuro il mio ricordo davanti al Signore, con un particolare pensiero alle care popolazioni civili, e per tutti invito ad elevare a Dio la nostra preghiera. Desidero qui anche rinnovare il mio incoraggiamento alla promozione della solidarietà tra le Nazioni per contrastare la logica della violenza e della morte, favorire la giustizia, la riconciliazione, la pace e sostenere lo sviluppo dei popoli partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca, come ho scritto recentemente nella mia Enciclica Caritas in veritate (n. 72).

Da sabato prossimo, 26 settembre, a lunedì 28, a Dio piacendo, compirò un viaggio apostolico nella Repubblica Ceca. Sosterò nella capitale Praga, ma mi recherò anche a Brno, in Moravia, e a Stará Boleslav, luogo del martirio di san Venceslao, patrono principale della Nazione. La Repubblica Ceca si trova geograficamente e storicamente nel cuore dell’Europa, e dopo essere passata attraverso i drammi del secolo scorso, ha bisogno, come l’intero Continente, di ritrovare le ragioni della fede e della speranza. Sulle orme del mio amato predecessore Giovanni Paolo II, che visitò quel Paese per ben tre volte, anch’io renderò omaggio agli eroici testimoni del Vangelo, antichi e recenti, e incoraggerò tutti ad andare avanti nella carità e nella verità. Ringrazio fin d’ora quanti mi accompagneranno con la preghiera in questo viaggio, perché il Signore lo benedica e lo renda fruttuoso.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 20 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno limonium_vulgare_10fc

http://www.floralimages.co.uk/index2.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 19 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Leone Magno: « Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090920

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Mc 9,30-37
Meditazione del giorno
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 6 sul Natale del Signore

« Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me »

La maestà del Figlio di Dio non aveva disdegnato la condizione dell’infanzia. Ma col passare degli anni, il bambino è cresciuto fino alla statura dell’uomo perfetto. Dopo aver compiuto pienamente il trionfo della passione e della risurrezione, tutte le azioni della condizione di umiltà che egli aveva adottato per amore nostro sono entrate a far parte del passato. Eppure la festa della sua natività rinnova per noi i primi istanti della vita di Gesù, nato da Maria Vergine. E mentre adoriamo la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare anche le nostre origini.

Infatti quando nasce Cristo comincia il popolo cristiano: la natività del capo è anche la natività del corpo. Naturalmente tutti coloro che sono chiamati lo sono in un momento preciso, e i figli della Chiesa compaiono in epoche diverse. Tuttavia poiché i fedeli nella loro globalità, nati dalla fonte del battesimo, sono stati crocifissi con Cristo nella sua passione, risuscitati nella sua risurrezione, collocati alla destra del Padre nella sua ascensione, essi sono nati con lui nella sua natività.

Ogni credente che, in qualsiasi parte del mondo, rinasce in Cristo, dopo aver lasciato la via del peccato che lo caratterizzava dalle origini, diventa un uomo nuovo con questa sua seconda nascita. Egli non appartiene più alla discendenza di suo padre secondo la carne ma alla stirpe del Salvatore, poiché questi è divenuto Figlio dell’uomo affinché noi potessimo essere figli di Dio.

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immagine per il vangelo di domani, non corrisponde, perché questa immagine riguarda le beatitudini, ma è la più bella che ho trovato

immagine per il vangelo di domani, non corrisponde, perché questa immagine riguarda le beatitudini, ma è la più bella che ho trovato dans immagini sacre BeatoAngelicoDiscorsoMontagna

http://blog.libero.it/CorsoBiblico/

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

XXV Domenica del Tempo Ordinario , Omelia, Vescovo Paglia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=48

XXV Domenica del Tempo Ordinario  

Marco (9, 30-37)

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. E’ la seconda volta che ne parla. Quando lo disse la prima volta, Pietro, che aveva cercato di dissuadere Gesù dal suo cammino, fu aspramente rimproverato. Gesù sente il bisogno di confidarsi di nuovo. Evidentemente è oppresso da una grande angoscia. La stessa che sentirà nell’orto del Getsemani e che lo farà sudare sangue. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la familiarità che pure si era creata, nessuno dei discepoli comprende il cuore e i pensieri di Gesù. Eppure non era difficile ricordare qualcuno dei brani della Scrittura dove la vita del giusto è descritta come piena di tribolazioni. Il libro della Sapienza narra, appunto, di una congiura che uomini empi e potenti tramano, con disinvoltura e sicurezza, contro il giusto: “tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo e contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2, 17-20). Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. E’ un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. E’ davvero disarmante il loro atteggiamento e incredibile la distanza da Gesù e dalle sue preoccupazioni! Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
La domenica è il giorno del perdono, perché possiamo accostarci ancora al Signore che ci parla, che ci interpella, che ci permette di prendere coscienza della nostra povertà e del nostro peccato. Scrive l’evangelista: “Gesù sedutosi, chiama i dodici attorno a sé” e si mette a spiegare loro ancora una volta il Vangelo e a correggere la stortura del loro cuore e dei loro atteggiamenti. E’ una scena emblematica per la comunità cristiana, potremmo dire che ne è come l’icona. Ognuno di noi, ogni comunità cristiana, deve radunarsi, e con frequenza, attorno al Vangelo per ascoltare l’insegnamento del Signore, per nutrirsi del pane disceso dal cielo, per correggere il proprio comportamento, per riempire il cuore e la mente dei sentimenti e dei pensieri del Signore. Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, dei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. Tale insegnamento percorre trasversalmente ogni pagina evangelica e fa parte essenziale della spiritualità di ogni discepolo, di ogni credente. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino!

Il Vescovo Paglia  

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