Archive pour le 19 septembre, 2009

buona notte

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San Leone Magno: « Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090920

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Mc 9,30-37
Meditazione del giorno
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 6 sul Natale del Signore

« Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me »

La maestà del Figlio di Dio non aveva disdegnato la condizione dell’infanzia. Ma col passare degli anni, il bambino è cresciuto fino alla statura dell’uomo perfetto. Dopo aver compiuto pienamente il trionfo della passione e della risurrezione, tutte le azioni della condizione di umiltà che egli aveva adottato per amore nostro sono entrate a far parte del passato. Eppure la festa della sua natività rinnova per noi i primi istanti della vita di Gesù, nato da Maria Vergine. E mentre adoriamo la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare anche le nostre origini.

Infatti quando nasce Cristo comincia il popolo cristiano: la natività del capo è anche la natività del corpo. Naturalmente tutti coloro che sono chiamati lo sono in un momento preciso, e i figli della Chiesa compaiono in epoche diverse. Tuttavia poiché i fedeli nella loro globalità, nati dalla fonte del battesimo, sono stati crocifissi con Cristo nella sua passione, risuscitati nella sua risurrezione, collocati alla destra del Padre nella sua ascensione, essi sono nati con lui nella sua natività.

Ogni credente che, in qualsiasi parte del mondo, rinasce in Cristo, dopo aver lasciato la via del peccato che lo caratterizzava dalle origini, diventa un uomo nuovo con questa sua seconda nascita. Egli non appartiene più alla discendenza di suo padre secondo la carne ma alla stirpe del Salvatore, poiché questi è divenuto Figlio dell’uomo affinché noi potessimo essere figli di Dio.

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immagine per il vangelo di domani, non corrisponde, perché questa immagine riguarda le beatitudini, ma è la più bella che ho trovato

immagine per il vangelo di domani, non corrisponde, perché questa immagine riguarda le beatitudini, ma è la più bella che ho trovato dans immagini sacre BeatoAngelicoDiscorsoMontagna

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XXV Domenica del Tempo Ordinario , Omelia, Vescovo Paglia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=48

XXV Domenica del Tempo Ordinario  

Marco (9, 30-37)

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. E’ la seconda volta che ne parla. Quando lo disse la prima volta, Pietro, che aveva cercato di dissuadere Gesù dal suo cammino, fu aspramente rimproverato. Gesù sente il bisogno di confidarsi di nuovo. Evidentemente è oppresso da una grande angoscia. La stessa che sentirà nell’orto del Getsemani e che lo farà sudare sangue. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la familiarità che pure si era creata, nessuno dei discepoli comprende il cuore e i pensieri di Gesù. Eppure non era difficile ricordare qualcuno dei brani della Scrittura dove la vita del giusto è descritta come piena di tribolazioni. Il libro della Sapienza narra, appunto, di una congiura che uomini empi e potenti tramano, con disinvoltura e sicurezza, contro il giusto: “tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo e contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2, 17-20). Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. E’ un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. E’ davvero disarmante il loro atteggiamento e incredibile la distanza da Gesù e dalle sue preoccupazioni! Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
La domenica è il giorno del perdono, perché possiamo accostarci ancora al Signore che ci parla, che ci interpella, che ci permette di prendere coscienza della nostra povertà e del nostro peccato. Scrive l’evangelista: “Gesù sedutosi, chiama i dodici attorno a sé” e si mette a spiegare loro ancora una volta il Vangelo e a correggere la stortura del loro cuore e dei loro atteggiamenti. E’ una scena emblematica per la comunità cristiana, potremmo dire che ne è come l’icona. Ognuno di noi, ogni comunità cristiana, deve radunarsi, e con frequenza, attorno al Vangelo per ascoltare l’insegnamento del Signore, per nutrirsi del pane disceso dal cielo, per correggere il proprio comportamento, per riempire il cuore e la mente dei sentimenti e dei pensieri del Signore. Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, dei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. Tale insegnamento percorre trasversalmente ogni pagina evangelica e fa parte essenziale della spiritualità di ogni discepolo, di ogni credente. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino!

Il Vescovo Paglia  

Omelia per la domanica XXV del Tempo Ordinario, Eremo San Biagio

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16168.htmlOmelia

(20-09-2009) 

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
“Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti.”

Come vivere questa Parola?
È un linguaggio controcorrente quello di Gesù nel vangelo odierno.
La croce, che ci ha invitati a prendere e a seguirlo (vangelo di domenica scorsa) non è solo la sofferenza e la morte che comunque prima o poi arriva, ma è uno stile di vita che oggi ci invita a ‘scegliere’ ciascuno di noi in prima persona: quello del servizio e del dono completamente in perdita.
In un mondo che fin dall’adolescienza ci educa ad essere ‘premier’-primi per avere un posto di prestigio e di potere…, la parola di Gesù è un paradosso! Solo gli ingenui e gli ‘idioti’ possono intenderla!
Eppure la parola di Gesù è esplicita: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti ».
Di più! Il padrone stesso si faccia ‘volontariamente il servitore di tutti’!
Questa è una rivoluzione! Ma attenzione: una rivoluzione da fare all’interno dell’uomo: un cambiamento del cuore.. la rinuncia a dominare gli altri, asservendoli ai propri bisogni. Secondo il vangelo di Gesù primi si può essere solo nel servizio, nel dono di sé, nel gesto d’amore…
Gesù prende un bambino e lo pone in mezzo: ecco il bambino è l’emblema della minorità, della secondità, della debolezza. Il bambino non ha nulla da darti, chiede solo che tu lo ami, che tu lo serva… “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Che non ci capiti, per la mania da ‘premier’ che spesso ci prende, di non accogliere Gesù nel povero che stende la mano, nel malato che attende un sorriso, nel depresso che cerca una mano amica. Facciamoci servi dei servi, forse potremo avere la fortuna di incontrare il Servo Gesù!
Nel mio rientro al cuore di oggi, chiedo allo Spirito Santo di illuminare gli angoli bui della mia coscienza, dove si annidano pensieri e sentimenti di potere, di vanagloria, di competitività.

Vieni Spirito purificatore, ridammi ogni giorno la consapevolezza della mia piccolezza e la gioia di poterla mettere a servizio del Regno dei cieli.

La voce di un grande testimone
Tutta la vita dell’uomo in altro non consiste che nel gettare via tutto, nello spogliarsi di tutto e di sé, per essere “preda” di Dio in Cristo, sicché l’uomo non abbia nel mondo più nome, più famiglia, più patria, non professione o ricchezza o sapienza o bontà – più nulla.

Divo Barsotti 

buona notte

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http://www.dailykos.com/story/2009/4/23/723252/-Thursday-Pooties,-Woozles,-and-Music-for-inspriation

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San Giovanni Crisostomo: « Chi ha orecchi per intendere intenda »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090919

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 8,4-15
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), sacerdote a Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo di Matteo, n° 44 ; PG 57, 467

« Chi ha orecchi per intendere intenda »

Se il seme inaridisce non è per via del caldo. Gesù non ha detto che i semi inaridiscono per via del caldo, ma perché «non hanno radici». Se la parola viene soffocata non è per via delle spine, ma di coloro che le hanno lasciate crescere liberamente. Con la volontà puoi impedire loro di crescere, puoi usare la ricchezza in modo opportuno. Per questo il Salvatore parla non del «mondo» bensì delle «preoccupazioni del mondo», non della «ricchezza» ma «dell’inganno della ricchezza». Quindi non accusiamo le cose in sé, bensì la corruzione della nostra coscienza…

Come puoi notare, tutto dipende non dal coltivatore, né dalla semente, bensì dalla terra che l’accoglie, cioè dalla disposizione del nostro cuore. Anche qui la bontà di Dio per l’uomo è immensa: lungi dall’esigere una medesima dose di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi, dà un posto ai terzi…

Quindi occorre prima ascoltare la Parola con attenzione, poi custodirla fedelmente, poi armarsi di coraggio, poi disprezzare la ricchezza e liberarsi dall’amore di tutti i beni del mondo. Se Gesù pone l’attenzione per la Parola in primo luogo e prima di tutte le altre condizioni, è perché questa è la condizione necessaria. «Come potranno credere, senza averne sentito parlare?» (Rm 10,14). Anche noi, se non faremo attenzione a ciò che ci verrà detto, non sapremo quali sono i doveri da compiere. Solo dopo vengono il coraggio e il disprezzo dei beni del mondo. Comunque sia, per trarre profitto da questa lezione, fortifichiamoci: siamo attenti alla Parola, lasciamo crescere profondamente le nostre radici e liberiamoci da tutte le preoccupazioni del mondo.

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