Archive pour le 17 septembre, 2009

Giovanni Paolo II : « C’erano con lui i Dodici e alcune donne »

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Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 8,1-3
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Mulieris Dignitatem, § 16

« C’erano con lui i Dodici e alcune donne »

      Sin dall’inizio della missione di Cristo la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità. Occorre dire, inoltre, che ciò trova particolare conferma in relazione al mistero pasquale, non solo al momento della croce, ma anche all’alba della risurrezione. Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire : «Non è qui. È risorto, come aveva detto» (Mt 28,6). Sono le prime a stringergli i piedi (Mt 28,9). Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli (Mt 28,1-10 ; Lc 24,8-11).

      Il Vangelo di Giovanni (vedi anche Mc 16,9) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala. E’ la prima ad incontrare il Cristo risorto… Per questo essa venne anche chiamata «la apostola degli apostoli». Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli.

      Questo evento, in un certo senso, corona tutto ciò che è stato detto in precedenza sull’affidamento delle verità divine da parte di Cristo alle donne, al pari degli uomini. Si può dire che in questo modo si sono compiute le parole del Profeta : «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (Gl 3,1). Nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo, queste parole trovano ancora una volta conferma nel cenacolo di Gerusalemme, durante la discesa dello Spirito Santo, il Paraclito (At 2,17).

      Quanto è stato detto finora circa l’atteggiamento di Cristo nei riguardi delle donne conferma e chiarisce nello Spirito Santo la verità sulla eguaglianza dei due – uomo e donna.

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Stigmata of St Francis

Stigmata of St Francis dans immagini sacre 5francis

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Monsignor Ravasi presenta l’Incontro del Papa con gli artisti

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Monsignor Ravasi presenta l’Incontro del Papa con gli artisti

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 12 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dall’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, durante la conferenza stampa di presentazione dell’Incontro con gli artisti che Benedetto XVI celebrerà il 21 novembre prossimo, riportato da “L’Osservatore Romano” nell’edizione del 10 settembre.

* * *
La grande sfida dell’artista è quella di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità». Così, il 7 maggio 1964, Paolo vi nella  cappella  Sistina  si  rivolgeva agli  artisti  da  lui convocati per riprendere un dialogo, anzi, per ristabilire – come egli ribadiva – un’alleanza nuova tra l’ispirazione divina della fede e l’ispirazione creatrice dell’arte.

Come confessava il grande pittore catalano Joan Miró, l’arte non ha il compito di descrivere il visibile, ma di cogliere nel visibile l’Invisibile. Anche un poeta, Jules Laforgue, nei suoi Complaintes, proclamava che «l’Arte è l’Inconnu, l’Ignoto, il Mistero». Si deve, invece, riconoscere che da tempo l’alleanza tra fede e arte si è infranta.

L’arte ha lasciato il tempio, ha relegato su uno scaffale polveroso le grandi narrazioni bibliche, i simboli, le figure, le parabole sacrali e si è avviata lungo le strade «laiche» della contemporaneità.

Ha abbandonato la concezione secondo la quale l’opera artistica incarna una visione trascendente dell’essere, anzi, «crea un mondo» per usare le parole del filosofo Heidegger, e si è sostanzialmente dedicata a sperimentazioni di linguaggio, a complesse ricerche stilistiche, a elaborazioni autoreferenziali e persino a pure e semplici provocazioni. Queste vie non si protendono verso nessuna meta, a differenza di quei tentativi che il Novecento aveva esperito, apparentemente scardinando la grammatica estetica tradizionale, ma con l’attesa di una nuova epifania di bellezza e di mistero.

Tanto per fare un esempio, si pensi solo alla musica dodecafonica e ai suoi sorprendenti risultati, oppure all’arido taglio della tela operato da Lucio Fontana che si trasformava, però, in «uno spiraglio per intravedere l’Assoluto». Ora questo non accade più perché si teme sempre che sia in agguato la dedizione funzionale e servile dell’arte a un messaggio, a una «verità», a una «bellezza». Il pittore Georges Braque in modo folgorante affermava nel suo saggio Il giorno e la notte che «l’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura». Ora l’arte vuole ancora turbare, ma lo fa solo scandalizzando e provocando, non più inquietando le coscienze, le menti e i cuori, costringendoli ad affacciarsi sull’abisso dell’Infinito, dell’Oltre, dell’Altro.

Di fronte a questa divaricazione tra la fede – o più genericamente la trascendenza – e l’arte, divaricazione che non può essere colmata con il mero ricalco degli stili e delle espressioni di un passato glorioso, Benedetto xvi ha voluto riproporre – nelle attuali coordinate culturali lontane quasi un mezzo secolo da quelle del 1964 – un nuovo incontro con gli artisti, nella gamma variegata che tale termine comporta e che ora va oltre pittori, scultori, architetti, letterati, musicisti, comprendendo le nuovi arti come il cinema, il design, la video-art e così via. Il 21 novembre prossimo, nello stesso fondale della Sistina, che ammutolisce e incanta con la sua testimonianza di bellezza e di spiritualità suprema, il Papa intesserà un dialogo nella speranza che risorga «un’alleanza feconda», sulla scia anche di un’altra memoria particolare. Infatti, dieci anni fa, il giorno di Pasqua del 1999, Giovanni Paolo ii indirizzava una sua Lettera agli artisti, «per confermare la sua stima e per contribuire al riannodarsi di una più proficua cooperazione tra l’arte e la Chiesa».

Noi adesso, in attesa di raccogliere le linee che Benedetto xvi vorrà suggerire lanciando quasi la prima battuta di un dialogo che avrà nei mesi e negli anni avvenire le risposte molteplici degli artisti, espresse anche e soprattutto attraverso le loro opere, vorremmo solo gettare uno sguardo simbolico, non certo esaustivo, sul passato che sta alle nostre spalle. Per usare le parole di un artista che ha testimoniato sempre questo incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, «i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che era la Bibbia». Essa è stata, infatti, l’atlante iconografico per eccellenza, l’«immenso vocabolario» della cultura, come la definiva il poeta francese Paul Claudel.

 È significativa, perciò, la professione di principio che facevano i pittori senesi del Trecento nei loro Statuti d’arte: «Noi siamo manifestatori, agli uomini che non sanno lettura, delle cose miracolose operate per virtù della fede».

Era talmente stretto questo legame che già sei secoli prima, il cantore delle immagini della Chiesa d’Oriente, san Giovanni Damasceno, giungeva al punto di avanzare questa proposta: «Se un pagano viene e ti dice: « Mostrami la tua fede! » tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei quadri sacri».

Questo incontro dell’arte con la liturgia e la spiritualità ha generato quello straordinario patrimonio che ha abbellito secoli e secoli di storia occidentale. Il famoso archeologo dell’Oriente cristiano, Guillaume de Jerphanion, aveva intitolato la sua trilogia sulle chiese rupestri della Cappadocia così: Voix des monuments. Sì, non solo quegli affreschi e quelle architetture mirabili, ma ogni espressione d’arte, di letteratura, di musica e persino di un certo cinema a noi vicino – si pensi a Bresson, Dreyer, Bergman, tanto per evocare una celebre triade – diventa voce che ci conduce «all’etterno dal tempo», per usare un’icastica formula dantesca (Paradiso, xxxi, 38).

Certo, non sono mancate le cesure e le censure che hanno spezzato quel legame e hanno sostituito il silenzio a quelle voci. Il pensiero corre all’iconoclasmo dell’viii secolo in Oriente o alla reticenza «ascetica» della Riforma protestante, che stenderà onde bianche aniconiche sulle pareti delle chiese ma che, per fortuna, farà subentrare la straordinaria potenza creatrice della musica (Bach è un nome che riassume tutti gli altri, pure grandi). Si può intravedere questo sospetto nei confronti dell’arte anche in una certa teologia, timorosa di derive «idolatriche».

D’altronde, è  ben noto il monito biblico del Decalogo a «non farsi immagine alcuna»  di Dio (Esodo, 20, 4), così da evitare la prostrazione davanti al vitello d’oro, materializzazione del divino. Questa catarsi dal materialismo e dal realismo sacrale è necessaria.

Ma si è  andati oltre. Teologia e teologi si sono non di rado votati esclusivamente alla sistematica speculativa, spazzando via segni e simboli, considerati come una nebbia rispetto al cielo cristallino del pensiero e della logica formale.

In realtà, il linguaggio simbolico tiene compatta in sé la verità e la sua espressione. È significativo che un teologo del rilievo di Marie-Dominique Chenu ribadisse, nella sua Teologia del xii secolo, la necessità di riservare attenzione alle opere artistiche, sia letterarie, sia plastiche, sia figurative, perché esse non sono «soltanto illustrazioni estetiche, ma dei veri « luoghi » teologici». Alla radice di questo c’è il cuore stesso del messaggio cristiano, l’Incarnazione. Essa, infatti, rende visibile Dio che in Cristo – come afferma san Paolo – ha la sua èik0n, la sua «icona-immagine» perfetta (Colossesi, 1, 15). Anzi, la Genesi riconosceva nella stessa umanità l’«immagine e la somiglianza divina» (1, 26-27). Il monaco e teologo Teodoro Studita (viii-ix secolo) non esitava, seguendo la logica dell’Incarnazione, a giungere al paradosso per cui, «se l’arte non potesse rappresentare Cristo, vorrebbe dire che il Verbo non si è incarnato».

E Dionigi l’Areopagita, pseudonimo di un originale teologo del v-vi secolo, riconoscendo che in Gesù Cristo si ha «il visibile dell’Invisibile», preparava in un certo senso l’analogia dell’arte così come la concepirà Miró nella frase che abbiamo sopra citato. Alla luce di quanto si è detto, si comprendono, allora, le parole della Lettera agli artisti di Giovanni Paolo ii: «In un certo senso, l’icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei sacramenti, essa rende presente il mistero dell’Incarnazione. Proprio per questo la bellezza dell’icona può essere soprattutto gustata all’interno di un tempio con lampade che ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce».

Tra l’altro, questo è quanto osservava il grande cultore delle icone, oltre che teologo e scienziato, Pavel Florenskij, quando ricordava il nesso tra icona e culto: «Il loro oro barbaro, pesante, futile nella luce del giorno, si ravviva con la luce tremolante di una lampada o di una candela, poiché sfavilla di miriadi di scintille, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste».

Ritorniamo, così, al punto di partenza del nostro discorso, cioè alla convinzione della possibilità, o meglio, della necessità dell’incontro tra l’artista e la trascendenza, tra la bellezza e la fede, strutturalmente legate tra loro da una consonanza naturale, perché tese a esprimere il senso ultimo dell’essere, a svelare l’epifania del mistero, a conquistare l’infinito e l’eterno, a varcare il velo della superficie per intuire il segreto ultimo della realtà. «Estetica», infatti, deriva dal greco àisthesis che è la «percezione»: ecco, è discernere il lato spirituale di ogni atto sensibile, è decifrare il «senso spirituale» che si cela in ogni gesto, evento, realtà che vengono percepiti ed espressi «sensibilmente».

È ciò che lo scrittore Hermann Hesse delineava in modo esplicito nel suo saggio su Klein e Wagner, ricorrendo a questa definizione: «Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio».

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Benedetto XVI presenta la figura di Simeone il Nuovo Teologo

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Benedetto XVI presenta la figura di Simeone il Nuovo Teologo

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 16 settembre 2009 (ZENIT.org).- L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre – proveniente in elicottero dalla residenza estiva di Castel Gandolfo – ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su Simeone il Nuovo Teologo.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi ci fermiamo a riflettere sulla figura di un monaco orientale, Simeone il Nuovo Teologo, i cui scritti hanno esercitato un notevole influsso sulla teologia e sulla spiritualità dell’Oriente, in particolare per ciò che riguarda l’esperienza dell’unione mistica con Dio. Simeone il Nuovo Teologo nacque nel 949 a Galatai, in Paflagonia (Asia Minore), da una nobile famiglia di provincia. Ancora giovane, si trasferì a Costantinopoli per intraprendere gli studi ed entrare al servizio dell’imperatore. Ma si sentì poco attratto dalla carriera civile che gli si prospettava e, sotto l’influsso delle illuminazioni interiori che andava sperimentando, si mise alla ricerca di una persona che lo orientasse nel momento pieno di dubbi e di perplessità che stava vivendo, e che lo aiutasse a progredire nel cammino dell’unione con Dio. Trovò questa guida spirituale in Simeone il Pio (Eulabes), un semplice monaco del monastero di Studios, a Costantinopoli, che gli diede da leggere il trattato La legge spirituale di Marco il Monaco. In questo testo Simeone il Nuovo Teologo trovò un insegnamento che lo impressionò molto: « Se cerchi la guarigione spirituale – vi lesse – sii attento alla tua coscienza. Tutto ciò che essa ti dice fallo e troverai ciò che ti è utile ». Da quel momento – riferisce egli stesso – mai si coricò senza chiedersi se la coscienza non avesse qualche cosa da rimproverargli.

Simeone entrò nel monastero degli Studiti, dove, però, le sue esperienze mistiche e la sua straordinaria devozione verso il Padre spirituale gli causarono difficoltà. Si trasferì nel piccolo convento di San Mamas, sempre a Costantinopoli, del quale, dopo tre anni, divenne il capo, l’igumeno. Lì condusse un’intensa ricerca di unione spirituale con Cristo, che gli conferì grande autorità. E’ interessante notare che gli fu dato l’appellativo di « Nuovo Teologo », nonostante la tradizione riservasse il titolo di « Teologo » a due personalità: all’evangelista Giovanni e a Gregorio di Nazianzo. Soffrì incomprensioni e l’esilio, ma fu riabilitato dal Patriarca di Costantinopoli, Sergio II.

Simeone il Nuovo Teologo passò l’ultima fase della sua esistenza nel monastero di Santa Marina, dove scrisse gran parte delle sue opere, divenendo sempre più celebre per i suoi insegnamenti e per i suoi miracoli. Morì il 12 marzo 1022.

Il più noto dei suoi discepoli, Niceta Stetatos, che ha raccolto e ricopiato gli scritti di Simeone, ne curò un’edizione postuma, redigendo in seguito la biografia. L’opera di Simeone comprende nove volumi, che si dividono in Capitoli teologici, gnostici e pratici, tre volumi di Catechesi indirizzate a monaci, due volumi di Trattati teologici ed etici e un volume di Inni. Non vanno poi dimenticate le numerose Lettere. Tutte queste opere hanno trovato un posto di rilievo nella tradizione monastica orientale sino ai nostri giorni.

Simeone concentra la sua riflessione sulla presenza dello Spirito Santo nei battezzati e sulla consapevolezza che essi devono avere di tale realtà spirituale. La vita cristiana – egli sottolinea – è comunione intima e personale con Dio, la grazia divina illumina il cuore del credente e lo conduce alla visione mistica del Signore. In questa linea, Simeone il Nuovo Teologo insiste sul fatto che la vera conoscenza di Dio non viene dai libri, ma dall’esperienza spirituale, dalla vita spirituale. La conoscenza di Dio nasce da un cammino di purificazione interiore, che ha inizio con la conversione del cuore, grazie alla forza della fede e dell’amore; passa attraverso un profondo pentimento e dolore sincero per i propri peccati, per giungere all’unione con Cristo, fonte di gioia e di pace, invasi dalla luce della sua presenza in noi. Per Simeone tale esperienza della grazia divina non costituisce un dono eccezionale per alcuni mistici, ma è il frutto del Battesimo nell’esistenza di ogni fedele seriamente impegnato.

Un punto su cui riflettere, cari fratelli e sorelle! Questo santo monaco orientale ci richiama tutti ad un’attenzione alla vita spirituale, alla presenza nascosta di Dio in noi, alla sincerità della coscienza e alla purificazione, alla conversione del cuore, così che realmente lo Spirito Santo divenga presente in noi e ci guidi. Se infatti giustamente ci si preoccupa di curare la nostra crescita fisica, umana ed intellettuale, è ancor più importante non trascurare la crescita interiore, che consiste nella conoscenza di Dio, nella vera conoscenza, non solo appresa dai libri, ma interiore, e nella comunione con Dio, per sperimentare il suo aiuto in ogni momento e in ogni circostanza. In fondo, è ciò che Simeone descrive quando narra la propria esperienza mistica. Già da giovane, prima di entrare in monastero, mentre una notte in casa prolungava le sue preghiere, invocando l’aiuto di Dio per lottare contro le tentazioni, aveva visto la stanza piena di luce. Quando poi entrò in monastero, gli furono offerti libri spirituali per istruirsi, ma la loro lettura non gli procurava la pace che cercava. Si sentiva – egli racconta – come un povero uccellino senza le ali. Accettò con umiltà questa situazione, senza ribellarsi, e allora cominciarono a moltiplicarsi di nuovo le visioni di luce. Volendo assicurarsi della loro autenticità, Simeone chiese direttamente a Cristo: « Signore, sei davvero tu stesso qui? ». Sentì risuonare nel cuore la risposta affermativa e ne fu sommamente consolato. « Fu quella, Signore – scriverà in seguito – la prima volta che giudicasti me, figlio prodigo, degno di ascoltare la tua voce ». Tuttavia, neanche questa rivelazione lo lasciò totalmente quieto. Si interrogava piuttosto se pure quell’esperienza non fosse da ritenersi un’illusione. Un giorno, finalmente, accadde un fatto fondamentale per la sua esperienza mistica. Egli cominciò a sentirsi come « un povero che ama i fratelli » (ptochós philádelphos). Vedeva intorno a sé tanti nemici che volevano tendergli insidie e fargli del male, ma nonostante ciò avvertì in se stesso un intenso trasporto d’amore per loro. Come spiegarlo? Evidentemente non poteva venire da lui stesso un tale amore, ma doveva sgorgare da un’altra fonte. Simeone capì che proveniva da Cristo presente in lui e tutto gli divenne chiaro: ebbe la prova sicura che la fonte dell’amore in lui era la presenza di Cristo e che avere in sé un amore che va oltre le mie personali intenzioni indica che la fonte dell’amore sta in me. Così, da una parte possiamo dire che senza una certa apertura all’amore Cristo non entra in noi, ma, dall’altra, Cristo diventa fonte di amore e ci trasforma. Cari amici, questa esperienza resta quanto mai importante per noi, oggi, per trovare i criteri che ci indicano se siamo realmente vicini a Dio, se Dio c’è e vive in noi. L’amore di Dio cresce in noi se rimaniamo uniti a Lui con la preghiera e con l’ascolto della sua parola, con l’apertura del cuore. Solamente l’amore divino ci fa aprire il cuore agli altri e ci rende sensibili alle loro necessità, facendoci considerare tutti come fratelli e sorelle e invitandoci a rispondere con l’amore all’odio e con il perdono all’offesa.

Riflettendo su questa figura di Simeone il Nuovo Teologo, possiamo rilevare ancora un ulteriore elemento della sua spiritualità. Nel cammino di vita ascetica da lui proposto e percorso, la forte attenzione e concentrazione del monaco sull’esperienza interiore conferisce al Padre spirituale del monastero un’importanza essenziale. Lo stesso giovane Simeone, come s’è detto, aveva trovato un direttore spirituale, che ebbe ad aiutarlo molto e del quale conservò grandissima stima, tanto da riservargli, dopo la morte, una venerazione anche pubblica. E vorrei dire che rimane valido per tutti – sacerdoti, persone consacrate e laici, e specialmente per i giovani – l’invito a ricorrere ai consigli di un buon padre spirituale, capace di accompagnare ciascuno nella conoscenza profonda di se stesso, e condurlo all’unione con il Signore, affinché la sua esistenza si conformi sempre più al Vangelo. Per andare verso il Signore abbiamo sempre bisogno di una guida, di un dialogo. Non possiamo farlo solamente con le nostre riflessioni. E questo è anche il senso della ecclesialità della nostra fede, di trovare questa guida.

Concludendo, possiamo sintetizzare così l’insegnamento e l’esperienza mistica di Simeone il Nuovo Teologo: nella sua incessante ricerca di Dio, pur nelle difficoltà che incontrò e nelle critiche di cui fu oggetto, egli, in fin dei conti, si lasciò guidare dall’amore. Seppe vivere lui stesso e insegnare ai suoi monaci che l’essenziale per ogni discepolo di Gesù è crescere nell’amore e così cresciamo nella conoscenza di Cristo stesso, per poter affermare con san Paolo: « Non vivo più io, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20).

buona notte

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San Bernardo: « Poiché ha molto amato »

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Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 7,36-50
Meditazione del giorno
San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso 7 sul Cantico dei Cantici

« Poiché ha molto amato »

«Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2). Chi parla così? La sposa [del Cantico dei Cantici]. E chi è questa sposa? L’anima assetata di Dio. E a chi parla? Al suo Dio… Per esprimere la tenerezza reciproca di Dio e dell’anima, come potremmo trovare nomi più teneri, se non quelli di Sposo e di sposa? A loro tutto è comune, essi non possiedono nulla a titolo personale né in separata sede. Unica è la loro eredità, unica la loro mensa, unica la loro casa, unica perfino la carne che insieme costituiscono (Gen 2,24)…

Quindi, se la parola amore si addice in modo particolare e in primo luogo agli sposi, non senza motivo si dà il nome di sposa all’anima che ama Dio. Il suo amore è evidente, dato che domanda a Dio un bacio. Non desidera né la libertà, né una ricompensa, né un’eredità, e nemmeno un insegnamento; bensì un bacio, come una casta sposa, trasportata da un amore sacro e incapace di nascondere la fiamma che la consuma…

Sì, il suo amore è casto poiché essa desidera soltanto il suo amato, e non qualche cosa di sua proprietà. Il suo amore è sacro, poiché essa ama non attraverso un grossolano desiderio della carne, ma nella purezza dello spirito. Il suo amore è ardente poiché, inebriata da questo stesso amore, essa dimentica la grandezza di Colui che ama. Non è forse lui che fa sussultare la terra con un semplice sguardo (Sal 103,32)? Ed è a lui che essa chiede un bacio! Non è forse ebbra? Sì, è ebbra d’amore per il suo Dio… Quale forza nell’amore! Quale fiducia e quale libertà nello Spirito! Come manifestare con maggior chiarezza che «l’amore perfetto scaccia il timore» (1 Gv 4,18)?

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