Archive pour août, 2009

San Gregorio Nazianzeno: « Ecco lo sposo ! »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090828

Venerdì della XXI settimana del Tempo Ordinario : Mt 25,1-13
Meditazione del giorno
San Gregorio Nazianzeno (330-390), vescovo, dottore della Chiesa
Sul santo battesimo, Discorso 40, 46 ; PG 36, 425

« Ecco lo sposo ! »

Subito dopo il battesimo, sosterai in piedi davanti al grande santuario per significare la gloria del mondo a venire. Il canto dei salmi con cui sarai accolto è un preludio al coro celeste. Le lampade che accenderai prefigurano il corteo di luci che condurrà in presenza dello Sposo le nostre anime rilucenti e vergini, munite delle lampade risplendenti della fede.

Siamo attenti a non abbandonarci al sonno per noncuranza, affinché non si presenti all’improvviso, senza che ce ne rendiamo conto, Colui che attendiamo. Non restiamo senza provviste di olio e di opere buone, per non venire esclusi dalla sala di nozze… Lo Sposo entrerà in fretta e le anime prudenti entreranno con lui. Le altre, impegnate a preparare le lampade, non troveranno il tempo di entrare e verranno lasciate fuori, tra i lamenti; capiranno troppo tardi cosa hanno perduto per via della loro noncuranza.

Esse saranno simili agli invitati alle nozze celebrate da un nobile padre per un nobile sposo, che si rifiutarono di parteciparvi: uno perché si era sposato da poco, l’altro perché aveva appena comprato un campo, un altro ancora perché aveva acquistato un paio di buoi (Lc 14,18-20)…  Non vi sarà posto in cielo per l’orgoglioso e per l’indolente; e neanche per chi non indossa un abito appropriato, degno di un banchetto nuziale (Mt 22,11), anche se in questa vita si riteneva degno dello splendore celeste e si è indebitamente inserito nel gruppo dei fedeli, cullandosi di speranze illusorie.

Che cosa avverrà dopo? Lo Sposo sa cosa ci insegnerà quando saremo in cielo ; egli sa quale relazione avrà con le anime che saranno entrate insieme a lui. Io credo che vivrà in loro compagnia, insegnando loro i misteri più puri e perfetti.

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 7689

Abutilon x hybridum, origin: South America
http://toptropicals.com/cgi-bin/garden_catalog/cat.cgi

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San Bernardo: A mezzanotte

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090827

Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario : Mt 24,42-51
Meditazione del giorno
San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso 1 per l’Avvento

A mezzanotte

Riflettiamo sul tempo in cui venne il Salvatore. Penso che non lo ignoriate: egli non venne all’inizio dei tempi, né verso la metà, ma alla fine. Non senza ragione la divina Sapienza, sapientemente, dispose di porgere aiuto quando era più necessario: non ignorava infatti che i figli di Adamo sono inclini all’ingratitudine.

«Scendeva la sera e il giorno già volgeva al declino», il «Sole di giustizia» era quasi scomparso (Lc 24,29 ; Ml 3,20), tanto che il suo splendore e il suo calore erano divenuti molto deboli sulla terra. La luce della conoscenza di Dio si era affievolita e, per il dilagare dell’iniquità (Mt 24,12), il fervore della carità si era raffreddato. Non appariva più nessun angelo, nessun profeta pronunciava più oracoli: desistevano, come vinti dalla delusione, per l’eccessiva durezza d’animo e caparbietà degli uomini. Fu allora che parlò il Figlio: «Allora ho detto: ecco, io vengo» (Sal 39,8). Sì, «mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, si lanciò in mezzo a quella terra» (Sap 18,14-15). Come dice l’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4).

Madonna della cintura con Sant’Agostino e Santa Monica

Madonna della cintura con Sant'Agostino e Santa Monica dans immagini sacre cintura

Pittore veneto (sec. XVII),
Madonna della cintura con Sant’Agostino e Santa Monica

http://www.provincia.padova.it/comuni/monselice/arte/duomo%20nuovo.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 août, 2009 |Pas de commentaires »

da Le Confessioni di Sant’Agostino: il dialogo del santo con la madre e la morte di Monica

dal sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/confessioni/index2.htm

LE CONFESSIONI DI SANT’AGOSTINO

LIBRO NONO, CAPITOLI DA 10, 23 A 11,28

La contemplazione di Ostia

10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi 99, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu 100, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo 101. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te 102, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.

10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso 103, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile 104, ove pasci Israele 105 in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito 106, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa 107?

10. 25. Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: « Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece 108 Chi permane eternamente » 109; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube 110 o enigma 111 di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’ »entra nel gaudio del tuo Signore » 112? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati 113? ».

10. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai 114, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? ».

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov’ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore ». Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.

11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile 115, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie 116, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà 117 avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: « Ormai cosa faccio qui? », era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: « Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi ». Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 26 août, 2009 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: trofeo di Cristo

dal sito:

http://www.radicicristiane.it/fondo.php/id/193/ref/6/Fede,-Morale-e-Teologia/Sant-Agostino:-trofeo-di-Cristo

Sant’Agostino: trofeo di Cristo

Nel momento che collassa fragorosamente l’Impero Romano d’Occidente, s’innalza in modo paradossale una delle colonne più alte e robuste della Chiesa e della civiltà occidentale: Agostino d’Ippona. Il suo insegnamento è oggi più vigente di mai.
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Era la notte fra il 23 e 24 aprile dell’anno 587 (1420 anni fa) quando il saggio e santo vescovo di Milano, sant’Ambrogio, battezzava nella Veglia Pasquale il trentatreenne Agostino Aurelio.
Ma qual è l’importanza del fatto? Un rapido sguardo sulla sua vita ci darà la risposta.

Bambino difficile e precoce

Agostino nacque a Tagaste, piccolo città nordafricana nel 354, figlio del pagano Patrizio e della cristiana Monica. Da piccolo dimostrò di avere una vivacissima intelligenza, una volontà tenace e un temperamento focoso.

Conobbe la fede cattolica ma non ricevette il battesimo. Egli stesso ci dice che fu bugiardo, appassionato per i giochi e per gli spettacoli del circo, e che, quando sorpreso in qualcosa di riprovevole, preferiva usare ogni sorta di arguzia piuttosto che riconoscere la sua cattiva condotta.

Un bambino di talento, sì, ma capriccioso, e non esente di difetti. Si vedeva già allora che Agostino avrebbe fatto parlare di sé.

L’uomo incatenato

Giunse l’adolescenza e la giovinezza. Agostino non seppe mantenere un atteggiamento corretto davanti alle donne, lasciandosi trascinare dalla lussuria e da amori illeciti. Simultaneamente, la sua poderosa intelligenza sprofondava in cavillosità che lo portarono ad aderire alla setta eretica dei manichei. In cerca di onori si recò a Cartagine, da lì a Roma e, finalmente, a Milano, città in quel momento importante forse come la stessa capitale dell’Impero.

Tre grosse catene opprimevano Agostino: il desiderio degli onori umani, gli errori che ottenebravano la sua intelligenza, la concupiscenza della carne che lo rendeva schiavo dei piaceri. Cosa ci si poteva aspettare, umanamente parlando, da Aurelio Agostino? Ben poco, a dire il vero. La sua storia poteva essere come quella di tanti altri, di cui a malapena ricordiamo il nome per uno dei loro scritti.

Di cosa la grazia è capace

Il caso di Agostino sarebbe stato differente però. Perché? Semplicemente perché la grazia di Dio lo aspettava al varco e perché Dio lo aveva scelto per rendere palese il potere vittorioso di quella grazia, in grado di rischiarare le tenebre più dense, di ridurre all’umiltà le vanità più lusinghiere e di far tornare puri un corpo e un anima macchiati dalla lascivia.

Si può dire che la storia di Agostino sia destinata a illustrare in modo palese la verità della parola della Scrittura che dice: «Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Mt. 3, 9). Questa è la indubbia spiegazione di perché Agostino avrebbe parlato più tardi, tanto e con tanta profondità, della grazia di Dio: egli aveva sperimentato il suo potere nella storia della sua vita personale.

Il processo di ritorno di Agostino a Dio fu complesso e in esso influirono molteplici differenti fattori. Senz’altro, egli non abbandonò mai la ricerca intellettuale della verità. Sottomise a severe critiche le diverse posizioni, cercando con rettitudine, valutando le sue scoperte e mettendo da parte quanto si dimostrava falso o erroneo. Non sapeva ancora cosa fosse la verità e dove la si trovava, ma la cercava con diligenza.

Godette l’amicizia di uomini buoni, meno talentuosi di lui ma di più alta dirittura morale. Il loro esempio, più che le loro parole, benché queste non mancassero, lo portarono a convincersi della vacuità dei suoi piaceri.

A Milano ricevette una forte impressione conoscendo e ascoltando il vescovo sant’Ambrogio. Ambrogio era colto ed eloquente, il suo bel parlare colpì Agostino, professore di lettere e retorica. Ma molto al di là della perfezione del suo stile latino, Agostino apprezzò la grandezza del pastore, del vescovo integralmente dedicato alla responsabilità sacerdotale, attento ai bisogni spirituali del gregge, e soprattutto, incessantemente dedito alla lettura delle Sacre Scritture per poterle spiegare come parole di vita al popolo cristiano.

Figlio delle lacrime di santa Monica

 Fu Ambrogio a raccomandargli di leggere san Paolo; e quella lettura ebbe grande influenza nell’irrequieto Agostino. Ma vi fu qualcuno che influì ancora più nella conversione di Agostino: sua madre Monica.

Quella donna ammirevole aveva già ottenuto che suo marito morisse cristiano. Quando Agostino passò dall’Africa in Italia, Monica lo seguì. Ella sentiva la sua anima lacerata dalle sregolatezze del figlio. Da vera madre cristiana non si sentiva appagata dagli onori o dai successi che egli otteneva, finché rimanesse ancora lontano da Dio. Ogni giorno, talvolta persino due volte al giorno, Monica si recava al tempio a implorare Iddio per la conversione di Agostino. Sentiva un dolore lancinante nel vedere il frutto del suo grembo transitare per strade di perdizione, e piangeva perché Agostino non amava Dio né si affidava alla santa Chiesa.

Un giorno confidò il suo cuore a un vescovo raccontandogli tutta la sua amarezza per il traviamento morale del figlio. Il presule l’ascoltò e le disse una frase profetica: “È impossibile che si perda un figlio di tante lacrime!”.

Il cuore trova finalmente quiete

La grazia agiva tramite gli uomini e dall’interno del cuore di Agostino, lenta ma vittoriosa. Scosso profondamente Agostino rinunciò alla sua professione e si preparò con fervore al battesimo: aveva sentito la potenza della volontà del Signore ed era saldamente convinto di quella verità che più tardi coniò in una frase immortale: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non troverà quiete finché non riposa in te».

Lo stesso giorno venne battezzato anche il giovane Adeodato, figlio naturale di Agostino, ragazzo sveglio e affamato di Dio, di cui suo padre dice, con umiltà, che niente aveva messo in lui al di fuori del suo peccato. In realtà si preoccupò della sua formazione cristiana e cercò di riparare quel peccato aiutandolo a rinascere nell’acqua e nello Spirito Santo per la vita eterna. Presto morì il figlio di Agostino e suo padre affrontò il fatto con fede, rallegrandosi per quanto l’opera di Dio aveva compiuto in lui e per la certezza della sua gloria in Paradiso.

Monica: madre cristiana prototipica

Poco tempo dopo il battessimo di Agostino, quando aspettava nel porto di Ostia per imbarcarsi alla volta dell’Africa, morì lì sua santa madre Monica. Non resisto al desiderio di trascrivere le parole di quella madre ammirevole, compiuto modello delle madri cristiane, dette ad Agostino alla vigilia della sua morte: «Figlio mio, per quanto mi riguarda, niente ormai mi fa provare piacere sulla terra. Non so perché sono ancora qui, esaurite come sono le mie speranze nella vita terrena. Una cosa soltanto mi muoveva a desiderare un po’ più di vita: vederti cristiano e cattolico prima di morire. Questo Dio me l’ha concesso, e molto oltre le mie speranze, visto che anche tu hai disprezzato il mondo per servire Dio. Cosa dunque faccio qui?».

Quale vera madre, preoccupata anzitutto della salvezza del figlio piuttosto che dei suoi successi professionali o economici! Che sono i successi di questo mondo nei riguardi di ciò che è un valore supremo: l’amore, la grazia, la vita in Dio?

Che tristezza vedere oggi genitori cristiani che fanno sforzi ingenti per la grandezza umana dei loro figli – il che, certo, non è male – ma trascurano la loro formazione cristiana, non si curano di dare loro esempio di vita e morale cristiane, che giungono persino a consigliare in un senso opposto all’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa! A che varrà tutto il benessere umano se il cuore è lontano da Dio?

L’Impero finì ma non la validità di sant’Agostino

Agostino ormai cristiano e cattolico fece ritorno nella sua terra in Africa. Lì divenne monaco e sacerdote. Il vescovo di Ippona lo associò ai suoi compiti pastorali e, alla sua morte, Agostino diventò vescovo di Ippona, piccolo porto della Numidia, diocesi di molto secondaria importanza, che non superava forse i 50000 abitanti; con una ventina di luoghi di culto e una trentina di sacerdoti. Fu ordinato vescovo intorno al 392, quando aveva trentotto anni circa. Dopo la sua consacrazione episcopale continuò a vivere come un monaco assieme al suo clero.

La sua vita episcopale fu condivisa fra i compiti di cura del suo gregge, incluse le questioni civili che a quei tempi, a causa della mancanza di funzionari idonei, gli imperatori avevano affidato ai vescovi, e la sua irrinunciabile vocazione di scrittore.

Agostino scriveva senza sosta, di notte, perché l’attività pastorali non gli lasciavano tempo durante il giorno. Si racconta che occupò le notti di ben dodici anni per scrivere La Città di Dio e di diciotto anni per scrivere i Trattati sulla Santissima Trinità. Fu un gran lottatore in difesa della purezza della fede cattolica. Dieci anni di vita da vescovo furono segnati dalla lotta contro l’eresia manichea, la stessa alla quale aveva aderito da giovane; altri dieci anni dedicò a difendere la fede contro i donatisti e gli ultimi dieci anni a combattere l’incipiente eresia pelagiana.

Nell’anno 430 moriva questo campione della fede, questo trofeo di Cristo, questo dottore della Chiesa. La sua città era assediata dai vandali e si avvicinava la fine dell’Impero. Questo finì, è vero, ma rimane vigente Agostino, uomo di Dio e opera di Dio. La sua parola e il suo esempio aiutano e incoraggiano tutti nella ricerca di Dio. Niente di meglio per concludere che questa preghiera di sant’Agostino:
«Donati a me, o Dio mio, restituiscimi te stesso. Ecco, io ti amo, e se è poco, dammi di amarti più intensamente. Non posso misurare per sapere quanto mi manca ancora per raggiungere la pienezza dell’amore e quanto deve ancora correre la mia vita per gettarsi tra le tue braccia e non più distaccarsene, fino a “nascondersi al riparo del tuo volto”. Questo solo io so: fuori di te tutto è male per me, non solo all’esterno, ma anche dentro di me; e qualsiasi ricchezza, che non sia il mio Dio, è per me assoluta povertà!» (Con¬fessioni, Libro 13 , cap. 8).

Sant’Agostino, ricercatore di Dio e pastore di anime, prega per noi!

Publié dans:SANTI APOSTOLI, santi: biografia |on 26 août, 2009 |Pas de commentaires »

27 agosto – Santa Monica Madre di S. Agostino

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/24200

Santa Monica Madre di S. Agostino

27 agosto
 
Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, c. 331 – Ostia, Roma, 27 agosto 387

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332. Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire)

Patronato: Donne sposate, Madri, Vedove

Etimologia: Monica = la solitaria, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa.

A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa.
Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario.
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire.
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

Autore: Antonio Borrelli 

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buona notte

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San Bernardo: « Crea in me, o Dio, un cuore puro » (Sal 50,12)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090826

Mercoledì della XXI settimana del Tempo Ordinario : Mt 23,27-32

Meditazione del giorno
San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso per il 1o giorno della quaresima, 2,  5 ; PL 183, 172-174

« Crea in me, o Dio, un cuore puro » (Sal 50,12)

« Laceratevi il cuore, dice il profeta, e non le vesti ». Chi fra di voi, ha una volontà particolarmente soggetta alla caparbietà ? Si laceri il cuore con la spada dello Spirito, che non è altro che la Parola di Dio. Lo laceri e lo riduca in polvere, perché soltanto con un cuore affranto si può tornare al Signore. Ascolta l’uomo che Dio ha trovato conforme al suo cuore : « Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore ». È saldo per l’avversità, è saldo per la prosperità, è saldo per le cose umili, è saldo per quelle alte, è saldo per quello che gli ordinerai. « Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore ». Chi, come Davide, è saldo per entrare e per uscire, per camminare secondo la volontà di Dio ?

(Riferimenti biblici: Gl 2,13; Ef 6,17; Sal 50,19; Sal 56,8; 2 Sam 5,2)

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 25 août, 2009 |Pas de commentaires »
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