Archive pour le 8 août, 2009

buona notte

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Giovanni Paolo II : « Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090809

XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Jn 6,41-51
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 11

« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »

La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché « tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi » (CEC, 1085).

Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e « si effettua l’opera della nostra redenzione » (LG 3). Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono.  Desidero ancora una volta richiamare questa verità, ponendomi con voi, miei carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino « all’estremo » (cfr Gv 13,1), un amore che non conosce misura.

Il vangelo di domani, XIX domenica del Tempo Ordinario

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Publié dans:immagini sacre |on 8 août, 2009 |Pas de commentaires »

Gesù pane per la vita del mondo (2003, anno B)

dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_03/n_07/2agosto.htm

Gesù pane per la vita del mondo

19a del t.o. – 10 agosto 2003 – anno B

 Donatella Scaiola

Prima lettura: 1Re 19,4-8
Salmo responsoriale: Sal 33,2-9
Seconda lettura: Ef 4,30-5,2
Vangelo: Gv 6,41-51

Lo scandalo dell’incarnazione

 La prima lettura è tratta dal ciclo del profeta Elia, colto in un momento di grande difficoltà e tristezza. Elia opera una sorta di ritorno alle sorgenti della tradizione e della fede del suo popolo perché si reca alla montagna sulla quale Dio si è fatto conoscere ad Israele proponendogli di entrare in alleanza con lui. Questo ritorno alle fonti sarà per Elia il luogo di una nuova missione al servizio di Dio che si svela a lui come a un nuovo Mosè. Il racconto segue l’itinerario di Elia che lascia il regno d’Israele per il paese di Giuda e il deserto. Come già è avvenuto in passato, anche adesso il profeta è invitato a riscoprire Dio, ma, a differenza di quanto era avvenuto a Sarepta di Sidone, dove una vedova aveva mediato il suo incontro con Dio, qui l’incontro avverrà direttamente, senza intermediari umani.

Il racconto si dilunga sulla sollecitudine di Dio che circonda il profeta: per due volte l’angelo lo invita a mangiare pane e a bere acqua, un cibo che altri inviati di Dio avevano già fornito a Elia in precedenza: i corvi (17,6) e la vedova di Sarepta (17,10.15). Questo cibo era stato condiviso dal popolo dell’Esodo durante il cammino nel deserto (Es 15,22-17,7). Alle porte del deserto Elia mangia questo cibo, segno che vuole vivere e attraversare la prova. Ma mangiare non basta. Elia nella sua preghiera si era assimilato agli Israeliti del deserto, infedeli al Signore perché lo avevano messo alla prova: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri ».

Adesso, nutrito come loro di pane e di acqua dal Signore, Elia riprende il loro stesso cammino verso l’Oreb. In questo contesto, quaranta giorni e quaranta notti evocano non solamente i quarant’anni passati dal popolo nel deserto, ma anche il tempo che Mosè trascorse sul monte Sinai (Es 24,18).

Si tratta di un ritorno alle sorgenti al quale il Signore guida il profeta allontanandolo dal proprio ambiente, condizione che prelude all’incontro con Dio. Questo cammino non è solo fisico, ma anche interiore, dal momento che il profeta deve spogliarsi del suo passato, deve rompere con le sue evidenze, per poter fare il suo esodo e incontrare Dio. In realtà, se Elia va verso Dio è solo perché il Signore va all’uomo e così ne anima il cammino con forza attrattiva. In altri termini, si potrebbe dire che l’incontro dell’uomo con Dio dipende dalla grazia e non dallo sforzo dell’uomo, il quale si deve solo aprire al dono.

In questo senso si esprime anche il Vangelo, là dove Gesù parla di sé come di pane di vita, dono che Dio fa ad ogni uomo che sia disposto ad accoglierlo. Ma questo dono della vita si scontra con la mormorazione degli uomini. Come era già avvenuto in passato, lungo tutta la storia della salvezza, le vie di Dio suscitano lo scandalo degli uomini. Qui lo scandalo sorge dalla disparità tra l’origine celeste proclamata da Gesù e l’evidenza della sua condizione umana. L’ostacolo che impedisce la fede è sottolineato dal fatto che Gesù ha dei genitori ben noti. Questa difficoltà viene presentata anche dagli altri evangelisti (Mc 6,3; Mt 13,55; Lc 4,22), e in fondo è la difficoltà che il mistero dell’incarnazione suscita anche in noi. L’obiezione dei Galilei concentra l’attenzione del lettore sul paradosso della Parola che ha preso un corpo, del Logos che è diventato un uomo.

 Ambone della chiesa parrocchiale S. Giuseppe a Manfredonia (FG). La Parola qui proclamata ha pieno compimento nella liturgia sacramentale.

Gli uditori di Gesù non reagiscono apertamente, ma « mormorano tra loro ». Il richiamo va all’episodio della manna (Es 16), e mediante questo termine gli uditori di Gesù vengono assimilati alla generazione del deserto. Come i loro antenati, anch’essi resistono alla rivelazione di Dio, e, così facendo, mancano di fede. Forse Giovanni ha scelto questo verbo per suggerire l’idea che rifiutare di credere in Gesù (questo è il senso della mormorazione), significa rifiutare di aderire al disegno di Dio. La vita dell’uomo, la nostra, è chiamata a scegliere tra mormorazione e abbandono, tra cecità e interiorizzazione dell’insegnamento di Dio, tra morte e vita. È una scelta che si gioca e si conferma o smentisce nella vita concreta dell’uomo. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, applica questo discorso, che può apparire teorico, all’esistenza quotidiana della comunità. L’inizio della pericope: « Non vogliate contristare lo Spirito Santo di Dio », riecheggia un testo del profeta Isaia: « Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo Spirito » (Is 63,10), che fa riferimento alle ostinazioni di Israele durante la peregrinazione nel deserto.
  »Contristare lo Spirito », un’espressione difficile da comprendere, allude forse ad ogni forma di ricaduta nell’uomo vecchio. Tra questi atteggiamenti viene ricordata, mediante l’accumulo di una serie di termini sinonimi, una situazione morale di rottura dei rapporti fraterni fra i membri della comunità, che è incompatibile con lo status di uomo nuovo.
Il vocabolario suggerisce l’idea che tra i cristiani deve esistere la stessa generosità e magnanimità che Dio ha dimostrato verso di loro in Cristo. In particolare, l’autore chiede ai suoi lettori di « camminare nell’amore », cioè di fare dell’amore l’ambito vitale e distintivo della propria vita. Dietro questa esortazione si sente l’eco del famoso inno alla carità di 1Cor 13, che celebra l’agape come « la via migliore di tutte », sintesi e compendio di tutta la Legge (Rom 13,8-10; Gal 5,13-14). Il nostro passo è però l’unico del Nuovo Testamento in cui si parla esplicitamente di una « imitazione di Dio ». Paolo propone come ideale l’amore con cui Dio ama. L’agape deve essere il tratto distintivo del cristiano, perché essa lo è di Dio, come ricorda anche l’apostolo Giovanni (1Gv 4,7-21).
Ma l’insistenza maggiore del brano è sulla dimensione cristologica dell’amore. Infatti è l’amore dimostrato da Cristo che « vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore », che rivela Dio.
Il linguaggio sacrificale che qui è usato viene dall’Antico Testamento, ma il suo significato non va frainteso. La morte di Cristo non è un fatto rituale, ma esistenziale, non subito, ma voluto da Cristo (« diede se stesso ») e per amore (« ci amò »).
È questo tipo di amore, totalmente altruista e senza riserve, che viene richiesto ai cristiani come metro della loro condotta, via pratica da seguire per superare lo scandalo della fede e accedere alla vita eterna.

Nel 1933, una lettera di Edith Stein al papa predice la Shoah

dal sito:

http://www.nostreradici.it/edith_Shoah.htm

Le Monde rende nota la scoperta di una lettera di Edith Stein a papa Pio XI 
  
1 marzo 2003 – Henry Tincq (trad. per Le nostre Radici di Antonio Marcantonio)
 
Nel 1933, una lettera di Edith Stein al papa predice la Shoah

(Il testo della lettera sul sito, anche sul mio blog: la pagina di San Paolo)

Come si può spiegare il fatto che la Chiesa cattolica sia rimasta così a lungo sorda ad una lettera tanto profetica ed abbia impiegato settant’anni a farla uscire dai suoi archivi? Il 12 aprile 1933, alcune settimane dopo l’insediamento di Hitler al cancellierato, una filosofa cattolica tedesca di origine ebraica trova l’ardire di scrivere a Roma per chiedere a papa Pio XI e al suo segretario di Stato – il cardinale Pacelli, vecchio nunzio apostolico in Germania e futuro Pio XII – di non tacere più e di denunciare le prime persecuzioni contro gli ebrei.

Si tratta della voce di Edith Stein. Nata nel 1891 a Breslavia, convertitasi nel 1922, Edith Stein viene espulsa dall’università nel 1934, prima di entrare nel Carmelo di Colonia. Nell’agosto del 1942, in un convento olandese in cui i suoi superiori la credevano al sicuro, viene arrestata e deportata ad Auschwitz insieme a sua sorella Rosa. Entrambe vengono uccise nei forni crematori immediatamente dopo il loro arrivo. Edith Stein è stata canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998.

Gli storici del Vaticano conoscevano l’esistenza di questa lettera indirizzata al papa nel 1933, ma ne ignoravano il contenuto: lo hanno appreso in séguito alla recente apertura degli archivi del Vaticano riservati al pontificato di Pio XI (1922-1939). La chiaroveggenza con cui Edith Stein testimonia la crudeltà del regime nazista è pari al coraggio del suo intervento: «Si tratta di un fenomeno che provocherà molte vittime. Si può pensare che gli sventurati che ne saranno colpiti non avranno abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma la responsabilità di tutto ciò ricade tanto su coloro che li spingono verso questa tragedia, tanto su coloro che tacciono. Non solo gli ebrei, ma anche i fedeli cattolici attendono da settimane che la Chiesa faccia sentire la sua voce contro un tale abuso del Nome di Cristo da parte di un regime che si dice cristiano.»

Ella aggiunge: «L’idolatria della razza, con la quale la radio martella le masse, non è di fatto un’eresia esplicita? (…) Noi temiamo il peggio per l’immagine mondiale della Chiesa se il silenzio si prolungherà ulteriormente.» La notorietà di Edith Stein non era certo allora quella attuale, ma questo documento prova – se ancora ce ne fosse stato bisogno – come la Chiesa, ai più alti livelli, fosse informata delle persecuzioni naziste ed abbia taciuto.
[Tratto da Le Monde del 1 marzo 2003]

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N.B.
“Non si può dimenticare il fermo atteggiamento di Pio XI, che abbandona Roma al momento della visita di Hitler in quella città, né le sue memorabili parole a un gruppo di pellegrini belgi (7 settembre 1938): « Spiritualmente noi siamo semiti”. Tuttavia i giornali italiani e l’ Osservatore Romano, che pubblicarono il suo discorso, non segnalarono questa frase. Così anche la coraggiosa enciclica Mit brennender sorge (1937), citata spesso per la sua condanna del razzismo, non menziona né critica l’antisemitismo come tale. Tuttavia la sua intenzione era conosciuta e quel grande papa resterà nel ricordo del popolo ebraico per il suo comportamento”.
[Fonte: Jochanan Elichaj, Ebrei e cristiani, Edizioni Qiqajon, pp. 45,46]

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Noi aggiungiamo che  la « Mit brennender sorge » fu diffusa e letta in tutte le Chiese di Germania la domenica delle Palme del 1937, a dispetto della Gestapo. Pio XI vi denunciava implicitamente le persecuzioni razziali e nel 1938, durante la visita di Hitler a Roma, egli si ritirò a Castel Gandolfo e fece chiudere i Musei Vaticani. [Nota della Redazione LnR]

Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santi/2009-08-09.html

Santa Teresa Benedetta della Croce

Edith Stein, Vergine e Martire, Patrona

BIOGRAFIA
 Edith Stein, santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942)
Edith Stein nasce a Breslavia, nella Slesia tedesca, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Fin dall’infanzia Edith manifesta un’intelligenza vivace e brillante. Subito dopo gli esami di maturità, nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia. In questo periodo scopre la corrente fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. Dopo la conversione, segue l’invito di padre Przywara a occuparsi in modo sistematico della dottrina e dell’opera di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. L’incontro con i mistici l’orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano; potrà tuttavia realizzare la propria vocazione solo nel 1933 quando, allontanata dall’insegnamento dall’introduzione delle leggi razziali di Norimberga, non sarà più trattenuta dal suo padre spirituale, dom Raphael Walzer O.S.B. (1886-1966), arciabate di Beuron, che aveva voluto mettesse a frutto, come docente, le sue grandi capacità intellettuali.. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. Il 7 agosto sono assegnate a un trasporto in partenza quel giorno stesso per Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione due giorni dopo. Non è stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith dopo l’arrivo ad Auschwitz, ma è probabile che sia stata subito destinata alla camera a gas. Papa Giovanni Paolo II nel motu proprio del 1° ottobre 1999 l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a santa Brigida di Svezia (1303 ca.-1373) e a santa Caterina da Siena (1347-1380).

DAGLI SCRITTI…
Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce.
“Ave Crux, Spes unica”

“Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!” Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”. Ave Crux, spes unica!(Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)

Dal Messale
Edith Stein nacque a Breslavia il 12 ottobre 1891 da una famiglia ebrea. Appassionata ricercatrice della verità, attraverso approfonditi studi di filosofia, la trovò mediante la lettura dell’autobiografia di Santa Teresa di Gesù (S.Teresa d’Avila). Nel 1922 ricevette il battesimo nella Chiesa cattolica e nel 1933 entrò nel Carmelo di Colonia. Morì martire per la fede cristiana ad Auschwitz, nei forni crematori, il 9 agosto 1942, durante la persecuzione nazista, offrendo il suo olocausto per il popolo d’Israele. Donna di singolare intelligenza e cultura, ha lasciato molti scritti di alta dottrina e di profonda spiritualità, è stata beatificata da Giovanni Paolo II a Colonia il l° maggio 1987, canonizzata a Roma da Giovanni Paolo II il 12 Ottobre 1998 e dichiarata Patrona di Europa – con S Brigida di Svezia e S.Caterina da Siena – il 3 ottobre 1999.

Una preghiera
«Mi ha rivestita delle vesti della salvezza» (Is 61). Così preghiamo nella festa della Regina del Carmelo, la più grande solennità del nostro Ordine. Noi che possiamo chiamarci sue figlie e sorelle, riceviamo da lei un abito particolare di salvezza, il suo stesso abito. Come segno della sua materna predilezione, Ella ci dona il santo Scapolare, questa “armatura di Dio”. Nel ricevere il santo Abito assumiamo l’impegno di dare un’eccezionale testimonianza di amore non solo al nostro divino Sposo, ma anche alla sua santissima Madre. Non possiamo rendere migliore servizio alla Regina del Carmelo e dimostrarle la nostra riconoscenza, che considerandola nostro modello e seguendola nella “via della perfezione” (16 luglio 1940).

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