Archive pour le 7 août, 2009

buona notte

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San Tommaso Moro : « Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090808

Sabato della XVIII settimana del Tempo Ordinario : Mt 17,14-20
Meditazione del giorno
San Tommaso Moro (1478-1535), statista inglese, martire
Dialog of Comfort against Tribulation

« Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

« Signore, aumenta la nostra fede » (Lc 17,5). Meditiamo le parole di Cristo e diciamo ciascuno tra sè e sè : Se non permettessimo alla nostra fede di intiepidire, anzi di raffreddare, di perdere la sua forza sparpagliando i nostri pensieri in futilità, cesseremmo di attribuire importanza alle cose di questo mondo e raccoglieremmo la nostra fede in un’angoletto del nostro animo.

Allora la semineremmo come un grano di senapa nel giardino del nostro cuore, dopo aver sradicato tutte le erbacce, e il germoglio crescerebbe. Con una salda fiducia nella parola di Dio, solleveremo un monte di afflizioni, mentre se la nostra fede è vacillante, non sposterà nemmeno un monticello. Per concludere questo colloquio, direi che, poiché ogni conforto spirituale presuppone una base di fede, e nessuno salvo Dio può darla, non dobbiamo mai cessare di domandargliela.

San Domenico di Guzmàn (biografia da EAQ)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=FR&module=saintfeast&localdate=20090808&id=5801&fd=0

San Domenico di Guzmàn

Sac. e fond. : “Ordo prædicatorum” (O.P.)

(memoria)
 
Domenico nacque nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Guzmàn e da Giovanna d’Aza; venne battezzato con il nome del santo patrono dell’abbazia benedettina di San Domingo de Silos, situata a pochi chilometri a nord del suo paese natale. Fanciullo, è affidato allo zio arciprete perché venga iniziato alle verità della fede e ai primi elementi del sapere. Domenico, fin da giovane, aveva il sentimento di compassione che gli ispirava la sofferenza altrui. Si racconta, ad esempio, che, ancora studente a Palencia, dove si era trasferito all’età di 15 anni per frequentare corsi regolari di arti liberali e teologia, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un’epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dar da mangiare ai poveri affermando: « Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame? » Terminati gli studi (1196-97), decise di assecondare la chiamata di Dio al sacerdozio ed entrò nel capitolo canonicale di El Burgo de Osma dietro invito dello stesso priore Diego de Acebes. Quando Diego, da poco eletto vescovo (1201), deve partire per una delicata missione diplomatica in Danimarca, si sceglie Domenico come compagno di viaggio, dal quale non si separerà più Il contatto vivo con i fedeli della Francia meridionale, dove era diffusa l’eresia dei càtari e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l’Est, costituirono per Diego e Domenico una rivelazione: anch’essi saranno missionari.
Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scesero a Roma (1206) e chiesero al Pp Innocenzo III di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani. Innocenzo III, invece, orientò il loro zelo missionario verso quella predicazione nella Francia meridionale, la regione dove erano più attivi i càtari, da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. I due accettarono e Domenico continuò anche quando si dissolse la legazione pontificia e dopo l’improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207).
La sua attività di apostolato era imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folco, vescovo di Tolosa, che lo nominò predicatore della sua diocesi.
Pian piano maturò anche l’idea di un ordine religioso. Iniziò con l’istituzione di una comunità femminile che accoglieva donne che avevano abbandonato il catarismo e questa comunità di domenicane esiste ancora. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare, con l’esempio, la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini capaci che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori.
Il passo successivo fu, in occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folco, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, la proposizione a Pp Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione; Domenico trovò grande disponibilità nel papa che l’approvò.
L’anno successivo, il 22 dicembre 1215, Pp Onorio III diede l’approvazione ufficiale e definitiva. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l’ordine crebbe e, già dal 1217, fu in condizione di inviare monaci un po’ in tutta l’Europa, soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo. Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente a Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la «magna carta» e a precisare gli elementi fondamentali dell’ordine.
Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di San Domenico), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l’aveva.
Pp Gregorio IX canonizzò Domenico il 13 luglio 1234: si festeggia l’8 agosto.
Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa arca marmorea. A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all’Aventino è presente una pianta di arancio dolce che, secondo la tradizione domenicana, san Domenico portò dalla Spagna.
La notorietà delle numerose leggende miracolistiche legate alle sue intercessioni fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre i fedeli bolognesi lo proclamano «Patrono e Difensore perpetuo della città».
La fisionomia spirituale di Domenico è inconfondibile: egli stesso nei duri anni dell’apostolato albigese si era definito « umile servo della predicazione ». Alla base della sua vita sta questo preciso programma apostolico: testimoniare amorosamente Dio dinanzi ai fratelli, donando loro, nella povertà evangelica, la verità.
Il suo genio si rivela anzitutto nell’aver armonizzato in una superiore sintesi gli elementi tradizionali fra loro più opposti e apparentemente irriducibili. Ardito e prudente, risoluto e rispettoso verso l’altrui giudizio, geniale e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti, il predicatore schivo da ogni retorica: il magnanimo, alieno da ogni ombra di grettezza «Tenero come una mamma, forte come il diamante» (H. Lacordaire), concilia la soda formazione teologica all’acuto senso pratico.
Egli concepisce il primo Ordine canonicale i cui membri faranno della predicazione (intesa come contemplazione ad alta voce) la loro divisa. La sua personalità ricca si rifrangerà inesauribilmente nella fioritura di santi che lungo i secoli ne abbracceranno l’ideale e guarderanno filialmente a lui come ad un vero uomo di Dio, all’apostolo che – secondo l’impareggiabile elogio comunicato da Dio a santa Caterina – « prese l’ufficio del Verbo ».

Significato del nome Domenico: « consacrato al Signore » (latino).

Fonti: domenicani.net ; santiebeati.it ; wikipendia.org (« RIV. »).

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La Grande Panaghia

La Grande Panaghia dans immagini sacre panagia2
http://digilander.libero.it/bianco14/02.html

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La Madre di Dio nel culto orientale

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre06/0507md/0507md17.htm

La Madre di Dio nel culto orientale

 di GEORGE GHARIB

Il Santuario mariano libanese
« Nostra Signora di Balamand »
  

Il Monastero-Santuario del Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia è uno dei più ricchi di storia, di fede e di cultura di tutta l’area mediorientale – Le icone e le feste dell’Odigítria e della Dormizione. 

Il Monastero di « Nostra Signora di Balamand », nelle vicinanze della città di Tripoli del Libano, costituisce il fiore all’occhiello del Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia, la cui sede si trova da tempo immemorabile nella città di Damasco, capitale della Repubblica siriana. Il Patriarcato occupa il terzo posto nella gerarchia delle Chiese Ortodosse di rito bizantino, la sua giurisdizione si estende sulla Siria, il Libano e altri Paesi del medio Oriente e su una consistente Diaspora nelle Americhe, l’Australia e l’Europa. I fedeli, di rito greco ma di lingua araba, sono molto attivi nella missione cristiana fra i Non-Cristiani e nel movimento ecumenico. Come sanno i nostri Lettori, il Monastero mariano di Saidnaya appartiene a questa stessa Chiesa ma si trova in Siria, nelle vicinanze di Damasco.

Icone dell’Odigítria (sopra) e della Dormizione (sotto) [sec. XIV], nel Monastero di Balamand.
(vedere il sito)

Breve e illustre storia del Monastero – Santuario

Il Monastero di Balamand è di origine bizantina imprecisata, risalendo genericamente ai tempi in cui la Siria e il Libano facevano parte dell’Impero Romano d’Oriente. La conquista arabo-musulmana del Paese nel secolo VII, dopo un periodo di relativa calma, ha reso la vita difficile ai Cristiani e a tutte le istituzioni monastiche; molti Monasteri dovettero chiudere le loro porte e i pochi che sono riusciti a rimanere a galla poterono sussistere ma a prezzo di moltissime privazioni e limitazioni. L’arrivo dei Crociati dall’Europa nel secolo XI, se ha dato un po’ di fiato ai Cristiani ormai arabizzati, non ha potuto risolvere i loro problemi in mezzo ai Musulmani diventati ormai maggioritari nel Paese. È in questo periodo che il Monastero di Balamand [detto di Belmont, per la sua fondazione occidentale] conobbe una nuova fioritura con la fondazione nel 1157 di una Abbazia cistercense, sulle rovine del Monastero greco. I Cistercensi, dopo aver costruito una fiorente Abbazia di stile gotico, dovettero abbandonare poi la località, non si sa se volontariamente o meno, nel 1289, quando la città di Tripoli fu conquistata da Qala’un e consegnata così in mano ai Mamelucchi, prima di cadere, con il resto del Medio Oriente, in mano ai Turchi Ottomani nel corso del secolo XV.

Sotto quest’ultima dinastia, i Monaci di rito greco ma di lingua araba poterono recuperare i luoghi, ridotti allora ad un campo di rovine. A partire dal secolo XVI il Monastero vide il ripristino della vita monastica e una vasta attività di costruzione e di ristrutturazione degli edifici dell’epoca crociata, trasformandoli secondo stili più moderni e meglio adatti alle nuove condizioni di vita. Nel Monastero furono ricavate o costruite due Chiese: la prima, quella consacrata a « Nostra Signora di Balamand », di origini cistercensi, è costituita da una sola navata lunga e da una ampia abside; la seconda Chiesa, o piuttosto Cappella, costruita in tempi più recenti, è dedicata al grande Martire San Giorgio il cui culto è molto sentito in Oriente. La Chiesa principale ha conservato il campanile antico ancora intatto [fatto raro nel Medio Oriente, dove le torri campanarie erano di solito demolite dai Musulmani o dai terremoti]. L’interno della Chiesa è stato accuratamente restaurato e munito di una iconostasi in muratura che separa la navata dal Santuario; le icone che la ornano su tre file sono di grande effetto. Il salone principale dell’Abbazia ha il soffitto a volta ed è oggi usato per concerti e spettacoli vari.

Un luogo di spiritualità e di formazione intellettuale

La Chiesa ortodossa di Antiochia, proprietaria del Santuario, ha costantemente cercato di trasformare l’istituzione monastica in luogo di spiritualità e di formazione intellettuale. Risale al secolo XIX l’istituzione di una Scuola per il Clero ed i fedeli affidata ai Monaci del Monastero. La Scuola dovette chiudere durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918). All’uscita della guerra, la ricostruzione dei luoghi e l’organizzazione dell’insegnamento ripresero vigorosamente, con lo sforzo congiunto del Patriarca, del Sinodo e delle diverse Diocesi facenti parte della Chiesa patriarcale di Antiochia. La Scuola iniziale fu trasformata in un vero Istituto Ortodosso, destinato alla formazione teologica del Clero e dei fedeli, e si tramutò poi poco a poco in una vera Università, riconosciuta dalla Repubblica Libanese. Attualmente l’Università, messa sotto il nome prestigioso di uno dei suoi Padri del secolo VIII, San Giovanni Damasceno, è riconosciuta come la più importante sede di studi universitari nella regione settentrionale del Libano, e anche come Centro culturale e religioso, frequentato dai fedeli della Chiesa Ortodossa e da molti altri appartenenti alle numerose Comunità religiose libanesi.

I Monaci hanno svolto durante i secoli una intensa attività spirituale, intellettuale e letteraria: il tutto può ancora essere toccato con mano per le diverse manifestazioni artistiche che riempiono il Monastero. La Biblioteca, ad esempio, possiede non solo molti libri ma anche diversi manoscritti che, scritti dagli stessi Monaci, sono stati in loro uso. Il contenuto dei manoscritti spazia dalla Liturgia alla Psaltica [= Musica bizantina], dalla Patristica alla Teologia e alla Spiritualità.


Ingresso al Monastero di Balamand.

(icona sul sito)

Le due Chiese del Monastero contengono una collezione di icone che riflettono lo stile iconografico bizantino sviluppatosi nel periodo della Turcocrazia. Questo stile è fatto di continuità con l’arte bizantina sopravvissuta nei Monasteri del Monte Athos, nei diversi Paesi di religione ortodossa come la Russia, la Grecia, la Serbia, l’Isola di Creta e Cipro; ma anche di discontinuità per gli influssi occidentali e latini subìti da questi Paesi sotto la spinta di Missionari latini e protestanti. Le numerose icone che possiede il Monastero si riconoscono per un carattere specifico o stile, detto dagli specialisti come stile siro-libanese, o arabo-cristiano [detto anche Melkita]. Questo stile, usato da grandi artisti di origine greca (Grecia, Cipro, Creta), siriana (Aleppo, Hama, Damasco) e libanese, pur se privo della patina classica della grande arte bizantina, riesce lo stesso a dare una impronta personale e popolare a tutte le opere prodotte. In queste opere il più delle volte le iscrizioni in greco si incrociano con molte altre in lingua araba, contribuendo così ad avvicinare le grandi verità di fede raffigurate nelle tavole alla comprensione di quella parte della popolazione che ignora il greco.

Le icone dell’Odigítria e della Dormizione

Fra le icone degne di nota del Monastero c’è quella della Madonna Odigítria che è collocata nell’iconostasi della Chiesa principale. L’icona, posta a sinistra di chi guarda, in corrispondenza a quella del Cristo Pantocrátor, sulla porta centrale dell’iconostasi, è di puro stile bizantino e risale al 1318, ma ha subìto rimaneggiamenti nei secoli XVIII-XIX: a quest’ultimo periodo, ed esattamente all’anno 1818, risale la dedica in arabo che si legge nella parte inferiore e le scritte nella stessa lingua nei cartigli, retti da due Angeli dipinti alle due parti del capo della Vergine. Il cartiglio dell’Angelo di sinistra recita così: « Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto … »; la scritta di destra è: « Rallegrati Madre di Dio, Vergine piena di grazia ». L’icona porta in greco il nome Odigítria, scritto in belle lettere greche in corrispondenza della spalla destra della Vergine. Come sanno i nostri Lettori, la Madonna Odigítria occupa un posto di riguardo nell’iconografia mariana, essendo considerata come il ritratto di Maria fatto dal vivo con il pennello dell’Evangelista San Luca.


  »Torre Campanaria ».
 
 (icona sul sito)

Un’altra icona del Monastero merita di essere presentata: quella della Dormizione, che è anche l’icona del giorno festivo del Monastero. La festa della Dormizione, celebrata il 15 Agosto, è la solennità mariana maggiore della Chiesa bizantina, preparata da 14 giorni di digiuno e seguita da otto giorni di dopo-festa: questa consuetudine fa del mese di Agosto il mese mariano per eccellenza, non solo dei Greci ma anche di tutti gli Orientali. Per l’occasione il 15 Agosto è un giorno di grandi celebrazioni liturgiche e folcloristiche, sotto la guida dei Monaci dell’Abbazia che vigilano a fare della festa un giorno memorabile sotto lo sguardo della Madonna e di suo Figlio che scende per portare la Madre nella gioia eterna.

L’icona della Dormizione, che si espone alla pietà dei fedeli durante tutto il mese di Agosto, appartiene pure alla Chiesa del Monastero e sembra anteriore al secolo XV; offre una rappresentazione visiva dei momenti dell’evento: Dormizione o morte, assunzione in cielo e glorificazione. La scena in basso rappresenta Maria giacente sul catafalco, vegliata dalla Comunità apostolica affranta e in pianto; la scena centrale raffigura Cristo che scende dal Cielo scortato dagli Angeli per portare con sé l’anima di sua Madre; la scena superiore rappresenta invece il sopraggiungere degli Apostoli per assistere la Madonna e, con la loro risalita, scortano la Madre del loro Dio che arriva a destinazione. L’icona è ricca di molti dettagli che riflettono l’origine apocrifa dei racconti del Transitus.


Interno Chiesa « San Giorgio » e Sala Capitolare dei Monaci Cistercensi.

La Liturgia della festa della Dormizione è molto ricca e varia; gli autori, detti melodi, insieme poeti e teologi, eccellono nel mettere in risalto la grandezza dell’evento mariano e nell’avvicinarlo dalla comprensione dei fedeli. Alla fine dell’Ufficio dei Vespri solenni del 15 Agosto, la Chiesa fa cantare la seguente antifona, dovuto a Cosma di Maiuma, poeta sacro di origine palestinese (+ 750 ca):

« Andandosene, la Purissima eleva le sue mani – quelle mani che avevano abbracciato il Dio incarnato – e con l’ardore di Madre dice a suo Figlio: « Conserva nei secoli coloro che mi hai dato e che ti acclamano: ‘Cantiamo, noi redenti, l’unico Creatore ed esaltiamolo per tutti i secoli’ « .

Chiesa principale del Monastero e iconostasi.

La serie di Antifone si conclude con il seguente Inno, cantato con grande solennità, seguendo gli otto ‘modi’ della musica bizantina:

modo 1. – « I teofori Apostoli, rapiti dal luogo dove erano dispersi, su nuvole per divino mandato,

modo 5. – e arrivati al tuo immacolato e vivificante sepolcro, lo cinsero di abbraccio dal fondo del loro cuore.

modo 2. – Le eccelse Potenze celesti, giungendo con il proprio Maestro,

modo 6. – scortarono con timore il corpo venerabilissimo che aveva ospitato Dio, e gridarono nel modo invisibile agli Ordini superiori: ‘Ecco, giunge la divina Fanciulla ed universale Regina.

modo 3. – Alzate le porte e accogliete, in un modo che supera il mondo, la Madre della Luce che non tramonta.

modo 7. – Difatti, attraverso lei si è compiuta la salvezza di tutti gli uomini; lei, che noi non abbiamo la forza di guardare e alla quale siamo incapaci di tributare la lode nella misura dovuta,

modo 4. – perché la sua dignità supera tutto ciò che si può concepire!’.

modo 8. – Perciò, o immacolata Theotókos, tu che vivi sempre con il Re e Signore della vita, intercedi senza sosta per la salvaguardia e la salvezza da ogni inimicizia del tuo nuovo popolo; per questo noi, che abbiamo acquisito la tua intercessione,

modo 1. – ti glorifichiamo pubblicamente per tutti i secoli ».

George Gharib  

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