Archive pour le 5 août, 2009

buona notte

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Pietro il Venerabile: « Il suo volto brillò come il sole » (Mt 17,2)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090806

Trasfigurazione del Signore, festa : Mc 9,2-10
Meditazione del giorno
Pietro il Venerabile (1092-1156), abate di Cluny
Omelia 1 per la Trasfigurazione : PL 189, 959-960.

« Il suo volto brillò come il sole » (Mt 17,2)

Perché stupirsi del fatto che il volto di Gesù sia divenuto come il sole, giacché era lui stesso il Sole ? Era il Sole, eppure restava dissimulato sotto la nube. Ora, la nube si apre, e lui risplende per un istante. Che cosa è questa nube che si apre ? Non è la carne, bensì la debolezza della carne che scompare un momento. È la nube della quale parla il profeta : « Ecco, il Signore cavalca una nube leggera » (Is 19, 1) ; nube della carne che copre la divinità, leggera perché non porta nessun peccato ; nube che dissimula lo splendore divino, leggera perché assunta nello splendore eterno ; nube della quale è detto nel Cantico : « Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo » (Ct 2, 3), leggera perché è la carne dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, cosicché il mondo, alleggerito del peso di tutti i suoi peccati, è elevato in alto nei cieli. Il sole, velato di questa carne non è quello che sorge per i malvagi e per i buoni, bensì « il sole di giustizia » (Ml 3, 20) che sorge soltanto per coloro che temono Dio. Rivestito con questa nube di carne, oggi la luce che illumina ogni uomo risplende. Oggi glorifica questa stessa carne, la presenta deificata agli apostoli affinché gli apostoli la rivelino al mondo.

festa della trasfigurazione del Signore

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FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE NEL 30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PAPA PAOLO VI – OMELIA DI TARCISIO BERTONE

dal sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2008/documents/rc_seg-st_20080806_trasfigurazione_it.html

FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE
NEL 30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PAPA PAOLO VI

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE, SEGRETARIO DI STATO

Parrocchia di Castel Gandolfo, 6 agosto 2008 

Cari fratelli e sorelle,

Nel racconto della Trasfigurazione mi colpiscono sempre queste parole di san Pietro: “Signore, è bello per noi restare qui!”. E’ come se l’apostolo invitasse pure noi a rivivere le stesse indescrivibili emozioni provate in quell’incontro celestiale avvenuto sul “monte santo”, secondo la tradizione identificato nel monte Tabor; è come se, per rinvigorirci nella fede,  rendesse anche noi spettatori di ciò che Pietro provò insieme agli altri attoniti e fortunati suoi amici Giacomo e Giovanni. In effetti per i tre discepoli fu un’esperienza unica, che compresero però appieno solo dopo gli eventi salvifici della passione, morte, risurrezione e ascensione al Cielo. Sul Tabor sperimentarono in una certa misura il mistero della gloria divina di Cristo, il cui fulgore li avvolse all’improvviso; sentirono ripetere dall’Alto le stesse parole proclamate al momento del Battesimo al Giordano: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Pregustarono così la gioia del paradiso – meta di tutti i redenti – e sia pure per qualche istante contemplarono faccia a faccia il Signore che apparve loro con il volto luminoso “come il sole” e con le vesti “candide come la luce”.

La Trasfigurazione è mistero di luce! La luce di Cristo risorto che rischiara la nostra vita, la luce eterna e inestinguibile della nostra Pasqua definitiva che ci viene qui anticipata, in frammento, mentre camminiamo nell’oscurità delle prove durante il pellegrinaggio terreno. L’odierna festa è allora un invito a vivere con lo sguardo costantemente fisso in Dio. L’incontro definitivo con Lui, al termine della nostra “corsa”, fugherà ogni tenebra perché, come afferma san Pietro nella seconda lettura, “ spunterà il giorno e la stella del mattino si leverà per sempre nei nostri cuori”. Fin d’ora, pertanto, è necessario impegnarci a “vivere nella luce”; è necessario che ci sforziamo di fuggire le tenebre del peccato e ci lasciamo pervadere dal mistero dell’illuminazione divina: siamo stati trasfigurati a immagine di Cristo nel Battesimo, e nostro impegno dunque sia “camminare nella luce” sino al giorno in cui anche noi saremo totalmente illuminati e trasfigurati dal Signore della Vita, nella gloria eterna del Cielo.

Ogni anno, il 6 agosto, la liturgia ci offre l’opportunità di rivivere spiritualmente questo mistero di luce, di gloria e di santità. Gli Orientali chiamano questa festa la “Pasqua dell’estate” perché nella sua Trasfigurazione Gesù manifesta ai discepoli lo splendore della vita divina che è in Lui, splendore che anticipa quello della sua risurrezione. Dopo la comunione, i nostri fratelli dell’Oriente cantano quest’oggi una bella ed espressiva antifona che inizia così: “idomen tò phòs – abbiamo visto la luce”. Parole che echeggiano quelle del Salmista: Signore, “è in te la sorgente della vita, nella tua luce vediamo la luce” (Sal. 30, 10).  Noi vediamo la luce se restiamo in comunione con il Cristo risorto. La luce è la forma più perfetta di comunione perché permette la conoscenza reciproca e la compenetrazione più totale: proprio per questo essa viene vista come il segno dell’Eucaristia, sommo mistero della nostra salvezza.

In ogni celebrazione eucaristica il fulgore di Cristo risorto illumina le nostre anime, illumina la nostra attesa del giorno beato della venuta del Signore alla fine dei tempi. E questa attesa di Lui che è “nostra Pasqua e nostra sicura pace” (cf. Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I) dà senso e valore a tutto ciò che siamo e a tutto ciò che facciamo. La festa della Trasfigurazione del Signore ci spinge pertanto a pensare alla nostra personale trasfigurazione. Nel libro dell’Apocalisse l’Autore sacro racconta la visione degli eletti “vestiti di bianco” e viene chiesto chi essi siano e donde vengano. Essi sono – è la risposta – quelli che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’Agnello”. Sono dunque i “trasfigurati”, quelli che, raggiunta la meta, “stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario” (cf 7, 13 – 15). Sono i santi che contemplano Dio in eterno, nella gloria del Cielo. A questo siamo chiamati anche noi, cari fratelli e sorelle! Il Cielo è la nostra meta; meta a cui però potremo giungere solo dopo aver percorso, seguendo Gesù, il cammino della croce.

Mentre scendono dal monte Gesù avverte i tre apostoli di non parlare a nessuno della visione avuta  “finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. Queste sue parole suonano come ammaestramento anche per noi ad accogliere il mistero della Croce. Tra poco canteremo nel prefazio: Cristo “rivelò la sua gloria…per preparare i discepoli a sostenere lo scandalo della croce e anticipare, nella trasfigurazione, il destino meraviglioso della Chiesa, suo mistico corpo”. Guardando a Cristo trasfigurato, la Chiesa si rende conto di essere in cammino verso la sua gloria, ed, al tempo stesso, prende coscienza che prima però deve condividerne la dolorosa passione. “Se qualcuno vuol venire dietro a me – dirà agli apostoli Gesù – rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Quest’oggi, nella festa della Trasfigurazione, Gesù ci invita a prendere di nuovo ognuno la nostra croce, a rafforzarci nella via della croce, disponibili ad accettare tutto dalle sue mani, con piena fiducia nelle sue promesse.

In questo contesto di fede e di docile ascolto delle parole del Signore ben s’inserisce il ricordo del Servo di Dio, il Papa Paolo VI, il quale fece ritorno alla casa del Padre, al tramonto del giorno della festa della Trasfigurazione. Era il 6 agosto del 1978 e proprio qui, a Castel Gandolfo, nel palazzo Apostolico egli terminò il suo pellegrinaggio terreno. Sono trascorsi trent’anni da quel momento e quest’anniversario viene giustamente sottolineato con varie manifestazioni. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha ricordato domenica scorsa all’Angelus a Bressanone, dove si trova per alcuni giorni di riposo, e ne ha sottolineato l’amore fedele per Cristo, amore  che lo ha ispirato e guidato nel suo lungo e non facile ministero pastorale. Anche noi questa sera vogliamo farne memoria in questa celebrazione eucaristica, rendendo grazie al Signore per il fedele servizio reso alla Chiesa e all’umanità da questo grande Pontefice, apprezzato ancor più proprio a partire dal giorno della sua morte. Il momento della sua morte fu infatti per l’opinione pubblica l’occasione per conoscerlo meglio e per riconoscere l’opera straordinaria da lui compiuta con paziente saggezza e indomita fedeltà al Vangelo.

Che dire di lui? E’ veramente ricco il patrimonio spirituale che ha lasciato alla Chiesa e all’umanità del secolo XX. Il suo nome è legato ad eventi che hanno profondamente segnato la vita della Chiesa, primo fra tutti il Concilio Vaticano II, ma anche la storia contemporanea. Eletto il 21 giugno del 1963, dopo la morte del beato Giovanni XXIII mentre era in pieno svolgimento l’Assemblea conciliare, Papa Montini raccolse la non facile eredità del suo predecessore. Con coraggiosa prudenza, con illuminata sapienza e saldo discernimento seppe guidare la “Barca di Pietro” e dialogò con il mondo contemporaneo senza lasciarsi condizionare da remore conservatrici e né cedere a pericolose e affrettate fughe in avanti. La bussola che ne guidò le scelte e le decisioni fu sempre ed unicamente l’amore fedele ed appassionato per Cristo, il cui volto – ha ricordato domenica scorsa Sua Santità – egli ricercò e contemplò incessantemente.

A trent’anni di distanza è più facile oggi riconoscerne con ammirazione le doti umane, spirituali e pastorali come pure valutare l’importanza di alcune sue scelte profetiche, che lo portarono in alcuni momenti – si pensi ad esempio alla pubblicazione  40 anni fa dell’Enciclica Humanae vitae, il 25 luglio del 1968 – a ritrovarsi quasi isolato, non compreso, persino ingiustamente osteggiato dalla pubblica opinione dominante. Nella catechesi di mercoledì 31 luglio 1968 egli confidò come un padre ai fedeli che su un tema tanto delicato e importante per la vita della società, qual è appunto “la moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità nella visione integrale dell’uomo” egli, dopo aver consultato molte persone di alto valore morale, scientifico e pastorale, aveva messo la sua coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità cercando d’interpretare la norma divina che scaturisce dall’intrinseca esigenza dell’autentico amore umano. Abbiamo riflesso – disse – sopra gli elementi stabili della dottrina tradizionale e vigente della Chiesa, specialmente sopra gli insegnamenti del recente Concilio, ponderando le conseguenze dell’una e dell’altra decisione, ma “non abbiamo avuto dubbio sul nostro dovere di pronunciare la nostra sentenza nei termini espressi dalla presente Enciclica”. Sapeva bene che una vasta porzione della pubblica opinione, con ripercussioni anche dentro la comunità ecclesiale, gli era contro, ma non esitò nel decidere: e lo fece illuminato dallo Spirito Santo  per il vero bene dell’uomo e della donna.

Analoga fermezza dimostrò in diverse altre circostanze, mostrando una autentica sete di verità e di amore per Dio e per gli uomini. Mosso da ciò formulò sempre un chiaro ed inequivocabile insegnamento su scottanti temi di dottrina e di morale, allora fortemente in discussione, quali il celibato sacerdotale, il ministero presbiterale, il ruolo della donna nella Chiesa, la morale familiare, la questione sociale ecc. A trent’anni dalla sua morte, varrebbe certamente la pena di riprendere in mano l’intero suo magistero, al quale si sono ispirati i suoi successori. Sarebbe quanto mai proficuo per tutti rileggere i suoi cesellati discorsi ed i suoi ponderati interventi di alto spessore teologico e pastorale, meditare sulle sue omelie e catechesi di profondo afflato ascetico e spirituale, riascoltare le sue riflessioni di ampio respiro filosofico e sociale, per cogliere tutta la ricchezza del suo animo di Pastore innamorato di Cristo e della Chiesa, in ascolto e dialogo sincero con la modernità.

Mentre, come ci ha invitati domenica scorsa il Santo Padre, preghiamo perché possiamo venerare presto Paolo VI come Beato, ringraziamo il Signore per averlo dato alla Chiesa. Invochiamo l’intercessione di Maria e dell’apostolo Paolo, del quale egli era particolarmente devoto (in quest’anno giubilare paolino) perché – così egli scrisse nell’Esortazione Apostolica Marialis cultus – tutti i cristiani siano sempre “illuminati dalla luce della divina Parola ed indotti ad agire secondo i dettami della Sapienza incarnata”. Amen!

festa della Trasfigurazione del Signore (introduzione alla festa e omelia)

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=205

festa della  Trasfigurazione del Signore   

Introduzione

La Trasfigurazione non era destinata agli occhi di chiunque. Solo Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli a cui Gesù aveva permesso, in precedenza, di rimanere con lui mentre ridava la vita ad una fanciulla, poterono contemplare lo splendore glorioso di Cristo. Proprio loro stavano per sapere, così, che il Figlio di Dio sarebbe risorto dai morti, proprio loro sarebbero stati scelti, più tardi, da Gesù per essere con lui al Getsemani. Per questi discepoli la luce si infiammò perché fossero tollerabili le tenebre della sofferenza e della morte. Breve fu la loro visione della gloria e appena compresa: non poteva certo essere celebrata e prolungata perché fossero installate le tende! Sono apparsi anche Elia e Mosè, che avevano incontrato Dio su una montagna, a significare il legame dei profeti e della Legge con Gesù. La gloria e lo splendore di Gesù, visti dai discepoli, provengono dal suo essere ed esprimono chi egli è e quale sarà il suo destino. Non si trattava solo di un manto esterno di splendore! La gloria di Dio aspettava di essere giustificata e pienamente rivelata nell’uomo sofferente che era il Figlio unigenito di Dio.

Letture

Daniele (7,9-10.13-14)

Salmo 96

Dalla Seconda lettera di Pietro (1,16-19)

Marco (9,2-10)

Omelia

La montagna della trasfigurazione, che la tradizione successiva identificherà con il Tabor, si pone come immagine di ogni itinerario spirituale. Possiamo immaginare Gesù che chiama anche noi per condurci con sé sul monte, così come fece con i tre discepoli più amici, per vivere con lui l’esperienza della comunione intima con il Padre; un’esperienza così profonda da trasfigurare il volto, il corpo e persino i vestiti, tutto, dentro e fuori. C’è chi suggerisce che il nucleo storico del racconto si basa su un’esperienza che ha colpito anzitutto Gesù: una visione celeste che ha prodotto una trasfigurazione in lui. È un’ipotesi verosimile e senza dubbio suggestiva perché ci permette di cogliere più al fondo la vita spirituale di Gesù. Talora si dimentica che anche lui ha avuto il suo itinerario spirituale, come il Vangelo stesso nota: Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia”. Senza dubbio non mancavano in lui le gioie per i frutti del suo ministero pastorale, come pure non furono assenti le ansie e le angosce su quale fosse la volontà del Padre (il Getsemani e la croce ne sono i momenti più drammatici). E comunque per lui non era tutto scontato e programmato sì da non dover percorrere la fatica, e anche la gioia, di un cammino.
La salita sul monte ci fu anche per Gesù, come già per Abramo e poi per Mosé, per Elia e per ogni credente. Gesù sentì il bisogno di salire sul monte; era il bisogno di incontrarsi con il Padre. È vero che la comunione con il Padre era tutta la sua vita, il pane delle sue giornate, la sostanza della sua missione, il cuore di tutto ciò che era e che faceva; ma Gesù aveva bisogno di momenti in cui questo rapporto intimo emergesse nella sua pienezza. Il Tabor fu uno di questi momenti singolarissimi di comunione, che il Vangelo estende a tutta la vicenda storica del popolo d’Israele, come testimonia la presenza di Mosé ed Elia che “discorrevano con lui”. Gesù però non visse da solo questa esperienza; volle coinvolgere anche i suoi tre amici più intimi. Fu un momento tra i più significativi per la vita personale di Gesù, e lo divenne anche per i tre discepoli e per tutti coloro che si lasciano coinvolgere in questa stessa salita.
Nella tradizione della Chiesa molte sono state le interpretazioni di questo brano evangelico. Tra le più costanti c’è quella che scorge nella vita monastica il riflesso della Trasfigurazione, a motivo della radicalità della scelta che comporta. Ma credo che si possa vedere il monte della Trasfigurazione anche nella Liturgia domenicale alla quale tutti siamo chiamati a partecipare per vivere, uniti a Gesù, il momento più alto della comunione con Dio. Ed è proprio durante la Santa Liturgia che potremmo ripetere le stesse parole di Pietro: “Maestro, è bello per noi stare qui, facciamo tre tende…”.
Da questo santo monte ch’è la Liturgia domenicale, nella quale ci troviamo in compagnia dei patriarchi e dei santi del Primo Testamento, anche noi sentiamo la stessa voce di allora: “Questi è il figlio mio prediletto, ascoltatelo!”. Immediatamente i tre discepoli si ritrovarono con “Gesù solo”. Si guardarono attorno stupiti, forse con un senso di smarrimento per essere tornati alla “normalità”, e non videro nessun altro se non il solo Gesù. Iniziano di qui i giorni feriali che seguono la domenica; o, se si vuole, la discesa dal monte. I discepoli non sono più come prima. Tornano nella vita quotidiana non più pieni solo di se stessi, delle proprie idee, dei propri progetti o dei propri sogni. Essi hanno davanti agli occhi la visione di Gesù trasfigurato, e questo basta. Sì, alla comunità cristiana, ad ogni credente, non è dato altro che Gesù; solo Lui è il tesoro, la ricchezza, la ragione della nostra vita e della stessa Chiesa. Quella tenda che Pietro voleva costruire con le sue mani, in realtà l’aveva costruita Dio stesso quando “il Verbo si fece carne e venne a porre la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 114). E con l’apostolo Paolo siamo lieti di poter ripetere che nessuno, né il dolore né la fatica né la morte ci separeranno dall’amore di Cristo. Solo in Lui è la nostra salvezza come canta la Liturgia ortodossa: “Nella luce della gloria del tuo volto, o Signore, cammineremo in eterno”.

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