Archive pour juillet, 2009

Per chiedere il buon profumo di Cristo

dal sito:

http://www.qumran2.net/ritagli/ritaglio.pax?id=5164

Per chiedere il buon profumo di Cristo

(il termine « profumo di Cristo » si trova in 2Cor 2,15, e presumo che l’autore si sia ispirato a Paolo anche se non c’è scritto, Gabriella)

di Don Mario Tarantola,

Concedi, o Padre,
che rinnovati dai santi misteri,
diffondiamo nel mondo il buon profumo di Cristo.

È dono, o Padre,
che noi imploriamo senza stancarci,
prodotto dal « pane spezzato »
e dal « sangue Eucaristico »,
spremitura di chicchi di sofferenza e di acini di gioia,
unguento che contagia,
profumo nuovo di comunione fraterna.

Per ottenerlo siamo pronti a deporre le divisioni,
accantonare le contese,
eliminare le rivalità,
pagando con la moneta del perdono dato al nemico.

Per profumare di Cristo
lavoreremo insieme su progetti comuni,
gareggeremo nello stimarci a vicenda,
porteremo gli uni il peso degli altri.

Allora, anche i lontani, attratti da questo soave odore,
si accompagneranno al nostro cammino,
volgeranno lo sguardo a colui che è stato trafitto
e, innamorati,
non lo distoglieranno mai più.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 2 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Le più antiche testimonianze archeologiche del culto comune dei santi Pietro e Paolo

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#11

Le più antiche testimonianze archeologiche del culto comune dei santi Pietro e Paolo

Le due stelle di Papa Damaso

di Carlo Carletti

A Roma la più antica testimonianza archeologica di una pratica devozionale congiuntamente rivolta a Pietro e Paolo è documentata in un luogo diverso e lontano da quello delle tombe originarie al Vaticano e sull’Ostiense. Le due realtà memoriali, fino all’età teodosiana, rimangono tra loro lontane:  i due apostoli in altri termini non trovano un punto di incontro nei rispettivi e diversi luoghi della loro originaria memoria sepolcrale.
Ma nella storia della devozione apostolica, anzitempo e quasi all’improvviso, emerge una sorprendente e illuminante evidenza. Al terzo miglio della via Appia, nella località detta in catacumbas, già dalla metà del III secolo – la tradizione indica l’anno 258:  Tusco et Basso consulibus – si avvia una pratica cultuale, certamente non promossa e incentivata « dall’alto », ma – in controtendenza rispetto alla teoria della genesi « elitaria » (cioè episcopale) propugnata da Peter Brown – nata e fruita in un ambito popolare. Lo indica, senza ombra di dubbio, un caratteristico insediamento « di campagna », semplice e quasi dimesso nelle sue strutture e senza pretesa alcuna di monumentalità:  un cortile porticato su tre lati (triclia) attrezzato per lo svolgimento del refrigerium, il banchetto di antichissima tradizione consumato in onore dei defunti che, qui, sulla via Appia, si proponeva come sacrale atto commemorativo di una memoria funeraria relativa ai due apostoli.
La tangibile testimonianza di questo culto è nelle oltre seicento iscrizioni, greche e latine, tracciate a sgraffio sull’intonaco delle pareti e non sembra casuale che in queste testimonianze siano del tutto assenti appartenenti alle élites della società, laici o ecclesiastici che essi fossero. I visitatori si rivolgono a Pietro e Paolo, con l’immediatezza e la spontanea semplicità tipica delle manifestazioni devozionali di estrazione popolare:  « In onore di Pietro e di Paolo io, Tomio Celio, ho offerto un refrigerium » (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, V, 12981), « Pietro e Paolo ricordatevi di Antonio » (12931), « Pietro e Paolo proteggete Leonzio » (12914), « Pietro e Paolo venite in soccorso di Primo peccatore » (12967), « Il 19 marzo Partenio ha compiuto il refrigerio e tutti noi in Dio » (12961), « Paolo e Pietro proteggete i servi di Dio, anime sante, e proteggete noi » (13071), « Dalmazio promise loro il refrigerio » (12932), « Il 22 giugno. Pietro e Paolo ricordatevi di Sozomeno e di chi legge » (12980), « Santi Pietro e Paolo, beati martiri, conservate nel Signore »(12996).
Questo insediamento cultuale, intorno al primo trentennio-quarantennio del IV secolo, per iniziativa della dinastia costantiniana, viene inglobato in un’imponente basilica funeraria di tipo circiforme, perché esemplata sulla morfologia dei circhi romani.
È all’interno di questo edificio che si colloca l’unico intervento damasiano in onore della coppia apostolica. Alle originarie sepolture, in Vaticano e sull’Ostiense, Damaso non aveva riservato attenzione alcuna:  si volse invece con il suo elogium Apostolorum al luogo e ai monumenti, nei quali da oltre un secolo si era radicata in profondità una devozione alla « coppia » apostolica:  le ragioni di questa voluta e consapevole opzione – come si vedrà – sono tutte nelle vicende che caratterizzano la storia della Chiesa di Roma nella seconda metà del IV secolo e che contrassegnano indelebilmente il pontificato damasiano.
Perduto l’originale marmoreo, dell’elogium damasiano rimane il testo, tramandato integralmente attraverso il codice Vaticano Palatino 833 (secoli IX-X), che riporta copia di una raccolta epigrafica (Sylloge) redatta nel VII secolo, nel tempo cioè e nell’atmosfera del grande pellegrinaggio altomedievale presso i santuari dei martiri romani. È una storia tutta « romana » – nella intenctio, nella forma, nei contenuti – quella che Damaso consegna al medium epigrafico:  « Tu che vai alla ricerca dei nomi di Pietro e insieme di Paolo, / devi sapere che i santi in passato qui dimorarono. / Questi apostoli ce li inviò l’Oriente – volentieri lo riconosciamo – / ma in virtù del sangue (versato) – seguendo infatti Cristo attraverso le stelle / sono giunti nelle regioni celesti e nel regno dei giusti – / Roma meritò di rivendicarli suoi cittadini. / O nuove stelle, a vostra lode questo Damaso voleva annunciare ».
L’esordio, con la ripresa del tradizionale appello al passante, è colloquiale:  hic habitasse prius sanctos conoscere debes / nomina quisq(ue) Petri pariter Pauliq(ue) requiris. Il lettore viene personalmente interpellato (cognoscere debes) e informato che in quel luogo, per un certo tempo, erano state custodite insieme (pariter) reliquie dei due apostoli (hic habitasse prius) che, giunti dall’Oriente (discipulos Oriens misit) a Roma offrirono la testimonianza estrema. In virtù del sangue versato (sanguinis ob meritum) la città può legittimamente rivendicarli suoi cittadini:  Roma suos potius meruit defendere cives.
Con lo stesso procedimento concettuale Damaso aveva proclamato cives romani il greco Ermete (Iam dudum, quod fama refert, te Graecia misit:  sanguine mutasti patriam [Inscriptiones Christianae Urbis Romae, x, 26669]) e il cartaginese Saturnino (Incola nunc Christi fuerat Carthaginis ante [...] sanguine mutavit patriam nomenq[ue] genusq[ue] romanum civem sanctorum fecit origo [ivi, ix, 23755]), ambedue martiri a Roma sotto Diocleziano.
Nel verso conclusivo, abbandonata l’apparente soggettività del racconto, Damaso si rende palesemente visibile:  si propone come fonte diretta – haec Damasus vestras referat (…) laudes – indirizza ai due apostoli una solenne lode e, quindi, proietta Pietro e Paolo nel cielo come nova sidera (« nuove stelle »). È la « rilettura », in chiave damasiana, dell’atavico catasterismo, la trasformazione in astri destinata agli eroi; è il sigillo della autorità episcopale, che con la ripresa e il potenziamento ideologico di un’antica devozione popolare, elegge ufficialmente Pietro e Paolo nuovi patroni della città di Roma e cofondatori della sua Chiesa.
 E in questa operazione, proprio perché attuata a Roma e per Roma, non è difficile cogliere una sorta di « esaugurazione »:  i due apostoli vengono infatti a sovrapporsi – sostituendoli – ai Dioscuri – figli di Giove – che dall’alto della scalinata che conduceva al Campidoglio, avevano assicurato alla città la loro protezione.
La concezione damasiana implicita nell’epiteto nova sidera ritorna in una iscrizione – ingiustamente trascurata dalla critica – probabilmente ubicata nella stessa basilica apostolorum in funzione didascalico-celebrativa:  hic Petrus et Paulus mundi nova lumina praesunt (« Qui presiedono Pietro e Paolo nuove luci del mondo », Inscriptiones Christianae Urbis Romae, i, 3900).
A questo testimone epigrafico quasi di necessità va collegata la straordinaria pittura ad affresco venuta alla luce nel 1983, non lontano dalla basilica costantiniana, nella regione di Sant’Eutichio, della catacomba di San Sebastiano:  vi è rappresentato – per la prima volta nell’ambito della pittura cimiteriale romana – il tema della concordia apostolorum nella forma dell’abbraccio tra Pietro e Paolo e, in questo stesso contesto monumentale – non è fortuita casualità – furono tracciati, tra la metà del IV e l’inizio del V secolo, una serie di graffiti che ripropongono le invocazioni ai due apostoli con gli stessi moduli espressivi già presenti nell’antica memoria apostolica del III secolo:  Paule Petre subvenite; Paule Petre rogate.
Nella Roma della seconda metà del IV secolo, il tema della concordia, nelle sue diverse manifestazioni, letterarie, documentarie, epigrafiche e figurative, si propone con ogni evidenza come diretto indotto della forte reazione alle accuse lanciate dai raffinati e colti circoli di tradizione pagana che, tra le altre contraddizioni (diaphonìai), rimproveravano ai cristiani anche quella della aperta « discordia » tra Pietro e Paolo.
Una polemica corrosiva condotta a tutto campo, di cui abbiamo ampia e dettagliata documentazione, sul versante pagano, dal contra Galileos di Giuliano l’Apostata – cui rispose dopo circa 70 anni Cirillo di Gerusalemme – e su quello cristiano dall’importante coeva testimonianza di un autore per noi ancora anonimo (il cosiddetto Ambrosiaster) che proprio durante il pontificato di Damaso si fa eco delle calumniae che in ambito pagano – in particolare Porfirio e Giuliano imperatore – circolavano contro i due apostoli.
Giuliano in particolare si accaniva soprattutto contro Paolo, il responsabile della conversione degli « elleni », ma non risparmiava Pietro di cui derideva la condotta esitante tra Giudei e Gentili; ambedue comunque, erano definiti « ignoranti degenerati » e « pescatori teologi », ed erano presentati come immagine di discordia:  « (Giuliano) deride Pietro, l’esimio tra i santi apostoli, e dice che era un ipocrita e che era stato rimproverato da Paolo perché ora si preoccupava di vivere secondo il costume dei Greci ora secondo quello dei Giudei » (Contra Galileos, frammento 78, Roma, 1990, edizione e traduzione di Emanuela Masaracchia, pp. 171, 278).
La polemica toccava inoltre un altro aspetto nevralgico dell’azione della sede romana quale si era andato manifestando nella seconda metà del IV secolo e che aveva trovato proprio in Damaso il massimo promotore:  il culto dei martiri giudicato come pratica empia. Diceva Giuliano:  « Se la religione è in verità il sommo bene, per contro l’empietà è il sommo male. Accade addirittura che alcuni si allontanano dagli dei per avvicinarsi ai morti e alle loro reliquie » (Epistulae, 118, 18-23, Paris, 1972, p. 195); e ancora (Contra Galileos, frammento 81, pp. 175, 279) con severo disprezzo stigmatizzava un’altra delle « contraddizioni » che ai suoi occhi emergeva nei comportamenti dei cristiani:  « Avete riempito il mondo di tombe e di sepolcri! Eppure non vi è mai stato detto di frequentare le tombe e di onorarle. Siete giunti a tal punto di depravazione da non credere necessaria a questo proposito neppure l’obbedienza alle parole di Gesù Nazareno. State dunque a sentire che cosa egli dice dei sepolcri:  guai a voi, scribi e farisei ipocriti, simili a sepolcri imbiancati. All’esterno il sepolcro sembra splendido, ma all’interno è pieno di ossa di morti e di ogni impurità ». In questa direzione Giuliano dalle parole passò a fatti concreti allorché ordinò di disseppellire nel cimitero di Antiochia le reliquie di san Babila che offuscavano il tempio di Apollo e di esumare a Delfi i cadaveri deposti intorno alla Catalia, la fonte profetica.
C’erano dunque argomenti più che sufficienti perché Damaso apprestasse le sue difese e più specificamente rinvigorisse l’immagine dei due fondatori della sede romana anche perché con il pontificato di Papa Giulio (337-352) l’immagine di Paolo aveva subito una temporanea eclisse per evitare che venisse sminuito il primato gerarchico di Pietro, di cui Giulio si considerava legittimo successore, come testualmente ribadito nella lettera inviata a nome dei partecipanti al concilio di Roma del 341 (presso Atanasio, Contra arianos, 21-35).
Ma ancora altri due eventi dovettero sollecitare Damaso a ribadire l’autorità della sedes apostolica e, per darle ulteriore forza, a riproporre in tutta la sua inscindibile « unità » la coppia apostolica. In questa circostanza le contestazioni provenivano dall’interno:  in primo luogo la violenta accusa dell’ariano Palladio vescovo di Ratiara (Dacia) che metteva in discussione la pretesa di Roma di considerarsi sedes Petri e chiamava direttamente in causa Damaso rimproverandogli la non partecipazione al concilio di Aquileia (381) nella veste e nelle funzioni di unus ex multis (Scholies ariennes sur le Concile d’Aquileieé. Fragments de Palladius, Paris, 1980, frammento 123, p. 306); in secondo luogo – ma non meno importante e potenzialmente gravido di conseguenze – il canone terzo del concilio di Costantinopoli (381) che, in palese funzione antiromana, pur riconoscendo a Roma il primato di onore e dignità – per la sua antichità e perché capitale dell’Impero – ne metteva di fatto in discussione quello giurisdizionale:  Verumtamen Constantinopolitanus episcopus habeat honoris primatum praeter Romanum episcopum, propterea quod urbs ipsa sit iunior Roma.
Ostacoli – forse non inattesi – nel progetto perseguito da Damaso, che immediatamente provvide alla convocazione di un concilio a Roma (382) nel quale il primato romano fu ribadito con forza e giustificato « teologicamente » con il richiamo alla vox Domini cioè al Vangelo di Matteo (16, 17) – Tu es Petrus – e ulteriormente potenziato con un forte richiamo alla societas beatissimi Pauli (…) addita est societas beatissimi Pauli, vas electionis, qui non diverso – sicut haeretici garriunt – sed uno tempore, uno eodemque die gloriosa morte cum Petro in urbe Roma sub Caesare Nerone agonizans coronatus est (PL, 19, coll. 793-794).
In definitiva il luogo della via Appia che dalla metà del III secolo aveva visto nascere il culto « unificato » dei due apostoli e di seguito gli insediamenti funerari e monumentali della basilica Apostolorum e della regione di Sant’Eutichio nel cimitero di San Sebastiano, può a buon diritto assumersi a esemplare catalizzatore dell’intenso e conflittuale dibattito politico-ideologico e dottrinale che vide nella figura di Damaso il protagonista assoluto.
Qui Damaso – evidentemente tra il 382 e il 384 – mette in opera l’elogium Apostolorum, un vero e proprio manifesto ideologico che veicola l’immagine dell’indissolubile unità della coppia apostolica e – argomento nuovo – della sua romanità in virtù appunto del martirio subito a Roma. Qui, conseguentemente, una ripresa del culto pubblico in onore degli apostoli nella forma di iscrizioni devozionali a sgraffio che, dopo quasi un secolo da quelle della memoria apostolorum, testimoniano della presenza di visitatori in una regione della catacomba di San Sebastiano dove Damaso, con l’inventio s. Eutychii e realizzazione di un elogium a lui dedicato, portava, come ulteriore valore aggiunto, una nuova visibile e fruibile testimonianza dell’incontestabile primato di Roma come « città santuario » per eccellenza in quanto depositaria di una sterminata turba piorum.
Qui ancora si osserva uno straordinario affollamento di tombe (devozionali) all’interno e all’esterno della basilica degli Apostoli e, non senza significato, si registra tra i deposti una cospicua presenza delle gerarchie, laiche ed ecclesiastiche, della società. Qui infine il concetto dell’origine apostolica della sede romana trova una nuova e originale traduzione figurativa nell’iconografia della concordia apostolorum, la cui successiva fortuna oltrepassò l’ambito figurativo per estendersi al leggendario apocrifo come indicano gli Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, risalenti al 450-550 nella redazione greca al IX secolo in quella latina, nei quali si racconta che gli Apostoli lungo la via Appia in prossimità della città « vedendosi, piansero dalla gioia e, abbracciatisi a lungo, si inumidirono l’un l’altro di lacrime ».
 Questa narratio, che ebbe enorme diffusione sia in Oriente sia in Occidente come indica il numero dei manoscritti pervenuti, sembra aver trovato una sintesi nel ricordo dell’abbraccio apostolico, perpetuando la tradizione di un tema figurativo e, per il suo tramite, della posizione enunciata nel concilio romano del 382 che in difesa dell’unità  apostolica  sottolineava  con forza – anche per smentire quanto « gli eretici andavano gracchiando » – che i due apostoli insieme erano morti a Roma non diverso sed uno tempore, uno eodemque die (Patrologia Latina, 19, coll. 793-794).
A livello poi di più estesa e capillare fruizione, questa tema strategicamente « nevralgico » trovò un ulteriore vettore in oggetti mobili di larga diffusione, quali i fondi vitrei dorati che rappresentavano la « concordia » nello schema delle due teste apostoliche affrontate a una colonna (la Chiesa), ovvero sormontate da una corona unificante. Anche nell’uso di questi vettori minimali non è difficile cogliere una risposta polemica alla circolazione di altri oggetti propagandistici come i contorniati (medaglioni), prodotti a Roma ininterrottamente tra il 356 e il 472, che riproducevano immagini di imperatori – e tra queste anche quelle di Giuliano – temi della mitologia e dei culti della Magna Mater e di Attis, scene relative all’ambito circense.
In diretta continuità con l’azione di Damaso, ancora nel secondo trentennio del V secolo, la Chiesa di Roma continua a veicolare il tema, e i sottesi significati, della concordia apostolorum e ancora con strumenti di diffusione pubblica, vale a dire attraverso iscrizioni e programmi decorativi. Sisto III (432-440) per la chiesa devozionale dedicata ai due apostoli sull’Esquilino (poi San Pietro in Vincoli) commissiona una solenne iscrizione dedicatoria – non più esistente ma nota per tradizione indiretta (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 974), che doveva occupare l’intero spazio della controfacciata.
Al nome dell’antico dedicatario, il solo Pietro, ora si aggiunge anche Paolo e questa è la novità enunciata nel primo emblematico verso – cede prius nomen, novitati cede vetustas – « Nome di un tempo cedi, all’antico succede il nuovo. È gradito che nella reggia lietamente si dedichino questi voti, nel nome e nel segno ora insieme (simul nunc) di Pietro e Paolo. Io, Sisto, gratificato per l’onore della sede apostolica, prego ambedue. Voi due accettate un dono comune (unum donum):  un solo onore celebra quelli che una sola fede possiede ».
Nella basilica di San Paolo sull’Ostiense, all’eponimo del luogo, Leone Magno associa Pietro:  i due apostoli sono rappresentati accompagnati ciascuno da una iscrizione didascalica, che ne esalta distintamente, ma in un medesimo contesto figurativo e concettuale, il ruolo e le funzioni. Pietro è celebrato come « custode del cielo, pietra della fede, culmine dell’onore, guida e splendore della sede apostolica »; Paolo a sua volta è ricordato riproponendo l’itinerario che lo condusse alla fede:  « Mentre perseguita quelli che hanno accolto Dio (vasa Dei) diventa Paolo [da Saulo] e lui stesso (diventa) ricettacolo di fede (vas fidei) come prescelto per le genti e tutti i popoli » (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 1761 c, d).
La basilica paolina, per il congiunto intervento di Galla Placidia e Papa Leone – Placidiae pia mens operibus decus omne paterni(s) / gaudet pontificis studio plendere Leonis (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 1761 b), poteva dunque esibire nella sua superficie di maggiore visibilità – l’arco trionfale – la coppia apostolica unita, ma distinta nei ruoli e nei carismi, come sintetizzati, in termini scritturistici, nelle due iscrizioni illustrative delle immagini di Pietro e Paolo.

(L’Osservatore Romano – 27 giugno 2009)

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San Cirillo Alessandrino: « La folla rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090702

Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario : Mt 9,1-8
Meditazione del giorno
San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa

« La folla rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini »

Il paralitico, incurabile, era steso sul suo letto. Avendo esaurito l’arte dei medici, venne, portato dai suoi, verso l’unico vero medico, il medico che viene dal cielo. Ma quando fu posto davanti a colui che poteva guarirlo, fu la sua fede ad attirare lo sguardo del Signore. Per mostrare bene che questa fede era capace di distruggere il peccato, Gesù dichiarò subito : « Ti sono rimessi i tuoi peccati ». Forse uno mi dirà : « Quest’uomo voleva essere guarito dalla sua malattia, perché dunque Cristo gli annuncia la remissione dei suoi peccati ? » Questo avvenne affinché tu imparassi che Dio vede il cuore dell’uomo nel silenzio, e senza rumore contempla i sentieri di tutti i viventi. La Scrittura dice infatti : « Gli occhi del Signore osservano le vie dell’uomo, ed egli vede tutti i suoi sentieri » (Pr 5, 21).

Eppure mentre Gesù diceva « Ti sono rimessi i tuoi peccati », lasciava il campo libero all’incredulità ; infatti il perdono dei peccati non si vede con i nostri occhi di carne. Quindi quando il paralitico si alza e cammina, manifesta con evidenza che Cristo possiede la potenza di Dio…

Chi possiede questo potere ? Lui solo o anche noi ? Anche noi, con lui. Lui, perdona i peccati perché è l’uomo Dio, il Signore della Legge. Quanto a noi, abbiamo ricevuto questa grazia ammirabile e meravigliosa, perché egli ha voluto dare questo potere all’uomo. Ha detto infatti agli apostoli : « In verità vi dico : tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo » (Mt 18, 18) ; E ancora : « A chi rimetterete i peccati saranno rimessi » (Gv 20, 23).

Madonna della Lettera, Patrona della città di Messina, un interessante articolo sul sito

Madonna della Lettera, Patrona della città di Messina, un interessante articolo sul sito dans immagini sacre mammadellalettera

http://www.reginamundi.info/icone/lettera.asp

Publié dans:immagini sacre |on 1 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

La conversione di Oscar Wilde

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18812?l=italian

La conversione di Oscar Wilde

Intervista allo scrittore e saggista Paolo Gulisano

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 30 giugno 2009 (ZENIT.org).- Oscar Wilde è fin troppo famoso, ma ben poco conosciuto. L’esteta, il commediografo brillante, l’icona del mondo gay, fu allo stesso tempo un ricercatore inesausto del Bello, del Buono, ma anche e soprattutto di quel Dio che non aveva peraltro mai avversato, dal quale si fece pienamente abbracciare dopo l’esperienza drammatica del carcere.

Wilde arrivò a chiudere il suo itinerario umano in comunione con la Chiesa Cattolica, adempiendo a quello che aveva scritto anni prima: “il Cattolicesimo è la sola religione in cui morirei”.

A rivelare la profonda cattolicità di Wilde è Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha appena pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14).

Si tratta di un ritratto a tutto tondo di Oscar Wilde, che rappresenta tutta la complessa personalità, ne evidenzia tutti gli aspetti, andando alla scoperta degli scenari su cui recitò la sua parte nel gran teatro della vita, delle sue passioni, dei suoi interessi, del suo immaginario e della sua attenzione ai problemi sociali, e infine del suo sentimento religioso profondo e autentico.

Per meglio conoscere la storia di un commediografo le cui opere vengono rappresentate nei teatri di tutto il mondo, ZENIT ha intervistato Paolo Gulisano.

Lei rintraccia nella figura di Wilde uno spessore ben maggiore di quello comunemente attribuitogli, cioè di un dandy brillante e superficiale, un esteta dalla battuta pronta ma effimera. Viceversa lei tira in ballo nozioni come Bellezza e Verità…

Gulisano: Oscar Wilde rappresenta un mistero non ancora pienamente svelato, un uomo e un artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca. Non solo un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana, ma anche un lucido analizzatore della Modernità con i suoi aspetti positivi e soprattutto inquietanti.

Il Ritratto di Dorian Gray è il racconto straordinario dell’uomo moderno che insegue disperatamente un’Eterna Giovinezza, che si pone l’obiettivo utopistico di vincere o perlomeno ingannare la morte. Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.

Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna. Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?

Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po’ il file rouge del suo lavoro?

Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: « Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista ». Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio.

Ci sono molte curiosità a proposito di Wilde. Una è che le figure che determinarono la sua esistenza finirono quasi tutte per convertirsi…

Gulisano: Esatto: amici come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico.

Lei da anni indaga, nei suoi libri, il filo d’oro culturale e religioso che percorre in modo a volte celato, la cristianità anglosassone, da cinque secoli staccata da Roma e per certi versi una centrale mondiale di secolarizzazione e anticattolicità. C’è un disegno in queste sue indagini? Dove trova le motivazioni? Perchè questa ricerca?

Gulisano: L’Inghilterra cattolica ha conosciuto per prima in Europa la persecuzione, la secolarizzazione, il tentativo di emarginare la Fede; per questo ha sviluppato quegli anticorpi spirituali che sono presenti in autori quali Newman, Chesterton, Tolkien. E possono fornire ancora oggi un utile vaccino contro i mali spirituali del nostro tempo. 

Benedetto XVI: la preghiera è il primo impegno dell’Anno sacerdotale

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18822?l=italian

Benedetto XVI: la preghiera è il primo impegno dell’Anno sacerdotale

In occasione dell’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 1° luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in piazza San Pietro.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sulla celebrazione dell’Anno sacerdotale.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

con la celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo nella Basilica di san Paolo fuori le Mura si è chiuso, come sapete, il 28 giugno, l’Anno Paolino, a ricordo del secondo millennio della nascita dell’Apostolo delle genti. Rendiamo grazie al Signore per i frutti spirituali, che questa importante iniziativa ha apportato in tante comunità cristiane. Quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale. Come ebbi a sottolineare già durante la prima Celebrazione eucaristica nella Cappella Sistina dopo la mia elezione a successore dell’apostolo Pietro, è proprio dalla piena comunione con Cristo che « scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli » (cfr Insegnamenti, I, 2005, pp. 8-13). Ciò vale in primo luogo per i sacerdoti. Per questo, ringraziamo la Provvidenza di Dio che ci offre la possibilità adesso di celebrare l’Anno Sacerdotale. Auspico di cuore che esso costituisca per ogni sacerdote un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione.

Come durante l’Anno Paolino nostro riferimento costante è stato san Paolo, così nei prossimi mesi guarderemo in primo luogo a san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars, ricordandone il 150° anniversario della morte. Nella lettera che per questa occasione ho scritto ai sacerdoti, ho voluto sottolineare quel che maggiormente risplende nell’esistenza di questo umile ministro dell’altare: « la sua totale identificazione col proprio ministero ». Egli amava dire che « un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina ». E, quasi non riuscendo a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una povera creatura umana, sospirava: « Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia ».

In verità, proprio considerando il binomio « identità-missione », ciascun sacerdote può meglio avvertire la necessità di quella progressiva immedesimazione con Cristo che gli garantisce la fedeltà e la fecondità della testimonianza evangelica. Lo stesso titolo dell’Anno Sacerdotale – Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote – evidenzia che il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale, e così, nella vita del sacerdote, annuncio missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice. Del resto il fine della missione di ogni presbitero, potremmo dire, è « cultuale »: perché tutti gli uomini possano offrirsi a Dio come ostia viva, santa e a lui gradita (cfr Rm 12,1), che nella creazione stessa, negli uomini diventa culto, lode del Creatore, ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare abbondantemente gli uni agli altri. Lo avvertivano chiaramente negli inizi del cristianesimo. San Giovanni Crisostomo diceva, ad esempio, che il sacramento dell’altare e il « sacramento del fratello » o, come dice « sacramento del povero » costituiscono due aspetti dello stesso mistero. L’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono soltanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo, unico Mediatore: sacrificio che i presbiteri offrono in modo incruento e sacramentale in attesa della nuova venuta del Signore. Questa è la principale dimensione, essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo.

Cari fratelli e sorelle, a fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: « Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo » (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2). La missione di ogni singolo presbitero dipenderà, pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale del suo « nuovo essere ». Dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta, dipende il sempre rinnovato entusiasmo del sacedote per la missione. Anche per i presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est: « All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva » (n. 1).

Avendo ricevuto un così straordinario dono di grazia con la loro « consacrazione », i presbiteri diventano testimoni permanenti del loro incontro con Cristo. Partendo proprio da questa interiore consapevolezza, essi possono svolgere appieno la loro « missione », mediante l’annuncio della Parola e l’amministrazione dei Sacramenti. Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l’impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo, ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società. La pagina evangelica, che abbiamo ascoltata all’inizio, sta invece a richiamare i due elementi essenziali del ministero sacerdotale. Gesù invia, in quel tempo ed oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo e dà ad essi il potere di cacciare gli spiriti cattivi. « Annuncio » e « potere », cioè « parola » e « sacramento » sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale, al di là delle sue possibili molteplici configurazioni.

Quando non si tiene conto del « dittico » consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini. Durante questo Anno Sacerdotale, che si protrarrà fino alla prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, preghiamo per tutti i sacerdoti. Si moltiplichino nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità religiose specialmente quelle monastiche, nelle associazioni e nei movimenti, nelle varie aggregazioni pastorali presenti in tutto il mondo, iniziative di preghiera e, in particolare, di adorazione eucaristica, per la santificazione del clero e le vocazioni sacerdotali, rispondendo all’invito di Gesù a pregare « il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe » (Mt 9,38). La preghiera è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e l’anima dell’autentica « pastorale vocazionale ». La scarsità numerica di ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a curare meglio la direzione spirituale e il sacramento della confessione, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani. Chi prega non ha paura; chi prega non è mai solo; chi prega si salva! Modello di un’esistenza fatta preghiera è senz’altro san Giovanni Maria Vianney. Maria, la Madre della Chiesa, aiuti tutti sacerdoti a seguirne l’esempio per essere, come lui, testimoni di Cristo e apostoli del Vangelo.

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