Archive pour le 28 juillet, 2009

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno fur%20seal%20napping

South Georgia, Prion Island, young fur seal asleep on tussock grass
12/15/2005

http://cathywebster.com/antarctica/

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

San Francesco di Sales: « Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro » (Gv 11,5)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090729

Santa Marta, memoria : Lc 10,38-42
Meditazione del giorno
San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Introduzione alla vita devota, III, 19

« Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro » (Gv 11,5)

Ama tutti con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose… Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia. Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un’amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio. È bello poter amare sulla tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell’altro.

Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell’amicizia spirituale, nell’ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: «Com’è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme» (Sal 132,1)… Mi sembra che tutte le altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa… Per i cristiani che vivono tra la gente del mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un’alleanza reciproca con una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene… È fuor di dubbio, e nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un’amicizia più tenera e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Madonna di Pompei

Madonna di Pompei dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia di Papa Bendetto a Pompei (2008)

stavo rileggendo questa omelia di Papa Bendetto a Pompei, così ve la propongo (o ripropongo!), dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081019_pompei_it.html  
 
VISITA PASTORALE
AL PONTIFICIO SANTUARIO DI POMPEI 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza del Pontificio Santuario di Pompei
Domenica, 19 ottobre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Seguendo le orme del Servo di Dio Giovanni Paolo II, sono venuto in pellegrinaggio quest’oggi a Pompei per venerare, insieme a voi, la Vergine Maria, Regina del Santo Rosario. Sono venuto, in particolare, per affidare alla Madre di Dio, nel cui grembo il Verbo si è fatto carne, l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano sul tema della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. La mia visita coincide anche con la Giornata Missionaria Mondiale: contemplando in Maria Colei che ha accolto in sé il Verbo di Dio e lo ha donato al mondo, pregheremo in questa Messa per quanti nella Chiesa spendono le loro energie a servizio dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Grazie, cari fratelli e sorelle, per la vostra accoglienza! Vi abbraccio tutti con affetto paterno, e vi sono riconoscente per le preghiere che da qui fate salire incessantemente al Cielo per il Successore di Pietro e per le necessità della Chiesa universale.

Un cordiale saluto rivolgo, in primo luogo, all’Arcivescovo Carlo Liberati, Prelato di Pompei e Delegato Pontificio per il Santuario, e lo ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Il mio saluto si estende alle Autorità civili e militari presenti, in modo speciale al Rappresentante del Governo, il Ministro per i Beni Culturali, ed al Sindaco di Pompei, il quale al mio arrivo ha voluto indirizzarmi espressioni di deferente benvenuto a nome dell’intera cittadinanza. Saluto i sacerdoti della Prelatura, i religiosi e le religiose che offrono il loro quotidiano servizio in Santuario, tra i quali mi piace menzionare le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e i Fratelli delle Scuole Cristiane; saluto i volontari impegnati in diversi servizi e gli zelanti apostoli della Madonna del Rosario di Pompei. E come dimenticare, in questo momento, le persone che soffrono, gli ammalati, gli anziani soli, i giovani in difficoltà, i carcerati, quanti versano in pesanti condizioni di povertà e di disagio sociale ed economico? A tutti e a ciascuno vorrei assicurare la mia vicinanza spirituale e far giungere la testimonianza del mio affetto. Ognuno di voi, cari fedeli e abitanti di questa terra, ed anche voi che siete spiritualmente uniti a questa celebrazione attraverso la radio e la televisione, tutti vi affido a Maria e vi invito a confidare sempre nel suo materno sostegno.

Lasciamo ora che sia Lei, la nostra Madre e Maestra, a guidarci nella riflessione sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. La prima Lettura e il Salmo responsoriale esprimono la gioia del popolo d’Israele per la salvezza donata da Dio, salvezza che è liberazione dal male e speranza di vita nuova. L’oracolo di Sofonia si indirizza ad Israele che viene designato con gli appellativi di “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” e viene invitato alla gioia: “Rallégrati… grida di gioia… esulta!” (Sof 3,14). E’ il medesimo appello che l’angelo Gabriele rivolge a Maria, a Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). “Non temere, Sion” (Sof 3,16), dice il Profeta; “Non temere, Maria” (Lc 1,30), dice l’Angelo. E il motivo della fiducia è lo stesso: “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te / è un salvatore potente” (Sof 3,17), dice il Profeta; “il Signore è con te” (Lc 1,28), assicura l’Angelo alla Vergine. Anche il cantico di Isaia si conclude così: “Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, / perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele” (Is 12,6). La presenza del Signore è fonte di gioia, perché, dove c’è Lui, il male è vinto e trionfano la vita e la pace. Vorrei sottolineare, in particolare, la stupenda espressione di Sofonia, che rivolgendosi a Gerusalemme dice: il Signore “ti rinnoverà con il suo amore” (3,17). Sì, l’amore di Dio ha questo potere: di rinnovare ogni cosa, a partire dal cuore umano, che è il suo capolavoro e dove lo Spirito Santo opera al meglio la sua azione trasformatrice. Con la sua grazia, Dio rinnova il cuore dell’uomo perdonando il suo peccato, lo riconcilia ed infonde in lui lo slancio per il bene. Tutto questo si manifesta nella vita dei santi, e lo vediamo qui particolarmente nell’opera apostolica del beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei. E così apriamo in quest’ora anche il nostro cuore a questo amore rinnovatore dell’uomo e di tutte le cose.  

Sin dai suoi inizi, la comunità cristiana ha visto nella personificazione di Israele e di Gerusalemme in una figura femminile un significativo e profetico accostamento con la Vergine Maria, la quale viene riconosciuta proprio quale “figlia di Sion” e archetipo del popolo che “ha trovato grazia” agli occhi del Signore. E’ una interpretazione che ritroviamo nel racconto evangelico delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). L’evangelista Giovanni mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal “vino buono”. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che viene detta all’inizio “la madre di Gesù”, ma che poi il Figlio stesso chiama “donna” – e questo ha un significato molto profondo: implica infatti che Gesù, a nostra meraviglia, antepone alla parentela il legame spirituale, secondo il quale Maria impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli. E preghiamo il Signore, che ha dato a Bartolo Longo la grazia di portare l’amore in questa terra, affinché anche la nostra vita e il nostro cuore portino questo frutto dell’amore e rinnovino così la terra.

All’amore esorta anche l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani. Troviamo delineato in questa pagina il programma di vita di una comunità cristiana, i cui membri sono stati rinnovati dall’amore e si sforzano di rinnovarsi continuamente, per discernere sempre la volontà di Dio e non ricadere nel conformismo della mentalità mondana (cfr 12,1-2). La nuova Pompei, pur con i limiti di ogni realtà umana, è un esempio di questa nuova civiltà, sorta e sviluppatasi sotto lo sguardo materno di Maria. E la caratteristica della civiltà cristiana è proprio la carità: l’amore di Dio che si traduce in amore del prossimo. Ora, quando san Paolo scrive ai cristiani di Roma: “Non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (12,11), il pensiero nostro va a Bartolo Longo e alle tante iniziative di carità da lui attivate per i fratelli più bisognosi. Spinto dall’amore, egli fu in grado di progettare una città nuova, che poi sorse attorno al Santuario mariano, quasi come irradiazione della sua luce di fede e di speranza. Una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo, non, come si suol dire, una “cattedrale nel deserto”, ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo. La storia della Chiesa, grazie a Dio, è ricca di esperienze di questo tipo, e anche oggi se ne contano parecchie in ogni parte della terra. Sono esperienze di fraternità, che mostrano il volto di una società diversa, posta come fermento all’interno del contesto civile. La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo!

Chi avrebbe potuto pensare che qui, accanto ai resti dell’antica Pompei, sarebbe sorto un Santuario mariano di portata mondiale? E tante opere sociali volte a tradurre il Vangelo in servizio concreto alle persone più in difficoltà? Dove arriva Dio, il deserto fiorisce! Anche il beato Bartolo Longo, con la sua personale conversione, diede testimonianza di questa forza spirituale che trasforma l’uomo interiormente e lo rende capace di operare grandi cose secondo il disegno di Dio. La vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grandissima attualità. Egli infatti, nel periodo degli studi universitari a Napoli, influenzato da filosofi immanentisti e positivisti, si era allontanato dalla fede cristiana diventando un militante anticlericale e dandosi anche a pratiche spiritistiche e superstiziose. La sua conversione, con la scoperta del vero volto di Dio, contiene un messaggio molto eloquente per noi, perché purtroppo simili tendenze non mancano nei nostri giorni. In questo Anno Paolino mi piace sottolineare che anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo: apostolo della fede cristiana, del culto mariano e, in particolare, del Rosario, in cui egli trovò una sintesi di tutto il Vangelo.

Questa città, da lui rifondata, è dunque una dimostrazione storica di come Dio trasforma il mondo: ricolmando di carità il cuore di un uomo e facendone un “motore” di rinnovamento religioso e sociale. Pompei è un esempio di come la fede può operare nella città dell’uomo, suscitando apostoli di carità che si pongono al servizio dei piccoli e dei poveri, ed agiscono perché anche gli ultimi siano rispettati nella loro dignità e trovino accoglienza e promozione. Qui a Pompei si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili. Qui il genuino popolo cristiano, la gente che affronta la vita con sacrificio ogni giorno, trova la forza di perseverare nel bene senza scendere a compromessi. Qui, ai piedi di Maria, le famiglie ritrovano o rafforzano la gioia dell’amore che le mantiene unite. Opportunamente, quindi, in preparazione dell’odierna mia visita, uno speciale “pellegrinaggio delle famiglie per la famiglia” si è compiuto esattamente un mese fa, per affidare alla Madonna questa fondamentale cellula della società. Vegli la Vergine Santa su ogni famiglia e sull’intero popolo italiano!

Questo Santuario e questa città continuino soprattutto ad essere sempre legati a un dono singolare di Maria: la preghiera del Rosario. Quando, nel celebre dipinto della Madonna di Pompei, vediamo la Vergine Madre e Gesù Bambino che consegnano le corone rispettivamente a santa Caterina da Siena e a san Domenico, comprendiamo subito che questa preghiera ci conduce, attraverso Maria, a Gesù, come ci ha insegnato anche il caro Papa Giovanni Paolo II nella Lettera Rosarium Virginis Mariae, in cui fa riferimento esplicito al beato Bartolo Longo ed al carisma di Pompei. Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è “arma” spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo.

Cari fratelli e sorelle, in questa Eucaristia, fonte inesauribile di vita e di speranza, di rinnovamento personale e sociale, ringraziamo Dio perché in Bartolo Longo ci ha dato un luminoso testimone di questa verità evangelica. E volgiamo ancora una volta il nostro cuore a Maria con le parole della Supplica, che tra poco insieme reciteremo: “Tu, Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza, abbi pietà di noi … Misericordia per tutti, o Madre di misericordia!”. Amen.         
 

Publié dans:Maria Vergine, Papa Benedetto XVI |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia di Benedetto XVI per i Vespri nella Cattedrale di Aosta

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19086?l=italian

Omelia di Benedetto XVI per i Vespri nella Cattedrale di Aosta

AOSTA, venerdì, 24 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una trascrizione di lavoro dell’omelia pronunciata quasi interamente a braccio da Benedetto XVI, nel presiedere questo venerdì pomeriggio la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Aosta alla presenza di circa 400 persone tra sacerdoti, religiosi e laici della diocesi.

* * *

Eccellenza,

cari fratelli e sorelle,

vorrei innanzitutto dire grazie a lei, Eccellenza, per le sue buone parole con le quali mi ha introdotto nella grande storia di questa chiesa cattedrale e così mi ha fatto sentire che preghiamo qui, in questa bella chiesa, non solo in questo momento ma anche nei secoli. E grazie a tutti voi che siete venuti per pregare con me e per rendere visibile così questa rete di preghiera che ci collega tutti e sempre.

In questa breve omelia vorrei dire qualche parola sulla orazione con la quale si concludono questi Vespri, perché mi sembra che in questa orazione il brano della Lettera ai Romani, ora letto, sia interpretato e trasformato in preghiera.

La orazione si compone di due parti, un indirizzo, una intestazione per così dire, e poi la preghiera composta da due domande. Cominciamo con l’indirizzo che ha, a sua volta, due parti. Va qui un po’ concretizzato il “tu” al quale parliamo per poter bussare con migliore forza al cuore di Dio. Nel testo italiano leggiamo semplicemente, “Padre misericordioso”, il testo originale latino e un po’ più ampio e dice “Dio onnipotente e misericordioso”. Dio. Nella mia recente Enciclica ho tentato di mostrare la priorità di Dio sia nella vita personale che anche nella vita, nella storia e nella società del mondo. Certamente la relazione con Dio è una cosa profondamente personale, e la persona è un essere in relazione e se la relazione fondamentale, la relazione con Dio non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta.

Ma questo vale anche per la società, per l’umanità come tale, anche qui se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni, per trovare la strada, l’orientamento dove andare. Dio. Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente. Ma Dio, come conoscerlo? Nelle visite ad limina parlo sempre delle religioni tradizionali con i Vescovi soprattutto africani, ma anche dell’Asia e dell’America latina, dove ci sono ancora queste religioni. Sono molti i dettagli abbastanza diversi, naturalmente, ma ci sono anche elementi comuni. Tutti sanno che c’è Dio, un solo Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non sono Dio, che c’è Dio, il Dio.

Ma nello stesso tempo questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non conosciamo il suo volto. E così la religione in gran parte si occupa di cose come i poteri più vicini, gli spiriti, gli antenati, etc., perché Dio stesso è troppo lontano e quindi ci si deve arrangiare con questi poteri vicini.

E l’evangelizzazione consiste proprio nel fatto che il Dio lontano si avvicina. Che Dio non è più lontano ma è vicino. Che questo conosciuto-sconosciuto adesso realmente si fa conoscere, mostra il suo volto, si rivela, il velo sul volto scompare. E perciò perché Dio stesso adesso è vicino, lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro mondo, non c’è più bisogno di arrangiarsi con questi altri poteri perché lui è il potere vero, è l’Onnipotente. Non so perché nel testo italiano hanno omesso la parola “onnipotente”, ma è vero che ci sentiamo un po’ quasi minacciati dall’onnipotenza, sembra limitare la nostra libertà, sembra un peso troppo forte, ma dobbiamo imparare che l’onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché Dio è il bene, è la verità e perciò Dio può tutto ma non può agire contro il bene, non può agire contro la verità, non può agire contro l’amore e contro la libertà, perché egli stesso è il bene, è l’amore e la vera libertà e perciò tutto ciò che fa non può mai essere in contrasto con verità, amore e libertà. E’ vero il contrario: Egli Dio è il custode della nostra libertà, dell’amore, della verità. Questo occhio che ci vede non è un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un’amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza che è bene essere è bene vivere. E’ l’occhio dell’amore che ci dà l’aria di vivere.

Dio onnipotente e misericordioso, una orazione romana collegata con il testo del Libro della Sapienza dice: « O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono ». Il vertice della potenza di Dio è la misericordia e il perdono. Nel nostro concetto mondiale di oggi del potere pensiamo che ha il potere chi ha grandi proprietà; in economia è chi ha qualcosa da dire, che dispone di capitali per influire sul mondo del mercato, pensiamo che ha il potere chi dispone del potere militare, che può minacciare. E la domanda di Stalin – “Quante divisioni ha il Papa?” – ancora caratterizza l’idea media del potere. Il potere lo ha chi può essere pericoloso, chi può minacciare, chi può distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo.

Ma la Rivelazione ci dice che non è così. Il vero potere è il potere di grazia e misericordia. Nella misericordia Dio dimostra il vero potere e così la seconda parte di questo indirizzo dice: “Che hai redento il mondo con la passione del tuo Figlio”. Dio ha sofferto e nel Figlio soffre con noi e questo è l’ultimo apice del suo potere: che è capace di soffrire con noi. Così dimostra il vero potere divino. Voleva soffrire con noi e per noi e nelle nostre sofferenze non ci ha mai lasciato soli. Dio nel suo Figlio ha sofferto ed è vicino a noi nelle nostre sofferenze.

Tuttavia rimane la questione difficile, che adesso non si può interpretare ampiamente: perché era necessario soffrire per salvare il mondo? Era necessario? Perché nel mondo esiste un oceano di male, di ingiustizia, di odio, di violenza, e le tante vittime dell’odio, dell’ingiustizia, hanno diritto che sia fatta giustizia. Dio non può ignorare questo grido dei sofferenti, che sono oppressi dall’ingiustizia. Perdonare non è ignorare ma trasformare. E Dio deve entrare in questo mondo e opporre all’oceano dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e dell’amore. E’ questo l’avvenimento della Croce che da quel momento è andato contro l’oceano del male. Esiste un fiume infinito e perciò sempre più grande di tutte le ingiustizie del mondo. Un fiume di bontà, di verità, di amore. Così Dio perdona trasformando il mondo ed entrando nel nostro mondo perché ci sia realmente una forza, un fiume di bene più grande di tutto il male che possa mai esistere.

E così l’indirizzo a Dio diventa un indirizzo a noi, cioè questo Dio ci invita a metterci dalla sua parte, a uscire dall’oceano del male, dell’odio, della violenza, dell’egoismo e di identificarci, di entrare nel fiume del suo amore.

E proprio questo è il contenuto della prima parte della preghiera che segue: “Fa che la tua Chiesa si offra a te come sacrificio vivo e santo”. Questa domanda diretta a Dio va a anche a noi stessi. E’ un accenno a due testi della Lettera ai Romani. Nel cap. 12, Paolo dice che dobbiamo noi stessi divenire “un sacrificio vivente”, cioè noi stessi con tutto il nostro essere dobbiamo essere adorazione, sacrifico, restituire il nostro mondo a Dio, trasformare così il mondo.

Al cap. 15 dove Paolo descrive l’apostolato come sacerdozio, la funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché diventi “ostia vivente”, perché il mondo diventi liturgia. Che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo ma che il mondo stesso diventi “ostia vivente”, diventi liturgia. E’ la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin che alla fine avremo una vera liturgia cosmica, e il cosmo diventerà ostia vivente. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere sacerdoti in questo senso, ad aiutare nella trasformazione del mondo in adorazione di Dio, cominciando da noi stessi. Che la nostra vita parli di Dio, che la nostra vita sia realmente liturgia, annuncio di Dio, porta attraverso la quale il Dio lontano diventa Dio vicino e realmente dono di noi stessi a Dio.

E poi la seconda domanda: Fa che il tuo popolo “sperimenti sempre la pienezza del tuo amore”. Il testo latino aveva detto saziaci col tuo amore e così il testo accenna al Salmo che abbiamo cantato, dove si dice “apri la tua mano e sazia la fame di ogni vivente”. E quanta fame esiste sulla Terra! Fame di pane in tante parti del mondo. Sua Eccellenza ha parlato anche delle sofferenze delle famiglie qui. Fame di giustizia, fame di amore. E con questa preghiera preghiamo Dio: apri la tua mano e sazia realmente la fame di ogni vivente. Sazia la fame nostra con la verità del tuo amore. Così sia. Amen.

[Trascrizione e adattamento a cura di ZENIT]

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

L’architettura sacra: mura di pietra che rimandano al divino

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19114?l=italian

L’architettura sacra: mura di pietra che rimandano al divino

Intervista all’architetto irlandese Breda Catherine Ennis

di Carmen Elena Villa Betancourt

ROMA, martedì, 28 luglio 2009 (ZENIT.org).- Costruire una chiesa, un monastero, un altare, disegnare un leggio o un chiostro sono compiti che vanno al di là dell’elaborare un progetto o un plastico e iniziare l’opera.

L’architetto del sacro deve sempre pensare che la costruzione non è fatta soltanto da mura, ma che al suo interno l’uomo cerca un rifugio per incontrare l’Eternità.

ZENIT ha parlato con l’architetto irlandese Breda Catherine Ennis, Associate Professor of Fine Arts dell’università americana di Roma, dove risiede. E’ anche collaboratrice della « Radio Vaticana » e docente presso l’Università Europea.

A suo avviso il compito di un architetto culmina con la consacrazione della chiesa o della cappella, che in quel momento « passa ad essere opera di Dio e non degli uomini ».

Breda ha partecipato di recente al restauro della cappella dell’ambasciata irlandese presso la Santa Sede, e ha voluto condividere con ZENIT questa e altre esperienze e riflessioni sulla sua professione.

Papa Giovanni Paolo II si è rivolto agli artisti varie volte nei suoi discorsi. Che importanza dava all’architettura all’interno delle celebrazioni liturgiche?

Breda Catherine Ennis: La Chiesa sta compiendo dei passi avanti per cercare di far ritornare gli artisti a lavorare per la Chiesa stessa. Si è creata, infatti, una grande distanza tra la Chiesa e gli artisti, sosteneva il Santo Padre Giovanni Paolo II, che invece voleva riunire sia gli artisti che gli architetti per collaborare allo stesso scopo, in modo da arricchirsi spiritualmente a vicenda.

Si deve ricordare che l’architettura delle chiese, per una cinquantina o sessantina d’anni, non ha avuto alcuna linea guida sia per la parte iconografica sia per quella liturgica, e praticamene se ne era perso completamente l’orientamento.

Sia Paolo VI che Giovanni Paolo II hanno avuto un grande ruolo in questa risensibilizzazione verso una rinnovata responsabilità artistica nel campo liturgico. Giovanni Paolo II sosteneva, infatti, che l’artista deve riappropriarsi della responsabilità di esserlo e che la Chiesa deve aiutare sia gli artisti sia gli architetti a creare un ambiente più bello, in quanto diceva che la mancanza di bellezza era una delle cose che creavano più problemi all’uomo.

Una grande preoccupazione per lui era che la gente non frequentasse più la Santa Messa se non per le feste comandate, come Natale o Pasqua, e voleva trovare la maniera di attirare i giovani, incoraggiandoli a ritornare in Chiesa insieme alle loro famiglie.

Il Papa ha cominciato ad educare i giovani e i ragazzi enfatizzando il discorso sulla preghiera. Questo messaggio, però non è stato accolto nella sua totalità, e solamente quando si è trattato della sua malattia, che lui ha voluto lasciare visibile a tutti, ha potuto dare una grandissima testimonianza di fede attraverso la sofferenza stessa. Le persone hanno cominciato a venire di più in chiesa.

Come Benedetto XVI ha conservato questo messaggio?

Breda Catherine Ennis: Tutto proviene dal fatto che la gente ha bisogno di un insegnamento su cosa è questo e quello… Giovanni Paolo II ha ‘aperto’ la porta della chiesa, e ora Benedetto XVI sta spiegando alle gente che cosa c’è dentro. Lui sta insegnando il vecchio linguaggio dell’interno di una chiesa, dal punto di vista simbolico e teologico. Quale ruolo ha l’ambone? Perché l’altare è cosi importante? Che cos’è il ‘pallio’? Potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma la gente ha perso il contatto ‘visivo’ e ‘simbolico’ della Chiesa e il suo ruolo nella nostra vita.

Ho sempre pensato, ed è ciò che dico ai miei studenti (nel corso di master all’Università Europea di Roma), che alla base dell’architettura e dell’arte sacra ci dovrebbe essere più Dio e meno « io ».

Io vedo in un certo senso Giovanni Paolo II come architetto e Benedetto XVI come artista, non dimenticando che Paolo VI ha ‘donato’ il terreno per costruire l’edificio. Il compito di questi tre grande Papi è stato ed è di riportare le persone a contemplare il ‘sacro’ e anche capire che cos’è il
‘sacro’, in particolare per quello che riguarda la costruzione e la decorazione di una chiesa. Dobbiamo riscoprire il lato spirituale della nostra religione e il luogo di culto.

Secondo lei, tra le chiese più importanti di Roma qual è o quali sono quelle che riescono a trasmettere maggiormente questo senso spirituale?

Breda Catherine Ennis: Se vedo oltre il periodo moderno e contemporaneo devo scegliere la Basilica di Santa Sabina sull’Aventino.

E’ una chiesa paleocristiana che è stata modificata meno delle altre dello stesso periodo. E’ rimasta più integra, e si avvicina di più a quello che dovrebbe essere un luogo di culto ideale sia per la costruzione che per l’atmosfera di spiritualità che vi si riscontra.

L’altra Chiesa è il Gesù. Al tramonto, quando c’è meno luce, non so se è una reazione suggestiva, si percepisce (anche se si sa) che quando è stata costruita quella chiesa si usavano delle candele e dopo delle lampade per illuminarla. Non si può giudicare la luce da quello che si capta ora, in confronto a ciò che c’era prima, che sicuramente creava una grande atmosfera di mistero.

Quando in questa chiesa viene spenta la luce principale, si percepisce quanto le mura siano impregnate di preghiera. Questi muri sono custodi di preghiera. Lo so perché si percepisce la presenza di una sacralità totale. E’ una chiesa che sembra che attiri. Ti viene da pensare due volte prima di alzare la voce. Arriva una sfumatura di luce improvvisa dentro la penombra, che ti porta e ti aiuta. Il tardo pomeriggio in questo chiesa è un momento sublime.

Mi viene in mente anche Notre Dame di Parigi, perché quando ascolti la musica dentro questa chiesa, che ha un coro favoloso, questi muri nudi cantano da soli.

Nell’arte contemporanea le mura spoglie riflettono il vuoto, il freddo, invece le chiese gotiche hanno le mura nude, ma l’atmosfera e la costruzione di tutte queste colonne è tale che ci si sente come in una foresta molto possente. Una foresta spirituale di Dio.

L’Abbazia di Casamari è un’altra chiesa affascinante. Quando si entra si rimane colpiti perché tutte le mura sono spoglie, ma quando arriva il sole, dalle finestrelle di alabastro, sembra una luce divina che proietta fuori da questo mondo. E’ il grande pennello di colore che Dio applica alla tua anima.

Quali devono essere le caratteristiche di un architetto cattolico che disegna il progetto di una chiesa?

Breda Catherine Ennis: Il talento di costruire sta nella capacità di fare il proprio mestiere; studiando le cose che circondano la chiesa e capendo che cosa stessero facendo le persone della zona in cui viene costruita. Non si può entrare lì come un treno partendo e arrivando dove ‘vuoi tu’. Bisogna studiare il terreno e le varie esigenze della zona e la parrocchia. Un po’ come hanno fatto gli artisti che hanno dipinto le scene cristologiche e quelle di Mosè nella Cappella Sistina. Tutti gli artisti, sotto la direzione di Perugino e dei teologi del Papa, hanno trovato un modo di lavorare in maniera armoniosa fra loro, avendo anche stili completamente diversi. Tutto per dare un messaggio visivo dalla Bibbia. Così hanno fatto un lavoro che si concentrava sul compito di ‘eseguire’ questo messaggio. La storia sacra raccontata in immagini, non la storia degli artisti stessi. Per me è un capolavoro di armonia e umiltà davanti al Divino. Questa armonia e umiltà è fondamentale per gli architetti e gli artisti di oggi.

Quale chiesa moderna l’ha colpita in particolare?

Breda Catherine Ennis: Una è la chiesa di Le Corbusier – Notre Dame – a Ronchamp, in Francia.
L’altra è la Cattedrale di ‘St. Mary’s’ di Tokyo, di Renzo Tange. La prima è un insieme di onde spirituali tinte di colori e luci sottili, la seconda è una ‘tenda avvolgente’ di eleganza e raffinatezza che ti porta all’‘essenziale’ nell’esperienza religiosa.

Come può coniugare un architetto del secolo XXI la modernità con la spiritualità?

Breda Catherine Ennis: Guardando due cose: la materia, nel fare qualsiasi cosa con la materia, e la preparazione spirituale, ovvero cercare di avvicinare le persone al Signore. Si deve fare una preparazione interiore perché il resto viene da sé, non è che possediamo l’interiorità creativa né l’ispirazione. Se ti viene, è un dono di Dio.

E coloro che ricevono questa grazia avranno un mestiere, per forza maggiore, o una vocazione che è quella di servire.. Devono servire gli altri!

Lei ha fatto un altare e un leggio per la cappella dell’ambasciata irlandese presso la Santa Sede a Roma…

Breda Catherine Ennis: Sì, ed è stata un’esperienza incredibile. Il Dipartimento degli Affari Esteri Irlandesi a Dublino mi hanno incaricato di disegnare un altare e un leggio per questa piccola cappella, alla fine dei restauri fatto nella stessa ambasciata.

Era la prima volta che ricevevo una commissione per un lavoro ‘sacro’. All’inizio ero molto nervosa. Mi sono messa nelle mani di Dio e ho cominciato a pregare per ricevere l’‘ispirazione’ giusta per fare un lavoro che avrebbe onorato il ruolo del altare. Elementi paleocristiani, celtici e moderni sono entrati nel disegno. E’ un altare di rovere massiccio di Slovenia. Un ebanista italiano, Luigi Branchetti, ha curato la costruzione e abbiamo usato alcune tecniche che risalgono al Rinascimento. Nella parte frontale dell’altare ho dipinto tre pannelli a colore con al centro una croce in bianco e giallo su una base di turchese. I lati sono dipinti in rosso, blu e oro (oro vero). Ci sono alcuni rilievi (sui lati) in legno, con un disegno di una croce celtica/greca.

L’altare è stato consacrato dall’Arcivescovo (ora Cardinale) Sean Brady alla presenza del Presidente d’Irlanda, la dott.ssa Mary McAleese.

Questa esperienza mi ha reso consapevole dell’importanza della preghiera, necessaria per fare un lavoro che riguarda il campo del ‘sacro’, e anche dell’enorme energia che esige un lavoro di questo tipo.

Publié dans:Architettura |on 28 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Ecrire sans censures ! |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31