Archive pour le 23 juillet, 2009

buona notte

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Sant’Agostino: « Ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta »

dal sito:

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Meditazione del giorno
Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi,  101  

« Ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta »

Il seme fu sparso dagli Apostoli e dai Profeti; fu sparso dal Signore in persona – egli infatti era nei suoi Apostoli, poiché anch’egli prese parte alla mietitura, dato che quelli non potevano far nulla senza di lui, mentre egli era perfetto senza di loro; egli infatti disse loro: «Senza di me voi non potete far nulla» (Gv 15,5). Cristo dunque mentre spargeva il seme tra i pagani, che cosa dice? «Ecco, un contadino andò a seminare» (Mt 13,3). Da una parte i mietitori sono mandati a mietere, dall’altra un contadino andò sollecito a seminare. Che gliene importa se una parte del seme cade sulla strada, un’altra in terreno sassoso e un’altra in mezzo alle spine? Se avesse esitato a seminare in questi terreni poco adatti, non sarebbe arrivato al terreno fecondo…

Badiamo a noi stessi; facciamo sì che il seme non cada sulla strada o sui sassi o tra le spine ma su terreno buono, in modo che il seme produca il trenta, il sessanta e il cento per uno; una percentuale è maggiore e un’altra è minore, ma tutto è frumento. Il nostro cuore non sia come una strada ove il seme verrebbe calpestato e il nemico, come un uccello, lo porterebbe via. Non sia come un luogo sassoso, ove il terreno troppo scarso farebbe germogliare subito il seme, ma il germoglio non potrebbe sopportare il calore del sole. Non vi siano spine, cioè le passioni mondane, le preoccupazioni derivanti da una vita viziosa. Che c’è infatti di peggio delle preoccupazioni per la vita, che non ci permettono d’arrivare alla vita? Che c’è di più miserando che perder la vita volendoci preoccupare della vita? Che c’è di più infelice che andare a finire nella morte per timore della morte? Siano dunque estirpate le spine, si prepari il campo, siano accolti i semi, si arrivi alla messe, si desideri il granaio.

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San Marc Charbel

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una presentazione del messaggio di Marc Charbel (ora santo) di Divo Barsotti

dal sito:

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IL MESSAGGIO DEL BEATO CHARBEL MAKHLOUF
 
 
I santi iniziano la loro vera vita con la morte; è allora infatti che entrano in comunione con noi e noi possiamo sentirli presenti nella nostra vita. L’insegnamento del Beato Charbel ci giunge proprio attraverso questo allargarsi, dilatarsi dell’ammirazione che suscita, dell’amore che provoca in tutte le anime che lo conoscono. Se sulla terra egli è vissuto nel silenzio, il silenzio stesso della sua vita ora diviene parola, messaggio a tutte le anime. La sua beatificazione lo propone come esempio a tutta la Chiesa e lo propone come esempio proprio alla fine del Concilio ecumenico. La provvidenza divina ha legato in qualche modo il beato Charbel non solo al Concilio ecumenico, ma in modo particolare alla Costituzione pastorale; si direbbe che come la Costituzione dogmatica ha avuto una nota previa dopo la promulgazione della Costituzione, come chiave d’interpretazione di questo documento, il massimo che abbia proclamato il Concilio, così la beatificazione del beato Charbel è la chiave d’interpretazione della costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata il giorno prima della sua beatificazione. Interpretazione che modera l’eccessivo ottimismo che potrebbe derivare dalla lettura affrettata di alcune pagine della costituzione pastorale e che ridimensiona comunque il dialogo che la Chiesa deve fare col mondo, perché questo dialogo non esaurisce l’attività della Chiesa. Il dialogo infatti, pur essendo necessario alla Chiesa, perché essa ha una missione nei confronti degli uomini, è soltanto iniziale condizione a un altro dialogo che poi la Chiesa deve fare con un Altro, con Dio, il quale rimane in silenzio.
Noi dobbiamo considerare quale sia il messaggio del Beato Charbel. L’ammirazione del suo popolo per lui, la proclamazione solenne della sua santità hanno richiamato l’attenzione sulla sua vita. Il messaggio del Beato Charbel non può essere di fatto che la sua vita, divenuta oggi per gli uomini un insegnamento.
È vero, i santi vivono più intensamente dopo la morte, e tuttavia dopo la morte non vivono una vita diversa da quella che hanno vissuto, dicono al mondo il senso e il valore che ha avuto la loro vita che, quando essi erano quaggiù, sembrava non avere alcun senso, alcun valore. Egli è vissuto e nessuno ha saputo nulla di lui. Ora che è morto, tutti meditano la sua vita.
Che cosa è stata la vita del Beato Charbel? Leggendo la sua biografia si ha proprio l’impressione che gli agiografi vadano alla ricerca di tutti gli aneddoti possibili e immaginabili per riempire le pur poche pagine dedicate a questa grande figura. In verità la vita del Beato Charbel è in quello che essi non dicono: nella monotonia, nel silenzio, nella povertà di un’esistenza che non ha attirato lo sguardo di alcuno. La sua grandezza sta nel non aver voluto nulla per sé fintanto che è vissuto quaggiù, nemmeno la stima degli uomini, nemmeno un palpito solo di affetto né da parte dei suoi familiari, né dai monaci che facevano parte della sua stessa famiglia. Si ha l’impressione che durante la sua vita egli non sia stato apprezzato nemmeno dai suoi confratelli, che la sua grandezza non sia stata riconosciuta da alcuno. La sua santità si è imposta, anche dopo la morte, prima agli estranei che ai confratelli che avevano vissuto con lui. Gli uomini hanno bisogno di associare la grandezza a fatti esteriori, al prestigio della personalità, al successo delle intraprese, al fulgore della dottrina, alla capacità organizzativa. Ma quando l’uomo è privo di queste prerogative o se ne spoglia, allora si fa presto a dimenticarsi di lui. L’uomo si è donato a Dio? E gli uomini lo lasciano a Dio, lo abbandonano a Dio e si dimenticano di lui. Egli era lassù, solo. Un discepolo era con lui. La presenza del discepolo è stata l’occasione perché egli potesse obbedire a uno più giovane e molto meno profondo di lui nella vita spirituale.
Gli aneddoti stessi raccontati nella sua biografia dimostrano quanto fossero rari i suoi incontri coi superiori o con i fratelli dell’Ordine, che non vivevano nell’eremo della montagna. Qualche novizio andava lassù e voleva vedere questo monaco strano, il quale non si decideva mai ad alzare gli occhi o a dire una parola. Cercavano di sorprenderlo in orazione, o lo stuzzicavano perché uscisse dal suo silenzio. Nulla di più. Non si ha affatto l’impressione che costoro vedessero in lui il santo futuro.
Consacratosi interamente a Dio, egli non ha tolto più nulla al suo dono, non ha chiesto più nulla per sé, non ha vissuto attraverso la sua lunga vita che un lento ma sempre più irresistibile affondare nel nulla: per questo la sua vita è stata un continuo progressivo sparire agli occhi degli uomini.
La sua santità si è imposta per i fenomeni di cui erano testimoni gli estranei; poi anche gli stessi monaci hanno incominciato a vedere… Il monastero si è illuminato da sé nella notte… I monaci hanno pensato in un primo tempo di ricoprire tutto col silenzio. E non certo per prudenza… Pensavano che fossero impressioni di illusi, di poveri paesani. Pian piano tuttavia si è imposta una certa attenzione. Poi è venuto il fatto del corpo incorrotto, di questo corpo che galleggiava nell’acqua e rimaneva flessibile anche dopo anni. Allora si è ripensato alla sua vita. E questa vita, che era sembrata insignificante, pian piano invece, col passare degli anni, s’ingigantiva. Non per gli avvenimenti esteriori che gli uomini non ricordavano più: gli stessi esempi di virtù di cui ci parlano le biografie son ben povera cosa. Mettendoli a confronto con quello che si può dire di tanti altri santi appaiono del tutto insignificanti, quasi comuni. La grandezza del Beato Charbel è nel suo silenzio, nella purezza assoluta della sua donazione. Per lui non esiste che Dio. In questo senso davvero la sua vita si identifica con la morte: morte ad ogni rapporto umano, morte ad ogni valore umano. Egli vive solo nella Presenza di Dio e la luce della divina Presenza veramente per lui eclissa ogni cosa. In questa luce egli è sottratto a tutto; nascosto nella luce così come la luce nasconde ai suoi occhi ogni cosa.
Proprio perché egli era già morto, pur continuando a vivere, era naturale che gli uomini non facessero caso al suo silenzio, né alla sua virtù; vivevano con lui senza rendersi conto della sua presenza, perché la virtù in lui non era più esercizio di ascesi. Ma già morto, egli viveva come se nessuna creatura avesse più un potere su di lui. E, come per i morti, gli uomini accettavano placidamente che egli vivesse così. I novizi potevano parlare con Macario, e così pure i lavoratori che andavano a dissodare la vigna, lui lo lasciavano in pace; a lui si rivolgevano unicamente per affidargli gli arnesi di lavoro. Non aveva più né volontà, né desideri da esprimere. Viveva come fosse già morto.
La grandezza della sua figura sta proprio nel riconoscimento di una donazione che è stata vera-mente assoluta. Gli unici rapporti che ebbero gli uomini con lui non fecero che sottolineare la rottura reale che egli aveva compiuto con tutto, per essere totalmente di Dio.
Il Beato Charbel visse di Dio, ma non si può dire – a differenza di tanti altri mistici della Chiesa – che i documenti che noi conserviamo dimostrino una sua esperienza mistica straordinaria.
Una delle componenti del Beato Charbel è anche questa: Dio riceve il dono della vita e non dà in cambio a Charbel nulla, lo lascia nella sua povertà. La sua vita religiosa nel contatto con Dio è una vita di preghiera, certo, di una preghiera continua, certo, ma non di una esperienza mistica straordinaria. Vive abitualmente – si direbbe – attratto da Dio, vive nella divina Provvidenza a tal punto che le cose umane non lo toccano più; ma non ha né estasi né visioni, non è soggetto a fe­nomeni straordinari. È un assorbimento in Dio che avviene in tanta semplicità che tu non sai quando s’inizia il suo cammino di ascesa verso il Signore, né dove termini. Si può dire che nella sua vita monastica, dall’inizio alla fine, egli appare lo stes­so. Il progressivo assorbimento in Dio non implica alcun mutamento di forme o di metodi, non im­plica mutamento di formule nemmeno nella pre­ghiera. Al termine, come forse da novizio, ripete le stesse preghiere, compie i medesimi atti, legge i medesimi libri e sono libri della devozione delle anime pie, anzi del popolo.
Giuseppe De Luca ci dice che nell’Italia meri­dionale, sessant’anni fa, tutte le sere ogni buona madre di famiglia leggeva una pagina di Sant’Al­fonso de’ Liguori e particolarmente Le glorie di Maria. Ebbene era il libro che amava il beato Charbel.
Come Dio lascia povera l’anima! Nelle sue for­me esteriori può darci qualche fastidio, non c’è nessuna nobiltà e grandezza in questa preghiera. È la preghiera che nelle sue formule e nei suoi me­todi è propria di tutte le anime. Ma egli vive, at­traverso questi metodi e queste formule, un assor­bimento in Dio totale. Il fulmine può cadere sul suo eremo, può bruciare le tovaglie dell’altare ed egli continua a rimanere assorto nella preghiera senza turbarsi; non se ne accorge neppure. Non si accorge di vivere una grandissima preghiera per il fatto che vive abitualmente sospeso fra cielo e terra, assorbito nella divina Presenza. È un’anima che affonda nella luce divina, è un’anima nascosta nella luce di Dio. È questa la testimonianza che il Beato Charbel ci dona, la testimonianza cioè di una vita che può essere già la vita stessa dei santi, pur essendo vissuta ancora sulla terra.
La sua vita non differisce da quella di coloro che sono già ,passati nel seno di Dio. Sì, gli chiedono qualche cosa, qualche piccolo lavoro nei campi, qualche aiuto. E la benedizione ai malati. Ma in realtà queste sue attività non fanno che sottolineare l’immenso silenzio della sua vita. È il silen­zio dei morti, il silenzio delle anime che sono già passate nel seno di Dio. Non si accorgevano di lui nemmeno i contadini, che pure lavoravano insie­me con lui nella medesima vigna; non lo ricor­davano, né pensavano a lui i superiori, i confratelli.
Viveva quaggiù ed era come morto. Ora che è morto, egli vive. Il suo ordine monastico non vive che per lui; se vanno avanti altre cause di beatifi­cazione di suoi confratelli, è merito suo. E non soltanto il suo ordine monastico sente l’efficacia della sua protezione e la sua continua presenza. Il Libano è davvero una sentinella avanzata so­prattutto nel Medio Oriente: è proprio per il Bea­to Charbel che i cattolici hanno la coscienza di questa vocazione del Libano e della cristianità orientale, testimone dell’antica santità dei Padri del deserto. La Chiesa, che vive oggi un vivo im­pegno ecumenico, vede nella venerazione comune che hanno per la sua tomba i cristiani separati, i musulmani e i drusi, il primo esempio di un ecumenismo in atto, realizzato dalla santità.
Oggi si giunge a dichiarare che il comandamento dell’amore di Dio è vissuto soltanto come amore del prossimo… Non esiste per l’uomo alcuna possibilità di vivere un suo rapporto con Dio che nel servizio del prossimo. Espressioni esagerate, ma significative del cristianesimo di oggi. Un cristianesimo che si sente impegnato per questo mondo e per questa vita e non si sente impegnato a rendere testimonianza della Realtà di Dio e di un’altra Vita che è imminente per tutti.
Il Beato Charbel era morto prima di morire, noi non vogliamo pensare nemmeno che dovremo morire. Eppure è possibile davvero esser cristiani senza desiderare la morte? Certo, non è possibile amare Dio senza desiderare la morte. Come potremmo infatti amarlo e non desiderare la via che ci porta alla sua visione? Dio non soltanto è morto per Nietzsche, per Sartre, è morto anche per i cristiani, è divenuto una riserva di energia, un mito che stimola soltanto il loro impegno terrestre.
La Chiesa sarebbe infedele a Dio se non desse, attraverso i suoi santi, la testimonianza di una do-nazione a Dio senza compenso, in una vita di adorazione, di preghiera, di immolazione.
La vita del Beato Charbel implica il riconoscimento di una vocazione di continua preghiera. Egli adora perché vive nella divina Presenza e tuttavia non adora soltanto. Egli vive nel silenzio dell’adorazione, ma tende a Dio nell’amore.
La vita divina non è forse il colloquio eterno che il Padre vive col Figlio e il Figlio col Padre? Tutta la vita di Dio non è che questo. Preghiera in senso improprio, certo, se per preghiera s’intende esclusivamente la domanda. Preghiera in senso proprio se s’intende per preghiera una comunione di amore. E tu devi vivere ora una preghiera che è anche domanda, perché tu sei povero e tu devi chiedere più amore a Dio, perché sei povero e devi chiedere che il tuo amore per lui cresca ogni giorno di più. Ma tutta la tua vita deve essere preghiera che è rapporto di amore, preghiera che è come un ricevere continuo Dio che si comunica a te, a te che sei nulla. Ma anche dono di amore che risale da te verso il Padre in un’aspirazione continua di lode, in un desiderio vivo di amore, in un bisogno continuo di essere tutto per lui, così come egli è tutto per te.
Ed è questa la preghiera di Charbel; egli vive nella preghiera il dono continuo di sé a Dio, egli vive la sua consacrazione in una intimità che si direbbe totale tanto è profonda. Il suo silenzio non è solo adorazione, ma pienezza di amore.

* * *

Anche il racconto della morte del beato Charbel ci fa capire – se ce ne fosse bisogno – come per molti anni non ci si preoccupò neppure di fissare in un modo preciso gli avvenimenti più importanti della sua vita. E così non si sa con esattezza quando il malore mortale lo abbia colpito.
Il giorno stesso della morte nel necrologio si scrisse che di lui si sarebbe parlato, soprattutto per sottolinearne l’obbedienza incondizionata, ma nessuno poi pensò di fatto a parlarne; e se non ci fossero stati i miracoli e se non ci fossero state quelle manifestazioni soprannaturali che hanno accompagnato il trasferimento della sua salma, nessuno forse anche dei monaci ne avrebbe scritto.
Il suo maestro, per il quale ora è in corso il processo di beatificazione, sì, meritava che l’Ordine lo ricordasse : era un dotto, era stato un maestro! Ma il Beato Charbel… un eremita che aveva scelto il silenzio, non poteva ricevere che il silenzio che aveva voluto. Così non sappiamo nulla di preciso neppure per quanto riguarda la sua morte.
Sappiamo solo che nel suo giaciglio, in delirio, non faceva che ripetere la grande preghiera della Liturgia maronita: «O Padre di verità». Non riusciva ad andare avanti e la ripeteva continuamente, quasi sollecitato interiormente a finir la sua messa che, colpito da malore, egli aveva dovuto interrompere. La messa era stata la sua vita e doveva terminarla con la sua morte. È l’insegnamento che ci dà la sua morte, ed è la chiave per interpretare la sua vita. Egli ha vissuto sopra l’altare come una vittima immolata per la lode di Dio. Sacerdote, egli ha vissuto il suo sacerdozio non attraverso un apostolato in servizio ai fratelli, un ministero di predicazione, ma identificandosi sempre più a Cristo nel suo Sacrificio. La grandezza del Beato Charbel è in quella preghiera che egli incessantemente ripete, che egli è ansioso di finire, e non riesce a finire. In coma, in delirio, egli non vive che quello che sempre ha vissuto: la sua identificazione mistica col Cristo Sacerdote.
Certo, ha esercitato in un certo modo il suo sacerdozio anche verso quelle famiglie che l’hanno chiamato e dalle quali egli è andato solo per pura obbedienza. E tuttavia il suo sacerdozio egli l’ha vissuto soprattutto nella sua messa solitaria, al colmo del giorno, come atto supremo della giornata. È verso mezzogiorno che egli celebrava. Tutto tendeva a quest’atto. Così, giustamente, doveva riassumersi in quell’atto anche la morte. Non vi è morte più commovente e più sacerdotale della sua. Le parole che egli ripete, l’agonia che egli vive, in fondo, non soltanto riassumono la sua vita, ma sono anche la significazione della vita della Chiesa, della nostra medesima vita. «Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi». La Chiesa non continua che l’agonia; è il Cristo fatto presente, ma fatto presente inchiodato alla croce. Il beato Charbel nella sua morte, in qualche modo, è il simbolo di tutta la Chiesa che fa presente il mistero redentore del Cristo, il suo sacrificio.
Era stato sempre povero, era stato sempre dimenticato da tutti, ora si trova immobilizzato nel suo giaciglio, incapace di provvedere anche ai bisogni più umili; non si accorge nemmeno di quello che gli altri fanno intorno al suo letto. D’altra parte non sono molti quelli che lo assistono: fra Macario, un povero paesano… Ed egli vive così sette lunghi giorni, aspettando la morte. Così la Chiesa, così noi tutti viviamo, viviamo il mistero di Gesù che muore, il mistero della sua agonia; non viviamo che l’offerta della nostra vita a Dio e Dio la riceve proprio nella misura in cui ci inchioda nella nostra impotenza. Ma nella nostra solitudine ci fa consapevoli di una nostra unione con Lui.
La grandezza del Beato Charbel si manifesta pienamente nel fatto che egli diviene nella sua morte non più soltanto il simbolo vivente, il segno della vita sacerdotale, ma il simbolo vivente di tutta la Chiesa che col Cristo s’immola, che col Cristo è una vittima sola, per vivere la sua offerta di amore, nello spogliamento di ogni potenza, nel supremo abbandono, nella sua povertà. Chi sa nulla di lui? Nemmeno lui si accorge di quello che vive. Egli crede di essere ancora all’altare. Eppure è proprio in questa sua suprema debolezza e umiliazione, onde egli deve affidarsi a coloro che ha sempre servito, che il beato Charbel diviene un esempio, il segno, il simbolo di tutta la cristianità. La nostra vita vale nella misura in cui in noi un Altro si fa presente e vive il suo mistero. E questo mistero è un mistero di adorazione e di lode, è un sacrificio.
Questo monaco, al mondo di oggi, dice le supreme esigenze di Dio, che rimangono identiche per tutte le età: sono le esigenze che il Padre ha avuto nei riguardi del Figlio suo. Egli in tutte le età non chiede altro a ciascuno di noi che la morte, ma una morte di amore; la morte nell’adorazione e nella pace, la morte di Gesù.
In quei sette giorni si svela la vita del beato Charbel. Egli non ha vissuto che la sua identificazione con Cristo e questa identificazione diviene perfetta con la morte.
La santità non è superabile, perché nella santità è il Cristo stesso che si fa presente, e il Cristo è la «Presenza reale».
La santità non è superabile: perché è identificazione con Cristo. Anche oggi noi possiamo sentirci compagni, fratelli di Charbel e di Antonio, di Pacomio e di Serafino di Sarov: nessuno ci è più vicino dei santi, perché i santi ci sono vicini come ci è vicino il Signore, anzi nel Signore noi tutti siamo con loro e viviamo un’unica vita.
E la vita è la morte. Perché la vita del cristiano è il suo morire per amore, è il suo morire la morte di Cristo. Non vivremo mai quaggiù nella condizione presente, se non il nostro morire, perché non possiamo vivere la nostra resurrezione che in quanto abbiamo superato la condizione terrestre per vivere la visione del Padre con gli occhi di Cristo.

* * *

Gli uomini muoiono e morendo scompaiono dalla scena del mondo, passano nel silenzio di Dio e gli altri non sanno più nulla di loro. Per i santi la vita comincia dopo la morte, non solo perché dopo la morte essi vivono nella visione di Dio, ma perché dopo la morte il mondo si rende conto finalmente della loro presenza, e dopo la morte essi agiscono con una potenza e un’efficacia ancora maggiore che in vita. Se questo è vero per tutti i santi, quanto più è vero per quelle anime che, nascoste totalmente in Dio durante la loro vita mortale, appena sono morte, riempiono del loro nome e della loro presenza l’universo!
Così il beato Charbel.
Di rito maronita, figlio del Libano, è vissuto sepolto, prima ancora di morire, in un silenzio totale. Dopo la morte non solo egli parla a tutta la cristianità, ma parla a tutte le anime religiose; musulmani, drusi, oltre che cattolici e cristiani di tutti i riti: tutti salgono la santa montagna dove egli è vissuto, dinanzi al Signore, per anni e anni, senza dire parola che potesse farlo uscire dal silenzio di una pura adorazione a Dio.
Ma non è soltanto l’eco della sua vita che sembra crescere anno per anno in mezzo alla cristianità, quello che soprattutto ci impressiona. La cosa più mirabile è la coincidenza della sua beatificazione con la chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. A me sembra che nessuno abbia sufficientemente meditato questo fatto che è di una importanza incalcolabile per tutta la Chiesa. I Padri del Concilio prima di lasciarsi, dopo avere proclamato tanti mirabili documenti di sapienza dottrinale, hanno venerato un monaco che aveva fatto della sua vita un puro olocausto di adorazione al Signore. Se un grande insegnamento viene a tutta la Chiesa dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, forse un insegnamento altrettanto grande ci viene anche da questa beatificazione che chiude il Concilio. Dopo di essa vi furono, il 7 e l’8 dicembre, altre due assemblee generali, ma in fondo non aggiunsero nulla a quanto era già stato detto. L’ultima grande parola del Concilio è la beatificazione di questa grande anima che il mondo non conobbe e che invece tutti i Padri venerarono come uno degli esempi più fulgidi di una presenza di Dio nella Chiesa del nostro tempo.
Più singolare ancora è il fatto che la beatificazione del beato Charbel ebbe luogo solo un giorno dopo la proclamazione di quella Costituzione che sembra essere del tutto agli antipodi, per l’insegnamento che ci dà, dall’insegnamento di questa umile vita.
Io non so se i Padri abbiano rilevato, se non altro, le date. Dopo il loro entusiasmo nel proclamare la Costituzione in cui il mondo e la Chiesa s’abbracciavano finalmente, non era forse un monito dato da Dio che il giorno dopo la stessa Chiesa, gli stessi Padri dovessero venerare un uomo che era vissuto nel mondo, senza che il mondo si fosse nemmeno accorto della sua presenza? Un giorno dopo soltanto, questa beatificazione sembrava quasi smentire quanto si era già proclamato.
Tutto questo, certo, non è perché l’esercizio straordinario del Magistero nel Concilio Ecumenico non implichi un’assistenza divina; ma si può dire che sia stata contraria al volere di Dio la esaltazione solenne, alla presenza di tutta la Chiesa, di questo umile monaco? Allora non si potrà interpretare la Costituzione pastorale indipendentemente da quella beatificazione e non si può vedere quella beatificazione che alla luce di quella Costituzione: Dio ha voluto unire i due avvenimenti e i cristiani debbono mantenerli uniti. Una troppo facile accettazione del mondo, una troppo facile pretesa di andare d’accordo sarà sempre impedita al cristiano dalla glorificazione di una santità che ripete nel secolo XX le forme di una santità che sembrava ormai sorpassata e che molti oggi giudicano anacronistica, anzi addirittura non cristiana.
Certo, la Chiesa non può non essere radicata nel mondo dal momento che è una Chiesa visibile, dal momento che nel mondo deve operare, e tuttavia il Beato Charbel insegna che tutta la sua ricchezza è al di là, che tutto il suo amore termina al di là di questa scena presente. Pur vivendo nel mondo, pur dovendo col mondo stabilire un dialogo, la Chiesa vive l’adorazione, la Chiesa vive l’impegno di una testimonianza del primato di Dio, il dono di sé senza compenso a un Dio che rimane in silenzio.
Certo il mondo non può capire questa santità, ma sarebbe una cosa terribile che non la capissero i cristiani. Non è durante lo svolgimento dei lavori del Concilio che è stato beatificato il Beato Charbel, ma alla fine, come sigillo di tutta l’azione dottrinale dei Padri. Dopo tanto insegnamento così meravigliosamente opportuno sul piano dogmatico e pastorale, è l’ultimo insegnamento, forse il più grande che Dio attraverso il Concilio ci dà. Tutto è grande, tutto è opportuno, tutto è bello, ma più grande, più opportuno, più bello di tutto è il silenzio di una vita che adora, s’immola e si offre a Dio e nulla pretende in cambio, tranne l’accettazione divina. L’unico premio al dono che l’anima fa di se stessa, è che Dio veramente lo accetti, permettendo all’anima di affondare ogni giorno di di più come nel nulla, in una umiltà senza fondo, in un silenzio totale.
La beatificazione è l’atto più alto della vita del Beato Charbel: un atto che ha un valore di universale messaggio, un atto che è un richiamo solenne a una meditazione e a un riconoscimento di quelli che sono i supremi valori del cristianesimo. Si è detto che i santi vivono dopo la morte e noi crediamo che il Beato Charbel non abbia detto ancora l’ultima parola. E l’ultima parola la dirà attraverso di noi che, accogliendo il suo messaggio, vogliamo farlo vivo e presente per un mondo che sembra impazzito e avere smarrito il senso di Dio. Il Beato Charbel tanto più vivrà, quanto più la Chiesa, attraverso le anime che accoglieranno una simile vocazione, vorrà moltiplicare la testimonianza di una vita perduta per gli uomini e tutta offerta al Signore. Questo è il messaggio e il dono più grande che ci fa il Beato Charbel. La santità non si supera mai. Nessuno ha mai superato la fede di Abramo: egli rimane anche oggi per noi, secondo le parole di San Paolo, modello e patriarca della fede.
Il messaggio del Beato Charbel è questo: non è vero che i santi di oggi non devono essere come i santi di ieri perché la santità rimane identica : è Dio che vive nel cuore dell’uomo. Per questo possono essere presenti anche oggi nel secolo XX la vita, l’esempio, la presenza di Antonio e di Basilio, di Pacomio e di Ilarione. In ogni tempo, in ogni luogo si può fare nuovamente presente l’esempio di santi che vissero anche secoli e secoli fa.
Noi non possiamo accettare che oggi la santità non possa esprimersi che in un servizio del prossimo. Rimane la possibilità di una vita che totalmente si spenda nell’adorazione di Dio, che totalmente affondi nel suo mistero. Dio non è un mito di cui gli uomini possono valersi per stimolarsi a un servizio umano sempre più efficace e universale. Del resto il servizio degli uomini non sarebbe ancora carità se non fosse il segno dell’amore che l’uomo già porta nel suo cuore a Dio. D’altra parte, forse, all’uomo di oggi il cristiano non potrebbe fare un servizio più grande di questo: di richiamarlo al primato di Dio, di assicurargli che egli è ed è lui solo la vita dell’uomo.

Divo Barsotti

Publié dans:Santi |on 23 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

San Charbel Makhluf, monaco libanese maronita del Libano

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=saintfeast&localdate=20090724&id=2959&fd=0

San Charbel Makhluf

(molto venerato in Francia, lo vedo dal mio blog francese, ma anche in altre parti del mondo)

Monaco, presbitero ed eremita

(memoria facoltativa)

Charbel, al secolo Youssef, Makhluf , nacque a Beqaa-Kafra (Libano) l’8 maggio 1828. Quinto figlio di Antun e di Brigitte Chidiac, entrambi contadini, fin da piccolo parve manifestare grande spiritualità. A 3 anni rimase orfano di padre e sua madre si risposò con un uomo molto religioso che successivamente ricevette il ministero del diaconato.

All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna e, in questo periodo, iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera: si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli (oggi è chiamata “la grotta del santo”). A parte il suo patrigno (diacono), Youssef ebbe due zii materni che erano eremiti e appartenenti all’Ordine Libanese Maronita. Da essi accorreva con frequenza trascorrendo molte ore in conversazioni riguardanti la vocazione religiosa e il monacato, che ogni volta si fa più significativo per Lui.

All’età di 23 anni, Youssef  ascoltò la voce di Dio “Lascia tutto, vieni e seguimi”, si decide, e quindi, senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina dell’anno 1851, si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, soprattutto riguardo all’obbedienza. Quì Youssef prese l’abito di novizio e scelse il nome Charbel, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.

Passato qualche tempo fu trasferito al convento di Annaya, dove professò i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo portò al monastero di San Cipriano di Kfifen (nome del paese), dove realizzò i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine.

Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 e, dopo poco tempo, ritornò al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. Lì passò lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli, nelle diverse attività che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, cura delle anime ed il lavoro manuale (più è umile meglio è).

Il 13 febbraio del 1875, dietro sua richiesta ottenne dal Superiore  di farsi eremita nel vicino eremo situato a 1400 m. sul livello del mare, dove si sottopose alle più dure mortificazioni.

Il 16 dicembre 1898, mentre celebrava la S. Messa in rito Siro-maronita, lo colse un colpo apoplettico; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di sofferenze ed agonia finché il 24 dicembre lasciò questo mondo.

A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba. Questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido; rimesso in un’altra cassa, fu collocato in una cappella appositamente preparata, e, dato che il suo corpo emetteva del sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana.

Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che  Charbel faceva e del culto di cui era oggetto, il P. Superiore generale Ignacio Dagher andò a Roma, nel 1925, per sollecitare l’apertura del processo di beatificazione.

Nel 1927 la bara fu di nuovo sotterrata. Nel febbraio del 1950 monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido, e, supponendo un’infiltrazione d’acqua, fu riaperto il sepolcro davanti a tutta la Comunità monastica: la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore con un amitto asciugò il sudore rossastro dal viso di Charbel e il volto rimase impresso sul panno.

Sempre nel 1950, ad aprile, le autorità religiose superiori, con una apposita commissione di tre noti medici, riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi lì portati da parenti e fedeli ed infatti molte guarigioni istantanee ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare: “Miracolo! Miracolo!” Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia anche non essendo cristiano. 

Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 dicembre 1965, Pp Paolo VI lo beatificò, con le seguenti parole: “un eremita della montagna libanese è iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire, in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio”.

Il 9 ottobre 1977, lo stesso Pp  Paolo VI, ora Servo di Dio, proclamò Charbel ufficialmente santo, nel corso della cerimonia celebratasi in San Pietro. 

Innamorato dell’Eucaristia e della Santa Vergine Maria, San Charbel, modello ed esempio di vita consacrata, è considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.

“Il giusto fiorirà, come una palma, si alzerà come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore.” Sal.91(92)13-14

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Santa Brigida di Svezia

Santa Brigida di Svezia dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

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Santa Brigida di Svezia, festa il 23 luglio – compatrona d’Europa

dal sito:

http://www.mariadinazareth.it/santa_brigida_di_svezia.htm

Santa Brigida di Svezia

1303-1373 – Compatrona d’Europa
 
Maria Di Lorenzo

Una laica felicemente sposata — A Roma per il Papa e per l’Europa — Il Redentore e la Corredentrice
Il carisma dell’unità — Testamento spirituale — Le braccia materne di Dio — Notizia sull’autrice

Passò la vita in preghiere e penitenze per ottenere da Dio la riconciliazione e la purificazione della Chiesa, che attraversava un momento molto difficile della sua storia.

Adoperarsi per il ritorno del papa da Avignone fu il suo obiettivo, ma era destino che Brigida non vedesse realizzato il suo sogno, di cui passò idealmente il testimone a S. Caterina da Siena.

Il suo destino era di seminare, non di raccogliere; di combattere, non di vincere; di camminare, non di arrivare. Troppo in anticipo, forse, rispetto ai suoi tempi, al punto che ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, la sua figura si presenta ai nostri occhi in una luce di modernità davvero straordinaria, se pensiamo alla sua esistenza vissuta nel cuore del Medioevo.

Brigida Birgersdotter nacque nel 1303 a Finsta, in Svezia, quando la Scandinavia era ancora cattolica. I suoi genitori appartenevano alla più alta nobiltà e si racconta che la madre, mentre era incinta di lei, durante un viaggio rischiò di annegare in un naufragio e riuscì a salvarsi a stento. La notte seguente avrebbe udito la voce della Madonna che le diceva: « Sei stata salvata per il frutto che porti in seno. Nutrilo dunque nell’amore di Dio ».

A dieci anni Brigida ebbe la prima visione mistica di Cristo e desiderò prendere il velo, ma suo padre qualche anno dopo le impose per ragioni politiche di sposare il diciottenne Ulf Gudmarsson. Dal matrimonio nacquero otto figli, quattro maschi e quattro femmine, fra cui quella che poi divenne S.Caterina di Svezia.

Ulf era un giovane mite e ricco di fede. Insieme diventeranno terziari francescani, dedicandosi all’educazione cristiana dei figli e alle opere di carità. Brigida sarà per vent’anni una moglie e madre esemplare. Una laica felicemente sposata.

La vita di corte la mette in contatto con la travagliata vita sociale del suo tempo e accende in lei un vivo interesse per la politica europea. Ma poiché non ha mai smesso di pensare alla vita religiosa, studia la letteratura mistica, legge molto, principalmente la Sacra Scrittura e le opere di S.Bernardo di Chiaravalle, che portano a perfezione la sua educazione religiosa.

Sposa e madre, dama di corte. Questa fu la sua vita per oltre vent’anni, finché il marito morì. Era il 1344. Due anni prima, al ritorno da un pellegrinaggio a Santiago de Compostela, Ulf era entrato fra i monaci cistercensi ad Alvastra.

Per Brigida ora è il momento della svolta. Decide di indossare l’abito cinerino del Crocifisso della Verna, simbolo di povertà e penitenza. Iniziano le rivelazioni celesti, rivelazioni che le giungevano in uno stato d’estasi e che al risveglio scriveva lei stessa oppure dettava al suo confessore, attraverso le quali divenne una messaggera di Cristo per comunicare, perorare ed esortare il Papa e i prelati.

Lettere, messaggi, anche invettive: contro il malcostume del tempo la sua voce ammonitrice si leva con insolita energia. Brigida ha una natura forte e volitiva, e nessuna intenzione di chiudere il proprio orizzonte fra due zolle. Per il Papa e per l’Europa si sentirà spinta a partire alla volta di Roma in occasione dell’anno santo del 1350 e da lì non se ne andrà più.

Brigida era una grande mistica ma anche una donna molto pratica, quindi non appena si stabilì a Roma, nella casa di piazza Farnese, la adattò per i pellegrini che fossero giunti dai paesi scandinavi, a cui si offrivano ospitalità e alta spiritualità. La sua vita invece era molto austera, totale la sua povertà. La nobile figlia di Svezia dovette mendicare spesso il pane quotidiano mescolata agli altri poveri sugli scalini delle chiese di Roma.

Invisa a molti, lei tuttavia non si lasciò mai scoraggiare dalle avversità. Una sera, si racconta, dei romani circondarono la sua casa a piazza Farnese con l’intenzione di bruciarla viva. Brigida stava proclamando ad alta voce la biblica lode all’Immacolata Tutta bella sei o Maria e il gruppo di oppositori le si scagliò contro, ma lei non si scompose e continuò a pregare.

Appena intonò l’Ave Maris Stella i facinorosi si dispersero: in ringraziamento alla S. Vergine stabilì allora che da quel giorno questo inno venisse cantato quotidianamente in comunità. Ed è ciò che si usa fare ancora oggi nelle case brigidine di tutto il mondo: ogni giorno, prima del Vespro, si intona l’inno latino Ave Maris Stella accompagnato dalla recita di un’Ave Maria.

Mossa dallo Spirito, la santa svedese aveva infatti fondato un Ordine contemplativo femminile e maschile, l’Ordine del SS.Salvatore – la cui Regola venne approvata nel 1370 – che disgraziatamente fu spazzato via in seguito alla Riforma protestante in Europa. Il monastero di Vadstena, culla dell’Ordine, fu saccheggiato e i religiosi dispersi.

Ma oggi esso è più vivo che mai, grazie all’opera riformatrice della Beata Maria Elisabetta Hesselblad, che lo ha rifondato nel XX secolo.

Il Redentore e la Corredentrice

Molte sono le rivelazioni sulla Madonna ricevute da S. Brigida e raccolte nei suoi scritti che ci rivelano la sua profonda dottrina mariana. In esse si affermano la verità dell’Immacolata Concezione, la maternità universale di Maria e la sua missione di Corredentrice del genere umano.

Le rivelazioni della santa richiamano spesso i simboli biblici più suggestivi applicati alla Madonna: arca, roveto ardente, aurora, giglio, calamita che attrae dolcemente i cuori a Dio.

Le rivelazioni parlano pure della vera e falsa devozione a Maria. La vera devozione, dice S. Brigida, è quella che fa amare la Madonna specialmente con l’imitazione delle sue virtù predilette: umiltà, carità, purezza, obbedienza e povertà.

Al centro della spiritualità di S. Brigida troviamo i misteri della Passione di Cristo e delle glorie e dolori di Maria. Brigida seppe cogliere ed evidenziare la centralità di Maria nella storia della salvezza, accanto a Cristo e unita a Cristo, secondo il piano salvifico di Dio.

Il Redentore e la Corredentrice, inseparabili, hanno portato a compimento nel dolore e nell’immolazione la salvezza del genere umano.

La lode incessante a Dio e l’impegno per l’unità dei cristiani caratterizzano il carisma delle suore di S. Brigida, « assidue nell’orazione… praticando l’ospitalità » secondo il precetto paolino (cfr. Romani 12, 12-13). La loro devozione è tutta incentrata sul dramma del Calvario, su Cristo crocifisso e sulla Madre Addolorata sotto la croce. Per questo il motto delle brigidine è « AMOR MEUS CRUCIFIXUS EST ».

Un segno particolare di richiamo alla riparazione, caposaldo dell’ordine brigidino, è la corona portata sul capo con i simboli delle cinque piaghe del Signore, che fa parte dell’abito religioso.

La marianità dell’Ordine è così evidente che non appena si apre il libro delle Regole, dettate da Gesù stesso alla santa, vi si può leggere: « Io voglio istituire questo Ordine per la gloria della mia amatissima Madre ».

Nelle orazioni di S. Brigida, una pia pratica molto diffusa a cui sono legate varie promesse dello stesso Gesù, si può leggere in particolare quella di soccorrere l’anima orante al momento della morte venendo a lei « con la mia amatissima e dilettissima Madre ». Sono le parole di Cristo apparsole un giorno: « Metterò il segno della mia croce vittoriosa davanti a lei per soccorrerla e difenderla contro gli attacchi dei suoi nemici… E la persona otterrà tutto quello che domanderà a Dio e alla Vergine Maria ».

Il testamento spirituale

Ecumenismo, unità, rinnovamento interiore: questo il testamento spirituale lasciato dalla mistica venuta dal Nord. In quella che fu la sua casa a piazza Farnese, dove oggi è la curia generalizia dell’Ordine, si possono ancora visitare le sue stanze. Brigida vi morì il 23 luglio 1373. Era di sabato, giorno della Madonna. Quando sentì vicina l’ora del trapasso, si fece distendere su un tavolo, desiderando morire – così disse – sul duro legno come il suo Salvatore.

Fu canonizzata il 7 ottobre 1391. Un data mariana anch’essa, come si può vedere. Nella Bolla di canonizzazione si affermava che la santa « per grazia dello Spirito Santo meritò di vedere visioni, di udire rivelazioni e di predire molte cose con spirito profetico », riconoscendo quindi alla mistica svedese il carisma della profezia, raramente affibbiato a una donna nella storia della Chiesa.

Una donna tuttavia non comune, chiamata a una missione tutta particolare e per questo assistita e protetta in modo speciale da Maria. Per Lei Brigida compose anche un Sermone e ben nove volumi di rivelazioni.

Le braccia materne di Dio

Profetessa dei tempi nuovi, questa grande santa scandinava, che lavorò instancabilmente per la pace in Europa in un tempo contrassegnato da divisioni religiose, guerre e squilibri politici, è stata dichiarata da Giovanni Paolo II (con Motu proprio del 1° ottobre 1999) compatrona d’Europa, insieme a S. Edith Stein e a S. Caterina da Siena.

Tre sante per la « casa comune »: una svedese, una polacca e un’italiana; una aristocratica, una borghese ebrea, la figlia di un mercante. Tre mistiche uguali e diverse che hanno osato scavalcare le convenzioni sociali e addirittura proporre, sotto l’impulso dello Spirito, un autentico risveglio nella Chiesa (i monasteri sognati da S. Brigida, con monache e monaci sotto una badessa che doveva rappresentare Maria, sono tutt’oggi un modello di altissima avanguardia), ascoltate da papi e potenti della terra per il loro essere canale della voce divina.

Pellegrine dell’assoluto, esse hanno viaggiato in un’epoca in cui le donne viaggiavano pochissimo e quelle poche che viaggiavano lo facevano con grandi difficoltà. Non c’erano infatti i jet supersonici di oggi e i contatti non erano veloci come adesso nell’era del computer e di Internet che veicola messaggi in tempo reale.

In epoche diverse e lontane sono state nel mondo le braccia materne di Dio e, guardando ogni volta a Maria, hanno additato una strada – fra terra e cielo – per abitare da dentro, e concretamente, l’utopia che si avvicina.
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NOTIZIA SULL’ AUTRICE

MARIA DI LORENZO – giornalista e saggista esperta in spiritualità e problematiche religiose. Dopo gli studi classici, si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Urbino; ha lavorato per il quotidiano « Il Tempo » e per la RAI. Ha scritto testi per la Radio Vaticana.
Ha partecipato al volume Il papa scrive, le donne rispondono (Edizioni Dehoniane Bologna, 1996 – a c. di G.P. Di Nicola e A. Danese). Come ricercatrice ha condotto con l’équipe del Centro Studi C.I.O.F.S. di Roma uno studio sulle problematiche femminili nell’Europa del « dopo-Muro » attraverso il cinema, confluito nei saggi: Donna e cinema nell’Europa 2000 (1994) e Donne e cinema fra immaginario e quotidianità (1998).
Attualmente collabora a varie testate, fra le quali: « Milizia Mariana », « Madre di Dio », « Jesus », « Il nostro tempo », « L’Eco di S. Gabriele », « Prospettiva Persona ».
Ha pubblicato il volume Con la croce sul cuore (Bologna 2000), biografia spirituale della filosofa e martire carmelitana Edith Stein. Per le Edizioni Paoline ha realizzato il volume Rosario Livatino – Martire della giustizia (Milano 2000), dedicato alla figura del giovane magistrato – il « giudice ragazzino » – assassinato dieci anni fa in Sicilia dalla mafia.

Publié dans:Santi |on 23 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

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