Archive pour le 11 juillet, 2009

buona notte

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San Gregorio Magno: « Incominciò a mandarli a due a due »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

XV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Mc 6,7-13
Meditazione del giorno
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, 17,1-3 ; PL 76,1139

« Incominciò a mandarli a due a due »

Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, ci istruisce a volte con le sue parole, a volte con le sue azioni. Le sue azioni sono comandamenti, perché, quando egli fa qualche cosa senza dire niente, ci mostra come dobbiamo agire. Ecco dunque che manda i suoi discepoli per la predicazione a due a due, perché i comandamenti della carità sono due: l’amore per Dio e per il prossimo. Il Signore manda a predicare i suoi discepoli a due a due per suggerirci, senza dirlo, che colui che non ha la carità per gli altri non deve assolutamente intraprendere il ministero della predicazione.

E’ detto bene che «li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1). Infatti il Signore viene dopo i suoi predicatori, perché la predicazione è un preliminare: il Signore viene ad abitare la nostra anima quando le parole di esortazione sono venute come precursori a fare sì che la verità sia accolta nell’anima. Per questo Isaia dice ai predicatori: «Preparate la via al Signore, appianate la strada per il nostro Dio» (40,3). E il salmista dice: «Spianate la strada a chi sale al tramonto» (Sal 67,5 volg). Il Signore sale al tramonto perché, essendosi coricato nella sua passione, si è manifestato con maggior gloria nella sua risurrezione. È salito al tramonto perché, risuscitando, ha calpestato la morte che aveva subìta. Noi spianiamo dunque la strada a colui che sale al tramonto quando predichiamo la sua gloria alle vostre anime affinché, venendo dietro, egli le illumini con la presenza del suo amore.

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San Benedetto

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San Benedetto da Norcia Abate, patrono d’Europa – 11 luglio (e 21 marzo)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21200

San Benedetto da Norcia Abate, patrono d’Europa

11 luglio (e 21 marzo)
 
Norcia (Perugia), ca. 480 – Montecassino (Frosinone), 21 marzo 543/560

È il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d’Europa (24 ottobre 1964). (Avvenire)

Patronato: Europa, Monaci, Speleologi, Architetti, Ingegneri

Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Coppa, Corvo imperial

Martirologio Romano: Memoria di san Benedetto, abate, che, nato a Norcia in Umbria ed educato a Roma, iniziò a condurre vita eremitica nella regione di Subiaco, raccogliendo intorno a sé molti discepoli; spostatosi poi a Cassino, fondò qui il celebre monastero e scrisse la re
 

San Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

Autore: Papa Benedetto XVI (Udienza Generale 9.04.2008)

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La sua nobile famiglia lo manda a Roma per gli studi, che lui non completerà mai. Lo attrae la vita monastica, ma i suoi progetti iniziali falliscono. Per certuni è un santo, ma c’è chi non lo capisce e lo combatte. Alcune canaglie in tonaca lo vogliono per abate e poi tentano di avvelenarlo. In Italia i Bizantini strappano ai Goti, con anni di guerra, una terra devastata da fame, malattie e terrore. Del resto, in Gallia le successioni al trono si risolvono in famiglia con l’omicidio.
« Dovremmo domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo, se non si fosse levata questa voce grande e dolce ». Lo dice nel XX secolo lo storico Jaques Le Goff. E la voce di Benedetto comincia a farsi sentire da Montecassino verso il 529. Ha creato un monastero con uomini in sintonia con lui, che rifanno vivibili quelle terre. Di anno in anno, ecco campi, frutteti, orti, il laboratorio… Qui si comincia a rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli “latini” e “barbari”, ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi e antichi padroni di schiavi. Ora tutti sono una cosa sola, stessa legge, stessi diritti, stesso rispetto. Qui finisce l’antichità, per mano di Benedetto. Il suo monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio e il mondo nella preghiera e nel lavoro.
Irradia esempi tutt’intorno con il suo ordinamento interno fondato sui tre punti: la stabilità, per cui nei suoi cenobi si entra per restarci; il rispetto dell’orario (preghiera, lavoro, riposo), col quale Benedetto rivaluta il tempo come un bene da non sperperare mai. Lo spirito di fraternità, infine, incoraggia e rasserena l’ubbidienza: c’è l’autorità dell’abate, ma Benedetto, con la sua profonda conoscenza dell’uomo, insegna a esercitarla « con voce grande e dolce ».
Il fondatore ha dato ai tempi nuovi ciò che essi confusamente aspettavano. C’erano già tanti monasteri in Europa prima di lui. Ma con lui il monachesimo-rifugio diventerà monachesimo-azione. La sua Regola non rimane italiana: è subito europea, perché si adatta a tutti.
Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola (ma non sappiamo con certezza se ne sia lui il primo autore. Così come continuiamo ad essere incerti sull’anno della sua morte a Montecassino). Papa Gregorio Magno gli ha dedicato un libro dei suoi Dialoghi, ma soltanto a scopo di edificazione, trascurando molti particolari importanti.
Nel libro c’è però un’espressione ricorrente: i visitatori di Benedetto – re, monaci, contadini – lo trovano spesso « intento a leggere ». Anche i suoi monaci studiano e imparano. Il cenobio non è un semplice sodalizio di eruditi per il recupero dei classici: lo studio è in funzione dell’evangelizzare. Ma quest’opera fa pure di esso un rifugio della cultura nel tempo del grande buio.

Autore: Domenico Agasso 

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 11 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

un’omelia per domani XV domenica del Tempo ordinario

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15671.html

Omelia (12-07-2009) 

padre Antonio Rungi

Missionari della purezza, testimoni di un grande amore

Celebriamo la XV domenica del tempo ordinario e il vangelo di oggi ci presenta Cristo quale Maestro che insegna agli apostoli cosa devono fare e come comportarsi nella loro attività missionaria ed apostolica. Nel testo del Vangelo possiamo cogliere una missione esplicita, questa volta, rispetto agli altri mandati che il Signore dà ai suoi discepoli: qui c’è il mandato di essere missionari della purezza e di combattere gli spiriti impuri.
Il testo del Vangelo di Marco è molto esplicito. Il discorso tra il puro ed impuro nel vangelo non si limita alla questione della morale sessuale. Sarebbe riduttivo pensare alla purezza solo da un punto di vista fisico. Qui ci sono riferimenti più impegnativi circa il compito che spetta soprattutto ai discepoli del Signore e diciamo ai missionari nella loro azione apostolica: quello di fare emergere il bisogno di Dio nella vita dell’uomo del tempo di Cristo, come nel nostro tempo. Solo Dio è puro e con la purezza di Dio l’uomo trova felicità e gioia nella vita; all’opposto di Dio puro, ci sono gli spiriti impuri che dobbiamo lottare con tutte le forze, soprattutto se la vera impurità sta nel nostro animo, in quanto siamo incapaci di amare e donarci, di offrire noi stessi per il bene dei fratelli. Ci sono persone purissime nel corpo, ma indiavolate nello spirito e nell’anima. Impurità è sinonimo di egoismo, di chiusura agli altri, di autoaffermazione di se stessi contro gli interessi degli altri. Dio che è relazione ed amore è purezza, perché ciò che è purezza dice relazione; ciò che è impuro dice mera ed egoistica soddisfazione dei propri piaceri, da quelli corporali a quelli interiori.
Sto bene io stanno bene tutti. Combattere queste anomale tendenze dell’uomo significa accogliere le indicazioni ed i suggerimenti del Maestro, che sono espressi nel mandato missionario che viene precisato nel vangelo di oggi: camminare insieme (la pastorale è fatta in comunione, non ci sono battitori liberi), a due a due; essere poveri e distaccati dai beni (non abbiamo bisogno di strumenti potenti per parlare di Cristo all’uomo di oggi, ma solo di un grande amore e grande cuore); il vangelo non è una tecnica di trasmissione di pensiero, ma esperienza di vita fatta con Dio e con Cristo, che bisogna portare agli altri con coraggio, fedeltà, zelo, senza paura ed esitazione nonostante i limiti umani; il vangelo non è raro ed occasione di annuncio, è stabilità di rapporti e di comunicazione: è necessario rimanere nei luoghi e non passare solo, tranne il caso in cui la poca o nulla risposta all’azione evangelizzatrice non autorizza i missionari a stare con le mani in mano in un posto, magari anche per anni senza vedere effetti e cambiamenti di vita nel popolo che si evangelizza. Da qui l’urgenza di andare altrove, ove forse è maggiore il bisogno di Dio e la disponibilità del cuore è superiore di chi ha già avuto il primo annuncio.
Nel mondo globalizzato della comunicazione ci rendiamo conto quanto sia importante per noi cristiani incentrarci su discorsi seri e non superficiali, su progetti di vita e di apostolato a lungo termine e non per un momento. Anche i nuovi media della comunicazione non possono essere esclusi da questa missionarietà della purezza, che consiste nel lottare gli spiriti impuri che altro non sono gli egoismi delle persone. Il coraggio dell’annuncio e della profezia ci viene attestato dal profeta Amos, uno dei profeti dell’Antico Testamento che meglio ha saputo cogliere le istanze del suo tempo e su quel tempo ha agito nel nome di Dio per favorire il cambiamento. La fedeltà alla missione e al compito assegnato dal Signore ad Amos è ben sottolineata, come convinta è la risposta del profeta circa il suo fare. Egli deve profetizzare e non ha paura di farlo e lo farà. Quanti di noi hanno il coraggio di parlare di Dio in questo nostro tempo, nei luoghi, negli incontri privati ed ufficiali, nelle situazioni più o meno normali della nostra quotidianità? A volte abbiamo paura anche di dire che siamo cristiani, che crediamo a certi valori o all’opposto di essere altoparlanti assordanti nel trasmettere la parola, ma non di trasmettere la propria esperienza di vita. A volte ci nascondiamo dietro un falso perbenismo o nel bigottismo e ci scandalizziamo di tutto e di tutti, senza accorgerci delle vere necessità d’amore, di relazioni, di bisogni di ogni genere che ci vengono dal nostro mondo e dal mondo intero. Siamo chiusi in noi stessi e rifiutiamo ogni proposta di vera apertura agli altri. Il profeta deve avere il coraggio di infrangere le barriere dell’egoismo, della superficialità e dell’apparenza.
C’è una dignità della persona umana anche nella debolezza e nella fragilità che non possiamo non considerare da un punto di vista religioso, morale e spirituale. Il bellissimo inno Cristologico di Paolo, che noi troviamo espresso nella Lettera agli Efesini, ci dice come va interpretata e letta la storia della creazione, della salvezza e la storia di ciascuno di noi. E’ una storia di benedizione e non maledizione, di luce e non di tenebre, di gioia e non di dolore, di Dio e non del demonio, di amore e non di odio, di perdono e non di giustizialismo. In poche parole una storia di grande amore, come spesso sentiamo dire in modo più adatto alla esperienza umana tra due persone innamorate: è una grande storia d’amore. Ma qui questa storia d’amore è immensa, perché è Dio che ama davvero e per sempre, perché è purissimo spirito. Solo chi ama veramente può dire indirettamente cosa significhi l’amore di Dio verso le sue creature.
In sintonia con quanto abbiamo letto e meditato insieme, sia questa la nostra preghiera odierna: Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell’uomo; colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli con la fede e con le opere. Amen. 

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Papap Benedetto, commento a Ef 1,3-10, seconda lettura di domani 12 luglio XV del tempo ordinario (è una udienza del 2005)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050706_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 luglio 2005 

Cantico cfr Ef 1,3-10
Dio salvatore
Vespri – Lunedì 3a settimana

1. Questo inno della Lettera agli Efesini (cfr Ef 1,3-14), che ritorna nella Liturgia dei Vespri di ognuna delle quattro settimane, è una preghiera di benedizione rivolta a Dio Padre. Il suo svolgimento è dedicato a delineare le varie tappe del piano di salvezza che si compie attraverso l’opera di Cristo.

Al centro della benedizione risuona il vocabolo greco mysterion, un termine associato di solito ai verbi di rivelazione («rivelare», «conoscere», «manifestare»). È questo, infatti, il grande progetto segreto che il Padre aveva custodito in se stesso fin dall’eternità (cfr v. 9) e che ha deciso di attuare e rivelare «nella pienezza dei tempi» (cfr v. 10) in Gesù Cristo, suo Figlio.

Le tappe di questo piano sono scandite nell’inno dalle azioni salvifiche di Dio per Cristo nello Spirito. Il Padre innanzitutto ci sceglie perché camminiamo santi e immacolati nell’amore (cfr v. 4), poi ci predestina ad essere suoi figli (cfr vv. 5-6), inoltre ci redime e ci rimette i peccati (cfr vv. 7-8), ci svela pienamente il mistero della salvezza in Cristo (cfr vv. 9-10), infine ci dona l’eredità eterna (cfr vv. 11-12) offrendocene la caparra nel dono dello Spirito Santo in vista della risurrezione finale (cfr vv. 13-14).

2. Molteplici sono, quindi, gli eventi salvifici che si succedono nello snodarsi dell’inno. Essi coinvolgono le tre Persone della Santissima Trinità: si parte dal Padre, che è l’iniziatore e l’artefice supremo del piano di salvezza; si fissa lo sguardo sul Figlio che realizza il disegno all’interno della storia; si giunge allo Spirito Santo che imprime il suo «suggello» a tutta l’opera della salvezza. Noi ora ci fermiamo brevemente sulle prime due tappe, quelle della santità e della filiazione (cfr vv. 4-6).

Il primo gesto divino, rivelato e attuato in Cristo, è l’elezione dei credenti, frutto di un’iniziativa libera e gratuita di Dio. In principio, quindi, «prima della creazione del mondo» (v. 4), nell’eternità di Dio, la grazia divina è disponibile ad entrare in azione. Questa chiamata ha come contenuto la «santità» che è partecipazione alla purezza trascendente dell’Essere divino e alla sua intima essenza di «carità»: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). L’agape diventa così la nostra realtà morale profonda. Siamo, quindi, trasferiti nell’orizzonte sacro e vitale di Dio stesso.

3. In questa linea si procede verso l’altra tappa, anch’essa contemplata nel piano divino fin dall’eternità: la nostra «predestinazione» a figli di Dio.

Paolo esalta altrove (cfr Gal 4,5; Rm 8,15.23) questa sublime condizione di figli che implica la fraternità con Cristo, il Figlio per eccellenza, «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29) e l’intimità nei confronti del Padre celeste che può ormai essere invocato Abbá, «padre caro», in un rapporto di spontaneità e di amore. Siamo, quindi, in presenza di un dono immenso reso possibile dal «beneplacito della volontà» divina e dalla «grazia», luminosa espressione dell’amore che salva.

4. Ci affidiamo ora, in conclusione, al grande Vescovo di Milano, sant’Ambrogio, il quale in una delle lettere commenta le parole dell’apostolo Paolo agli Efesini, soffermandosi proprio sul ricco contenuto del nostro inno cristologico. Egli sottolinea innanzitutto la grazia sovrabbondante con la quale Dio ci ha resi suoi figli adottivi in Cristo Gesù. «Non bisogna perciò dubitare che le membra siano unite al loro capo, soprattutto perché fin dal principio siamo stati predestinati all’adozione di figli di Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (Lettera XVI ad Ireneo, 4: SAEMO, XIX, Milano-Roma 1988, p. 161).

Il santo Vescovo di Milano prosegue la propria riflessione osservando: «Chi è ricco, se non il solo Dio, creatore di tutte le cose?». E conclude: «Ma è molto più ricco di misericordia, poiché ha redento tutti e – quale autore della natura – ha trasformato noi, che secondo la natura della carne eravamo figli dell’ira e soggetti al castigo, perché fossimo figli della pace e della carità» (n. 7: ibidem, p. 163).

Publié dans:biblica, Papa Benedetto XVI |on 11 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

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