Archive pour le 10 juillet, 2009

Assunzione di Maria (Dormizione)

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Abramo: quando la tentazione è uccidere il proprio figlio

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Abramo: quando la tentazione è uccidere il proprio figlio

Domenica 8 marzo 2009. II Domenica di Quaresima / B

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 6 marzo 2009 (ZENIT.org).- “Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: ‘Abramo!’. Rispose: ‘Eccomi!’. Riprese: ‘Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò’” (Gen 22, 1-2).

Nella Lettera a Consenzio s. Agostino dice: “La parola tentazione ha diversi significati, dato che una è la tentazione che vuole ingannare, altra è la tentazione che vuole mettere alla prova. Riguardo alla prima il tentatore può essere solo il demonio, riguardo alla seconda è Dio che tenta”. 

Riferendosi alla prova di Abramo, Maimonide scrive: “Dio volle così far sapere che chi gli obbedisce è preservato dal male e ricompensato, in modo che la fama di questo fatto si spargesse su tutta la terra. Era stato infatti ordinato di uccidere il figlio, generato nella vecchiaia, in virtù di una promessa, per la quale la sua discendenza sarebbe stata innumerevole come le stelle del cielo, e in cui sarebbero stati benedetti tutti i popoli della terra” (riportato in “Commento alla Genesi”, Meister Eckhart, pp. 148-149).

Queste note introducono bene alla liturgia della Parola di questa domenica, permettendoci subito di comprenderne il messaggio in riferimento all’attualità dell’aborto e dell’omicidio clinico di Eluana Englaro.

Abramo è un beduino, e per un beduino l’essenziale per la vita è l’acqua, cioè il pozzo. Egli si trova a Bersabea, nel territorio dei Filistei, dove si stabilisce come forestiero dopo essersi assicurato pacificamente il riconoscimento del suo diritto sul pozzo da lui stesso scavato.

A questo punto, e in questo luogo, Abramo “invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità” (Gen 21,33), colmo di riconoscenza per tutti i benefici da Lui ricevuti. 

E’ a questo contesto che si riferiscono le prime parole di Gen 22,1: “Dopo queste cose…”. Ed è come se Abramo stesso raccontasse: “Dio mi ha sempre beneficato, dandomi prove su prove della Sua fedeltà, ed io L’ho sempre benedetto e invocato come il Dio della mia salvezza e della mia gioia, per il Quale ero disposto a rinunciare a tutto. Ma un giorno Dio mi uccise, facendomi una richiesta impossibile: “Prendi il tuo figlio…offrilo in olocausto…”.

Il racconto biblico della prova di Abramo (è opportuno leggerlo integralmente dal v.1 al v.18) è molto noto, e suscita sentimenti contrastanti. Dal versante di Abramo: una certa, perplessa ammirazione per una fede tanto obbediente quanto inimitabile e disumana; dal versante di Dio: sconcerto totale per questa Sua intollerabile, troppo crudele richiesta (il cuore di Abramo ha più di cent’anni e, come i cardiologi sanno, esiste realmente la morte da “crepacuore”); dal versante di Isacco: pena sconfinata per il “protocollo di morte” a suo riguardo, che lo vede vittima innocente, ignara e passiva (non muove un dito, nemmeno quando il coltello è alzato su di lui).

Emotivamente rifiutiamo quel cammino di morte verso il monte, anche se fu un incubo a lieto fine.  Quei tre giorni di agghiacciante silenzio ci sembrano assurdi, e non riusciamo a capire il motivo per cui Dio, che già conosceva la fedeltà del suo amico, ora sottopone Abramo ad una prova simile.

Inoltre il fatto sembra abbastanza lontano dalla nostra realtà: nel nostro background culturale non esistono sacrifici umani da offrire agli dei, e noi vogliamo fermamente credere alla  misericordia di Dio, nostro Padre, cui chiediamo ogni giorno: “non abbandonarci alla tentazione” (Mt 6,13).

Qual è allora il messaggio del “sacrificio di Isacco”?

Per rispondere, occorre anzitutto capire il significato del sacrificio per l’antico Israele.

Leggo nella Nuova Bibbia per la famiglia: “…rappresentava un’occasione per esprimere riconoscenza al Dio provvido e generoso, e per gustare nella gioia l’appartenenza a un popolo chiamato alla santità da un’unica elezione” (vol. 2, p.12). E’ questa, anzitutto, l’elezione del suo capostipite Abramo.

Osserva il cardinale A. Vanhoye: “Per gli ebrei il sacrificio non è una realtà negativa, ma positiva, perche rende uniti a Dio. Perciò essi spiegano che Isacco si sentiva onorato di essere la vittima di un sacrificio. Noi oggi non capiamo più questo aspetto positivo del sacrificio, ma siamo invitati a riscoprirlo. (…) L’intenzione di Dio non è quella di far morire Isacco, neppure nella prospettiva positiva di unirlo a Sé” (da “Le letture bibliche delle domeniche”, Anno B, p. 67-68).

Sì, ecco un primo messaggio: dobbiamo riscoprire il valore del sacrificio, inteso come purificazione ascetica della nostra volontà egoista mediante la preghiera, il digiuno e la misericordia, alla luce abbagliante del sacrificio di Abramo.

Ma cosa significa essere uniti a Dio?

Significa essere divinizzati, vivendo fin d’ora una comunione sempre più piena con Lui che è Amore, unificati a Cristo nella volontà, nei sentimenti del cuore, nella santità della vita.

Lo splendore indicibile di tale divinizzazione è rivelato oggi dal Vangelo della Trasfigurazione del Signore: “Gesù prese con Sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro…E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.” (Mc 9, 2-4).

E’ questa una specie di istantanea sull’aldilà, divenuti per sempre cittadini del Cielo dopo una vita di prove superate nella fede e per la fede, alla scuola degli amici che ci hanno preceduto combattendo la buona battaglia e conservandola.

Ecco, allora, un altro messaggio: affinchè il cordone ombelicale della fede rimanga pervio totalmente per infondere la pienezza della Vita divina nella nostra anima, è necessario il sacrificio della fede, cioè il sacrificio che consiste nella fede assoluta di Abramo, sacrificio veramente gradito a Dio perché è rinuncia salvifica alla nostra volontà, disorientata perchè basata su ingannevoli apparenze. E avere fede consiste in questo: Dio ci presenta tutto ciò che accade come un assegno in bianco, da firmare con queste parole: “Sia fatta la tua volontà”.

Se firmiamo con fiducia incondizionata, svuotiamo il nostro cuore da ogni impedimento all’invasione del Suo Amore e delle Sua Vita divina. La firma è l’obbedienza concreta a tutti i Suoi comandamenti, suggerita da una buona coscienza formata alla scuola della Parola di Dio e del Magistero della Sua Chiesa.

Questa fede “di Abramo” è, e deve essere, come la vita: non negoziabile, sempre intatta e intangibile, criterio saldissimo e fondamento assoluto della nostra condotta, del rapporto con Dio e con i fratelli.

Nel caso di Abramo, come ho riportato all’inizio, il motivo della prova divina non fu tanto voler saggiare lo stato di forza e salute della sua fede (come si fa con il cuore sottoponendolo alla prova da sforzo), ma la predestinazione ad essere un esempio per noi.

Una situazione simile a quella di Abramo è la gravidanza indesiderata, quando la mamma è fortemente tentata di rifiutarla, cioè interiormente ed esteriormente spinta a sopprimere il bambino con l’aborto.

Come Abramo è angosciato a motivo della obbediente decisione di uccidere il suo unico figlio, così la mamma è angosciata per la gravissima tentazione, contro Dio e la propria coscienza di madre, di sottoporsi all’uccisione del suo bambino.

La lacerazione del cuore di Abramo è simile alla lacerazione del cuore della mamma, perché nell’uno e nell’altro caso si tratta del figlio uscito dalle proprie viscere.

Cosa significa, in tale situazione, avere fede?

Significa anzitutto gettare via il coltello dalla mente: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente!” (Gen 22,12), nonostante la tremenda pressione emotiva di familiari e conoscenti, e non di rado anche di medici, psicologi e servizi sociali, che la isolano in una drammatica solitudine, paragonabile a quella di Abramo in cammino verso il monte Moria.

Significa poi combattere in se stessa il turbamento e la persuasione di non avere vie di uscita, come se Dio non ci fosse o non potesse intervenire ad aiutarla, mentre proprio il bambino concepito è il segno della avvolgente benedizione divina su di lei,  il “centro” dell’aiuto divino alla sua vita in questo momento di buio pesto interiore.

Ella deve credere alle rassicuranti parole di Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa con lui?” (Rm 8,31-32).

Significa credere anche per sé alla ricompensa della fede di Abramo: “Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare..perchè tu hai obbedito alla mia voce” (Gen 22,1-18).

La ricompensa della mamma che obbedisce alla voce del suo cuore è simile: una gioia smisurata ed inesprimibile, riflesso e segno del dono di una profonda comunione-unione con Dio e il suo bambino, ai quali ella ha salvato la vita come ad uno solo. Dice infatti Gesù: “Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,45). Quando una mamma non fa l’aborto, salva Gesù e il suo bambino dalla spada di Erode.

Ma anche a quelle mamme e quei papà che sono entrati, disobbedendo, nella tentazione dell’aborto, Dio offre un cammino di Risurrezione, se essi accettano di porsi sotto la croce di Cristo, luogo benedetto di riconciliazione e perdono, punto di incontro con la tenerezza di quella Madre che sa bene cosa significhi per il cuore  la morte a un figlio.

San Giovanni della Croce commenta così il racconto della prova di Abramo: “Poiché conviene che non ci manchi la croce, come al nostro Amato, fino alla morte di amore, Egli fa sì che soffriamo le pene d’amore in ciò che più desideriamo, affinchè  facciamo sacrifici maggiori e acquistiamo un maggior valore. Ma tutto ciò dura poco, si riduce fino ad alzare il coltello, poi Isacco rimane vivo, con la promessa che il figlio si moltiplicherà” (Lettera n. 11, 28 gennaio 1589).

———

* Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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Bisogna consolare il dolore del cuore, osserva padre Cantalamessa

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Bisogna consolare il dolore del cuore, osserva padre Cantalamessa

Nella prima predica di Quaresima al Papa e alla Curia Romana

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 17 marzo 2006 (ZENIT.org).- Constatando davanti al Papa e alla Curia Romana che “la parola Getsemani è diventata il simbolo di ogni dolore morale”, padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha rivolto questo venerdì un invito a prendere “molto sul serio il dolore del cuore” e a stare accanto a quanti ne soffrono.

Il predicatore della Casa Pontificia ha iniziato in questo modo a ripercorrere vari aspetti della Passione del Signore, soffermandosi nella sua prima meditazione di Quaresima – nella cappella “Redemptoris Mater” del Palazzo Apostolico Vaticano – sull’esperienza di Gesù nell’Orto degli Ulivi, nel Getsemani, dove, “in preda all’angoscia, pregava più intensamente” di fronte all’imminenza della sua morte.

“Ma la causa della sua angoscia è ancora più profonda”, ha precisato. Gesù “si sente gravato da tutto il male e le brutture del mondo”.

Nel Getsemani “non prega soltanto per esortare noi a pregare”, ma “perché, essendo vero uomo, in tutto simile a noi fuorché nel peccato, sperimenta la nostra stessa lotta di fronte a ciò che ripugna alla natura umana”, ha spiegato padre Cantalamessa.

E’ per questo che la preghiera passa ad essere “lotta con Dio”: “questo avviene quando Dio ti chiede qualcosa che la tua natura non è pronta a dargli e quando l’agire di Dio diventa incomprensibile e sconcertante”, ha osservato.

“Somigliamo a Gesú se, pur fra i gemiti e sudando sangue, cerchiamo di abbandonarci alla volontà del Padre”, ha sottolineato il predicatore del Papa.

“A volte, perseverando in questo tipo di preghiera”, ha constatato, “le parti si invertono: Dio diventa colui che prega e tu colui che è pregato”.

“Il caso più sublime di questa inversione delle parti è proprio la preghiera di Gesù nel Getsemani – ha ricordato –. Egli prega che il Padre gli tolga il calice, e il Padre chiede a lui di berlo per la salvezza del mondo”; “lo ricompensa costituendolo, anche come uomo, Signore”.

“Tante piccole notti di Getsemani” costellano la vita umana per cause molto diverse – ha osservato il predicatore del Papa –; tra le più profonde, “la perdita del senso di Dio, la coscienza schiacciante del proprio peccato e indegnità, l’impressione di aver perso la fede”, ovvero ciò che i santi hanno definito “la notte oscura dello spirito”.

“Gesú ci insegna qual è la prima cosa da fare in questi casi – ha affermato –: ricorrere a Dio con la preghiera”; Egli stesso inizia la sua preghiera nel Getsemani riconoscendo: “Abbà, Padre, a te tutto è possibile”.

“E se uno ha già pregato senza successo?”, bisogna “pregare ancora!”, “con maggiore insistenza”. Gesù, nel Getsemani, “fu esaudito per la sua pietà” – “gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” –, ma “il vero grande esaudimento del Padre fu la risurrezione”.

Il predicatore della Casa Pontificia ha quindi ricordato che Gesù è “in agonia fino alla fine del mondo”: nello Spirito “Gesù è anche ora nel Getsemani, nel pretorio, sulla croce”, “in un modo che non possiamo spiegare, anche nella sua persona”, “a causa della risurrezione che ha reso il Crocifisso vivente nei secoli”.

Il “luogo privilegiato” in cui possiamo incontrare Gesú è l’Eucaristia, ha sottolineato padre Cantalamessa, chiedendo che non si dimentichi “l’altro modo con cui Cristo è in agonia fino alla fine del mondo”: “nelle membra del suo corpo mistico”.

“La parola Getsemani è diventata il simbolo di ogni dolore morale”; e lì, senza aver ancora sofferto nella carne, la pena di Gesù “è tutta interiore” e suda sangue “quando è il suo cuore, non ancora la sua carne, ad essere schiacciato”.

“Il mondo è molto sensibile alle pene corporali, si commuove facilmente per esse; lo è molto meno per le pene morali che a volte perfino deride, scambiandole per ipersensibilità, autosuggestioni, fisime”, ha denunciato.

Dio, però, “prende molto sul serio il dolore del cuore e così dovremmo fare anche noi”.

“Penso a chi vede infranto il legame più forte che aveva nella vita e si ritrova solo (più spesso, sola); a chi è tradito negli affetti, angosciato di fronte a qualcosa che minaccia la sua vita o quella di una persona cara; a chi (…) si vede additato, da un giorno all’altro, al pubblico ludibrio”.

“Quanti Getsemani nascosti nel mondo, forse sotto lo stesso nostro tetto, nella porta accanto, o nel tavolo di lavoro accanto al nostro! A noi individuarne qualcuno in questa Quaresima e farci prossimo di chi vi si trova”, ha proposto padre Cantalamessa al Papa e alla Curia.

“Che Gesú non debba dire in queste sue membra: ‘Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati’ (Sal 68, 21), ma possa, al contrario, farci udire nel cuore la parola che ricompensa tutto: ‘L’avete fatto a me’”.

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