Archive pour le 7 juillet, 2009

buona notte

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Sant’Ambrogio: « E Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090708

Mercoledì della XIV settimana del Tempo Ordinario : Mt 10,1-7
Meditazione del giorno
Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento al vangelo di Luca, V, 44-45 ; SC 45, 199

« E Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì »

«Cristo chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici» (Lc 6,13), per mandarli, seminatori della fede, a diffondere il soccorso e la salvezza degli uomini nel mondo intero. Notate questo piano divino: non scelse né dei sapienti, né dei ricchi, né dei nobili, bensì dei peccatori e dei pubblicani per mandarli, affinché non appaia che essi siano stati trascinati dall’abilità, riscattati dalle ricchezze, attirati alla sua grazia dal prestigio del potere e della notorietà. Ha fatto così affinché la vittoria venisse dalla fondatezza della verità, e non dal prestigio del discorso.

Anche Giuda viene scelto, non per sbaglio bensì con cognizione di causa. Com’é grande questa verità che non può essere indebolita nemmeno da un servo nemico! Quale espressione  del carattere del Signore, che preferisce compromettere ai nostri occhi il suo giudizio che il suo amore! Ha assunto la debolezza umana e non ha rifiutato nemmeno questo aspetto della debolezza umana. Ha voluto l’abbandono, ha voluto il tradimento, ha voluto essere consegnato dal suo apostolo, perché tu, se un tuo compagno ti abbandona, se un tuo compagno ti tradisce, accetti con calma questo errore di giudizio e lo sperpero della tua bontà.

Lotta di Giacobbe con l’angelo (prima lettura di oggi: 32,23-33)

Lotta di Giacobbe con l'angelo (prima lettura di oggi: 32,23-33) dans immagini sacre 19%20MAURICE%20DENIS.%20JACOB%20S%20BATTLE%20WITH%20THE%20ANG

Jacob s fight with an angel (A  » Man » in Hebrew ) / Lutte de Jacob avec un ange ( Un »homme » en Hébreu ) / 19 MAURICE DENIS. JACOB S BATTLE WITH THE ANG  

http://www.artbible.net/1T/Gen3201_Jacobsfight_reconciliation/pages/19%20MAURICE%20DENIS.%20JACOB%20S%20BATTLE%20WITH%20THE%20ANG.htm

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Un’Enciclica che guarda al futuro con il realismo della sapienza cristiana

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18887?l=italian

Un’Enciclica che guarda al futuro con il realismo della sapienza cristiana

di Stefano Fontana*

ROMA, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- L’enciclica sociale Caritas in veritate di Benedetto XVI, presentata stamattina in Vaticano, trasforma la dottrina sociale della Chiesa nientemeno che nel rapporto tra la Chiesa e il Mondo, dato che essa tratta de “lo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”, dilatando all’estremo il tema dello sviluppo della Populorum progressio di Paolo VI della quale ricorda il quarantesimo anniversario.

E’ quindi una grande enciclica di ampio respiro, perfettamente inserita nel pontificato di Benedetto XVI, che non solo ha fatto dei due termini carità e verità il cuore del suo magistero – essendo essi, secondo lui, il cuore stesso del cristianesimo – , ma ha anche posto nel modo più radicale il tema di “Dio nel mondo”, ossia se il cristianesimo sia solo utile o anche indispensabile alla costruzione di un vero sviluppo umano. Il papa pensa che sia indispensabile e in questa enciclica dice perché.

E’ un’enciclica coraggiosa, quindi, in quanto elimina ogni possibile perplessità sul ruolo pubblico della fede cristiana e sul fatto che da essa derivi una coerente visione della vita, in concorrenza con altre visioni. Il mondo, secondo la Caritas in veritate non è solo da accompagnare nel dialogo e mediante una carità senza verità, ma è da salvare mediante la carità nella verità. Per ottenere questo risultato il papa ha da un lato “riabilitato” Paolo VI e dall’altro ha indicato il punto di vista teologico dal quale la Chiesa deve considerare i fatti sociali. Si tratta di due puntualizzazioni dal grande valore strategico che il cardinale Martino e il vescovo Crepaldi, presentando stamattina l’enciclica in Sala stampa della Santa Sede, hanno astutamente ben evidenziato.

L’intero primo capitolo dell’enciclica è dedicato a Paolo VI, appunto per ricordare la sua Populorum progressio del 1967. Paolo VI non era incerto sul valore della dottrina sociale della Chiesa, come molti hanno detto e continuano a dire, e non ha per nulla ridimensionato l’importanza di una presenza pubblica del cristianesimo nella storia. Anzi, dice Benedetto XVI, egli ha gettato le basi del grande rilancio che di lì a poco avrebbe fatto Giovanni Paolo II. Viene così tolto di mezzo uno dei principali argomenti dei teologi che hanno contestato il presunto carattere ideologico della dottrina sociale della Chiesa. Essendo Paolo VI il papa del Concilio, va da sé che le precisazioni della nuova enciclica riguardano la valutazione di un intero periodo. Queste affermazioni del papa hanno la stessa importanza della condanna dell’ermeneutica della frattura circa il Vaticano II da lui fatta nel dicembre 2005. La Caritas in veritate, infatti, afferma che non esistono due dottrine sociali una preconciliare ed una postconciliare, ma un’unica dottrina sociale della Chiesa. Pio IX o Leone XIII non si erano sbagliati.

Quanto alla visione teologica da cui partire, il papa chiarisce che questa è la fede apostolica e non qualche problema sociologicamente inteso. Insomma la Chiesa non parte “dal mondo” ma dalla fede degli apostoli. Solo così essa può essere utile al mondo. Questa è la prospettiva centrale di tutta l’enciclica e spiega l’insieme delle valutazioni che vi sono contenute. Che lo sviluppo vero non possa tenere separati i temi della giustizia sociale da quelli del rispetto della vita e della famiglia; che non si possa lottare per la salvaguardia della natura dimenticando la superiorità della persona umana nel creato; che l’eugenetica è molto più preoccupante della diminuzione della biodiversità nell’ecosistema; che l’aborto e l’eutanasia corrodono il senso della legge e impediscono all’origine l’accoglienza dei più deboli, rappresentando una ferita alla comunità umana dalle enormi conseguenze di degrado; che l’economia abbia bisogno di gratuità e che questa non si deve aggiungere alla fine o a latere dell’attività economica ma deve essere elemento di solidarietà dall’interno dei processi economici, dato che ormai, tra l’altro, l’attività redistributiva dello Stato è pressoché impossibile. Queste ed altre valutazioni l’enciclica le trae dal Vangelo e mentre con il Vangelo illumina queste realtà – società, economia, politica – le restituisce anche a se stesse, all’autonomia della loro dignità, riscontrando impensate convergenze tra la visione cristiana e i bisogni autentici della società umana. Pensiamo, per esempio, all’economia: la globalizzazione impedisce di fatto agli Stati di organizzare la solidarietà “dopo” la produzione. Bisogna organizzare la solidarietà già dentro la produzione come cerca di fare per esempio, tra mille contraddizioni, il movimento della responsabilità sociale dell’impresa. Qui si incontrano i bisogni concreti dell’economia globalizzata di oggi e le indicazioni della fede cristiana secondo le quali l’economia è sempre un fatto umano e comunitario e quindi la dimensione etica non la riguarda solo “dopo” ma fin dall’inizio.

In questa enciclica per la prima volta vengono trattati in modo sistematico i temi della globalizzazione, del rispetto dell’ambiente, della bioetica e della sua centralità sociale, che nelle precedenti encicliche erano stati solo sfiorati. E’ un’enciclica che guarda decisamente al futuro con il coraggio del realismo della sapienza cristiana. Lo schema Nord-Sud è superato, dice Benedetto XVI, la responsabilità del sottosviluppo non è solo di alcuni ma di tanti, compresi i paesi emergenti e le élites di quelli poveri, talvolta anche le organizzazioni umanitarie e gli organismi internazionali sembrano più interessati al proprio benessere e a quello delle proprie burocrazie che non allo sviluppo dei poveri, il turismo sessuale è sostenuto non solo dai paesi da dove partono i “clienti, ma anche da quelli che lo ospitano, la corruzione la si ritrova in tutta la filiera degli aiuti umanitari, se i paesi occidentali sbagliano a proteggere eccessivamente la proprietà intellettuale specialmente per i farmaci nelle culture dei paesi arretrati ci sono superstizioni e visioni ancestrali che bloccano lo sviluppo, e così via. E’ un’enciclica che condanna le ideologie del passato ed anche quelle nuove: dall’ecologismo al terzomondismo. Essa affronta però soprattutto una ideologia, l’ideologia della tecnica, alla quale è dedicato l’intero capitolo sesto. Dopo il crollo delle ideologie politiche si è consolidata l’ideologia della tecnica, tanto più pericolosa in quanto si alimenta di una cultura relativista, alimentandola a sua volta.

Il punto di vista centrale dell’enciclica è stato riassunto dal vescovo Crepaldi, che l’ha presentata stamane in Vaticano, come la “prevalenza del ricevere sul fare”. E siamo così tornati al problema di fondo: senza Dio gli uomini sono frutto del caso e della necessità e nulla possono ricevere. Ma il mondo – il mercato come la comunità politica – ha bisogno di presupposti che esso stesso non si sa dare. La pretesa cristiana rimane sempre la stessa.

—————

*Stefano Fontana è Direttore dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa e consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

di Sandro Magister: Riaperta al culto la Cappella Paolina. Con due novità

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1339202

Riaperta al culto la Cappella Paolina. Con due novità

È la cappella privata del papa, nei palazzi Vaticani. Sottoposta a un completo restauro, è tornata ad avere l’altare rivolto verso il tabernacolo. Ma è nuova anche l’interpretazione che Benedetto XVI ha dato dei due affreschi di Michelangelo, specie dello sguardo dell’apostolo Pietro…

di Sandro Magister

ROMA, 6 luglio 2009 – Le illustrazioni riprodotte qui sopra sono due particolari di due affreschi di Michelangelo, dipinti l’uno di fronte all’altro nella Cappella Paolina: la conversione di Paolo e la crocifissione di Pietro.

La Cappella Paolina non è aperta ai visitatori. Situata nei palazzi vaticani a pochi passi dalla Cappella Sistina, è luogo di preghiera riservato al papa. Sottoposta a un completo restauro, è stata riaperta al culto sabato 4 luglio da Benedetto XVI, che vi ha presieduto i vespri.

La notizia della riapertura al culto della Cappella Paolina ha avuto scarso risalto nei media, soverchiata dall’imminente pubblicazione dell’enciclica « Caritas in veritate » e dall’incontro tra il papa e Barack Obama.

Ma almeno due novità vanno rilevate.

***

La prima è che i restauri hanno implicato anche un riordino del presbiterio, in fedeltà alla tradizione liturgica.

Paolo VI, nel 1975, aveva sostituito l’altare rivolto al tabernacolo con un nuovo altare staccato dalla parete, di forma ovale, sul quale celebrare guardando i fedeli.

Aveva inoltre eliminato la balaustra in legno per la comunione e collocato al suo posto un ambone in marmo scolpito. Il pavimento era stato ricoperto da una moquette rossa. E così le pareti laterali fino all’altezza degli affreschi.

Benedetto XVI ha rimesso al suo posto il precedente altare, sia pure un poco staccato dal tabernacolo, ripristinando la celebrazione di tutti « rivolti al Signore ». Ha tolto l’ambone e rimesso al suo posto la balaustra. La moquette rossa è sparita sia dalla pavimentazione che dalle pareti, restituite al loro aspetto originale.

***

La seconda novità riguarda l’interpretazione dei due affreschi di Michelangelo dedicati a san Pietro e a san Paolo, in particolare l’interpretazione dello sguardo di Pietro.

L’interpretazione tradizionale dice che Pietro – mentre sta per essere crocifisso a testa in giù – volga il capo per fissare ognuno che entra nella cappella, per ricordargli che il martirio può essere la sorte di chi segue Gesù.

A convalida di questa interpretazione si ricorda che fino al 1670 si tennero nella Cappella Paolina numerosi conclavi. Pietro fissava negli occhi i cardinali che si apprestavano ad eleggere il suo successore. E l’eletto, entrando da lì in avanti nella cappella a pregare, avrebbe incrociato ogni volta il proprio sguardo con quello del primo degli apostoli.

Anche i responsabili del restauro, nel presentare al pubblico il 30 giugno la rinnovata cappella, si sono sostanzialmente attenuti a questa tradizione interpretativa.

Ebbene, la novità è che Benedetto XVI se ne è distaccato. Nell’omelia dei vespri con i quali ha riaperto al culto la Cappella Paolina, egli ha dato dello sguardo di Pietro nell’affresco di Michelangelo un’interpretazione nuova.

Il papa ha detto che lo sguardo di Pietro, invece che al visitatore, si rivolge piuttosto al volto di Paolo, sulla parete di fronte: a Paolo che porta in sé la luce di Cristo risorto. « È come se Pietro, nell’ora della prova suprema, cercasse quella luce che ha donato la vera fede a Paolo ».

Naturalmente, ha aggiunto il papa, ciò non toglie che questo dialogo di sguardi tra i due apostoli sia un grande ammaestramento per chi entra a pregare nella Cappella Paolina, e in particolare per i successori di Pietro.

Ecco qui di seguito il passaggio centrale dell’omelia di Benedetto XVI ai vespri del 4 luglio 2009 nella Cappella Paolina, dedicato ai due apostoli affrescati da Michelangelo:

« I due volti di Pietro e di Paolo stanno l’uno di fronte all’altro… »

di Benedetto XVI

[...] Lo sguardo è attratto innanzitutto dal volto dei due apostoli. È evidente, già dalla loro posizione, che questi due volti giocano un ruolo centrale nel messaggio iconografico della cappella. Ma, al di là della collocazione, essi ci attirano subito oltre l’immagine: ci interrogano e ci inducono a riflettere.

Anzitutto, soffermiamoci su Paolo: perché è rappresentato con un volto così anziano? È il volto di un uomo vecchio, mentre sappiamo – e lo sapeva bene anche Michelangelo – che la chiamata di Saulo sulla via di Damasco avvenne quando egli era circa trentenne. La scelta dell’artista ci porta già fuori dal puro realismo, ci fa andare oltre la semplice narrazione degli eventi per introdurci ad un livello più profondo. Il volto di Saulo-Paolo – che è poi quello dello stesso artista ormai vecchio, inquieto e in cerca della luce della verità – rappresenta l’essere umano bisognoso di una luce superiore. È la luce della grazia divina, indispensabile per acquistare una vista nuova, con cui percepire la realtà orientata alla « speranza che vi attende nei cieli » – come scrive l’apostolo nel saluto iniziale della lettera ai Colossesi, che abbiamo appena ascoltato (1,5).

Il volto di Saulo caduto a terra è illuminato dall’alto, dalla luce del Risorto e, pur nella sua drammaticità, la raffigurazione ispira pace e infonde sicurezza. Esprime la maturità dell’uomo interiormente illuminato da Cristo Signore, mentre attorno ruota un turbinìo di eventi in cui tutte le figure si ritrovano come in un vortice. La grazia e la pace di Dio hanno avvolto Saulo, lo hanno conquistato e trasformato interiormente. Quella stessa « grazia » e quella stessa « pace » egli annuncerà a tutte le sue comunità nei suoi viaggi apostolici, con una maturità di anziano non anagrafica, ma spirituale, donatagli dal Signore stesso.

Qui dunque, nel volto di Paolo, possiamo già percepire il cuore del messaggio spirituale di questa cappella: il prodigio cioè della grazia di Cristo, che trasforma e rinnova l’uomo mediante la luce della sua verità e del suo amore. In questo consiste la novità della conversione, della chiamata alla fede, che trova il suo compimento nel mistero della Croce.

Dal volto di Paolo passiamo così a quello di Pietro, raffigurato nel momento in cui la sua croce rovesciata viene issata ed egli si volta a fissare chi lo sta osservando. Anche questo volto ci sorprende. L’età rappresentata qui è quella giusta, ma è l’espressione a meravigliarci e interrogarci. Perché questa espressione? Non è un’immagine di dolore, e la figura di Pietro comunica un sorprendente vigore fisico. Il viso, specialmente la fronte e gli occhi, sembrano esprimere lo stato d’animo dell’uomo di fronte alla morte e al male: c’è come uno smarrimento, uno sguardo acuto, proteso, quasi a cercare qualcosa o qualcuno, nell’ora finale. E anche nei volti delle persone che gli stanno intorno risaltano gli occhi: serpeggiano sguardi inquieti, alcuni addirittura spaventati o smarriti.

Che significa tutto questo? È ciò che Gesù aveva predetto a questo suo apostolo: « Quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi »; e il Signore aveva aggiunto: « Seguimi » (Giovanni 21, 18.19). Ecco, si realizza proprio ora il culmine della sequela: il discepolo non è da più del Maestro, e adesso sperimenta tutta l’amarezza della croce, delle conseguenze del peccato che separa da Dio, tutta l’assurdità della violenza e della menzogna. Se in questa cappella si viene a meditare, non si può sfuggire alla radicalità della domanda posta dalla croce: la croce di Cristo, capo della Chiesa, e la croce di Pietro, suo vicario sulla terra.

I due volti, su cui si è soffermato il nostro sguardo, stanno l’uno di fronte all’altro. Si potrebbe anzi pensare che quello di Pietro sia rivolto proprio al volto di Paolo, il quale, a sua volta, non vede, ma porta in sé la luce di Cristo risorto. È come se Pietro, nell’ora della prova suprema, cercasse quella luce che ha donato la vera fede a Paolo.

Ecco allora che in questo senso le due icone possono diventare i due atti di un unico dramma: il dramma del mistero pasquale: croce e risurrezione, morte e vita, peccato e grazia. L’ordine cronologico tra gli avvenimenti rappresentati è forse rovesciato, ma emerge il disegno della salvezza, quel disegno che lo stesso Cristo ha realizzato in se stesso portandolo a compimento, come abbiamo poc’anzi cantato nell’inno della lettera ai Filippesi.

Per chi viene a pregare in questa cappella, e prima di tutto per il papa, Pietro e Paolo diventano maestri di fede. Con la loro testimonianza invitano ad andare in profondità, a meditare in silenzio il mistero della croce, che accompagna la Chiesa fino alla fine dei tempi, e ad accogliere la luce della fede, grazie alla quale la comunità apostolica può estendere fino ai confini della terra l’azione missionaria ed evangelizzatrice che le ha affidato Cristo risorto. Qui non si fanno solenni celebrazioni con il popolo. Qui il successore di Pietro e i suoi collaboratori meditano in silenzio e adorano il Cristo vivente, presente specialmente nel santissimo sacramento dell’Eucaristia. [...]

Publié dans:Sandro Magister |on 7 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

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