Archive pour le 1 juillet, 2009

buona notte

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San Cirillo Alessandrino: « La folla rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090702

Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario : Mt 9,1-8
Meditazione del giorno
San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa

« La folla rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini »

Il paralitico, incurabile, era steso sul suo letto. Avendo esaurito l’arte dei medici, venne, portato dai suoi, verso l’unico vero medico, il medico che viene dal cielo. Ma quando fu posto davanti a colui che poteva guarirlo, fu la sua fede ad attirare lo sguardo del Signore. Per mostrare bene che questa fede era capace di distruggere il peccato, Gesù dichiarò subito : « Ti sono rimessi i tuoi peccati ». Forse uno mi dirà : « Quest’uomo voleva essere guarito dalla sua malattia, perché dunque Cristo gli annuncia la remissione dei suoi peccati ? » Questo avvenne affinché tu imparassi che Dio vede il cuore dell’uomo nel silenzio, e senza rumore contempla i sentieri di tutti i viventi. La Scrittura dice infatti : « Gli occhi del Signore osservano le vie dell’uomo, ed egli vede tutti i suoi sentieri » (Pr 5, 21).

Eppure mentre Gesù diceva « Ti sono rimessi i tuoi peccati », lasciava il campo libero all’incredulità ; infatti il perdono dei peccati non si vede con i nostri occhi di carne. Quindi quando il paralitico si alza e cammina, manifesta con evidenza che Cristo possiede la potenza di Dio…

Chi possiede questo potere ? Lui solo o anche noi ? Anche noi, con lui. Lui, perdona i peccati perché è l’uomo Dio, il Signore della Legge. Quanto a noi, abbiamo ricevuto questa grazia ammirabile e meravigliosa, perché egli ha voluto dare questo potere all’uomo. Ha detto infatti agli apostoli : « In verità vi dico : tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo » (Mt 18, 18) ; E ancora : « A chi rimetterete i peccati saranno rimessi » (Gv 20, 23).

Madonna della Lettera, Patrona della città di Messina, un interessante articolo sul sito

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La conversione di Oscar Wilde

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18812?l=italian

La conversione di Oscar Wilde

Intervista allo scrittore e saggista Paolo Gulisano

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 30 giugno 2009 (ZENIT.org).- Oscar Wilde è fin troppo famoso, ma ben poco conosciuto. L’esteta, il commediografo brillante, l’icona del mondo gay, fu allo stesso tempo un ricercatore inesausto del Bello, del Buono, ma anche e soprattutto di quel Dio che non aveva peraltro mai avversato, dal quale si fece pienamente abbracciare dopo l’esperienza drammatica del carcere.

Wilde arrivò a chiudere il suo itinerario umano in comunione con la Chiesa Cattolica, adempiendo a quello che aveva scritto anni prima: “il Cattolicesimo è la sola religione in cui morirei”.

A rivelare la profonda cattolicità di Wilde è Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha appena pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14).

Si tratta di un ritratto a tutto tondo di Oscar Wilde, che rappresenta tutta la complessa personalità, ne evidenzia tutti gli aspetti, andando alla scoperta degli scenari su cui recitò la sua parte nel gran teatro della vita, delle sue passioni, dei suoi interessi, del suo immaginario e della sua attenzione ai problemi sociali, e infine del suo sentimento religioso profondo e autentico.

Per meglio conoscere la storia di un commediografo le cui opere vengono rappresentate nei teatri di tutto il mondo, ZENIT ha intervistato Paolo Gulisano.

Lei rintraccia nella figura di Wilde uno spessore ben maggiore di quello comunemente attribuitogli, cioè di un dandy brillante e superficiale, un esteta dalla battuta pronta ma effimera. Viceversa lei tira in ballo nozioni come Bellezza e Verità…

Gulisano: Oscar Wilde rappresenta un mistero non ancora pienamente svelato, un uomo e un artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca. Non solo un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana, ma anche un lucido analizzatore della Modernità con i suoi aspetti positivi e soprattutto inquietanti.

Il Ritratto di Dorian Gray è il racconto straordinario dell’uomo moderno che insegue disperatamente un’Eterna Giovinezza, che si pone l’obiettivo utopistico di vincere o perlomeno ingannare la morte. Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.

Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna. Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?

Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po’ il file rouge del suo lavoro?

Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: « Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista ». Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio.

Ci sono molte curiosità a proposito di Wilde. Una è che le figure che determinarono la sua esistenza finirono quasi tutte per convertirsi…

Gulisano: Esatto: amici come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico.

Lei da anni indaga, nei suoi libri, il filo d’oro culturale e religioso che percorre in modo a volte celato, la cristianità anglosassone, da cinque secoli staccata da Roma e per certi versi una centrale mondiale di secolarizzazione e anticattolicità. C’è un disegno in queste sue indagini? Dove trova le motivazioni? Perchè questa ricerca?

Gulisano: L’Inghilterra cattolica ha conosciuto per prima in Europa la persecuzione, la secolarizzazione, il tentativo di emarginare la Fede; per questo ha sviluppato quegli anticorpi spirituali che sono presenti in autori quali Newman, Chesterton, Tolkien. E possono fornire ancora oggi un utile vaccino contro i mali spirituali del nostro tempo. 

Benedetto XVI: la preghiera è il primo impegno dell’Anno sacerdotale

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18822?l=italian

Benedetto XVI: la preghiera è il primo impegno dell’Anno sacerdotale

In occasione dell’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 1° luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in piazza San Pietro.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sulla celebrazione dell’Anno sacerdotale.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

con la celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo nella Basilica di san Paolo fuori le Mura si è chiuso, come sapete, il 28 giugno, l’Anno Paolino, a ricordo del secondo millennio della nascita dell’Apostolo delle genti. Rendiamo grazie al Signore per i frutti spirituali, che questa importante iniziativa ha apportato in tante comunità cristiane. Quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale. Come ebbi a sottolineare già durante la prima Celebrazione eucaristica nella Cappella Sistina dopo la mia elezione a successore dell’apostolo Pietro, è proprio dalla piena comunione con Cristo che « scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli » (cfr Insegnamenti, I, 2005, pp. 8-13). Ciò vale in primo luogo per i sacerdoti. Per questo, ringraziamo la Provvidenza di Dio che ci offre la possibilità adesso di celebrare l’Anno Sacerdotale. Auspico di cuore che esso costituisca per ogni sacerdote un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione.

Come durante l’Anno Paolino nostro riferimento costante è stato san Paolo, così nei prossimi mesi guarderemo in primo luogo a san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars, ricordandone il 150° anniversario della morte. Nella lettera che per questa occasione ho scritto ai sacerdoti, ho voluto sottolineare quel che maggiormente risplende nell’esistenza di questo umile ministro dell’altare: « la sua totale identificazione col proprio ministero ». Egli amava dire che « un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina ». E, quasi non riuscendo a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una povera creatura umana, sospirava: « Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia ».

In verità, proprio considerando il binomio « identità-missione », ciascun sacerdote può meglio avvertire la necessità di quella progressiva immedesimazione con Cristo che gli garantisce la fedeltà e la fecondità della testimonianza evangelica. Lo stesso titolo dell’Anno Sacerdotale – Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote – evidenzia che il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale, e così, nella vita del sacerdote, annuncio missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice. Del resto il fine della missione di ogni presbitero, potremmo dire, è « cultuale »: perché tutti gli uomini possano offrirsi a Dio come ostia viva, santa e a lui gradita (cfr Rm 12,1), che nella creazione stessa, negli uomini diventa culto, lode del Creatore, ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare abbondantemente gli uni agli altri. Lo avvertivano chiaramente negli inizi del cristianesimo. San Giovanni Crisostomo diceva, ad esempio, che il sacramento dell’altare e il « sacramento del fratello » o, come dice « sacramento del povero » costituiscono due aspetti dello stesso mistero. L’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono soltanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo, unico Mediatore: sacrificio che i presbiteri offrono in modo incruento e sacramentale in attesa della nuova venuta del Signore. Questa è la principale dimensione, essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo.

Cari fratelli e sorelle, a fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: « Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo » (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2). La missione di ogni singolo presbitero dipenderà, pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale del suo « nuovo essere ». Dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta, dipende il sempre rinnovato entusiasmo del sacedote per la missione. Anche per i presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est: « All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva » (n. 1).

Avendo ricevuto un così straordinario dono di grazia con la loro « consacrazione », i presbiteri diventano testimoni permanenti del loro incontro con Cristo. Partendo proprio da questa interiore consapevolezza, essi possono svolgere appieno la loro « missione », mediante l’annuncio della Parola e l’amministrazione dei Sacramenti. Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l’impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo, ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società. La pagina evangelica, che abbiamo ascoltata all’inizio, sta invece a richiamare i due elementi essenziali del ministero sacerdotale. Gesù invia, in quel tempo ed oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo e dà ad essi il potere di cacciare gli spiriti cattivi. « Annuncio » e « potere », cioè « parola » e « sacramento » sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale, al di là delle sue possibili molteplici configurazioni.

Quando non si tiene conto del « dittico » consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini. Durante questo Anno Sacerdotale, che si protrarrà fino alla prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, preghiamo per tutti i sacerdoti. Si moltiplichino nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità religiose specialmente quelle monastiche, nelle associazioni e nei movimenti, nelle varie aggregazioni pastorali presenti in tutto il mondo, iniziative di preghiera e, in particolare, di adorazione eucaristica, per la santificazione del clero e le vocazioni sacerdotali, rispondendo all’invito di Gesù a pregare « il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe » (Mt 9,38). La preghiera è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e l’anima dell’autentica « pastorale vocazionale ». La scarsità numerica di ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a curare meglio la direzione spirituale e il sacramento della confessione, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani. Chi prega non ha paura; chi prega non è mai solo; chi prega si salva! Modello di un’esistenza fatta preghiera è senz’altro san Giovanni Maria Vianney. Maria, la Madre della Chiesa, aiuti tutti sacerdoti a seguirne l’esempio per essere, come lui, testimoni di Cristo e apostoli del Vangelo.

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