Archive pour le 6 mai, 2009

buona notte

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Swallow-Tail Gulls

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Concilio Vaticano II, LG: « Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090507

Giovedì della IV settimana di Pasqua : Jn 13,16-20
Meditazione del giorno
Concilio Vaticano II
Constituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium), §8

« Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo…

La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » (San Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.

Master Of St Veronica Triptych Madonna And Child Cologne

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Master Of St Veronica Triptych Madonna And Child Cologne

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Il Papa presenta la figura di san Giovanni Damasceno

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18135?l=italian

Il Papa presenta la figura di san Giovanni Damasceno

Durante l’Udienza generale del mercoledì


CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 6 maggio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su san Giovanni Damasceno.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre – di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.

Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.

Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: « In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole » (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.

In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: « Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2) » (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: « Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon) » (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: « Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro » (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.

L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dall anostra colpa, « fosse rinforzata e rinnovata » dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’ »essere », ma nel « bene-essere » (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: « Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)… » E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: « Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio » (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).

Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.

Stefano De Fiores: Vivere in Maria la consacrazione trinitaria

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre03/0107md/0107md12.htm

CON MARIA NEL NUOVO MILLENNIO
  
Vivere in Maria la consacrazione trinitaria
 
Il pensiero e la testimonianza di vita di S. Massimiliano Kolbe e di Giovanni Paolo II, sono tra i più autorevoli e convincenti riferimenti per una devozione mariana equilibrata e matura.
di STEFANO DE FIORES

Sebbene si siano talvolta verificate nel corso della storia impostazioni mariocentriche, che lasciavano nell’implicito la relazione trinitaria, normalmente da s. Ildefonso fino a Montfort ed a Giovanni Paolo II, si ha avuto cura di inserire il rapporto con Maria nel contesto globale della storia della salvezza e nella vita in relazione con la Trinità.

Ben presto si è sviluppata a livello popolare la percezione di Maria nel suo stato glorioso, come Santa, Potente e Misericordiosa, quindi in grado di soccorrere nei pericoli. Un vivo senso di fiducia nell’intervento della Theotokos è testimoniato dalla più antica preghiera mariana: il Sub tuum praesidium, trovato su un papiro egiziano non posteriore al III secolo. La preghiera è concentrata su Maria, ma il titolo di Theotokos rimanda a Dio senza ulteriori specifiche.

Alcune esagerazioni

Due vescovi del IV secolo testimoniano tuttavia delle spinte esagerate nel rapporto con la Madre di Gesù. In oriente abbiamo il famoso caso delle colliridiane, donne arabe cristiane, che offrivano focacce a Maria, tendendo a sostituire così il culto eucaristico e anche forse il sacerdozio maschile. Interviene Epifanio, vescovo di Salamina, con un procedimento teologico che non isola la questione ma la pone in confronto con il culto alla Trinità: «Sia pure onorata Maria, mentre invece il Padre, il Figlio e lo Spirito santo debbono essere adorati». In occidente, pur non conoscendo il contesto, una precisazione di Ambrogio suppone un tentativo di esaltare Maria al rango divino: «Maria era il tempio di Dio, non il Dio del tempio, e perciò deve essere adorato solamente colui che operava nel tempio».

Per Ildefonso tutto è inquadrato nel piano trinitario da cui tutto deriva e a cui tutto deve sfociare. Questo vale in particolare per Maria, in cui «tutta la Trinità, invisibilmente, opererà […] questo tuo concepimento», e da cui procede la sua glorificazione: «Ecco che tutta la terra, per merito di questa Vergine, è stata riempita della gloria di Dio».

L’esperienza di S. Massimiliano Kolbe

Anche la consacrazione all’Immacolata vissuta da s. Massimiliano Kolbe (+ 1941) è fin dall’inizio orientata ad «estendere, in tal modo, quanto più è possibile il benedetto Regno del sacratissimo Cuore di Gesù» (SK 37). Egli percorre una triplice fase:

a) Il giovane Massimiliano vive la consacrazione all’Immacolata (1919) come una realtà costante, dinamica e unificante. Egli si esercita continuamente a «lasciarsi condurre dall’Immacolata» (SK 987), senza sostituire Maria a Dio, perché ella mantiene sempre un carattere strumentale: «Poni tutta la fiducia nel Cuore di Gesù attraverso l’Immacolata» (SK 987 G).

b) Segue una fase d’immedesimazione con l’Immacolata (1932-1935). L’impegno derivante dalla consacrazione percorre tutta la vita di Massimiliano, come egli stesso riconosce, ma assume un traguardo di perfezione negli anni trenta, quando non solo si concentra nell’«unico problema» («dobbiamo essere degli strumenti nelle sue mani immacolate»), ma tende a «divenire una sola cosa con Dio, attraverso l’Immacolata» (SK 1160).

Anzi, mediante un annientamento mistico di sé, iniziato da molti anni di esercizio a «non ostacolare» l’Immacolata, P. Kolbe intende scomparire per «diventare lei» (SK 579), «essere [...] lei stessa» (SK 556).

Questa fase mistica è quella più attiva poiché coincide con il lavoro per conquistare il mondo intero a Cristo mediante l’Immacolata. Egli pensa all’India, alla Cina, al Giappone e all’America latina. Nello stesso tempo (1933) la disponibilità all’Immacolata giunge ad includere profeticamente la morte per fame, come avverrà nel 1941: «… per Lei siamo disposti a tutto, ad ogni fatica, sofferenza, umiliazione, anzi alla morte per fame o per qualunque altra causa» (SK 509).

c) A partire da una lettera indirizzata da Nagasaki nel 1935 a Fr. Matteo, che trovava difficoltà nell’armonizzare l’amore di Gesù con quello di Maria, p. Kolbe allarga il raggio di riflessione inserendo il discorso sull’Immacolata nell’ambito trinitario: «Certamente, il nostro scopo è Dio, la ss. Trinità [...]. Mio caro, sicuramente la sorgente di ogni bene, in qualsiasi ordine, sia naturale che soprannaturale è Dio Padre il quale opera sempre attraverso il Figlio e lo Spirito santo, cioè la Trinità santissima».

E aggiunge in prospettiva più vitale: «Pure la corrispondenza alle grazie, che le creature hanno ottenuto attraverso il Figlio e lo Spirito, ritorna al Padre solo lungo questa medesima strada, ossia attraverso lo Spirito santo e il Figlio, vale a dire attraverso l’Immacolata, Sposa dello Spirito santo, e Gesù unito ipostaticamente alla natura del Figlio» (SK 643).

Il vertice dell’Amore

L’Immacolata è presente in questo circuito d’amore come «il vertice dell’amore della creazione che torna a Dio» proprio perché «in lei avviene il miracolo dell’unione di Dio con la creazione» (SK 1310). Qui Massimiliano ribadisce le operazioni delle tre persone divine in Maria e sottolinea soprattutto, con linguaggio audace ma ortodosso, la definizione di «sposa dello Spirito santo» come «un’immagine assai lontana per esprimere la vita dello Spirito santo in lei e attraverso lei» (SK 1310).

Giungiamo al 17 febbraio 1941, quando P. Kolbe passeggiando e pregando detta a Fr. Arnoldo i suoi ultimi pensieri per il libro sull’Immacolata. A mezzogiorno irrompe la Gestapo e lo arresta. Le sue ultime pagine rappresentano forse il più acuto approfondimento dell’Immacolata Concezione compiuto dalla teologia contemporanea in prospettiva pneumatologica.

Per rispondere all’interrogativo: «Chi sei, o Immacolata Concezione?» p. Kolbe guarda alle creature e trova che esse sono «concezioni» (ma a differenza di Maria contaminate dal peccato): dunque «un eco più o meno lontano» di una perfezione divina.

Egli ritorna a Dio per cercarvi la «concezione» e la trova nello Spirito santo, che è una concezione increata, eterna, [...] il prototipo di qualsiasi concezione di vita dell’universo, [...] una concezione santissima, infinitamente santa, Immacolata.

Pur essendo tributario del Montfort, la cui devozione è dichiarata «tutta nostra», P. Kolbe se ne distingue per due sottolineature: il mistero dell’Immacolata che definisce l’essere di Maria e la dimensione apostolica mirante a «guadagnare tutto il mondo per l’Immacolata » (SK 1331).

In questa medesima scia si pone Giovanni Paolo II lungo il suo pontificato, con gesti e con discorsi, realizza il motto del suo stemma episcopale Totus tuus. L’itinerario mariano di Giovanni Paolo II muove dalla tradizione polacca incentrata sulla Madonna di Jasna Góra (storicamente centro di unità nazionale e religiosa della Polonia) e matura teologicamente quando il giovane seminarista clandestino lavora nella Solvay di Cracovia e si imbatte in un piccolo grande libro: il Trattato della vera devozione a Maria di san luigi Maria da Montfort.

Lasciamo la parola allo stesso protagonista, che divenuto Papa, rivela al giornalista A. Frossard l’origine trinitaria della sua devozione mariana: «La lettura di quel libro ha segnato nella mia vita una svolta decisiva. Ho detto svolta, benché si tratti di un lungo cammino interiore che ha coinciso con la mia preparazione clandestina al sacerdozio. Proprio allora mi capitò tra le mani questo singolare trattato, uno di quei libri che non basta «aver letto».

Ricordo d’averlo portato con me per molto tempo, anche nella fabbrica di soda, tanto che la sua bella copertina era macchiata di calce. Rileggevo continuamente e l’uno dopo l’altro certi passi. Mi sono ben presto accorto che al di là della forma barocca del libro, si trattava di qualcosa di fondamentale. Ne è conseguito che alla devozione della mia infanzia e anche della mia adolescenza verso la madre di Cristo si è sostituito un nuovo atteggiamento, una devozione venuta dal più profondo della mia fede, come dal cuore stesso della realtà trinitaria e cristologia».

Il nuovo atteggiamento maturato nel giovane Wojtyla oltrepassa lo stadio devozionale per divenire una realtà profonda e personale. Divenuto Papa, egli la esprime con vari termini: autentica «spiritualità mariana», «dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo», «affidamento» o «intimo rapporto di un figlio con la madre», quale «risposta all’amore di una persona e, in particolare, all’amore della madre».

L’accoglienza giovannea di Maria «fra le cose proprie» designa per lui una «comunione di vita» che si può tradurre in linguaggio spaziale come reciproca abitazione ed interpersonale ospitalità: «Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie « fra le sue cose proprie » la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo « io » umano e cristiano: La prese con sé. Così egli cerca di entrare nel raggio d’azione di quella « materna carità », con la quale la Madre del Redentore « si prende cura dei fratelli del Figlio suo, alla cui rigenerazione e formazione ella coopera… »» (RM 45).

Publié dans:Maria Vergine |on 6 mai, 2009 |Pas de commentaires »

Gregorio di Nissa: Tutti i discorsi su Dio ce ne offrono solo un’apparenza

 dal sito:
http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020920_gregorio-nissa_it.html

Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, 3. 

Tutti i discorsi su Dio ce ne offrono solo un’apparenza

« Ogni dottrina sull’ineffabile essenza divina, nonostante l’apparenza di discorso elevato e rispondente alla realtà di Dio, è soltanto una somiglianza dell’oro, non l’oro vero. Infatti, un valore che supera l’intelligenza e ogni concetto razionale, non è possibile che sia mostrato nella sua interezza e perfezione. Ancorché si tratti di un Paolo, iniziato in paradiso agli arcani misteri: egli ascoltò sì parole ineffabili (2Cor 12,4), ma ineffabili rimangono i pensieri su Dio. Egli stesso afferma infatti che questi pensieri non si possono esprimere a parole.

E allora, coloro che suggeriscono qualche valida considerazione sull’intelligenza dei misteri, non possono affermare come questi siano in se stessi, ma si limitano a descrivere lo splendore della gloria, l’immagine dell’essenza, la bellezza di Dio; ad affermare che in principio era il Verbo, che il Verbo è Dio. E tutto ciò a noi, che non abbiamo visto quel divino tesoro, sembra che sia oro; invece, per coloro che possono contemplare la verità, appare come oro, ma non lo è…

L’essenza divina è al di sopra dell’ambito del pensiero. Anzi, il concetto che ne abbiamo è solo un’immagine di quello dovuto. Infatti, esso non mostra l’autentica realtà di colui che nessuno ha conosciuto né può conoscere o vedere, ma, come in uno specchio e in una figura misteriosa, ne descrive soltanto un’apparenza…

L’anima invece, condotta per mano attraverso tali pensieri alla concezione delle cose ineffabili, con la sola fede deve ospitare in sé quell’essenza che supera ogni intelletto. »

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