Archive pour avril, 2009

Sant’Efrem Siro: « Riempirono dodici canestri con i pezzi avanzati »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090424

Venerdì della II settimana di Pasqua : Jn 6,1-15
Meditazione del giorno
Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatèssaron, 12, 4-5, 11 ; SC 121, 214

« Riempirono dodici canestri con i pezzi avanzati »

In un batter d’occhio, il Signore ha moltiplicato un po’ di pane. Ciò che gli uomini fanno in dieci mesi di lavoro, le sue dieci dita l’hanno fatto in un istante… Eppure, egli ha misurato il miracolo non alla sua potenza, bensì alla fame dei presenti. Se il miracolo fosse stato misurato secondo la sua potenza, sarebbe stato impossibile valutarlo; invece, misurato secondo la fame di quelle migliaia di persone, il miracolo ha sovrabbondato di dodici canestri; negli artigiani, la potenza è inferiore al desiderio dei clienti, non possono fare quanto gli viene chiesto; invece le realizzazioni di Dio superano ogni desiderio…

Saziati nel deserto, come un tempo gli Israeliti in seguito alla preghiera di Mosè, esclamarono: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo». Accennavano alle parole di Mosè: «Il Signore susciterà per te un profeta», non un profeta qualunque, bensì «un profeta pari a me» (Dt 18,15), che vi sazierà di pane nel deserto. Come me, ha camminato sul mare, è apparso nella nube luminosa (Mt 17,5), ha liberato il suo popolo. Come Mosè che ha affidato il suo gregge a Giosuè, egli ha affidato Maria a Giovanni… Ma il pane di Mosè non era perfetto; è stato dato ai soli Israeliti. Volendo accennare che il suo dono superava quello di Mosè, e la chiamata delle nazioni era ancora più perfetta, il nostro Signore disse: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno», infatti «il pane di Dio è disceso dal cielo» e viene dato al mondo intero (Gv 6,51).

Carlo Magno offre all’abate Ambrogio Autperto un diploma di conferma dei beni (è l’unica immagine che ho trovato)

Carlo Magno offre all'abate Ambrogio Autperto un diploma di conferma dei beni (è l'unica immagine che ho trovato) dans immagini sacre carloambrogio

Miniatura tratta dal Chronicon Vulturnense: Carlo Magno offre all’abate Ambrogio Autperto un diploma di conferma dei beni

 http://www.comune.rocchettaavolturno.is.it/decaprio100/carlo_magno.htm

Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Padre Cantalamessa: Predicatore del Papa: i cristiani riscoprano la bellezza del matrimonio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-16797?l=italian

Predicatore del Papa: i cristiani riscoprano la bellezza del matrimonio

Intervento all’Incontro Mondiale delle Famiglie

CITTA’ DEL MESSICO, mercoledì, 14 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, ha affermato questo mercoledì intervenendo all’Incontro Mondiale delle Famiglie che i cristiani devono riscoprire “l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia” per poterlo proporre al mondo di oggi.

Non bisogna solo “difendere” l’idea cristiana di matrimonio e famiglia, ha osservato; l’aspetto più importante è infatti “il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole”.

Il sacerdote ha dedicato il suo intervento nella prima giornata del Congresso Teologico-Pastorale del VI Incontro Mondiale delle Famiglie a spiegare come per secoli lo stesso pensiero cristiano abbia lasciato in secondo piano, di fronte alla visione istituzionale, il significato sponsale del matrimonio, presente con forza nella Bibbia.

Alla base delle attuali “inaccettabili proposte del decostruzionismo”, constata, c’è un’“istanza positiva” da accogliere, ed è la revisione della visione del matrimonio come unione e donazione tra i coniugi.

“Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa!”, ha avvertito il cappuccino. “Il Concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi”.

“Anche le coppie credenti – talvolta esse più delle altre – non riescono a ritrovare quella ricchezza di significato iniziale dell’unione sessuale a causa dell’idea di concupiscenza e di peccato originale per secoli associata a quell’atto”.

Secondo padre Cantalamessa, è dunque necessario riscoprire l’unione sessuale come immagine dell’amore di Dio.

“Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte – riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità”, ha spiegato. “In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano, che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo”.

Ciò presuppone il fatto di “rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina: quello di uscire dal proprio isolamento ed ‘egoismo’, di aprirsi all’altro e, attraverso la temporanea estasi dell’unione carnale, elevarsi al desiderio dell’amore e della gioia senza fine”.

Il predicatore pontificio ha segnalato in questo senso l’accoglienza “insolitamente positiva” che ha avuto in tutto il mondo l’Enciclica “Deus caritas est”, che insiste su questa visione dell’amore umano come riflesso dell’amore divino.

Un’altra questione, ha aggiunto, è la “pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto, è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata quasi sempre disattesa”.

Non ribattere, ma proporre

Padre Cantalamessa ha spiegato che di fronte alla situazione attuale di “contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia” è necessario evitare l’errore di “passare tutto il tempo a controbattere le teorie contrarie, finendo per dare loro più importanza di quello che meritano”.

La strategia non è di “scontro con il mondo”, ma di dialogo, perché “la Chiesa è in grado di trarre profitto anche dalle critiche di chi la combatte”, ha affermato.

Un altro errore da evitare è “puntare tutto su leggi dello Stato per difendere i valori cristiani”.

“I primi cristiani, abbiamo visto, con i loro costumi cambiarono le leggi dello Stato; non possiamo aspettarci oggi di cambiare i costumi con le leggi dello Stato”, ha ammesso.

Rispetto all’attuale decostruzione della famiglia, o “gender revolution”, il sacerdote ha spiegato che ha una certa analogia con il marxismo e ha ricordato che di fronte a questo la reazione della Chiesa fu “l’antico metodo paolino dell’esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”, sviluppando “una propria dottrina sociale”.

“Proprio la scelta del dialogo e dell’autocritica ci dà il diritto di denunciare questi progetti come ‘disumani’, contrari cioè non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene dell’umanità”, ha aggiunto.

“L’unica nostra speranza è che il buon senso della gente, unito al ‘desiderio’ dell’altro sesso, al bisogno di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa dell’uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna”, ha concluso.

Publié dans:famiglia, Padre Cantalamessa |on 23 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Il Papa presenta Ambrogio Autperto, monaco benedettino dell’VIII sec.

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17965?l=italian

Il Papa presenta Ambrogio Autperto, monaco benedettino dell’VIII sec.

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 22 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su Ambrogio Autperto.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la Chiesa vive nelle persone e chi vuol conoscere la Chiesa, comprendere il suo mistero, deve considerare le persone che hanno vissuto e vivono il suo messaggio, il suo mistero. Perciò parlo da tanto tempo nelle catechesi del mercoledì di persone dalle quali possiamo imparare che cosa sia la Chiesa. Abbiamo cominciato con gli Apostoli e i Padri della Chiesa e siamo pian piano giunti fino all’VIII secolo, il periodo di Carlo Magno. Oggi vorrei parlare di Ambrogio Autperto, un autore piuttosto sconosciuto: le sue opere infatti erano state attribuite in gran parte ad altri personaggi più noti, da sant’Ambrogio di Milano a sant’Ildefonso, senza parlare di quelle che i monaci di Montecassino hanno ritenuto di dover rivendicare alla penna di un loro abate omonimo, vissuto quasi un secolo più tardi. A prescindere da qualche breve cenno autobiografico inserito nel suo grande commento all’Apocalisse, abbiamo poche notizie certe sulla sua vita. L’attenta lettura delle opere di cui via via la critica gli riconosce la paternità consente però di scoprire nel suo insegnamento un tesoro teologico e spirituale prezioso anche per i nostri tempi.

Nato in Provenza, da distinta famiglia, Ambrogio Autperto – secondo il suo tardivo biografo Giovanni – fu alla corte del re franco Pipino il Breve ove, oltre all’incarico di ufficiale, svolse in qualche modo anche quello di precettore del futuro imperatore Carlo Magno. Probabilmente al seguito di Papa Stefano II, che nel 753-54 si era recato alla corte franca, Autperto venne in Italia ed ebbe modo di visitare la famosa abbazia benedettina di san Vincenzo, alle sorgenti del Volturno, nel ducato di Benevento. Fondata all’inizio di quel secolo dai tre fratelli beneventani Paldone, Tatone e Tasone, l’abbazia era conosciuta come oasi di cultura classica e cristiana. Poco dopo la sua visita, Ambrogio Autperto decise di abbracciare la vita religiosa ed entrò in quel monastero, dove poté formarsi in modo adeguato, soprattutto nel campo della teologia e della spiritualità, secondo la tradizione dei Padri. Intorno all’anno 761 venne ordinato sacerdote e il 4 ottobre del 777 fu eletto abate col sostegno dei monaci franchi, mentre gli erano contrari quelli longobardi, favorevoli al longobardo Potone. La tensione a sfondo nazionalistico non si acquietò nei mesi successivi, con la conseguenza che Autperto l’anno dopo, nel 778, pensò di dare le dimissioni e di riparare con alcuni monaci franchi a Spoleto, dove poteva contare sulla protezione di Carlo Magno. Con ciò, tuttavia, il dissidio nel monastero di S. Vincenzo non venne appianato, e qualche anno dopo, quando alla morte dell’abate succeduto ad Autperto fu eletto proprio Potone (a. 782), il contrasto tornò a divampare e si giunse alla denuncia del nuovo abate presso Carlo Magno. Questi rinviò i contendenti al tribunale del Pontefice, il quale li convocò a Roma. Chiamò anche come testimone Autperto che, però, durante il viaggio morì improvvisamente, forse ucciso, il 30 gennaio 784.

Ambrogio Autperto fu monaco ed abate in un’epoca segnata da forti tensioni politiche, che si ripercuotevano anche sulla vita all’interno dei monasteri. Di ciò abbiamo echi frequenti e preoccupati nei suoi scritti. Egli denuncia, ad esempio, la contraddizione tra la splendida apparenza esterna dei monasteri e la tiepidezza dei monaci: sicuramente con questa critica aveva di mira anche la sua stessa abbazia. Per essa scrisse la Vita dei tre fondatori con la chiara intenzione di offrire alla nuova generazione di monaci un termine di riferimento con cui confrontarsi. Uno scopo simile perseguiva anche il piccolo trattato ascetico Conflictus vitiorum et virtutum (« Conflitto tra i vizi e le virtù »), che ebbe grande successo nel Medioevo e fu pubblicato nel 1473 a Utrecht sotto il nome di Gregorio Magno e un anno dopo a Strasburgo sotto quello di sant’Agostino. In esso Ambrogio Autperto intende ammaestrare i monaci in modo concreto sul come affrontare il combattimento spirituale giorno per giorno. In modo significativo egli applica l’affermazione di 2 Tim 3,12: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » non più alla persecuzione esterna, ma all’assalto che il cristiano deve affrontare dentro di sé da parte delle forze del male. Vengono presentate in una specie di disputa 24 coppie di combattenti: ogni vizio cerca di adescare l’anima con sottili ragionamenti, mentre la rispettiva virtù ribatte tali insinuazioni servendosi preferibilmente di parole della Scrittura.

In questo trattato sul conflitto tra vizi e virtù, Autperto contrappone alla cupiditas (la cupidigia) il contemptus mundi (il disprezzo del mondo), che diventa una figura importante nella spiritualità dei monaci. Questo disprezzo del mondo non è un disprezzo del creato, della bellezza e della bontà della creazione e del Creatore, ma un disprezzo della falsa visione del mondo presentataci e insinuataci proprio dalla cupidigia. Essa ci insinua che « avere » sarebbe il sommo valore del nostro essere, del nostro vivere nel mondo apparendo come importanti. E così falsifica la creazione del mondo e distrugge il mondo. Autperto osserva poi che l’avidità di guadagno dei ricchi e dei potenti nella società del suo tempo esiste anche nell’interno delle anime dei monaci e scrive perciò un trattato intitolato De cupiditate, in cui, con l’apostolo Paolo, denuncia fin dall’inizio la cupidigia come la radice di tutti i mali. Scrive: « Dal suolo della terra diverse spine acute spuntano da varie radici; nel cuore dell’uomo, invece, le punture di tutti i vizi provengono da un’unica radice, la cupidigia » (De cupiditate 1: CCCM 27B, p. 963). Rilievo, questo, che alla luce della presente crisi economica mondiale, rivela tutta la sua attualità. Vediamo che proprio da questa radice della cupidigia tale crisi è nata. Ambrogio immagina l’obiezione che i ricchi e i potenti potrebbero sollevare dicendo: ma noi non siamo monaci, per noi certe esigenze ascetiche non valgono. E lui risponde: « È vero ciò che dite, ma anche per voi, nella maniera del vostro ceto e secondo la misura delle vostre forze, vale la via ripida e stretta, perché il Signore ha proposto solo due porte e due vie (cioè la porta stretta e quella larga, la via ripida e quella comoda); non ha indicato una terza porta ed una terza via » (l. c., p. 978). Egli vede chiaramente che i modi di vivere sono molto diversi. Ma anche per l’uomo in questo mondo, anche per il ricco vale il dovere di combattere contro la cupidigia, contro la voglia di possedere, di apparire, contro il concetto falso di libertà come facoltà di disporre di tutto secondo il proprio arbitrio. Anche il ricco deve trovare l’autentica strada della verità, dell’amore e così della retta vita. Quindi Autperto, da prudente pastore d’anime, sa poi dire, alla fine della sua predica penitenziale, una parola di conforto: « Ho parlato non contro gli avidi, ma contro l’avidità, non contro la natura, ma contro il vizio » (l. c., p. 981).

L’opera più importante di Ambrogio Autperto è sicuramente il suo commento in dieci libri all’Apocalisse: esso costituisce, dopo secoli, il primo commento ampio nel mondo latino all’ultimo libro della Sacra Scrittura. Quest’opera era frutto di un lavoro pluriennale, svoltosi in due tappe tra il 758 ed il 767, quindi prima della sua elezione ad abate. Nella premessa, egli indica con precisione le sue fonti, cosa assolutamente non normale nel Medioevo. Attraverso la sua fonte forse più significativa, il commento del Vescovo Primasio Adrumetano, redatto intorno alla metà del VI secolo, Autperto entra in contatto con l’interpretazione che dell’Apocalisse aveva lasciato l’africano Ticonio, che era vissuto una generazione prima di sant’Agostino. Non era cattolico; apparteneva alla Chiesa scismatica donatista; era tuttavia un grande teologo. In questo suo commento egli vede soprattutto nell’Apocalisse riflettersi il mistero della Chiesa. Ticonio era giunto alla convinzione che la Chiesa fosse un corpo bipartito: una parte, egli dice, appartiene a Cristo, ma c’è un’altra parte della Chiesa che appartiene al diavolo. Agostino lesse questo commento e ne trasse profitto, ma sottolineò fortemente che la Chiesa è nelle mani di Cristo, rimane il suo Corpo, formando con Lui un solo soggetto, partecipe della mediazione della grazia. Sottolinea perciò che la Chiesa non può mai essere separata da Gesù Cristo. Nella sua lettura dell’Apocalisse, simile a quella di Ticonio, Autperto non s’interessa tanto della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi, quanto piuttosto delle conseguenze che derivano per la Chiesa del presente dalla sua prima venuta, l’incarnazione nel seno della Vergine Maria. E ci dice una parola molto importante: in realtà Cristo « deve in noi, che siamo il suo Corpo, quotidianamente nascere, morire e risuscitare » (In Apoc. III: CCCM 27, p. 205). Nel contesto della dimensione mistica che investe ogni cristiano, egli guarda a Maria come a modello della Chiesa, modello per tutti noi, perché anche in noi e tra noi deve nascere Cristo. Sulla scorta dei Padri che vedevano nella « donna vestita di sole » di Ap 12,1 l’immagine della Chiesa, Autperto argomenta: « La beata e pia Vergine … quotidianamente partorisce nuovi popoli, dai quali si forma il Corpo generale del Mediatore. Non è quindi sorprendente se colei, nel cui beato seno la Chiesa stessa meritò di essere unita al suo Capo, rappresenta il tipo della Chiesa ». In questo senso Autperto vede un ruolo decisivo della Vergine Maria nell’opera della Redenzione (cfr anche le sue omelie In purificatione s. Mariae e In adsumptione s. Mariae). La sua grande venerazione e il suo profondo amore per la Madre di Dio gli ispirano a volte delle formulazioni che in qualche modo anticipano quelle di san Bernardo e della mistica francescana, senza tuttavia deviare verso forme discutibili di sentimentalismo, perché egli non separa mai Maria dal mistero della Chiesa. Con buona ragione quindi Ambrogio Autperto è considerato il primo grande mariologo in Occidente. Alla pietà che, secondo lui, deve liberare l’anima dall’attaccamento ai piaceri terreni e transitori, egli ritiene debba unirsi il profondo studio delle scienze sacre, soprattutto la meditazione delle Sacre Scritture, che qualifica « cielo profondo, abisso insondabile » (In Apoc. IX). Nella bella preghiera con cui conclude il suo commento all’Apocalisse sottolineando la priorità che in ogni ricerca teologica della verità spetta all’amore, egli si rivolge a Dio con queste parole: « Quando da noi sei scrutato intellettualmente, non sei scoperto come veramente sei; quando sei amato, sei raggiunto ».

Possiamo vedere oggi in Ambrogio Autperto una personalità vissuta in un tempo di forte strumentalizzazione politica della Chiesa, in cui nazionalismo e tribalismo avevano sfigurato il volto della Chiesa. Ma lui, in mezzo a tutte queste difficoltà che conosciamo anche noi, seppe scoprire il vero volto della Chiesa in Maria, nei Santi. E seppe così capire che cosa vuol dire essere cattolico, essere cristiano, vivere della Parola di Dio, entrare in questo abisso e così vivere il mistero della Madre di Dio: dare di nuovo vita alla Parola di Dio, offrire alla Parola di Dio la propria carne nel tempo presente. E con tutta la sua conoscenza teologica, la profondità della sua scienza, Autperto seppe capire che con la semplice ricerca teologica Dio non può essere conosciuto realmente com’è. Solo l’amore lo raggiunge. Ascoltiamo questo messaggio e preghiamo il Signore perchè ci aiuti a vivere il mistero della Chiesa oggi, in questo nostro tempo.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina con l’Arcivescovo Mons. Salvatore Ligorio; della diocesi di Mondovì, con il Vescovo Mons. Luciano Pacomio; e dell’Arcidiocesi di Lanciano-Ortona, con l’Arcivescovo Mons. Carlo Ghidelli. Cari fratelli e sorelle, come afferma san Paolo, nessuna difficoltà può separarci dall’amore di Cristo, (cfr. Rm 8,35-39). Per questo, testimoniate con fervore la vostra comune adesione a Cristo ed edificate la Chiesa nella carità e nella verità. Saluto i Seminaristi dei Seminari Maggiori, partecipanti al convegno promosso dalla Pontifica Unione Missionaria, ed i rappresentanti del Movimento dei Laici Missionari della Carità, esortando ciascuno a riscoprire il dono della sequela di Cristo, aderendo sempre, con il suo aiuto, alla volontà del Padre. Saluto con affetto gli esponenti dell’Unione mutilati per il servizio istituzionale, ed auspico che la loro visita alle tombe degli Apostoli susciti in tutti un rinnovato desiderio di testimonianza cristiana. Un saluto speciale rivolgo ai soci dell’Associazione Nazionale S. Paolo Italia, qui convenuti così numerosi. Cari amici, vi incoraggio a proseguire generosamente la vostra importante opera in favore dell’animazione dei ragazzi e dei giovani, mediante gli Oratori e i Circoli giovanili. Come l’Apostolo delle genti, siate ferventi annunciatori del Vangelo. Il mio particolare pensiero va pure agli studenti della scuola « Giuseppe Susanna » del I° Circolo didattico « Don Lorenzo Milani » di Galatone, come pure agli alunni dell’Istituto professionale alberghiero di San Pellegrino Terme.

Saluto, ora, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Il Signore risorto riempia del suo amore il cuore di ciascuno di voi, cari giovani, perché siate pronti a seguirlo con l’entusiasmo e la freschezza della vostra età; sostenga voi, cari malati, nell’accettare con serenità il peso della sofferenza; guidi voi, cari sposi novelli, a fondare nella fedele donazione reciproca, famiglie impregnate del profumo della santità evangelica.

Desidero infine rivolgere una speciale parola ai Giovani del Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, che ricordano oggi il 25° anniversario della consegna della croce dell’Anno Santo ai giovani del mondo. Era, infatti, il 22 aprile del 1984, quando alla fine dell’Anno Santo della Redenzione, l’amato Giovanni Paolo II affidò ai giovani del mondo la grande croce di legno che, per suo stesso desiderio, era stata tenuta presso l’altare maggiore della basilica di San Pietro durante quello speciale Anno Giubilare. Da allora, la croce fu accolta nel Centro internazionale giovanile San Lorenzo, e da lì cominciò a viaggiare per i Continenti, aprendo i cuori di tanti ragazzi e ragazze all’amore redentore di Cristo. Questo suo pellegrinaggio prosegue ancora, soprattutto in preparazione delle Giornate Mondiali della Gioventù, tanto da essere ormai nota come « Croce delle GMG ». Cari amici, vi affido di nuovo questa croce! Continuate a portarla in ogni angolo della terra, perchè anche le prossime generazioni scoprano la Misericordia di Dio e ravvivino nei loro cuori la speranza in Cristo crocifisso e risorto!

di Sant’Anselmo di Aosta : Voglio te solo Signore

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/testimonideltempo.html 

 di Sant’Anselmo di Aosta (memoria facoltativa 21 aprile)

VOGLIO TE SOLO, SIGNORE
Ti ho cercato, o Signore della vita,

e tu mi hai fatto il dono di trovarti:

te io voglio amare, mio Dio.

Perde la vita, chi non ama te:

chi non vive per Te, Signore,

è niente e vive per il nulla.

Accresci in me, ti prego,

il desiderio di conoscerti

e di amarti, Dio mio:

dammi, Signore, ciò che ti domando;

anche se tu mi dessi il mondo intero,

ma non mi donassi te stesso,

non saprei cosa farmene, Signore.

Dammi te stesso, Dio mio!

Ecco, ti amo, Signore:

aiutami ad amarti di più.

Publié dans:preghiere |on 23 avril, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno k8570-1

http://74.125.39.132/translate_c?hl=it&u=http://www.ars.usda.gov/is/graphics/photos/cropsimages.new.htm&usg=ALkJrhi4FrPs-Y2oYjf032aNUZF3MmjQhQ

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 22 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Simeone il Nuovo Teologo: « Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090423

Giovedì della II settimana di Pasqua : Jn 3,31-36
Meditazione del giorno
Simeone il Nuovo Teologo (circa 949-1022), monaco greco
Catechesi, 3 ;  SC 96, 305

« Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio »

Il Signore ha detto: «Scrutate le Scritture» (Gv 5,39). Scrutatele dunque e ricordate con molta fedeltà e fede quanto esse dicono. Così, conosciuta chiaramente la volontà di Dio… sarete in grado di distinguere senza sbagliarvi, il bene dal male, invece di prestare orecchio a qualsiasi spirito e di essere trascinati da pensieri malsani

Siate certi, fratelli miei, che nulla è favorevole alla nostra salvezza quanto l’osservanza dei divini precetti del Signore… Ci vorrà tuttavia molto timore, molta pazienza e perseveranza nella preghiera perché ci sia rivelato il significato di una sola parola del Maestro, perché conosciamo il gran mistero nascosto in ogni sua minima parola, e occorrerà che siamo pronti a dare la nostra vita per non lasciar cadere un solo segno dei comandamenti di Dio (cfr Mt 5,18).

Infatti la parola di Dio è come una spada a doppio taglio (Eb 4,12) che pota e taglia fuori l’anima da ogni cupidigia e da ogni istinto della carne. Anzi, essa diviene come un fuoco ardente (Ger 20,9) quando ravviva l’ardore della nostra anima, quando ci fa disprezzare ogni tristezza della vita e considerare le prove come perfetta letizia (Gc 1,2), quando, davanti alla morte temuta dagli uomini, ci fa desiderare e abbracciare la vita, donandoci il mezzo di giungervi.

ECKHOUT ABRAHAM AND THE THREE ANGELS

ECKHOUT ABRAHAM AND THE THREE ANGELS dans immagini sacre 17%20ECKHOUT%20ABRAHAM%20AND%20THE%20THREE%20ANGELS

ECKHOUT ABRAHAM AND THE THREE ANGELS

http://www.artbible.net/1T/Gen1501_AbrahamCovenant_18/index_2.htm

Publié dans:immagini sacre |on 22 avril, 2009 |Pas de commentaires »

ALLA RICERCA DELLE RADICI – L’IDENTITÀ EBRAICA IN MARTIN BUBER

se siete interessati all’ebraismo, sia storia, sia fede, sia attualità visitate il sito del link, ora lo metto anche nei link, dal sito:

http://www.nostreradici.it/identità-Buber.htm

ALLA RICERCA DELLE RADICI – L’IDENTITÀ EBRAICA IN MARTIN BUBER

Clara Levi Coen (*)
 
 
I dialoghi di Camaldoli
Il testo seguente è tratto dai Dialoghi di Camaldoli del 1990, sul tema « Ebrei e Cristiani: chi siamo noi? » – Due identità a confronto

   Introduzione
 Il processo spirituale dell’ebraismo
 L’unità tra religione ed etica
 Costruire la pace è completare la creazione 

    Introduzione       

    La ricerca delle più profonde radici dell’identità ebraica fu appassionatamente perseguita da Buber nell’intero corso della sua vita e sempre risuonò la sua parola di richiamo alle fonti originarie di una reale ebraicità.

     Perché ci chiamiamo Ebrei? – si chiedeva nel lontano 1909 – Solo perché così si chiamarono i nostri Padri? Per una consuetudine ereditaria? O il nostro nome ha origine in una realtà? (…) Esiste una reale religiosità ebraica? Non dogma o norma, e culto o regola, ma relazione particolare e vissuta dell’uomo con l’Assoluto che si dovrebbe, per la sua sostanza, dichiarare ebraica e che si concreta in una comunanza con gli Ebrei? Esiste ancora, nel nostro tempo, il sentimento elementare di Dio? la santa, ardente, potenza di Elohim? (…) Considerata quale realtà interna – egli si rispondeva – la religiosità ebraica è un ricordo, forse anche una speranza, ma non una manifestazione attuale(1).

    E così era per una presunta « nazionalità ebraica ». Vivendo nella diaspora, privati della propria terra, della propria lingua e assimilando le forme di vita della realtà circostante, gli ebrei vivevano e soffrivano la profonda frattura tra la soggettività della coscienza della propria appartenenza alla catena delle generazioni che li avevano preceduti e plasmati e l’oggettività del proprio partecipare alla cultura e alla realtà dell’ambiente in cui vivevano.

«Noi ebrei dobbiamo sapere – egli affermava – che non solo i costumi dei padri, ma anche la loro sorte: tutto, pena miseria vergogna, tutto questo ha contribuito a formare la nostra essenza …allo stesso modo che dobbiamo sentire e sapere che in noi vivono i cantori e i re di Giuda…»(2)

    Ma sarebbe, pur tuttavia, insensato volersi liberare della civiltà che vive intorno a noi, elaborata dalle forze più intime del nostro sangue e fatta nostra. Ciò porta l’ebreo della diaspora ad un dissidio profondo tra la memoria della sua singola vita e la memoria dei millenni. Da ciò « la tragicità e la grandezza » dell’auto-affermazione degli ebrei che devono vivere la complessità della propria situazione per vivere veramente « ebraicamente ». poiché a nessun altro popolo come all’ebreo è stato costantemente contestato e sempre di nuovo posto in dubbio il diritto all’esistenza. Ad esso sempre di nuovo si chiede di giustificare le ragioni per la propria sopravvivenza. Gli individui che formano questo popolo sono costretti ad una costante auto-critica che possa giustificarne l’identità ai loro stessi occhi.

     Il processo spirituale dell’ebraismo        

     Approfondendo l’analisi di se stesso, ciascun ebreo, a detta di Buber, scopre dentro di sé una fondamentale bi-polarità che è espressione della più profonda essenza della propria ebraicità.

     La coscienza di tale bi-polarità ha le sue radici nell’antichità e nel mito: Nel mito del peccato originale che compare nella Genesi, nei racconti sull’abbandono di Dio nei libri storici, negli appelli ripetuti dei Profeti a vincere l’ingiustizia, nel richiamo alla purificazione in Dio che echeggia nei versetti del salmista, sempre si presenta la dualità tra il bene ed il male. Ma dalla coscienza della divisione interna e della dualità originale scaturisce per l’ebreo, come per nessun altro popolo, l’anelito verso l’unità.

    L’anelito verso l’unità – scrive Buber – è appunto quello che ha reso l’ebreo creativo. Dalla discordia dell’Io tendendo all’unità, egli creò l’idea del Dio-unità. Anelando dal dissidio della collettività umana all’unità, creò l’idea della universale Giustizia. Dalla disunione degli esseri viventi, aspirando all’unità, creò l’idea del Sommo Arnore (3).

    «Solo se sei integro hai parte nell’eterno tuo Dio» è detto nel Midrash. Ma all’età creativa dell’antico Israele seguì l’epoca improduttiva del Galuth, dell’esilio. Età di esilio reale, poiché, a detta di Buber, essa ci ha bandito dalla nostra essenza originale. Lontana dalla vita e dall’anelito vivente verso l’unità, essa era sterile, anzi si volgeva sempre più contro la forza creatrice medesima, contro tutto ciò che vi ha di libero e di nuovo. Come direbbe ora Finkielkraut: «Era un modo di dimenticare il messaggio a favore dell’appartenenza»(4). Era un’età che, nutrita delle parole dei libri, delle interpretazioni alle interpretazioni, stentava una vita povera, malata, contorta, in un’atmosfera di astrazione senza idee. La desolante realtà esteriore, la condizione di emarginazione ed oppressione della vita del Galuth, fatta di ghetti e di pogrom, di pericolo costante e del costante terrore di una sopraffazione distruttrice fu causa concomitante di questa chiusura che minacciò la paralisi totale dell’aspirazione all’unità.

    La fiaccola restò accesa e fu trasmessa alle seguenti generazioni per il fervore di pochi che permisero la speranza in una redenzione. Tale speranza non può attuarsi per l’Ebraismo che con «l’effettiva ammissione nella vita dell’Ebraismo profetico», con l’aspirazione a vivere in modo assoluto ed a concretare il proprio senso di Dio, affinché, come dice Amos, «la giustizia si manifesti a guisa di rapido torrente». (5,24).

    L’Ebraismo in effetti non è soltanto una confessione religiosa, ne è soltanto un popolo, ma è «un processo spirituale che ha i suoi documenti nella storia interna del popolo ebraico e nelle opere dei grandi Ebrei» e che si manifesta nella tensione per l’attuarsi di tre grandi idee e tendenze legate tra di loro: la tendenza all’unità; l’ideale messianico; l’azione nel mondo come unica via all’attuazione del Messianesimo.

    La tendenza all’unità non soltanto è generata, come è stato prima ricordato, dal desiderio intenso di superare l’interiore dissidio, ma anche dall’insita natura dell’ebreo che è portato più a scorgere le connessioni tra i fenomeni che non i singoli fenomeni stessi.

    L’ideale messianico, nella sua visione più alta è l’aspirazione all’assoluto, alla redenzione dello spirito umano e l’avvento non sarà né in un tempo prossimo né in un tempo lontano, ma nel tempo definitivo, nella pienezza del tempo, alla fine dei giorni.

    L’idea d’azione, d’altra parte, intesa nel suo pieno significato, è il vero centro vitale della religiosità. «Per mezzo dell’atto santificato nella sua intenzione vengono liberate le cadute scintille divine sparse nelle cose e negli esseri (la Skehinah)… e così facendo, chi agisce contribuisce alla redenzione del mondo… Anzi, egli coopera alla redenzione di Dio medesimo, poiché, grazie al supremo accomunarsi e tendersi dell’azione, egli può avvicinare per un istante incommensurabile, nell’ora della grazia, l’esiliata gloria di Dio e penetrare in essa»(5). Tale è la sublimità e la pienezza di potere attribuita all’azione.

    La lotta per l’adempimento deve abbracciare tutta la realtà quotidiana, quella dell’individuo e quella del popolo, poiché deve entrare nella vita. Si attueranno, allora, le parole di Isaia: « La voce d’un annunziatore nel deserto: preparate ad Adonai la sua strada!.. (40,3). È questo il significato dell’affermazione del Midrash Tannà debè Elijahu « Prendo per testimoni il cielo e la terra che lo spirito santo può riposare sul pagano e sull’ebreo, sull’uomo e sulla donna, sul servo e sulla serva, unicamente per l’azione dell’uomo…

    L’unità tra religione ed etica         

    Dall’azione per un rinnovamento della religiosità ebraica, dovrebbe, per Buber – in un discorso profetico pronunciato prima del 1° conflitto mondiale – fiorire il rinnovamento spirituale dell’Ebraismo. « Un altro popolo potrebbe forse trovare la sua salvezza altrove; al popolo ebreo essa non si schiude che nella vivente energia… grazie alla quale esso ha durato: non nella sua religione, ma nella sua religiosità»(6). Poiché la religiosità è il vero principio creativo: « Ma se i riti ed i dogmi di una religione sono cosi irrigiditi che la religiosità non è capace di smuoverli oppure non vuole più sottomettersi a loro, la religione diviene sterile e quindi non vera… La religiosità si attua con la realizzazione sulla terra della libertà divina e dell’assoluto, per mezzo della decisione umana. « Il nocciolo dell’Ebraismo è là dove l’assoluto è una faccia velata di Dio che vuole essere scoperta nell’azione umana… « La vera religiosità non ha nulla in comune ne con i sogni dei cuori esaltati, né con l’autogodimento delle anime estetizzanti, né coi giochi profondi di una intellettualità esercitata»(7) La vera religiosità è « azione ».

    La concezione fondamentale della religiosità ebraica ed il nocciolo del monoteismo ebraico consistono nel considerare ogni cosa come espressione di Dio, ogni evento come una manifestazione dell’Assoluto. Per l’ebreo la realtà sensibile è una rivelazione dello spirito divino e della volontà divina. L’ebreo antico non può raccontare altrimenti che sotto forma di mito, perché per lui un evento merita di essere raccontato soltanto allorché può essere inteso nel suo senso divino. Tutti i libri narrativi della Bibbia hanno un solo contenuto: la storia degli incontri di Dio col suo popolo. L’impronta specifica del mito ebraico consiste non nell’abolire la causalità, ma nel porre al posto di quella empirica una causalità metafisica, un collegamento degli eventi vissuti con la sostanza di Dio.

    La realtà sensibile è divina, ma essa deve essere ‘realizzata’ nella sua divinità da chi la vive veramente. Il mito ebraico assume, quindi, un duplice aspetto: l’uno è il mito della conservazione del mondo attraverso le opere del Signore; l’altro è quello della redenzione del mondo attraverso la decisione e l’opera dell’uomo. La quale opera non può portare alla redenzione se non nella realizzazione della comunione e nel formarsi della collettività operante nella luce del Signore. Poiché, per Buber, queste sono le linee fondamentali della dottrina su cui si basa la vocazione dell’Ebraismo:

Dio è il sole delle anime. Ma non sta saldo e non vive in faccia a Dio colui che si sottrae al mondo delle cose e contempla, dimentico di se stesso, il sole; bensì colui che respira nella Sua luce, che vive nella Sua luce, che immerge se stesso e tutte le cose nella Sua luce… Essa albeggia nell’essere, in tutti, ma diventa splendida non in loro, ma fra loro… il divino può svegliarsi nel singolo… ma raggiunge la sua vera pienezza allorché i singoli esseri… si aprono l’uno all’altro, comunicano uno con l’altro, si aiutano l’un l’altro… quando si schiude la sublime prigione della personalità e l’uomo si rivela all’uomo, quando nello spazio che c’è tra loro, nello spazio apparentemente vuoto, sorge l’eterna sostanza: il vero luogo della realizzazione è la collettività, e vera collettività è quella in cui il divino si realizza tra gli uomini(8) .

    Per Buber, dunque, la particolarità dell’ebraismo consiste non nella religione, né nell’etica, ma nell’unità di ambedue questi elementi. Nel vero Ebraismo non ci sono ne morale ne fede considerati come campi separati. Il mondo spirituale diviso in santità dell’opera e santità della Grazia gli è estraneo. E parimenti non possono per esso essere separati il principio nazionale e quello sociale: nazionale significa la materia; sociale significa il compito. Ambedue sono uniti nell’idea di plasmare il popolo in una vera collettività umana, in una comunità sacra. Il mondo del vero ebraismo è il mondo dell’unità di ogni vita sulla terra, d’una unità non in essere, ma in divenire e di un divenire non di se stesso, ma dello spirito, dello spirito umano eletto dallo spirito divino perché sia, come proclama la sublime parola ebraica, suo compagno nell’opera della creazione.

    Questa splendida vocazione dell’Ebraismo dovette, tuttavia, sempre lottare contro le formidabili opposizioni contro lo spirito. Per essa lottarono eroicamente i profeti per i quali il regno di Dio doveva realizzarsi per opera dell’uomo. Essi, spesso costretti a disperare nel suo avvento attuale, proiettarono il quadro delle loro verità nell’avvenire assoluto e, secondo Buber, «il quadro del messianesimo è l’espressione creatrice della loro disperazione». La lotta costante ed eroica per la realizzazione del regno di Dio sulla terra fallisce molto spesso, creando terribili delusioni e gravi pericoli per la vita dello spirito. «Vero è – come dice Dante – che come forma non s’accorda / molte fiate all’intenzione dell’arte, / perché a risponder la matera è sorda, / così da questo corso si diparte talor la creatura» (Primo Canto del Paradiso, vv. 127-129).

    Le deviazioni tuttavia che si sono verificate e che si verificano nella vita dell’Ebraismo devono venire corrette dalla sempre presente aspirazione alla vera collettività. Buber, nel maggio del 1918, parlando del progetto che si stava realizzando attraverso il Sionismo, della costruzione di una vera collettività in Sion, scriveva:

    Sappiamo che ci attende una lotta contro una resistenza smisurata. Non dimentichiamo che all’azione per il divenire della collettività si oppone tutto: la rigidità di coloro che nessuna concessione vogliono fare all’eredità dei Padri e l’inerzia di coloro che sono schiavi del momento; l’egoismo meschino e l’in docile vanità; l’isterico sperpero di se stessi; il culto del puro pensiero ed il culto della « politica reale »; non dimentichiamo la natura della massa eterna che si oppone con tutta l’energia manifesta e latente alla volontà formatrice dell’imperativo morale. E, nondimeno, noi speriamo… Certo, conosciamo abbastanza l’Erev Rav, la plebe eterogenea, pronta ai compromessi e nemica della realizzazione che profana ogni puro divenire dell’Ebraismo. Ma, molto più profondamente, noi siamo, sopra tutte le delusioni del passato e dell’avvenire,fiduciosi in Israele e coscienti di Dio(9) .

    Il filosofo sapeva che la vera via per il rinnovamento non avrebbe mai potuto essere un’adesione alla dottrina ebraica come a qualche cosa di compiuto e di univoco; né I alla legge ebraica come a qualche cosa di chiuso e di immutabile. Non poteva essere altro che un’adesione alle forze originarie, alle viventi forze religiose che si erano sempre manifestate operando in tutto l’ambito della religione ebraica.

    Costruire la pace è completare la creazione        

    Dopo le terribili e meravigliose esperienze di morte e di vita, subite e realizzate da Israele, con la Shoà e con la ricostruzione dello Stato ebraico, il mondo aspetta qualcosa da Buber, dal suo più profondo contenuto spirituale. Egli, parlando a New York nel 1951(10), indicava questa «domanda silenziosa» rivolta dal mondo d’oggi all’Ebraismo, come un fenomeno nuovo nella storia. Per secoli, infatti, il più profondo contenuto spirituale dell’Ebraismo o era rimasto sconosciuto, o aveva ricevuto scarsa attenzione, per la ragione, forse, che durante il periodo dei Ghetti la realtà sottomessa della vita ebraica era intravista a stento dal mondo esterno, mentre, durante il periodo dell’emancipazione, gli Ebrei soltanto e non l’Ebraismo, apparvero a scena aperta.

    Il terribile massacro di milioni di Ebrei, l’avviarsi al martirio di tanti di loro nel nome del Signore, sorretti nell’inumano destino dai cantici della fede e della speranza e, d’altra parte, il rifiorire nella terra dei Padri di un novello stato ebraico, opera umana apparentemente miracolosa, dovuta alla tenace e faticata volontà ed all’azione dei pionieri, tutto questo ha contribuito a far sì che il mondo abbia gradualmente iniziato a percepire che dentro l’Ebraismo vi è qualcosa che ha a che fare, in un modo speciale, con i bisogni spirituali del mondo presente.

    Si può intendere ciò solo considerando l’Ebraismo nella sua interezza e nel suo totale percorso spirituale. Ma «questa interezza, queste fondamentali tendenze e la loro evoluzione – diceva ancora Buber nel 1951 – sono per la maggior parte non riconosciute dagli stessi Ebrei, perfino da coloro che cercano ardentemente il sentiero della verità(11). E portava l’esempio di ebrei spiritualmente importanti come Henry Bergson e Simone Weil:

    Tutti e due, Bergson e Weil, erano ebrei. Tutti e due erano convinti che nel misticismo cristiano avrebbero trovato la verità religiosa che stavano cercando. Bergson ancora vedeva nei profeti d’Israele i precursori della Cristianità, mentre S. Weil semplicemente si sbarazzò tanto di Israele quanto dell’Ebraismo. Nessuno dei due si convertì al Cristianesimo. Bergson, probabilmente perché andava contro le sue inclinazioni lasciare la comunità degli oppressi e perseguitati, e S. Weil per ragioni derivanti dal suo concetto di religione(12).

    Ambedue, secondo Buber, cercavano e credevano di avere trovato nel Cristianesimo la risposta religiosa che stavano cercando e respingevano l’Ebraismo perché non lo conoscevano nella sua interezza:

    Non è vero che Israele non abbia dedicato all’intimità spirituale il suo posto di diritto; piuttosto, non si è accontentato di questo. I suoi maestri contestano l’autosufficienza dell’anima. L’interna verità deve divenire vita reale, altrimenti non rimane verità. Una goccia di realizzazione messianica deve essere mescolata con ogni ora, altrimenti l’ora è priva di Dio, a dispetto di ogni pietà e devozione. Di conseguenza, quello che può essere chiamato il principio sociale della religione d’Israele… ha rapporto con l’umanità sociale, perché la società umana è qui legittimata soltanto se fondata su relazioni reali tra i suoi membri; e l’umanità è considerata nel suo significato religioso. perché la reale relazione con Dio non può essere compiuta sulla terra se mancano le relazioni con il mondo e con l’umanità(13) .

    L’uomo nell’accettare la creazione dalle mani di Dio s.impegna a collaborare all’opera ancora incompiuta: «La creazione è incompleta perché i regni dentro di essa sono ancora discordi e la pace può emergere soltanto dal creato». Nella tradizione ebraica. colui che effettua la pace è chiamato «il compagno di Dio nell’opera della creazione… in nessun luogo l’azione essenziale dell’uomo è così strettamente legata al mistero dell’Essere»(14).

    E proprio per questa ragione la risposta alla domanda silente posta dal mondo contemporaneo in maniera inconscia e non riconosciuta, ma suggerita dai più intimi recessi del cuore, «là dove dimora la disperazione». la domanda di un insegnamento di fede nella realtà, nelle verità dell’esistenza. «cosicché la vita abbia qualche scopo e l’esistenza abbia qualche significato», la domanda rivolta alle religioni storiche, non nei loro dogmi ne nei loro rituali, ma nella intrinseca realtà di fede, appare a Buber come essenzialmente rivolta all’Ebraismo.

      Ma vorrà l’Ebraismo stesso – egli si domanda – rendersi conto che proprio la sua esistenza dipende dal rifiorire della sua esistenza religiosa? Lo stato ebraico può assicurare – egli dice – il futuro di una nazione di Ebrei, anche dotata di una cultura sua propria. ma l’Ebraismo vivrà soltanto se legherà ancora alla vita la primitiva relazione ebraica con Dio, con il mondo e con l’umanità. I profeti di Israele servirono lo spirito, nel mondo umano, generazione dopo generazione, con aggressività, lottando contro chi non attuava «la verità divina nella pienezza della vita di ogni giorno, evadendo così nel puramente formale e rituale, vale a dire nel non impegnativo», limitando il servizio di Dio alla sfera puramente sacrale.

    Il principio religioso-normativo d’Israele è essenzialmente storico. A differenza delle altre religioni, la sua rivelazione è un fatto di storia nazionale. Con questa fede storica, ad un tempo realistica e messianica, il popolo ebreo andò nel mondo, nel suo esilio universale. Il principio della nostra fede, la verità e la giustizia di Dio, l’amore tra gli uomini nella luce della realtà divina: «Ama il prossimo tuo come te stesso. lo sono il Signore tuo Dio» (Lv 19,18), questo principio tentò di attuarsi nel dominio della vita e della storia umane. Ma noi abbiamo negato a noi stessi l’attuarsi del nostro principio nel mondo. L’idea messianica si perse in furiose estasi collettive o in tardive speculazioni gnostiche. E, tuttavia, pur nell’epoca dei ghetti e dei pogrom, si attuò, nel seno delle comunità ebraiche, il principio dell’amore per Dio, per gli uomini e per il mondo, soprattutto nel hassidismo che animò di puro fervore l’intrinseca realtà di fede.

    Quando camminammo nel mondo fuori dal ghetto, ci capitò il peggio. Una spaccatura, sempre più profonda, lacerò l’unità di popolo e religione. E questa spaccatura è presente anche nello stato ebraico. Israele e il principio del suo essere procedono separati. La frattura si può saldare solo nell’adempimento di verità, giustizia, amore di Dio sulla terra. Impresa tremendamente difficile. Nella diaspora, «ancora vigorosamente viva a dispetto della immensa distruzione e devastazione» da nessuna parte vi è un potente sforzo di rinsaldare la frattura.

    Siamo noi ancora Ebrei, Ebrei nelle nostre vite? È l’Ebraismo ancora vivo? In Erez Israel il dubbio può essere ancora nascosto dalle controversie politiche e dal pericolo.
Ma alla diaspora si presenta nella sua nudità. Ci si rende conto della grande crisi dell’umanità. Qual’è la condizione delle sue radici? Possono essere salvate? Possono ancora produrre un fresco germoglio? Riconosciamo noi stessi nel nostro ebraismo reale. Noi siamo i custodi delle radici: lo siamo? – si domanda Buber – Come possiamo di nuovo ascoltare la voce di Dio? «Egli è uno, il Signore della storia, il Dio che nasconde se stesso e che rivela se stesso». Vi sono delle ore nella storia apparentemente abbandonate da Dio, silenziose. Dopo la Shoà, il nascondimento di Dio è troppo profondo. possono « i Giobbe delle camere a gas » ancora parlare con Dio? Giobbe contese con Dio e lo accusò di ingiustizia. Ricevette una risposta da Lui e la ascoltò, ma la parola di Dio non rispondeva all’accusa, non la toccava nemmeno. E noi? – si domanda ancora Buber – «Noi, e con ciò si intende tutti quelli che non hanno superato quello che è accaduto e non lo supereranno. Come è ciò con noi?.. Dobbiamo rimanere sopraffatti di fronte alla faccia nascosta di Dio, come il tragico eroe dei Greci di fronte al fato senza volto? No, piuttosto sempre noi contendiamo, anche noi, con Dio… Anche con Lui, il Signore dell’Essere che noi una volta, noi qui, abbiamo scelto per nostro Signore. Noi non accettiamo supinamente l’esistenza terrena, noi lottiamo per la sua redenzione e, lottando, ci appelliamo all’aiuto del nostro Signore che è sempre ed ancora nascosto. In tale stato noi aspettiamo la Sua voce, sia che essa venga fuori dalla tempesta, sia che esca dalla calma che segue ad essa. Benché la sua veniente comparsa non assomigli a nulla di precedente, riconosceremo ancora il nostro crudele e misericordioso Signore» (15)
______________________________

(*) Saggista. Già ordinario di storia e filosofia nei licei. – Mantova.

1. M. BUBER, Sette discorsi sull’Ebraismo, Carocci, Roma 1976, pp. 3. 4.5.
2. ID., o. c., p. 11.
3. ID., o. c., pp. 23.24.
4. A. FINKIELKRAUT , L ‘ebreo immaginario, Marietti, Genova 1990.
5. M. BUBER, o. c., p. 48.
6. In., o. c., p. 93.
7. ID., o. c., p. 109.
8. ID., o. c., p. 131.
9. In., o. c., pp. 177-78.
10. In., The silent question in At the turning, Ed Farrar, Strauss and Young, New York 1952.
11. ID., o. c., pp. 33.34.
12. Ibidem, p. 38.
13. Ibidem, p. 38.
14. Ibidem, p. 39.
15. ID., Dialogue between Heaven and Earth, in At the turning, Ed. Farrar, Strauss and Young, New York 1952, p. 62.

Publié dans:ebraismo |on 22 avril, 2009 |Pas de commentaires »

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