Archive pour le 25 avril, 2009

LE SERMON DE PIERRE (I lecture de dimanche 26 avril)

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LE SERMON DE PIERRE

http://www.artbible.net/2NT/ACTS%2002%20PENTECOST%20AND%20PREACHING…PENTECOTE%20ET%20PREDICATION_/index5.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Pasqua: “Ho saputo che c’eri!”

ne ho messe due di omelie perché prima ne ho scelta una, poi ho trovato questa sul sito ZENITH ed anche questa mi è piaciuta, così sono due…dal sito:

http://www.zenit.org/article-18003?l=italian

Pasqua: “Ho saputo che c’eri!”


di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 24 aprile 2009 (ZENIT.org).- “Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che io ho’. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore disse: ‘Avete qui qualcosa da mangiare?’. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: ‘ Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi’” (Lc 24,36-44).

Questo Vangelo è la continuazione di quello che descrive il cammino del Signore risorto con i due discepoli diretti da Gerusalemme ad Emmaus in un clima di disillusione e profonda tristezza. Appena giunti alla meta essi avevano pregato Gesù di restare perché ormai il giorno era al tramonto, ed Egli li aveva accontentati entrando in casa “per rimanere con loro” (Lc 24,29). Gesù era però rimasto solamente per lo spazio di una cena, essendo sparito “dalla loro vista” (Lc 24,31) subito dopo avere spezzato il pane. In quell’istante tuttavia, anziché rimanere delusi, il loro cuore aveva ritrovato la gioia smarrita sul Calvario, e senza indugio erano ritornati a Gerusalemme.

Il fatto incredibile da annunciare era questo: il Signore morto, è vivo! Proviamo a immaginare l’impossibile: un nostro familiare amatissimo, sepolto in mattinata in cimitero, si presenta vivo, dopo cena, alla porta di casa…: uno shock! In effetti, sapere con certezza che è viva quella persona che, morendo, si è portata via anche la luce della nostra vita, sul cuore ha l’effetto di una defibrillazione: lo fa ripartire dopo l’arresto. Accertata una simile notizia non importerebbe più se il risuscitato sparisse ancora alla vista degli occhi: niente e nessuno può ormai toglierci la gioia di saperlo vivo. Infatti l’organo della “presenza” della persona amata è il cuore, non la vista.

Altrimenti che senso avrebbe, nel racconto di Emmaus, la precisazione che Gesù entrò in casa “per rimanere con loro” (24,29)? In effetti, il Signore, intendeva rimanere nel cuore dei due discepoli, poiché sapeva bene che sarebbe sparito poco dopo l’inizio della cena. In linea con questa osservazione sta il senso della domanda che Gesù, apparso inaspettatamente circa un’ora dopo al gruppo dei discepoli riuniti a Gerusalemme, rivolge loro: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24,38). La domanda è chiaramente retorica: se c’è stato il terremoto e la casa è crollata, chiedere “perché siete turbati?” significa: non temete, sarà ricostruita più bella di prima. E sulla bocca di Gesù l’implicita promessa riguarda una “ricostruzione” istantanea: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa, come vedete che io ho” (Lc 24,39).

Quello che sembrava il crollo di ogni speranza si è rivelato essere il compimento di tutte le promesse: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, ne profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Perché Gesù dice: “Quando ero ancora con voi” come se adesso non fosse lì con i discepoli? Perché quel Gesù che i discepoli vedono ora, pur essendo la stessa persona di prima, non è più rivestito di carne come prima. E tuttavia, la sua non è una presenza inconsistente come quella di un fantasma. Un fantasma non ha ossa, muscoli ed articolazioni.., però, con altrettanta certezza, nemmeno il corpo risorto potrebbe essere visitato da un ortopedico!

Il significato, spiegherebbe il Signore, è questo: “un fantasma non è una persona viva, Io invece lo sono! Sono proprio io, sono il Gesù di prima! Il mio corpo terreno era il tramite della mia presenza, ma ora, senza dover passare per i vostri sensi esterni, entro “a porte chiuse” nel vostro cuore per mezzo dello Spirito, e rimarrò sempre con voi!”. Comprendiamo così anche il senso della domanda: “Avete qui qualcosa da mangiare?” (Lc 24,41). Il fatto che il Corpo di Gesù risorto mangi e beva è un segno e un messaggio per noi che risorgeremo in Lui: significa che d’ora in poi la nostra fame e la nostra sete sarà saziata mediante un pasto, un cibo che è il Corpo glorioso del Signore: fame e sete di Lui, fame e sete di Vita, fame e sete della sua Presenza!

Questa fame esistenziale di profonda felicità è saziata realmente da Gesù fin da questa vita, perchè tutto il vuoto scavato dentro di noi dal dolore e dalla morte può essere stracolmato oggi stesso dalla persona viva di Gesù, fonte di ogni bene. Ciò può accadere indipendentemente dai limiti della nostra corporeità fisica, dei sensi biologici e persino della sfera psichica, le cui ferite non sono certo inguaribili per lo Spirito creatore del Medico divino, effuso come balsamo il giorno di Pasqua.

Ecco, come per antonomasia di ogni esperienza di baratro interiore, l’angoscia di una donna che si scopre incinta: “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. (…) in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. (…) Mi si è fermato il cuore. (…) mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. (…) E’ paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre”(O. Fallaci, Lettera ad un bambino mai nato).

Il caso è cieco e fa paura come il terremoto, ma le sue scosse, in verità, sono al servizio della divina Provvidenza. Perciò svanisce la paura se la mamma comprende che non il caso e nemmeno la necessità governano il mondo, bensì quell’Amore di Dio che ha chiamato all’esistenza, così, il suo bambino. Per chi crede nella vittoria pasquale di questo Amore sull’odio e sulla morte, tutto concorre a realizzare il vero bene, anche un terremoto, ed egli ha continue prove di tale consolante certezza.

Per questa fede, la luce sfolgorante della notte di Pasqua trasforma le parole dell’angoscia nel canto della speranza: “Stanotte ho saputo che c’eri!..in quel buio s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri! Esistevi! Mi si è fermato il cuore…” (O. Fallaci). Altro genere di arresto per il cuore: fermato perchè la gioia lo fa trasalire al punto da venir quasi meno.

Ho saputo che c’eri! Potrà mai una madre che ha abortito ritrovare questa gioia a causa del suo bambino? Potrà mai sentirlo muovere nel suo grembo? E’ la domanda di Nicodemo a Gesù: “Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4). Cosa occorre fare? Gesù invita Nicodemo ad avere fede: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), e Pietro oggi indica la via pratica: “Ora fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza – (uccidendo ‘l’autore della vita’, come in ogni aborto) – convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (At 3,19).

Avere fede in Gesù significa incontrarLo, anzitutto accostandosi con fiducia al trono della sua Misericordia, che è il sacramento della confessione. La confessione, infatti, aumenta ogni volta la fede, come una trasfusione di sangue aumenta l’energia vitale del corpo gravemente anemico. Ma la confessione è il segno di un rapporto nuovo con il Signore risorto, un’amicizia che chiede molti altri incontri: l’incontro con Gesù Eucaristia, l’incontro con la sua Parola, l’incontro con il padre spirituale, l’incontro con ogni prossimo da accogliere, insomma: l’incontro con tutto ciò che giorno per giorno la sua volontà vuole che io faccia.

Man mano che la fede, frutto di questi numerosi incontri con Gesù, va prendendo possesso del mio cuore, della mia mente, della mia anima e delle mie forze, accade questo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Ecco come ne parla Benedetto XVI: “Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un soggetto più grande. Allora il mio io c’è di nuovo, ma appunto trasformato, dissodato, aperto mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza.(…) La grande esplosione della Risurrezione ci ha afferrati nel battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto: è questo il significato dell’essere battezzato, dell’essere cristiano. E’ questa la gioia della Veglia pasquale. La Risurrezione non è passata, la Risurrezione ci ha raggiunti e afferrati. Ad essa, cioè al Signore risorto, ci aggrappiamo e sappiamo che Lui ci tiene saldamente anche quando le nostre mani si indeboliscono. Ci aggrappiamo alla sua mano, e così teniamo le mani anche gli uni degli altri, diventiamo un unico soggetto, non soltanto una cosa sola. IO, MA NON PIU’ IO: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della Risurrezione dentro il tempo” (Omelia durante la Veglia di Pasqua, 15 aprile 2006).

Ho saputo che c’eri, bambino mio! L’ho saputo nell’unico modo in cui è possibile saperlo, poiché corrisponde al Luogo vivo dove ora ti trovi. Come quando quel Gesù Risorto presso il quale stai ora si trovava nel grembo di Maria, e bisognava incontrare Lei per incontrare Lui. Così ora so che per incontrare te devo incontrare Lui; per incontrare Lui devo entrare in me, perché Cristo vive in me e tu sei dentro di Lui che vive in me. Ecco, mio Signore e mio Dio, io non sapevo realmente che Tu ci sei, che sei vivo in mezzo a noi e dentro di me. Lo sapevo per sentito dire, ma ora i miei occhi, quelli della fede, ti vedono più di quanto veda me stessa. E sono piena di gioia e di stupore, perché in Te vedo anche il mio bambino che non ho visto mai.

———

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

III domenica di Pasqua: La promessa portata a compimento anche per noi (omelia)

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15154

La promessa portata a compimento anche per noi

padre Gian Franco Scarpitta 

III Domenica di Pasqua (Anno B) (26/04/2009)

Vangelo: Lc 24,35-48  

Più che il racconto dell’apparizione ai discepoli, il vero culmine del brano evangelico di oggi è il commento finale di Gesù, che dopo aver dissipato ogni stupore e ogni dubbio insito nei suoi con la consumazione di una porzione di pesce arrostito, rammenta loro: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.” Un’espressione che richiama immediatamente un insegnamento precedente, sempre riportato in Luca: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste sofferenze per entrare nella gloria?” (Lc 24, 25 – 26)
Anche se Gesù deve necessariamente mostrare le mani e il costato e consumare (pur non avendone bisogno, nel suo corpo glorificato) una porzione di pesce arrostito per togliere ogni timore e dissipare ogni dubbio, egli si rivolge ai discepoli soprattutto con le espressioni suddette, perché sono proprio quelle che danno spiegazione risolutiva a quanto essi stanno vedendo: che il figlio di Dio soffrisse, fosse torturato e fosse messo a morte era necessario. Una necessità non caratterizzata dall’uomo o dalla storia, ma determinata dal volere divino di salvezza, per la quale il padre aveva impostato che il Figlio subisse patemi e venisse sottomesso alla frustrazione e alla morte di croce ai fini di resuscitare. Il Cristo Salvatore doveva passare attraverso il patibolo, spirare di morte violenta ed essere consegnato alla terra (al sepolcro) perché Dio realizzasse sugli uomini il suo piano di salvezza perché quello e non altro era sempre stato, sin dall’inizio dei tempi, il progetto divino nei riguardi dell’uomo: tutti i particolari della morte e della resurrezione erano stati preordinati e preimpostati come descrivono le Scritture; poiché infatti Mosè, Davide, i profeti e le varie prefigurazioni bibliche parlavano già di qualcosa che era in germe, ossia la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, e che adesso ha trovato compimento il mattino dopo il Sabato, nell’evento della tomba vuota.
Gesù Risorto è insomma l’adempimento delle antiche promesse messianiche, il culmine della rivelazione e il compimento di ogni profezie di cui parlava la Bibbia.
Perché allora si stupiscono i discepoli nel vedere il Signore Risorto e glorificato? Non dovrebbero piuttosto esultare e rendere gloria a Dio per un avvenimento che ci si aspettava e che ora si è definitivamente realizzato? Senza il rischio di esagerare, ci azzardiamo a dire che l’atteggiamento dei discepoli avrebbe dovuto avere le fattezze proprie dei tifosi allo stadio durante un match importantissimo, quando la squadra preferita messe a segno una rete importante e decisiva: tutti quanti si esulta di gioia incontenibile, perché ci si aspettava quel goal che finalmente è arrivato. O almeno lo si sperava con fervore.
Nei discepoli di Gesù c’è gioia, ma si tratta pur sempre di una letizia mista a stupore e a meraviglia, propria di chi crede di vedere un fantasma e il mostrare mani e piedi è la soluzione più conveniente perché finalmente si risvegli in tutti il vero sentire e sperare che è proprio della fede; la verità è che il torpore e la cecità degli apostoli avevano impedito di vedere nell’apparso maestro risorto l’adempimento delle promesse secondo quanto detto dai profeti e dalle Scritture.
Cristo dal canto suo, una volta risuscitato, appare deliberatamente e nella forma convincente e determinata ai discepoli e come dirà poi Paolo comparirà anche a più di 500 persone oltre che a lui medesimo, recando la pace, manifestando il suo innalzamento glorioso, comunicando (Giovanni) il dono dello Spirito Santo e invitando i suoi a “fare discepoli tutti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Le apparizioni, proprio perché molteplici e variegate, sono la riprova della realtà della resurrezione, l’affermazione effettiva di questo mistero indicibile di vita nel mondo degli apostoli, dei discepoli e di tutti gli uomini e hanno pertanto un valore incontrovertibile.
Ma la ragione del loro verificarsi fenomenologico è sempre la stessa: il compimento messianico di quanto descrivono le Scritture, da Abramo a Mosè fino ai profeti e quello che deve colpire nel segno è la centralità di Cristo Signore Messia Glorioso che appare non perché vuole rendere soddisfazione a uomini titubanti ed incerti, ma perché vuole affermare la propria grandezza da Risorto vincitore della morte, capace di superare la prova del supplizio con la vittoria sul sepolcro.
Infatti è proprio sui questo che fa leva il discorso aspro e recriminatorio di Pietro che rende testimonianza dell’evento: prima ancora di rendersi testimone della tomba vuota e delle apparizioni, egli esclama: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato”, e più avanti (v. 22 e ss) aggiungerà: “Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.”
e questo è sufficiente per rendere ragione sul motivo per cui Gesù non era sceso dalla croce ma aveva affrontato il patibolo: la necessità di attraversare il patimento per manifestare adesso il suo innalzamento vittorioso di Signoria vera e di gloria definitiva e pertanto è ora assodato che il vero Messia e Salvatore promesso è proprio lui.
Il tempo della Chiesa, che intercorre fra la Resurrezione – Ascensione del Signore fino alla sua venuta finale nel giorno del giudizio, è il nostro momento, caratterizzato dall’annuncio e dalla testimonianza del Signore risorto che vive immortale e che non conosce sconfitta umana se non la durezza e l’ostinazione del cuore; quello che impomne che noi davvero ci appropriamo, affascinandocene, del mistero del Risorto che sfolgora la sua gloria e che ci chiama sempre a testimoni della sua fiducia e della nostra speranza. Si tratta del tempo che deve connotare tutti i credenti come contrassegnati dalla gioia e dall’esultanza e dallo spirito fervente della missione che lo stesso Risorto ci ha affidato.

buona notte

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St. George’s mushroom

http://www.naturephoto-cz.com/st.-george’s-mushroom:calocybe-gambosa-photo-11376.html

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