Archive pour le 24 avril, 2009

Sant’Ireneo di Lione : « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090425

San Marco, evangelista – Festa : Mc 16,15-20
Meditazione del giorno
Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, III, 1

« Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura »

Il Signore di tutte le cose ha dato ai suoi apostoli il potere di proclamare il Vangelo. E per mezzo di loro abbiamo conosciuto la verità, cioè l’insegnamento del Figlio di Dio. A loro il Signore ha detto: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). Noi infatti non abbiamo conosciuto il disegno della nostra salvezza se non per mezzo di coloro che ci hanno trasmesso il Vangelo.

Questo Vangelo, l’hanno prima predicato. Poi, per la volontà di Dio, ce l’hanno trasmesso nelle Scritture, perché diventasse «colonna e sostegno» della nostra fede (1 Tm 3,15). Non è lecito dire che abbiano predicato prima di essere giunti alla conoscenza perfetta. Questo lo  pretendono alcuni, che osano correggere gli apostoli e se ne vantano. Infatti, dopo che il nostro Signore é risuscitato dai morti e che gli apostoli sono stati «rivestiti di potenza dall’alto» per la discesa dello Spirito Santo, sono stati ricolmi di certezza su ogni argomento e hanno posseduto la conoscenza perfetta. Allora andarono «fino ai confini del mondo» (Sal 18,5 ; Rm 10,18) proclamando la Buona Novella dei beni che ci vengono da Dio e annunciando agli uomini la pace del Cielo. Possedevano, tutti ugualmente e ognuno in modo particolare, il Vangelo di Dio.

San Marco evangelista

San Marco evangelista dans immagini sacre

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IL MISTERO DEL SABATO SANTO (liturgia)

 IL MISTERO DEL SABATO SANTO
 
stralcio dal libro: M. Augé, Quaresima Pasqua Pentecoste. Tempo di rinnovamento nello Spirito, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, 41-44)


 Il Sabato santo, come tutti gli altri giorni del Triduo, non dimentica di proporre il mistero pasquale nella sua interezza. Nell’interpretazione che ne fa la Chiesa, i tre salmi dell’Ufficio delle letture scandiscono il mistero della Pasqua nei tre momenti di morte, sepoltura e risurrezione. Il Sal 4 celebra Il Cristo morto che riposa sicuro in Dio: “In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare »”(v.9). Il Sal 15 celebra l’attesa fiduciosa della risurrezione del Cristo sepolto: “perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (v.10). Finalmente, il Sal 23 celebra la piena glorificazione di Cristo che varca le porte del cielo per essere intronizzato alla destra del Padre: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche, ed entri il re della gloria” (v.9). Così pure i due salmi e il cantico delle Lodi mattutine (Sal 63, Is 38, Sal 150), letti alla luce delle rispettive antifone, indirizzano la nostra attenzione verso i tre momenti: di morte (“…l’innocente, il Signore, è stato ucciso”), di riposo nella speranza (“dal potere delle tenebre libera, Signore la mia anima”) e di glorificazione (“Ero morto, ora vivo nei secoli…”).  I salmi delle altre Ore dell’Ufficio e gli altri elementi, come le letture bibliche, le invocazioni e le intercessioni, sottolineano ora uno ora l’altro momento del mistero pasquale.

 

            Tema specifico del Sabato santo, oltre al riposo di Cristo nel sepolcro, è la sua “discesa agli inferi”. Ne parla lungamente la bellissima Omelia del IV secolo di un autore anonimo, testo letto nell’Ufficio delle letture. Il tema riappare poi, in forma di preghiera, nell’orazione del giorno e nelle invocazioni delle Lodi più qualche altra volta nei testi della successiva Cinquantina pasquale. Si tratta di un articolo di fede che la liturgia proclama nel poco usato Simbolo degli Apostoli e nella Preghiera eucaristica IV. Verità estranea forse alla sensibilità moderna e in qualche modo trascurata dalla coscienza credente, eppure fondamentale per cogliere il senso profondo, cristologico e soteriologico, della Pasqua. L’Omelia, di cui sopra, dopo aver affermato: “Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”, illustra con immagini suggestive l’incontro di Cristo con Adamo e gli altri giusti che giacciono “nelle tenebre e nell’ombra di morte”, ai quali il Redentore reca l’annuncio della salvezza e conduce all’eterna dimora del regno dei cieli.

 

Nella suddetta omelia troviamo illustrati due aspetti di questo mistero, quello cristologico e quello soteriologico: la discesa di Cristo agli inferi esprime anzitutto la realtà – verità della morte di Gesù. Egli non solo è morto, ma è rimasto anche nello stato di morte, è entrato nel regno dei morti, che la Scrittura chiama “inferi”, “shéol” o “ade” (cfr. Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9). Gesù nella sua morte ha abbracciato senza restrizioni il tragico destino dell’uomo. Ma la solidarietà di Cristo con gli uomini non è solo dentro la morte ma anche oltre la morte: Egli ha vinto la morte e ha aperto agli uomini di tutti i tempi, da Adamo in poi, la via della speranza e della salvezza. E’ la dottrina che esprime una delle invocazioni delle Lodi mattutine quando parla del Cristo come del “nuovo Adamo, che è disceso nel regno dei morti per liberare le anime dei giusti prigionieri fin dall’origine del mondo”. Il tema riappare poi nell’inno delle Lodi mattutine del Tempo di Pasqua: “Dagli abissi della morte / Cristo ascende vittorioso / insieme agli antichi padri”. La discesa di Cristo agli inferi ha poi una dimensione ecclesiale – sacramentale. Ne parla l’orazione del giorno, la quale dopo aver ricordato che il Figlio di Dio è “disceso nelle viscere della terra”, formula la seguente supplica: “fa che, sepolti con lui nel battesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risurrezione”. Nel sacramento del lavacro, l’uomo entra concretamente in quell’itinerario di solidarietà dentro e oltre la morte di Cristo e diviene per questo membro della comunità dei redenti, come illustra san Paolo in Rm 6,4-5, testo a cui si ispira l’ultima invocazione delle Lodi: “Cristo, Figlio di Dio, che mediante il battesimo ci hai uniti misticamente a te nella morte e nella sepoltura, fa che, configurati alla tua risurrezione, viviamo una vita nuova”. 

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IL VANGELO DI MARCO

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/Il_Vangelo_di_Marco.html

IL VANGELO DI MARCO
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Il 10 dicembre 2002 è iniziato il nuovo anno liturgico. In esso per 36 domeniche sentiremo proclamare il “Vangelo secondo Marco”. Per aiutare i lettori o ascoltatori nella comprensione di questo Vangelo, ne facciamo una breve presentazione che vuole innanzitutto rispondere alla domanda: “Perché Marco ha scritto il suo Vangelo?”. Ora, nessuno si meravigli se rispondiamo iniziando dall’ultima frase del suo Vangelo: “Le donne (quelle che il mattino di Pasqua erano andate al sepolcro e udirono per prime l’annunzio della resurrezione) fuggirono dal sepolcro perché erano piene di spavento e stupore e non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (16,8). Un’affermazione unica e sorprendente, totalmente opposta ad una più che molteplice affermazione. Qualche amanuense ha sentito fastidio di fronte a questo finale e ha aggiunto i vv. 9-20. Altri dicono che Marco abbia voluto con questa frase lasciare al fatto della Resurrezione tutto il suo alone di mistero, mentre altri, a ragione, sostengono che questa affermazione rifletta la situazione della comunità di Marco, la quale sottomessa alla persecuzione ha paura di testimoniare e di annunciare il Vangelo. Era possibile aiutare la comunità a reagire?
Per Marco c’era un solo modo: aiutarla a riflettere sull’evento-Gesù e sulle relazioni dei primi discepoli con Gesù, ripercorrendo l’itinerario di fede compiuto da quei discepoli che dopo la Pasqua hanno testimoniato la loro fede fino al sangue. Anche per loro non fu facile seguire Gesù, anzi fu assai duro assumere la responsabilità dell’annuncio del Vangelo. Eppure essi, dopo tanti tentennamenti, hanno capito che era necessario e che valeva la pena annunciare al mondo, fino al martirio, che Gesù era (è) il Cristo e il Figlio di Dio (1,1: titolo del Vangelo secondo Marco). Solo risvegliando questa fede nella sua comunità e descrivendo il cammino di fede dei primi discepoli, Marco pensa di riuscire a raggiungere il suo scopo e a far sì che i paurosi discepoli della sua comunità ridiventino veri discepoli, veri testimoni di Cristo anche in un clima di persecuzione.
Non è questo ciò di cui abbiamo bisogno nel mondo d’oggi, così scristianizzato? Perché noi cristiani abbiamo così paura di dire la nostra fede? Per questo sentiamo il bisogno di fare una presentazione del Vangelo secondo Marco ripercorrendo l’itinerario di fede compiuto dai primi discepoli. È l’unico mezzo per riprendere coscienza del nostro essere cristiani, per rimotivare la nostra vita cristiana e ottenere dallo Spirito la forza e il coraggio di una vera testimonianza. Il metodo è facile: ascoltando o leggendo il Vangelo, fissiamo contemporaneamente lo sguardo su Gesù e sui discepoli. E senz’altro ci ritroveremo in loro. Quello che Marco scrive su di loro non può averlo inventato e tanto meno può averlo inventato la comunità cristiana che venerava i primi discepoli come martiri. Sono essi che ci dicono quanto è loro costato diventare discepoli di Gesù. Il loro travaglio ha tutte le caratteristiche di un’autentica storicità. E allora osserviamo…

… il cammino dei discepoli

L’inizio è fantastico. Ai primi quattro chiamati (1,16-20) Gesù prospetta loro un nuovo avvenire: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. Gesù li chiama per una missione. Ma non li manda subito allo sbaraglio; prima li vuole formare. Il “vi farò pescatori di uomini” è al futuro. Per ora debbono solo seguirlo. Egli, infatti, li vuole prima formare, non come un maestro che si limita a dare loro degli insegnamenti, ma come uno che insegna un modo di vivere. Per questo debbono seguirlo in continuità, osservare come fa lui; porsi delle domande sulla sua identità, cercare di capire chi è e di entrare nel suo modo di vedere, nei suoi ideali e assumere il suo modo di fare. Insomma, c’è un cammino da fare.
All’inizio tutto è bello: quanto entusiasmo quando nella sinagoga di Cafarnao (1,21-28) Gesù insegna con autorità; persino gli spiriti impuri gli ubbidiscono: è più di un maestro; questo titolo non esaurisce però la sua identità. E poi alla fine della giornata (1,29-39), quando tutta la città accorre a lui, la loro meraviglia giunge al colmo. Ma al mattino seguente, quale sconcerto! Gesù non era più con loro. Se n’era andato a pregare tutto solo. Lo cercano e quando lo trovano gli dicono: “Ma tutti ti cercano!”. E Gesù, che non si fida dell’entusiasmo dice loro: “Andiamocene altrove”. L’unica cosa che interessa a Gesù è la sua missione; e mentre se ne va, ecco un lebbroso (1,40-45) che si avvicina a lui, e Gesù, violando la legge, lo tocca e lo guarisce. Per Gesù quando si tratta di fare il bene non c’è legge che tenga. Questo imparano i discepoli.

Rompere con la propria storia

Ritornati a Cafarnao (2,1-12), mentre sono in casa, vedono che gli calano un paralitico davanti e sentono Gesù che dice: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. E alcuni dei presenti dicono: “Bestemmia”. Poi (2,13-17), passando per la strada, Gesù vede Levi un esattore di tasse, cioè un pubblico peccatore e gli dice: “Seguimi!” e va a casa sua a cenare con tanti pubblici peccatori come lui, mentre i farisei mormorano. I discepoli (2,18-22) si accorgono che la critica incomincia a demolire Gesù e che non sempre va bene a chi lo segue. Infatti, anche loro sono criticati perché non digiunano e non osservano il sabato. Ma neppure Gesù lo osserva (2,23-3,6). Infatti guarisce uno che ha la mano paralizzata in giorno di sabato; ed essi imparano che essere discepoli significa non emarginare nessuno e che bisogna fare del bene a tutti senza badare a certe regole. Per i discepoli è un mondo che incomincia a sgretolarsi: le vecchie regole, le tradizioni saltano. Forse per seguire Gesù è probabile che bisogna rompere anche con la propria storia.
E la critica contro Gesù si acuisce (3,20-35). Gli avversari, già decisi a farlo fuori (3,6), dicono che “è fuori di sé… che è un indemoniato”. I discepoli osservano Gesù e si accorgono che non si arrabbia, ma che cerca il dialogo. Infatti egli vuole fare del bene anche ai suoi nemici. E capiscono anche che li ha chiamati “perché stessero con lui” (3,14). L’apostolato è ancora lontano. Ora debbono intensificare la comunione con lui, cercare di capirlo sempre di più e diventare suoi familiari, ascoltando e mettendo in pratica la sua parola che rende tutti fratelli e sorelle in lui, cioè formare con lui una vera famiglia (3,31-35). Incomincia a crearsi un vero clima di comunione, di famiglia, di dialogo: quando sono soli con Gesù, egli spiega loro ogni cosa (c. 4). Ma c’è sempre qualcosa che non va. Quando infatti Gesù calma la tempesta, essi si spaventano e si accorgono che non riescono a capirlo: “Ma chi è costui? Anche il vento e il mare gli ubbidiscono!”. Però lo seguono e si sforzano di penetrare sempre di più nel suo mistero.

Al di là di ogni rifiuto

La rivelazione continua a ritmo serrato. Gesù appare loro (capitolo 5) come colui che vince una legione di demoni, come uno che non solo guarisce, ma che salva, perché all’emorroissa dice: “La tua fede ti ha salvata”, e poi come uno che dona la vita alla figlia di Giairo. Ed essi capiscono che il titolo che più si addice a Gesù è quello di “Salvatore”. Eppure, la sua gente, i Nazaretani lo rifiutano (6,1-6). Ma Gesù non fa caso al rifiuto e continua ad annunziare a tutti il Vangelo. Ciò è importante per una comunità come quella di Marco che ha paura. Ed è anche formativo per i primi discepoli che ora vengono mandati a fare un primo assaggio di apostolato. Gesù dice loro che se sono rifiutati se ne vadano altrove, proprio come fa lui (6,6b-13).
Quando poi ritornano, Gesù, vedendoli stanchi, dice loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo solitario e riposatevi un po’”. Si noti: “in disparte”, “voi soli” e più tardi “in casa”. Sono espressioni che da 6,31 fino alla fine del capitolo 10, si ripeteranno molte volte. Esse indicano la comunità che si raccoglie attorno a Gesù. I discepoli hanno bisogno di dialogare con Gesù, di imparare, di approfondire il suo mistero. C’è buona volontà nei discepoli, ma anche tanta fatica nel capire Gesù, che da questo momento appare totalmente donato alla loro formazione.
Gesù moltiplica i pani (6,33-44), ma poi obbliga i suoi discepoli a risalire in barca e ad andarsene, mentre lui se ne va sulla montagna a pregare. C’è separazione Gesù-discepoli, ma Gesù non li dimentica: vedendo che faticano nel remare va verso di loro “camminando sulle acque”. Essi lo vedono e, spaventati, urlano: “Un fantasma! Un fantasma!”. Gesù si fa conoscere, sale sulla barca e calma le onde, ma essi rimangono lì, spaventati. Il Vangelo annota: “Non avevano capito il fatto dei pani e il loro cuore era indurito”, come quello dei farisei (3,5). Non c’è sintonia tra loro e Gesù (6,45-52). Si accorgono che non riescono a capirlo e che non sempre riescono a pensarla come lui. A noi non capita forse tante volte lo stesso?

Verso la comprensione dell’identità di Gesù

Poi ecco Gesù circondato dai farisei e dagli scribi venuti apposta da Gerusalemme per controllarlo. Questi si accorgono che i suoi discepoli mangiano senza aver prima lavato le mani. Cosa orribile! Il caso suscita una discussione sul “puro e impuro” e Gesù li attacca accusandoli di mettere le regole inventate dagli uomini al di sopra dei comandamenti di Dio (7,1-15). I discepoli debbono essere rimasti disorientati: Gesù ha criticato il loro mondo che trova sicurezza nella “tradizione”. Per questo, quando sono “in casa”, chiedono spiegazioni e Gesù dice loro: “Così neanche voi siete capaci di comprendere?” e, con bontà si spiega (7,17-23). Ma le difficoltà continuano. Dopo la seconda moltiplicazione dei pani (8,1-9) c’è uno scontro con i farisei che Gesù interrompe risalendo in barca con i suoi discepoli (8,11-13).
Sono “soli” con Gesù che dice loro: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei”. Ed essi di nascosto si misero a discutere, perché non avevano pane con loro. Gesù si accorge e li riprende con durezza: “Ma non capite ancora e non intendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete?… Ho moltiplicato due volte i pani e non capite ancora” (8,14-21). Non è sempre facile capire Gesù ed entrare nei suoi pensieri. La loro formazione non si è ancora conclusa, anche se qualcosa hanno capito perché quando Gesù chiede loro: “Ma per voi chi sono io?”, Pietro, a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia. E Gesù dice loro di non dirlo a nessuno (8,29-30). Il fatto è che hanno capito solo qualcosa di lui, ma non sanno ancora in che senso è Messia.

In cammino verso la Pasqua

Con 8,31 ha inizio la seconda parte del Vangelo, quella in cui Gesù stesso rivela ai discepoli la sua vera identità, presentandosi come “Messia sofferente” e incontrando subito la netta opposizione di Pietro che parla a nome di tutti (8,31-33). Il momento è importante perché Gesù mette tutti di fronte a una scelta radicale. Ora sanno in che senso è Messia; ora è il momento di una chiara e libera scelta. Gesù infatti dice loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me (cioè: se qualcuno vuol essere mio discepolo), la smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (8,34). Il senso è chiaro: chi lo segue sarà coinvolto nel suo stesso destino.
I discepoli non rispondono né “sí” né “no”, ma lo seguono a denti stretti: è duro seguirlo. Lo dimostra il fatto che quando Gesù per altre due volte annuncerà la sua passione (9,30-32 e 10,32-34), quasi non lo ascoltano: preferiscono cambiare argomento e discutere su chi sarà il primo nella sua comunità. Questo è il clima che domina nella relazione Gesù-discepoli fino all’inizio della settimana di passione (8,31-10,45). L’unica cosa positiva è che, malgrado tutto, lo seguono e che quando sono soli, “in casa” (9,33) o “in disparte” (10,32), lo ascoltano.
Nella prima parte del racconto della Passione (c. 14) il confronto con Gesù è molto accentuato e la conclusione è che abbandonano Gesù. Ne parleremo durante la Quaresima. Il fatto è che Gesù affronta da solo la sua Passione, ma “risorto” riuscirà di nuovo a riunirli attorno a sé ed essi lo seguiranno fino al martirio.
***
Abbiamo esposto in sintesi il “cammino dei discepoli”. Il nostro desiderio per quest’anno è quello di esaminarlo nei dettagli per aiutare i lettori a meditare sul nostro essere discepoli. Vorremmo dare alla nostra esposizione questo titolo: “A scuola da Gesù”. Non c’è altro da fare per chi vuol rimotivare in continuità il suo essere cristiano: ascoltare Gesù, “Parola di Dio” in tutto ciò che fa e dice.
                                                                               Mario Galizzi SDB

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25 aprile : San Marco Evangelista

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850

San Marco Evangelista

25 aprile
 
sec. I

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie

Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

Emblema: Leone

Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria. 

La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio

Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo

Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia

La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli 

Publié dans:Santi |on 24 avril, 2009 |Pas de commentaires »

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