Archive pour le 22 avril, 2009

buona notte

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Simeone il Nuovo Teologo: « Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090423

Giovedì della II settimana di Pasqua : Jn 3,31-36
Meditazione del giorno
Simeone il Nuovo Teologo (circa 949-1022), monaco greco
Catechesi, 3 ;  SC 96, 305

« Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio »

Il Signore ha detto: «Scrutate le Scritture» (Gv 5,39). Scrutatele dunque e ricordate con molta fedeltà e fede quanto esse dicono. Così, conosciuta chiaramente la volontà di Dio… sarete in grado di distinguere senza sbagliarvi, il bene dal male, invece di prestare orecchio a qualsiasi spirito e di essere trascinati da pensieri malsani

Siate certi, fratelli miei, che nulla è favorevole alla nostra salvezza quanto l’osservanza dei divini precetti del Signore… Ci vorrà tuttavia molto timore, molta pazienza e perseveranza nella preghiera perché ci sia rivelato il significato di una sola parola del Maestro, perché conosciamo il gran mistero nascosto in ogni sua minima parola, e occorrerà che siamo pronti a dare la nostra vita per non lasciar cadere un solo segno dei comandamenti di Dio (cfr Mt 5,18).

Infatti la parola di Dio è come una spada a doppio taglio (Eb 4,12) che pota e taglia fuori l’anima da ogni cupidigia e da ogni istinto della carne. Anzi, essa diviene come un fuoco ardente (Ger 20,9) quando ravviva l’ardore della nostra anima, quando ci fa disprezzare ogni tristezza della vita e considerare le prove come perfetta letizia (Gc 1,2), quando, davanti alla morte temuta dagli uomini, ci fa desiderare e abbracciare la vita, donandoci il mezzo di giungervi.

ECKHOUT ABRAHAM AND THE THREE ANGELS

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ECKHOUT ABRAHAM AND THE THREE ANGELS

http://www.artbible.net/1T/Gen1501_AbrahamCovenant_18/index_2.htm

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ALLA RICERCA DELLE RADICI – L’IDENTITÀ EBRAICA IN MARTIN BUBER

se siete interessati all’ebraismo, sia storia, sia fede, sia attualità visitate il sito del link, ora lo metto anche nei link, dal sito:

http://www.nostreradici.it/identità-Buber.htm

ALLA RICERCA DELLE RADICI – L’IDENTITÀ EBRAICA IN MARTIN BUBER

Clara Levi Coen (*)
 
 
I dialoghi di Camaldoli
Il testo seguente è tratto dai Dialoghi di Camaldoli del 1990, sul tema « Ebrei e Cristiani: chi siamo noi? » – Due identità a confronto

   Introduzione
 Il processo spirituale dell’ebraismo
 L’unità tra religione ed etica
 Costruire la pace è completare la creazione 

    Introduzione       

    La ricerca delle più profonde radici dell’identità ebraica fu appassionatamente perseguita da Buber nell’intero corso della sua vita e sempre risuonò la sua parola di richiamo alle fonti originarie di una reale ebraicità.

     Perché ci chiamiamo Ebrei? – si chiedeva nel lontano 1909 – Solo perché così si chiamarono i nostri Padri? Per una consuetudine ereditaria? O il nostro nome ha origine in una realtà? (…) Esiste una reale religiosità ebraica? Non dogma o norma, e culto o regola, ma relazione particolare e vissuta dell’uomo con l’Assoluto che si dovrebbe, per la sua sostanza, dichiarare ebraica e che si concreta in una comunanza con gli Ebrei? Esiste ancora, nel nostro tempo, il sentimento elementare di Dio? la santa, ardente, potenza di Elohim? (…) Considerata quale realtà interna – egli si rispondeva – la religiosità ebraica è un ricordo, forse anche una speranza, ma non una manifestazione attuale(1).

    E così era per una presunta « nazionalità ebraica ». Vivendo nella diaspora, privati della propria terra, della propria lingua e assimilando le forme di vita della realtà circostante, gli ebrei vivevano e soffrivano la profonda frattura tra la soggettività della coscienza della propria appartenenza alla catena delle generazioni che li avevano preceduti e plasmati e l’oggettività del proprio partecipare alla cultura e alla realtà dell’ambiente in cui vivevano.

«Noi ebrei dobbiamo sapere – egli affermava – che non solo i costumi dei padri, ma anche la loro sorte: tutto, pena miseria vergogna, tutto questo ha contribuito a formare la nostra essenza …allo stesso modo che dobbiamo sentire e sapere che in noi vivono i cantori e i re di Giuda…»(2)

    Ma sarebbe, pur tuttavia, insensato volersi liberare della civiltà che vive intorno a noi, elaborata dalle forze più intime del nostro sangue e fatta nostra. Ciò porta l’ebreo della diaspora ad un dissidio profondo tra la memoria della sua singola vita e la memoria dei millenni. Da ciò « la tragicità e la grandezza » dell’auto-affermazione degli ebrei che devono vivere la complessità della propria situazione per vivere veramente « ebraicamente ». poiché a nessun altro popolo come all’ebreo è stato costantemente contestato e sempre di nuovo posto in dubbio il diritto all’esistenza. Ad esso sempre di nuovo si chiede di giustificare le ragioni per la propria sopravvivenza. Gli individui che formano questo popolo sono costretti ad una costante auto-critica che possa giustificarne l’identità ai loro stessi occhi.

     Il processo spirituale dell’ebraismo        

     Approfondendo l’analisi di se stesso, ciascun ebreo, a detta di Buber, scopre dentro di sé una fondamentale bi-polarità che è espressione della più profonda essenza della propria ebraicità.

     La coscienza di tale bi-polarità ha le sue radici nell’antichità e nel mito: Nel mito del peccato originale che compare nella Genesi, nei racconti sull’abbandono di Dio nei libri storici, negli appelli ripetuti dei Profeti a vincere l’ingiustizia, nel richiamo alla purificazione in Dio che echeggia nei versetti del salmista, sempre si presenta la dualità tra il bene ed il male. Ma dalla coscienza della divisione interna e della dualità originale scaturisce per l’ebreo, come per nessun altro popolo, l’anelito verso l’unità.

    L’anelito verso l’unità – scrive Buber – è appunto quello che ha reso l’ebreo creativo. Dalla discordia dell’Io tendendo all’unità, egli creò l’idea del Dio-unità. Anelando dal dissidio della collettività umana all’unità, creò l’idea della universale Giustizia. Dalla disunione degli esseri viventi, aspirando all’unità, creò l’idea del Sommo Arnore (3).

    «Solo se sei integro hai parte nell’eterno tuo Dio» è detto nel Midrash. Ma all’età creativa dell’antico Israele seguì l’epoca improduttiva del Galuth, dell’esilio. Età di esilio reale, poiché, a detta di Buber, essa ci ha bandito dalla nostra essenza originale. Lontana dalla vita e dall’anelito vivente verso l’unità, essa era sterile, anzi si volgeva sempre più contro la forza creatrice medesima, contro tutto ciò che vi ha di libero e di nuovo. Come direbbe ora Finkielkraut: «Era un modo di dimenticare il messaggio a favore dell’appartenenza»(4). Era un’età che, nutrita delle parole dei libri, delle interpretazioni alle interpretazioni, stentava una vita povera, malata, contorta, in un’atmosfera di astrazione senza idee. La desolante realtà esteriore, la condizione di emarginazione ed oppressione della vita del Galuth, fatta di ghetti e di pogrom, di pericolo costante e del costante terrore di una sopraffazione distruttrice fu causa concomitante di questa chiusura che minacciò la paralisi totale dell’aspirazione all’unità.

    La fiaccola restò accesa e fu trasmessa alle seguenti generazioni per il fervore di pochi che permisero la speranza in una redenzione. Tale speranza non può attuarsi per l’Ebraismo che con «l’effettiva ammissione nella vita dell’Ebraismo profetico», con l’aspirazione a vivere in modo assoluto ed a concretare il proprio senso di Dio, affinché, come dice Amos, «la giustizia si manifesti a guisa di rapido torrente». (5,24).

    L’Ebraismo in effetti non è soltanto una confessione religiosa, ne è soltanto un popolo, ma è «un processo spirituale che ha i suoi documenti nella storia interna del popolo ebraico e nelle opere dei grandi Ebrei» e che si manifesta nella tensione per l’attuarsi di tre grandi idee e tendenze legate tra di loro: la tendenza all’unità; l’ideale messianico; l’azione nel mondo come unica via all’attuazione del Messianesimo.

    La tendenza all’unità non soltanto è generata, come è stato prima ricordato, dal desiderio intenso di superare l’interiore dissidio, ma anche dall’insita natura dell’ebreo che è portato più a scorgere le connessioni tra i fenomeni che non i singoli fenomeni stessi.

    L’ideale messianico, nella sua visione più alta è l’aspirazione all’assoluto, alla redenzione dello spirito umano e l’avvento non sarà né in un tempo prossimo né in un tempo lontano, ma nel tempo definitivo, nella pienezza del tempo, alla fine dei giorni.

    L’idea d’azione, d’altra parte, intesa nel suo pieno significato, è il vero centro vitale della religiosità. «Per mezzo dell’atto santificato nella sua intenzione vengono liberate le cadute scintille divine sparse nelle cose e negli esseri (la Skehinah)… e così facendo, chi agisce contribuisce alla redenzione del mondo… Anzi, egli coopera alla redenzione di Dio medesimo, poiché, grazie al supremo accomunarsi e tendersi dell’azione, egli può avvicinare per un istante incommensurabile, nell’ora della grazia, l’esiliata gloria di Dio e penetrare in essa»(5). Tale è la sublimità e la pienezza di potere attribuita all’azione.

    La lotta per l’adempimento deve abbracciare tutta la realtà quotidiana, quella dell’individuo e quella del popolo, poiché deve entrare nella vita. Si attueranno, allora, le parole di Isaia: « La voce d’un annunziatore nel deserto: preparate ad Adonai la sua strada!.. (40,3). È questo il significato dell’affermazione del Midrash Tannà debè Elijahu « Prendo per testimoni il cielo e la terra che lo spirito santo può riposare sul pagano e sull’ebreo, sull’uomo e sulla donna, sul servo e sulla serva, unicamente per l’azione dell’uomo…

    L’unità tra religione ed etica         

    Dall’azione per un rinnovamento della religiosità ebraica, dovrebbe, per Buber – in un discorso profetico pronunciato prima del 1° conflitto mondiale – fiorire il rinnovamento spirituale dell’Ebraismo. « Un altro popolo potrebbe forse trovare la sua salvezza altrove; al popolo ebreo essa non si schiude che nella vivente energia… grazie alla quale esso ha durato: non nella sua religione, ma nella sua religiosità»(6). Poiché la religiosità è il vero principio creativo: « Ma se i riti ed i dogmi di una religione sono cosi irrigiditi che la religiosità non è capace di smuoverli oppure non vuole più sottomettersi a loro, la religione diviene sterile e quindi non vera… La religiosità si attua con la realizzazione sulla terra della libertà divina e dell’assoluto, per mezzo della decisione umana. « Il nocciolo dell’Ebraismo è là dove l’assoluto è una faccia velata di Dio che vuole essere scoperta nell’azione umana… « La vera religiosità non ha nulla in comune ne con i sogni dei cuori esaltati, né con l’autogodimento delle anime estetizzanti, né coi giochi profondi di una intellettualità esercitata»(7) La vera religiosità è « azione ».

    La concezione fondamentale della religiosità ebraica ed il nocciolo del monoteismo ebraico consistono nel considerare ogni cosa come espressione di Dio, ogni evento come una manifestazione dell’Assoluto. Per l’ebreo la realtà sensibile è una rivelazione dello spirito divino e della volontà divina. L’ebreo antico non può raccontare altrimenti che sotto forma di mito, perché per lui un evento merita di essere raccontato soltanto allorché può essere inteso nel suo senso divino. Tutti i libri narrativi della Bibbia hanno un solo contenuto: la storia degli incontri di Dio col suo popolo. L’impronta specifica del mito ebraico consiste non nell’abolire la causalità, ma nel porre al posto di quella empirica una causalità metafisica, un collegamento degli eventi vissuti con la sostanza di Dio.

    La realtà sensibile è divina, ma essa deve essere ‘realizzata’ nella sua divinità da chi la vive veramente. Il mito ebraico assume, quindi, un duplice aspetto: l’uno è il mito della conservazione del mondo attraverso le opere del Signore; l’altro è quello della redenzione del mondo attraverso la decisione e l’opera dell’uomo. La quale opera non può portare alla redenzione se non nella realizzazione della comunione e nel formarsi della collettività operante nella luce del Signore. Poiché, per Buber, queste sono le linee fondamentali della dottrina su cui si basa la vocazione dell’Ebraismo:

Dio è il sole delle anime. Ma non sta saldo e non vive in faccia a Dio colui che si sottrae al mondo delle cose e contempla, dimentico di se stesso, il sole; bensì colui che respira nella Sua luce, che vive nella Sua luce, che immerge se stesso e tutte le cose nella Sua luce… Essa albeggia nell’essere, in tutti, ma diventa splendida non in loro, ma fra loro… il divino può svegliarsi nel singolo… ma raggiunge la sua vera pienezza allorché i singoli esseri… si aprono l’uno all’altro, comunicano uno con l’altro, si aiutano l’un l’altro… quando si schiude la sublime prigione della personalità e l’uomo si rivela all’uomo, quando nello spazio che c’è tra loro, nello spazio apparentemente vuoto, sorge l’eterna sostanza: il vero luogo della realizzazione è la collettività, e vera collettività è quella in cui il divino si realizza tra gli uomini(8) .

    Per Buber, dunque, la particolarità dell’ebraismo consiste non nella religione, né nell’etica, ma nell’unità di ambedue questi elementi. Nel vero Ebraismo non ci sono ne morale ne fede considerati come campi separati. Il mondo spirituale diviso in santità dell’opera e santità della Grazia gli è estraneo. E parimenti non possono per esso essere separati il principio nazionale e quello sociale: nazionale significa la materia; sociale significa il compito. Ambedue sono uniti nell’idea di plasmare il popolo in una vera collettività umana, in una comunità sacra. Il mondo del vero ebraismo è il mondo dell’unità di ogni vita sulla terra, d’una unità non in essere, ma in divenire e di un divenire non di se stesso, ma dello spirito, dello spirito umano eletto dallo spirito divino perché sia, come proclama la sublime parola ebraica, suo compagno nell’opera della creazione.

    Questa splendida vocazione dell’Ebraismo dovette, tuttavia, sempre lottare contro le formidabili opposizioni contro lo spirito. Per essa lottarono eroicamente i profeti per i quali il regno di Dio doveva realizzarsi per opera dell’uomo. Essi, spesso costretti a disperare nel suo avvento attuale, proiettarono il quadro delle loro verità nell’avvenire assoluto e, secondo Buber, «il quadro del messianesimo è l’espressione creatrice della loro disperazione». La lotta costante ed eroica per la realizzazione del regno di Dio sulla terra fallisce molto spesso, creando terribili delusioni e gravi pericoli per la vita dello spirito. «Vero è – come dice Dante – che come forma non s’accorda / molte fiate all’intenzione dell’arte, / perché a risponder la matera è sorda, / così da questo corso si diparte talor la creatura» (Primo Canto del Paradiso, vv. 127-129).

    Le deviazioni tuttavia che si sono verificate e che si verificano nella vita dell’Ebraismo devono venire corrette dalla sempre presente aspirazione alla vera collettività. Buber, nel maggio del 1918, parlando del progetto che si stava realizzando attraverso il Sionismo, della costruzione di una vera collettività in Sion, scriveva:

    Sappiamo che ci attende una lotta contro una resistenza smisurata. Non dimentichiamo che all’azione per il divenire della collettività si oppone tutto: la rigidità di coloro che nessuna concessione vogliono fare all’eredità dei Padri e l’inerzia di coloro che sono schiavi del momento; l’egoismo meschino e l’in docile vanità; l’isterico sperpero di se stessi; il culto del puro pensiero ed il culto della « politica reale »; non dimentichiamo la natura della massa eterna che si oppone con tutta l’energia manifesta e latente alla volontà formatrice dell’imperativo morale. E, nondimeno, noi speriamo… Certo, conosciamo abbastanza l’Erev Rav, la plebe eterogenea, pronta ai compromessi e nemica della realizzazione che profana ogni puro divenire dell’Ebraismo. Ma, molto più profondamente, noi siamo, sopra tutte le delusioni del passato e dell’avvenire,fiduciosi in Israele e coscienti di Dio(9) .

    Il filosofo sapeva che la vera via per il rinnovamento non avrebbe mai potuto essere un’adesione alla dottrina ebraica come a qualche cosa di compiuto e di univoco; né I alla legge ebraica come a qualche cosa di chiuso e di immutabile. Non poteva essere altro che un’adesione alle forze originarie, alle viventi forze religiose che si erano sempre manifestate operando in tutto l’ambito della religione ebraica.

    Costruire la pace è completare la creazione        

    Dopo le terribili e meravigliose esperienze di morte e di vita, subite e realizzate da Israele, con la Shoà e con la ricostruzione dello Stato ebraico, il mondo aspetta qualcosa da Buber, dal suo più profondo contenuto spirituale. Egli, parlando a New York nel 1951(10), indicava questa «domanda silenziosa» rivolta dal mondo d’oggi all’Ebraismo, come un fenomeno nuovo nella storia. Per secoli, infatti, il più profondo contenuto spirituale dell’Ebraismo o era rimasto sconosciuto, o aveva ricevuto scarsa attenzione, per la ragione, forse, che durante il periodo dei Ghetti la realtà sottomessa della vita ebraica era intravista a stento dal mondo esterno, mentre, durante il periodo dell’emancipazione, gli Ebrei soltanto e non l’Ebraismo, apparvero a scena aperta.

    Il terribile massacro di milioni di Ebrei, l’avviarsi al martirio di tanti di loro nel nome del Signore, sorretti nell’inumano destino dai cantici della fede e della speranza e, d’altra parte, il rifiorire nella terra dei Padri di un novello stato ebraico, opera umana apparentemente miracolosa, dovuta alla tenace e faticata volontà ed all’azione dei pionieri, tutto questo ha contribuito a far sì che il mondo abbia gradualmente iniziato a percepire che dentro l’Ebraismo vi è qualcosa che ha a che fare, in un modo speciale, con i bisogni spirituali del mondo presente.

    Si può intendere ciò solo considerando l’Ebraismo nella sua interezza e nel suo totale percorso spirituale. Ma «questa interezza, queste fondamentali tendenze e la loro evoluzione – diceva ancora Buber nel 1951 – sono per la maggior parte non riconosciute dagli stessi Ebrei, perfino da coloro che cercano ardentemente il sentiero della verità(11). E portava l’esempio di ebrei spiritualmente importanti come Henry Bergson e Simone Weil:

    Tutti e due, Bergson e Weil, erano ebrei. Tutti e due erano convinti che nel misticismo cristiano avrebbero trovato la verità religiosa che stavano cercando. Bergson ancora vedeva nei profeti d’Israele i precursori della Cristianità, mentre S. Weil semplicemente si sbarazzò tanto di Israele quanto dell’Ebraismo. Nessuno dei due si convertì al Cristianesimo. Bergson, probabilmente perché andava contro le sue inclinazioni lasciare la comunità degli oppressi e perseguitati, e S. Weil per ragioni derivanti dal suo concetto di religione(12).

    Ambedue, secondo Buber, cercavano e credevano di avere trovato nel Cristianesimo la risposta religiosa che stavano cercando e respingevano l’Ebraismo perché non lo conoscevano nella sua interezza:

    Non è vero che Israele non abbia dedicato all’intimità spirituale il suo posto di diritto; piuttosto, non si è accontentato di questo. I suoi maestri contestano l’autosufficienza dell’anima. L’interna verità deve divenire vita reale, altrimenti non rimane verità. Una goccia di realizzazione messianica deve essere mescolata con ogni ora, altrimenti l’ora è priva di Dio, a dispetto di ogni pietà e devozione. Di conseguenza, quello che può essere chiamato il principio sociale della religione d’Israele… ha rapporto con l’umanità sociale, perché la società umana è qui legittimata soltanto se fondata su relazioni reali tra i suoi membri; e l’umanità è considerata nel suo significato religioso. perché la reale relazione con Dio non può essere compiuta sulla terra se mancano le relazioni con il mondo e con l’umanità(13) .

    L’uomo nell’accettare la creazione dalle mani di Dio s.impegna a collaborare all’opera ancora incompiuta: «La creazione è incompleta perché i regni dentro di essa sono ancora discordi e la pace può emergere soltanto dal creato». Nella tradizione ebraica. colui che effettua la pace è chiamato «il compagno di Dio nell’opera della creazione… in nessun luogo l’azione essenziale dell’uomo è così strettamente legata al mistero dell’Essere»(14).

    E proprio per questa ragione la risposta alla domanda silente posta dal mondo contemporaneo in maniera inconscia e non riconosciuta, ma suggerita dai più intimi recessi del cuore, «là dove dimora la disperazione». la domanda di un insegnamento di fede nella realtà, nelle verità dell’esistenza. «cosicché la vita abbia qualche scopo e l’esistenza abbia qualche significato», la domanda rivolta alle religioni storiche, non nei loro dogmi ne nei loro rituali, ma nella intrinseca realtà di fede, appare a Buber come essenzialmente rivolta all’Ebraismo.

      Ma vorrà l’Ebraismo stesso – egli si domanda – rendersi conto che proprio la sua esistenza dipende dal rifiorire della sua esistenza religiosa? Lo stato ebraico può assicurare – egli dice – il futuro di una nazione di Ebrei, anche dotata di una cultura sua propria. ma l’Ebraismo vivrà soltanto se legherà ancora alla vita la primitiva relazione ebraica con Dio, con il mondo e con l’umanità. I profeti di Israele servirono lo spirito, nel mondo umano, generazione dopo generazione, con aggressività, lottando contro chi non attuava «la verità divina nella pienezza della vita di ogni giorno, evadendo così nel puramente formale e rituale, vale a dire nel non impegnativo», limitando il servizio di Dio alla sfera puramente sacrale.

    Il principio religioso-normativo d’Israele è essenzialmente storico. A differenza delle altre religioni, la sua rivelazione è un fatto di storia nazionale. Con questa fede storica, ad un tempo realistica e messianica, il popolo ebreo andò nel mondo, nel suo esilio universale. Il principio della nostra fede, la verità e la giustizia di Dio, l’amore tra gli uomini nella luce della realtà divina: «Ama il prossimo tuo come te stesso. lo sono il Signore tuo Dio» (Lv 19,18), questo principio tentò di attuarsi nel dominio della vita e della storia umane. Ma noi abbiamo negato a noi stessi l’attuarsi del nostro principio nel mondo. L’idea messianica si perse in furiose estasi collettive o in tardive speculazioni gnostiche. E, tuttavia, pur nell’epoca dei ghetti e dei pogrom, si attuò, nel seno delle comunità ebraiche, il principio dell’amore per Dio, per gli uomini e per il mondo, soprattutto nel hassidismo che animò di puro fervore l’intrinseca realtà di fede.

    Quando camminammo nel mondo fuori dal ghetto, ci capitò il peggio. Una spaccatura, sempre più profonda, lacerò l’unità di popolo e religione. E questa spaccatura è presente anche nello stato ebraico. Israele e il principio del suo essere procedono separati. La frattura si può saldare solo nell’adempimento di verità, giustizia, amore di Dio sulla terra. Impresa tremendamente difficile. Nella diaspora, «ancora vigorosamente viva a dispetto della immensa distruzione e devastazione» da nessuna parte vi è un potente sforzo di rinsaldare la frattura.

    Siamo noi ancora Ebrei, Ebrei nelle nostre vite? È l’Ebraismo ancora vivo? In Erez Israel il dubbio può essere ancora nascosto dalle controversie politiche e dal pericolo.
Ma alla diaspora si presenta nella sua nudità. Ci si rende conto della grande crisi dell’umanità. Qual’è la condizione delle sue radici? Possono essere salvate? Possono ancora produrre un fresco germoglio? Riconosciamo noi stessi nel nostro ebraismo reale. Noi siamo i custodi delle radici: lo siamo? – si domanda Buber – Come possiamo di nuovo ascoltare la voce di Dio? «Egli è uno, il Signore della storia, il Dio che nasconde se stesso e che rivela se stesso». Vi sono delle ore nella storia apparentemente abbandonate da Dio, silenziose. Dopo la Shoà, il nascondimento di Dio è troppo profondo. possono « i Giobbe delle camere a gas » ancora parlare con Dio? Giobbe contese con Dio e lo accusò di ingiustizia. Ricevette una risposta da Lui e la ascoltò, ma la parola di Dio non rispondeva all’accusa, non la toccava nemmeno. E noi? – si domanda ancora Buber – «Noi, e con ciò si intende tutti quelli che non hanno superato quello che è accaduto e non lo supereranno. Come è ciò con noi?.. Dobbiamo rimanere sopraffatti di fronte alla faccia nascosta di Dio, come il tragico eroe dei Greci di fronte al fato senza volto? No, piuttosto sempre noi contendiamo, anche noi, con Dio… Anche con Lui, il Signore dell’Essere che noi una volta, noi qui, abbiamo scelto per nostro Signore. Noi non accettiamo supinamente l’esistenza terrena, noi lottiamo per la sua redenzione e, lottando, ci appelliamo all’aiuto del nostro Signore che è sempre ed ancora nascosto. In tale stato noi aspettiamo la Sua voce, sia che essa venga fuori dalla tempesta, sia che esca dalla calma che segue ad essa. Benché la sua veniente comparsa non assomigli a nulla di precedente, riconosceremo ancora il nostro crudele e misericordioso Signore» (15)
______________________________

(*) Saggista. Già ordinario di storia e filosofia nei licei. – Mantova.

1. M. BUBER, Sette discorsi sull’Ebraismo, Carocci, Roma 1976, pp. 3. 4.5.
2. ID., o. c., p. 11.
3. ID., o. c., pp. 23.24.
4. A. FINKIELKRAUT , L ‘ebreo immaginario, Marietti, Genova 1990.
5. M. BUBER, o. c., p. 48.
6. In., o. c., p. 93.
7. ID., o. c., p. 109.
8. ID., o. c., p. 131.
9. In., o. c., pp. 177-78.
10. In., The silent question in At the turning, Ed Farrar, Strauss and Young, New York 1952.
11. ID., o. c., pp. 33.34.
12. Ibidem, p. 38.
13. Ibidem, p. 38.
14. Ibidem, p. 39.
15. ID., Dialogue between Heaven and Earth, in At the turning, Ed. Farrar, Strauss and Young, New York 1952, p. 62.

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