Archive pour le 4 avril, 2009

c’è qualcosa che non va, posto ugualmente così, dal sito:http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090405

Domenica delle Palme « De Passione Domini » – Anno B : Mc 14,1-72#Mc 15,1-39
Meditazione del giorno
Sant’Andrea di Creta (660-740), monaco e vescovo
Discorso, 9 per le Palme ; PG 97, 1002

Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele » (Gv 12,13)

Abbi fiducia, figlia di Sion, non temere: «Ecco a te viene il tuo re, umile, cavalca un asino». Viene colui che è presente in ogni luogo e riempie ogni cosa. Viene per compiere in te la salvezza di tutti. Viene colui il quale «non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a penitenza», per richiamarli dalle vie del peccato. Non temere dunque. «Vi è un Dio in mezzo a te; non sarai scossa». Accoglilo con le braccia aperte. Accogli colui che nelle sue palme ha segnato la linea delle tue mura e ha gettato le tue fondamenta con le sue stesse mani. Accogli colui che in se stesso accolse tutto ciò che è proprio della natura umana, eccetto il peccato… Rallegrati, figlia di Gerusalemme, sciogli il tuo canto, muovi il passo alla danza… «Rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te».Ma quale luce? Quella che «illumina ogni uomo che viene nel mondo». Dico la luce eterna… apparsa nel tempo. La luce che si è manifestata nella carne, luce che per sua natura è occulta. La luce che avvolse i pastori e fu guida ai magi nel loro cammino. La luce che era nel mondo fin dal principio, e per mezzo della quale è stato fatto il mondo, quel mondo che non la riconobbe. La luce che venne fra la sua gente e che i suoi non hanno accolto.

«La gloria del signore» quale gloria? Senza dubbio la croce, sulla quale Cristo è stato glorificato: lui, lo splendore della gloria del Padre, come egli stesso ebbe a dire nella imminenza della sua passione: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui e lo glorificherà subito». Chiama gloria la sua esaltazione sulla croce. La croce di Cristo infatti è gloria ed è la sua esaltazione. Ecco perché dice: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

(Riferimenti biblici : Zac 9,9; Lc 5,32; Sal 45,6; Is 60,1; Gv 1,9-11; Eb 1,3; Gv 13,31-32; Gv 12,32)

Christ riding into Jerusaleum

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Christ riding into Jerusaleum

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-21,01-Entre_a_Jerusalem_Entry/index8.html

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Domenica delle Palme, Patriarca Angelo Scola, 13 aprile 2003 (anno B)

dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/218/2003-04/13-28/palme%202003.rtf

BASILICA PATRIARCALE DI SAN MARCO
DOMENICA DELLE PALME

PROCESSIONE DA S. MARIA FORMOSA ALLA BASILICA E S. MESSA
Processione: Mc 11,1-10
S. Messa: Is 50,4-7; Sal 22 (21), 8-9.17-18.19-20.23-24; Fil 2,6-11; Mc 14,1-1-15.47

OMELIA DI S. E. MONS. ANGELO SCOLA, PATRIARCA

Venezia, 13 aprile 2003

1. « Concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a Lui per portare frutti di opere buone ». Con questa preghiera abbiamo iniziato, poco fa, nella Chiesa di S. Maria Formosa, la Settimana Santa. La Settimana cioè in cui in tutto il mondo i cristiani – uomini che sperano in Dio Padre – invocano con fede umile e sincera il dono di permanere in unità con l’Artefice della loro salvezza per poter realizzare, a livello personale e sociale, una vita buona.
A partire da oggi noi, attraverso la liturgia sacramentale, vivremo tutte le tappe della Passione, della Croce e della Risurrezione di Nostro Signore. Radunandoci in questa splendida Basilica cattedrale, dopo aver fisicamente lasciato le nostre abitazioni o, se non ci sarà possibile, attraverso la Radio, o provenendo da ogni parte del globo parteciperemo in modo reale ai fatti di cui ci ha parlato il Vangelo di Marco, così caro a noi veneziani. Al trionfo delle palme seguirà l’arresto di Gesù, il processo prima davanti ai giudei e poi davanti ai romani, fino all’epilogo tragico e glorioso del Calvario. Infine, passando attraverso la pietas della deposizione e del sepolcro, la vicenda terrena del Nazareno culminerà nello splendore della risurrezione. La memoria eucaristica – qualitativamente diversa dal semplice ricordo – alimenta la nostra speranza di cristiani, che non ha mai origine da un possesso ma piuttosto da un essere posseduti: afferrati da Cristo vogliamo permanere a Lui uniti.
La processione con le palme benedette e con l’ulivo, simbolo di Cristo nostra pace, ci ha fatto rivivere – sulla scorta della sobria descrizione del Vangelo di Marco – il gesto dell’ingresso del Messia in Gerusalemme dal monte degli Ulivi. E la preghiera iniziale ha parlato di Cristo trionfante. Di quale trionfo si tratta? François Mauriac, nella sua Vita di Gesù, arriva a definirlo un « trionfo derisorio di un Rabbì estenuato, già promesso al patibolo, d’un fuorilegge… in mezzo a una marmaglia imbecille. Ben possono stendere i loro vestiti e acclamarlo: ciascuno di quegli osanna aggiunge una spina alla Sua corona, una punta alle corregge degli staffili che lo flagelleranno » . L’acuto giudizio dello scrittore sembrerebbe trovare una conferma nella narrazione, scarna ma rigorosa, dei fatti portati ancora una volta all’evidenza della nostra mente e del nostro cuore dal Passio marciano che abbiamo ascoltato. Ed invece sono proprio questi stessi fatti – così come la Chiesa nostra madre ci propone di leggerli oggi alla luce del Salmo 121 (Salmo responsoriale), del Terzo canto del Servo di Jahvé propostoci da Isaia (Prima Lettura: Is 50, 4-7) e, soprattutto, nella della paradossale prospettiva indicataci dal celebre inno di Filippesi (Seconda Lettura: Fil 2,6-11) – a smentire Mauriac, mostrandoci perché l’ingresso di Gesù in Gerusalemme fu solo l’inizio di un trionfo completo. Infatti, siccome si è abbassato fino a salire sul palo dell’ignominia, il Figlio di Dio viene esaltato. Questa esaltazione, questo trionfo si documenta nel fatto che il Crocifisso risorto vince l’enigma dell’uomo e della sua storia, mentre potenzia il dramma della libertà di ogni singolo.

2. « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? » Il trionfo di Cristo passa attraverso questo grido. Il grido dell’Innocente, che muore sulla croce. Il Padre che lo ha mandato e a cui egli si è totalmente affidato sembra non rispondere più. A rafforzare l’urto già di per sé insostenibile di questa atroce sofferenza, sopraggiunge l’insulto e lo scherno dei nemici: « Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo » (Salmo 21,8). Né manca la provocazione volgare, espressione della pretesa umana di ergere il proprio limite a misura del divino: « Ha salvato altri e non può salvare se stesso! » (Mc 15, 31). Noi possiamo solo debolmente intravvedere la profondità dei patimenti del Figlio di Dio fatto uomo, tuttavia giustamente da sempre l’umanità vi riconosce il più potente sostegno a ogni sorta di implorazione che senza sosta, lungo la storia, si sprigiona dalle atroci prove di uomini di ogni etnia, cultura e religione. Il grido di Gesù Cristo è figura del nostro grido di fronte all’ingiustizia, al dolore, alla malattia, alla morte. Anche quando, sfiniti dalla delusione, in noi si insinua il veleno dello scetticismo che conduce alla disperazione. Al grido di Gesù consegnamo anche oggi la nostra umanità ferita. Riconosciamo che ad esso, anzitutto, fa eco il grido straziante dei nostri fratelli segnati nella loro carne dalla tragedia della guerra. Quella atroce che è in Iraq ed anche quelle troppo spesso dimenticate che non cessano di insanguinare il pianeta.

3. Il Figlio di Dio ha preso su di sé ogni invocazione dell’umana sofferenza. Ma il Suo non è stato un subire passivo, né l’arrendersi ad una necessità crudele. Il Suo – ecco il paradosso inaudito – è stato un assenso positivo. « Egli si offre liberamente alla morte » – come ci viene ricordato ogni giorno nella celebrazione dell’Eucaristia – perché anche nel momento in cui la prova sfiora l’angoscia prevale in lui l’abbandono: « Abbà, Padre… non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu » (Mc 14, 36). Il Canto del Servo ce lo aveva preannunziato: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi » (Is 50, 6). Quella di Gesù Cristo è una libertà che si avvia al trionfo proprio perché accetta lo svuotamento. Non teme di perdersi uscendo da sé. L’inno di Filippesi lo documenta con espressioni inarrivabili: « Pur essendo di natura divina… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2, 6.8). Gesù corre il rischio totale dell’amore, che sempre ha il timbro della gratuità e della libertà. Davanti alla nostra misura così spesso ottusa ed insipiente si spalanca l’abisso dell’amore di Dio e si offre come forma compiuta del nostro amore, quasi sempre affannato e meschino. Gesù prende sul serio la nostra libertà fino ad esinanirsi sulla croce per noi. E noi? Avremo ancora l’orgoglio di resistere a questa impotenza dell’Onnipotente, accampando magari la nostra impossibilità al cambiamento e alla conversione? Abbandoniamoci all’amore misericordioso accogliendo umili e grati il dono del Crocefisso che trionfa del nostro peccato. Gesù ci rassicura ripetendoci con Pascal: « La tua conversione è compito mio; non temere, e prega con fiducia » (Pensieri, 736).

4. Noi sentiamo che questo abisso di amore, il trionfo del Crocefisso che vince la debolezza e il peccato, corrisponde totalmente al nostro cuore, eppure ne abbiamo una strana paura. Come i tre discepoli che, dopo averlo accompagnato fino all’Orto degli Ulivi, sopraffatti dall’angoscia, si addormentarono. I fatti erano talmente più grandi di loro che, nonostante tutto l’amore e le innumerevoli prove date loro da quell’uomo singolare, i suoi ne rimasero schiacciati. E man mano che la vicenda terrena del nostro Salvatore andava verso il suo acme – il ludibrio della croce -, non resistettero alla tentazione di disertare: « Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono » (Mc 14, 50). Noi non siamo diversi da loro. Eppure Colui che ci ha amati per primo, Colui che è l’amore in se stesso, non ci abbandona neppure a questo punto. Proprio in questo sta il Suo trionfo: Egli conosce i nostri cuori e sa che disertando da Lui disertiamo da noi stessi. Per questo continuamente ci riprende. Anche sulla soglia di questa Settimana Santa, che interrompe il racconto della Passione al pesante « rotolare del masso contro l’entrata del sepolcro » (Mc 15,46) sono già vividi i segni del trionfo con cui Cristo consente alla nostra libertà di risorgere, se accetta di aderire con fede. Le donne, sia pur tremanti, lo seguono da lontano. Pietro non ce la fa a non tradirlo ma, quando incrocia il Suo sguardo di misericordia, scoppia in pianto. Non un’incrollabile coerenza, impossibile all’umana fragilità, ma la ripresa in fede, speranza e carità è la figura compiuta del cristiano. Nonostante tutto non si riesce a rinunciare alla vicinanza amorosa del Signore. Anche quando « tutti, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però, lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo » (Mc 14, 50-51). Tra gli esegeti non mancano quanti identificano questo giovanetto col nostro venerato evangelista Marco. Ed in effetti solo il Vangelo di Marco cita questo episodio. Ebbene, a noi è chiesto lo stesso semplice gesto di questo oscuro ragazzino. Noi tutti abbiamo bisogno della stessa purità che non oppone nulla tra sé e il vero, che non si lascia bloccare neppure dalla propria fragilità e dal proprio peccato. La via per riconoscerci peccatori è semplice. La percorreremo, fratelli carissimi, accostandoci con devozione questa settimana, individualmente, al sacramento della Riconciliazione per partecipare, nella Eucaristia della solenne Veglia pasquale, al trionfo di Cristo sulla morte e sul peccato. Amen

Quarta predica di padre Cantalamessa per la Quaresima 2009

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17794?l=italian

Quarta predica di padre Cantalamessa per la Quaresima 2009

“Lo Spirito Santo anima dell’escatologia cristiana”

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 3 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della quarta predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia, tenuta questo venerdì mattina nella Cappella « Redemptoris Mater » del Palazzo Apostolico Vaticano.

Il tema delle meditazioni quaresimali è « La legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù » (Rm 8, 2) – Meditazioni sul capitolo VIII della Lettera ai Romani.

La prime due prediche di Quaresima sono state pronunciate il 13, il 20 e il 27 marzo.

* * *

“Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito

gemiamo aspettando” (Rom 8, 23)

Lo Spirito Santo anima dell’escatologia cristiana

1. Lo Spirito della promessa

Ascoltiamo il passo di Romani 8 sul quale vogliamo oggi meditare:

“Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rom 8, 23-25).

La stessa tensione tra promessa e compimento che si nota, nella Scrittura, a proposito della persona di Cristo, si nota anche a proposito della persona dello Spirito Santo. Come Gesù fu prima promesso nelle Scritture, poi manifestato secondo la carne, e infine atteso nel suo ritorno finale, così lo Spirito, un tempo “promesso dal Padre”, fu dato a Pentecoste ed è  ora di nuovo atteso e invocato “con gemiti inesprimibili” dall’uomo e dall’intero creato che, avendone gustato le primizie, attendono la pienezza del suo dono.

In questo spazio che si stende dalla Pentecoste alla Parusia, lo Spirito è la forza che ci spinge in avanti, che ci mantiene in cammino, che non ci permette di adagiarci e diventare un popolo “sedentario”, che ci fa cantare con un senso nuovo i “salmi delle ascensioni”: “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore!”. Egli è colui che imprime slancio e, per così dire, mette le ali alla nostra speranza; di più, è il principio stesso e l’anima della nostra speranza.

Due autori ci parlano dello Spirito come “promessa” nel Nuovo Testamento: Luca e Paolo, ma, vedremo, con una importanza differenza. Nel vangelo di Luca e negli Atti è Gesù stesso che parla dello Spirito come “la promessa del Padre”. “Io, dice, manderò su di voi la promessa del Padre mio” ; “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni” (atti 1, 4-5).

A che cosa si riferisce Gesù  quando chiama lo Spirito Santo promessa del Padre? Dov’è che il Padre ha fatto questa promessa? Tutto l’Antico Testamento, si può dire, è una promessa dello Spirito. L’opera del Messia è costantemente  presentata come culminante in una nuova universale effusione dello Spirito di Dio sulla terra. Il confronto con quello che Pietro dice il giorno di Pentecoste, mostra che Luca pensa, in particolare, alla profezia di Gioele: “Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito su ogni persona” (At 2,17).

Ma non solo a essa. Come non pensare anche a ciò che si legge in altri profeti?: “Ma infine sarà infuso in voi uno Spirito dall’alto” (Is 32, 15). “Spanderò il mio Spirito sulla tua discendenza”(Is 44,3). “Porrò il mio Spirito dentro di voi” (Ez 36, 27).

Quanto al contenuto della promessa, Luca accentua, come è suo solito, l’aspetto carismatico del dono dello Spirito, in particolare la profezia. La promessa del Padre è
“la potenza dall’alto” che renderà i discepoli capaci di portare la salvezza ai confini della terra. Ma non ignora gli aspetti più profondi, santificanti e salvifici, dell’azione dello Spirito, come la remissione dei peccati, il dono di una legge nuova e di una nuova alleanza, come si ricava dall’accostamento che egli opera tra il Sinai e la Pentecoste. La frase di Pietro: “per voi è la promessa” (At 2, 39), si riferisce alla promessa della salvezza, non solo della profezia o di alcuni carismi.

2. Lo Spirito primizia e caparra

Passando da Luca a Paolo, si entra in una prospettiva nuova, teologicamente molto più profonda. Egli enumera diversi oggetti della promessa: la giustificazione, la filiazione divina, l’eredità; ma quello che riassume tutto, l’oggetto per eccellenza della promessa è proprio lo Spirito Santo che egli chiama ora “promessa dello Spirito” (Gal 3,14), ora “Spirito della promessa” (Ef 1,13).  

Due sono le idee nuove introdotte dall’Apostolo nel concetto di promessa. La prima è che la promessa di Dio non dipende dall’osservanza della legge, ma dalla fede e dunque dalla grazia. Dio non promette lo Spirito a chi osserva la legge, ma a chi crede in Cristo: “È per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito  o per aver creduto alla predicazione?” “Se l’eredità si ottenesse in base alla legge, non sarebbe più in base alla promessa”  (Gal 3,2.18).

Proprio attraverso il concetto di  promessa, la teologia dello Spirito Santo è raccordata, in Paolo, al resto del suo pensiero e ne diventa anzi la dimostrazione concreta. I cristiani sanno bene che è in seguito alla predicazione del vangelo che essi hanno fatto l’esperienza nuova dello Spirito, non  per essersi messi a osservare più fedelmente del solito la legge. L’Apostolo può rifarsi a un dato di fatto.

La seconda novità è in certo senso sconcertante. È come se Paolo volesse spegnere sul nascere ogni tentazione “entusiastica”, dicendo che la promessa non è ancora compiuta…almeno interamente! Due concetti applicati allo Spirito Santo sono, a questo proposito,  rivelatori: primizia (aparchè) e caparra (arrabôn). Il primo è presente nel nostro testo di Romani 8, l’altro si legge nella Seconda Lettera ai corinzi. “Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rom 8, 23). “È Dio stesso che ci conferma, insieme con voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Cor 1,21-22).  “È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito” (2 Cor 5,5).

Che cosa viene a dire l’Apostolo in questo modo? Che il compimento avvenuto in Cristo non ha esaurito la promessa. Noi, dice con singolare contrasto, “possediamo… aspettando”, possediamo e aspettiamo. Proprio perché quello che possediamo non è ancora la pienezza, ma solo una primizia, un anticipo, nasce in noi la speranza. Anzi il desiderio, l’attesa, l’anelito si fanno ancora più intensi di prima, perché ora si sa cosa è lo Spirito. Sulla fiamma dell’umano desiderio, la venuta dello Spirito a Pentecoste ha, per così dire, aggiunto combustibile.

Avviene esattamente come per Cristo. La sua venuta ha compiuto tutte le promesse, ma non ha posto fine all’attesa. L’attesa è rilanciata, sotto forma di attesa del suo ritorno nella gloria. Il titolo “promessa del Padre” colloca lo Spirito Santo nel cuore stesso  dell’escatologia cristiana. Non si può dunque accogliere senza riserve l’affermazione di certi studiosi, secondo cui “nella concezione dei giudei cristiani, lo Spirito era primariamente la forza del mondo futuro, in quella dei cristiani ellenistici è la forza del mondo superiore”. Paolo dimostra che le due concezioni non si oppongono necessariamente tra di loro, ma possono invece coesistere insieme. In lui lo Spirito è, nello stesso tempo, realtà del mondo superiore, divino, e forza del mondo avvenire

Nel passaggio dalle primizie alla pienezza, le prime non saranno buttate vie per far luogo alla seconda, diventeranno piuttosto esse stesse pienezza. Conserveremo ciò che già possediamo e acquisteremo ciò che ancora non abbiamo. Sarà lo Spirito stesso che si espanderà in pienezza.

Il principio teologico “la grazia è l’inizio della gloria”, applicato allo Spirito Santo, significa che le primizie sono l’inizio del compimento, l’inizio della gloria, parte di essa. Non bisogna, in questo caso, tradurre  arrabôn con “pegno” (pignus), ma solo con caparra (arra). Il pegno non è l’inizio del pagamento, ma qualcosa che viene dato in attesa del pagamento. Una volta effettuato il pagamento, il pegno viene restituito. Non così la caparra. Essa non viene restituita al momento del pagamento, ma completata. Fa parte già del pagamento. “Se Dio ci ha dato come pegno l’amore attraverso il suo Spirito, quando ci verrà data tutta la realtà, ci verrà forse tolto il pegno? No certo, ma quanto ha già dato lo completerà” [1].

L’amore di Dio che quaggiù pregustiamo, grazie alla caparra dello Spirito,  è dunque della stessa qualità di quello che gusteremo nella vita eterna, non però della stessa intensità. La stessa cosa si deve dire del possesso dello Spirito Santo. 

Una profonda trasformazione è intervenuta, come si vede, nel significato della festa di Pentecoste. All’origine, Pentecoste era la festa delle primizie [2], cioè il giorno in cui venivano offerte a Dio le primizie del raccolto. Ora essa è ancora la festa delle primizie, ma delle primizie che Dio offre all’umanità, nel suo Spirito. Si sono invertiti i ruoli del donatore e del beneficiario, in perfetto accordo con quello che avviene, in tutti i campi, nel passaggio dalla legge alla grazia, dalla salvezza come opera dell’uomo, alla salvezza come dono gratuito di Dio.

Questo spiega come mai l’interpretazione della Pentecoste, come festa delle primizie, non ha avuto, stranamente, quasi nessun corrispettivo in ambito cristiano. Sant’Ireneo fece un tentativo in tal senso, dicendo che il giorno di Pentecoste “lo Spirito offriva al Padre le primizie di tutte le genti” [3], ma esso non ebbe praticamente alcun seguito nel pensiero cristiano.

3. Lo Spirito Santo anima della Tradizione

L’epoca patristica, a differenza che in tutti gli altri aspetti della pneumatologia, non offre, a proposito dello Spirito come promessa, un contributo importante, e questo a causa del minore interesse che i Padri hanno per la prospettiva storica ed escatologica, rispetto a quella ontologica. San Basilio ha un bel testo sul ruolo dello Spirito nella consumazione finale; scrive: “Anche al momento dell’attesa manifestazione del Signore dai cieli, non sarà assente lo Spirito Santo…Chi può ignorare a tal punto i beni che Dio  prepara per quelli che ne sono degni da non capire che anche la corona dei giusti è grazia dello Spirito Santo”[4]. Ma, a ben guardare, il santo dice solo che lo Spirito Santo avrà una parte attiva anche nell’atto finale della storia umana, quando dal tempo si passerà all’eternità. È assente ogni riflessione su quello che lo Spirito Santo fa già ora, nel tempo, per spingere l’umanità verso il compimento. Manca il senso dello Spirito Santo come slancio, forza propulsiva del popolo di Dio, in cammino verso la patria.

Lo Spirito spinge i credenti a essere vigilanti e in attesa del ritorno di Cristo, insegnando alla Chiesa a dire “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20). Quando lo Spirito dice Marana-tha con la Chiesa, è come quando dice Abba nel cuore del credente: si deve intendere che egli fa dire, che si fa voce della Chiesa. Per se stesso infatti il Paraclito non potrebbe gridare Abbà, perché non è il figlio del Padre e non potrebbe gridare  Marana-tha, “Vieni, Signore”,  perché  non è servo di Cristo, ma “Signore” al pari di lui, come professiamo nel credo.

“Egli vi annuncerà le cose future”, dice Gesù del Paraclito (Gv 16, 14): cioè dischiuderà la conoscenza del nuovo ordine di cose scaturito dalla Pasqua. Lo Spirito Santo è dunque la molla dell’escatologia cristiana, colui che mantiene la Chiesa protesa in avanti, verso il ritorno del Signore. E questo è appunto ciò che ha cercato di mettere in luce la riflessione biblica e teologica dei nostri giorni. La nuova esistenza suscitata dallo Spirito, scrive Moltmann, è già essa stessa escatologica, senza aspettare il momento finale della parusia, nel senso che è l’inizio di una vita che si manifesterà pienamente solo quando si sarà stabilito il modo di esistenza  determinato dal solo Spirito, ormai non più osteggiato dalla carne. Lo Spirito non è solo promessa in senso statico, ma la forza della promessa, colui che fa percepire la possibilità della liberazione, che fa sentire come ancora più pesanti e intollerabili le catene, e spinge perciò a infrangerle [5].

Questa visione paolina dello Spirito Santo come promessa e come primizia ci permette di scoprire il vero senso della Tradizione della Chiesa. La Tradizione non è primariamente un insieme di cose “trasmesse” , ma è, in primo luogo, il principio dinamico di trasmissione. Anzi, essa è la vita stessa della Chiesa, in quanto, animata dallo Spirito sotto la guida del magistero, si svolge nella fedeltà a Gesù Cristo. Sant’Ireneo scrive che la rivelazione è “come un deposito prezioso contenuto in un vaso di valore, che grazie allo Spirito di Dio,  ringiovanisce sempre e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene”[6].  Il vaso di valore  che ringiovanisce insieme con il suo contenuto è appunto la predicazione della Chiesa e la Tradizione

Lo Spirito Santo è perciò l’anima della Tradizione. Se si toglie, o si dimentica, lo Spirito Santo, quello che resta di essa è solo lettera morta. Se, come afferma san Tommaso d’Aquino, “senza la grazia dello Spirito Santo perfino i precetti del vangelo sarebbero lettera che uccide”, cosa dovremmo dire della Tradizione?

La Tradizione perciò è, sì, una forza di permanenza e di conservazione del passato, ma è anche una forza di innovazione e di crescita; è memoria e anticipazione insieme. È  come l’onda della predicazione apostolica che avanza e si propaga nei secoli [7]. L’onda non si può cogliere che in movimento. Congelare la tradizione a un certo momento della storia significa farne una “morta tradizione”, non più, come la chiama sant’Ireneo, una “tradizione vivente”.

4. Lo Spirito Santo ci fa abbondare nella speranza

Con la sua enciclica sulla speranza, il Santo Padre Benedetto XVI ci indica la conseguenza pratica che scaturisce dalla nostra meditazione: sperare, sperare sempre, e se abbiamo già sperato mille volte e invano, tornare a sperare ancora!  L’enciclica (il cui titolo “Spe salvi”: nella speranza siamo stati salvati”, è tratto proprio dal brano paolino che abbiamo commentato) comincia con queste parole:

“La  redenzione, la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino”.

Si stabilisce una specie di equivalenza e di intercambiabilità tra sperare ed essere salvi, come anche tra sperare e credere. “La fede, scrive il papa, è speranza”, confermando così, da un punto di vista teologico, l’intuizione poetica di Charles Péguy che inizia il suo poema sulla Seconda virtù con le parole: “La fede che preferisco –dice Dio – è la speranza”.

Come distinguiamo due tipi di fede: la fede creduta e la fede credente (cioè, le cose credute e l’atto stesso di credere), così avviene per la speranza. Esiste una speranza oggettiva che indica la cosa sperata  l’eredità eterna  ed esiste una speranza soggettiva che è l’atto stesso di sperare quella cosa. Quest’ultima è una forza di propulsione in avanti, uno slancio interiore, una estensione dell’anima, un dilatarsi verso il futuro. « Una amorosa migrazione dello spirito verso ciò che si spera », diceva un antico Padre [8].

Paolo ci aiuta a scoprire il rapporto vitale che c’è tra la virtù teologale della speranza e lo Spirito Santo. Egli fa risalire all’azione dello Spirito Santo ognuna delle tre virtù teologali. Scrive: “Noi infatti, per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustizia che è oggetto della speranza; poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per  mezzo della carità” [9].

Lo Spirito Santo ci appare così come la sorgente e la forza della nostra vita teologale. È per merito suo, in particolare, che possiamo “abbondare nella speranza”. “Il Dio della speranza, scrive l’Apostolo poco oltre nella stessa Lettera ai Romani, vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rom 15,13). “Il Dio della speranza”: che insolita definizione di Dio!

 La speranza è stata chiamata talvolta la « parente povera » tra le virtù teologali. C’è stato, è vero, un momento di intensa riflessione sul tema della speranza, fino a dar luogo a una « teologia della speranza ». Ma è mancata una riflessione sul rapporto tra speranza e Spirito Santo. Eppure non si comprende la peculiarità della speranza cristiana e la sua alterità rispetto a ogni altra idea di speranza, se non la si vede nel suo rapporto intimo con lo Spirito Santo. È lui che fa la differenza tra il “principio speranza” e la virtù teologale della speranza. Le virtù teologali sono tali non solo perché hanno Dio come loro fine, ma anche perché hanno Dio come loro principio; Dio non è solo il loro oggetto, ma anche la loro causa. Sono causate, infuse, da Dio.

Noi abbiamo bisogno di speranza per vivere e abbiamo bisogno di Spirito Santo per sperare! Uno dei pericoli principali nel cammino spirituale è quello di scoraggiarsi di fronte al ripetersi degli stessi peccati e all’apparentemente inutile succedersi di propositi e ricadute. La speranza ci salva. Essa ci da la forza di ricominciare sempre da capo, di credere ogni volta che sarà la volta buona, della vera conversione. Così facendo, si commuove il cuore di Dio il quale verrà in nostro soccorso con la sua grazia.

“La fede non mi stupisce, dice Dio. (È ancora il poeta della speranza che parla, meglio che fa parlare Dio). Risplendo talmente nella mia creazione. La carità non mi stupisce, dice Dio. Quelle povere creature sono così infelici che a meno di avere un cuore di pietra, come non avrebbero carità le une per le altre…Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce. Che qui poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina. Questo è stupefacente. E bisogna che la mia grazia sia davvero di una forza incredibile”[10].

Non possiamo accontentarci di avere speranza solo per noi. Lo Spirito Santo vuole fare di noi seminatori di speranza. Non c’è dono più bello che diffondere in casa, in comunità, nella Chiesa locale e universale, speranza. Essa è come certi moderni prodotti che rigenerano l’aria, profumando tutto un ambiente.

Termino la serie di queste meditazioni quaresimali con un testo di Paolo VI che riassume molti degli spunti che in esse ho toccato:

“Ci siamo chiesti più volte …quale bisogno avvertiamo, primo ed ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta e diletta. Lo dobbiamo dire quasi trepidanti e preganti, perché è il suo mistero e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna. La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo…Ha bisogno, la Chiesa, di riacquistare l’ansia, il gusto e la certezza della sua verità” [11].

Auguro a lei, Santità, e a voi, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, una buona e santa Pasqua!

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[1] S. Agostino, Discorsi, 23, 9 (CC 41, p. 314).

[2] Cf. Num 28,26; Lev 23, 10.

[3] S. Ireneo, Contro le eresie, III, 17,2; cf. anche Eusebio di Cesarea, Sulla solennità pasquale, 4 (PG  24,  700A).

[4] S. Basilio, Sullo Spirito Santo,  XVI, 40 (PG 32, 141A).

[5] Cf. J. Molmann, Lo Spirito della vita, Brescia 1994, pp. 18. 92 s. 190.

[6] S. Ireneo, Adv. Haer. III, 24, 1.

[7] H. Holstein, La tradition dans l’Eglise, Grasset, Parigi 1960 (Trad. ital. La tradizione nella Chiesa, Vita e Pensiero, Milano 1968.

[8] Diadoco di Fotica, Cento capitoli, preambolo (SCh 5, p.84).

[9]Gal 5, 5-6; cf. Rom 5,5.

[10] Ch. Péguy, Le porche du mystère de la deuxième vertu, in Œuvres poétiques complètes, Gallimard, Paris 1975, pp. 531 ss.

[11] Discorso all’udienza generale del 29 Novembre 1972 (Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, X, pp. 1210s.).

Publié dans:Padre Cantalamessa, Pasqua |on 4 avril, 2009 |Pas de commentaires »

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