Archive pour mars, 2009

buona notte

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Origene: « Se rimanete fedeli alla mia parola… le verità vi farà liberi »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090401

Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Discorsi sull’Esodo, n° 12, 4 ; SC 321, 369

« Se rimanete fedeli alla mia parola… le verità vi farà liberi »

«Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17)… Come potremo trovare questa libertà, noi che siamo schiavi del mondo, schiavi del denaro, schiavi dei desideri della carne? Certo, mi sforzo di correggermi, giudico me stesso, condanno le mie colpe. I miei uditori esaminino per conto loro ciò che pensano nel loro cuore. Ma, lo dico fra parentesi, finché io sono legato da uno di questi attacchi, non sono ancora convertito al Signore, non sono giunto alla vera libertà, poiché tali affari, tali preoccupazioni sono ancora capaci di trattenermi…

Sta scritto, lo sappiamo: «Uno è schiavo di ciò che l’ha vinto» (2 Pt 2,19). Anche se non sono dominato dall’amore del denaro, anche se non sono legato dalle preoccupazioni dei beni e delle ricchezze, sono tuttavia avido di lodi e desideroso di gloria umana, quando tengo conto del volto che mi mostrano gli uomini e delle parole che dicono di me, quando mi preoccupo di sapere ciò che un tale pensa di me, come un tal’ altro mi stima, quando temo di non piacere all’uno e desidero piacere all’altro. Finché avrò queste preoccupazioni, ne sarò schiavo. Ma vorei fare sforzi per svincolarmi, provare a liberarmi dal giogo di questa vergognosa schiavitù e giungere a quella libertà di cui ci parla l’apostolo Paolo: «Siete stati chiamati alla libertà; non fatevi schiavi degli uomini» (Gal 5,13; 1 Cor 7,23). Ma chi mi procurerà questa liberazione? Chi mi libererà da questa vergognosa schiavitù, se non colui che ha detto: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero»… Serviamo quindi fedelmente, «amiamo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza il Signore nostro Dio» (Mc 12,30) per meritare di ricevere da Cristo Gesù nostro Signore il dono della libertà.

L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (II)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17753?l=italian

L’esercizio concreto della carità rende credibile la Chiesa (II)

ROMA, martedì, 31 marzo 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica sull’Amore misericordioso pubblichiamo la seconda parte dell’intervento pronunciato dal Cardinale Nicolás de Jesús López Rodriguez, Arcivescovo di Santo Domingo, al Convegno svoltosi a Collevalenza, dal 27 al 29 ottobre 2006, sulla prima Enciclica di Benedetto XVI, “Deus Caritas Est”.

La prima parte è stata pubblicata il 24 marzo.

* * *

Prima di passare al punto dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa, considero opportuno segnalare qui le note caratteristiche della pastorale della carità che troviamo nel testo pontificio. Sono facilmente identificabili, indicheró, inoltre, i numeri dell´Enciclica in cui si trovano.

Queste note si possono riassumere in un »decalogo » dell´azione caritativa della Chiesa, specialmente degli organismi come Caritas che, nei loro diversi livelli, esprimono l´amore misericordioso di Dio con i più poveri e bisognosi.

In seguito indico le note che deve avere la pastorale della carità secondo Benedetto XVI:

– È umanistica perché si tratta di un servizio ad essere umani che, oltre di una attenzione tecnicamente corretta, « hanno bisogno di umanità » (DCE, 31a); é l´attualizzazione qui ed adesso dell´amore che l´uomo sempre ha bisogno (DCE, 31b). A questo mi sono riferito anteriormente.

– È universale, cioè, supera i confini della Chiesa, é al disopra di partiti ed ideologie e « mai cercherá d´imporre agli altri la fede della Chiesa » (DCE, 31b.c). Il criterio di comportamento é l´attitudine del buon Samaritano che aiuta il bisognoso, chiunque sia (DCE, 25b). Questa apertura per il prossimo, superando i confini nazionali, tende ad estendere il suo orizzonte al mondo intero (Cfr. DCE, 30a).

– È personale in quanto compromette ogni discepolo di Gesù Cristo, ovunque lui sia (DCE, 20).

– È comunitaria in quanto compromette tutta la comunità ecclesiale: la famiglia come Chiesa domestica, la comunità locale, la Chiesa particolare fino a comprendere la Chiesa universale nella sua totalità (DCE, 20).

– È comunione: anima e fomenta la vita in comunione nella stessa Chiesa come famiglia, allo scopo che nessuno dei suoi membri soffra per trovarsi nel bisogno (DCE, 25b).

– È ecumenica, tenendo in conto che … « L´Enciclica « Ut unum sint » ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno viluppo del mondo verso il meglio, é necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi » (DCE, 30b).

– È imperativa, poiché « la Chiesa non può mai essere dispensata dall´esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d´altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, per ché l´uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell´amore » (DCE, 29).

– È cooperativa, in quanto favorisce la coordinazione mutua tra gli organismi dello Stato, associazioni umanitarie ed entità ecclesiali, in un clima di trasparenza, allo scopo di favorire l´efficacia del servizio caritativo (DCE, 30b).

– È testimoniale, poichè … « l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità é la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando é tempo di parlare di Dio e quando é giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio é amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare » (DCE, 31c).

– È pianificata, poiché l´amore necessita di un´organizzazione, come preventivo per un servizio comunitario ordinato (DCE, 20). Inoltre, come disse il Papa ai partecipanti in un congresso internazionale organizzato dal Consiglio Pontificio Cor unum, il 23 gennaio 2006: « L´organizzazione ecclesiale della carità non é una forma d´assistenza sociale che si aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un´iniziativa che si potrebbe lasciare anche ad altri; forma parte della natura della Chiesa ».

d) In seguito Benedetto XVI si occupa dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa ed indica in primo luogo il Consiglio Pontificio Cor unum, organismo della Santa Sede incaricato dell´orientazione e coordinamento tra le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa cattolica.

Anche é proprio della struttura episcopale della Chiesa che i Vescovi, come successori degli Apostoli, abbiano nelle Chiese particolari la prima responsabilità di compiere, anche oggi, il programma esposto negli Atti degli Apostoli (cf Atti 2, 42-44): la Chiesa, come famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo d´aiuto reciproco ed allo stesso tempo di disponibilità per servire anche a quanti fuori di lei necessitano aiuto.

Allo stesso modo che facemmo con il decalogo dell´azione caritativa della Chiesa in base agli insegnamenti del Papa in « Deus Caritas est », lo stesso possiamo fare adesso, elaborare seguendo le sue orientazioni, il decalogo di qualità che devono adornare i responsabili della stessa azione caritativa. Alcune le ho appena riferite però le indico nuovamente per completarle con altre che il Santo Padre segnala nel testo dell´Enciclica. Gli agenti pastorali della carità devono:

– Avere capacità professionale. Gli uomini e le donne che realizzano la pastorale della carità devono essere capaci professionalmente perchè il servizio che offrono a quelli che soffrono deve essere un servizio di qualità, pertinente, realizzato nella forma più adeguata e che abbia continuità dopo di badare alle situazioni d´emergenza (DCE, 31a).

– Agire con senso d´umanità. La capacità professionale, di per se non basta, come lo abbiamo visto anteriormente. C´è bisogno di premura cordiale e di dedicazione per il prossimo. « L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo » (DCE, 34).

– Agire con umiltà imitando Cristo. L´umiltà ha vari momenti:

– dare se stessi come un dono: « perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona » (DCE, 34);

– Chi é in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; (DCE, 35);

– ringraziare il Signore di questo dono per poter aiutare il prossimo, poiché non é nessun merito personale né motivo di orgoglio;

– sentirsi uno strumento nelle mani del Signore: « si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli é possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: « L’amore del Cristo ci spinge » (2 Cor. 5, 14) » (DCE, 35).

– essere, nel nome del Signore, accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di conforto e di aiuto, come si ricorda nel Pontificale Romano ai Vescovi nella loro Ordinazione Episcopale (DCE, 32).

– Essere persona di fede: non deve ispirarsi in schemi che pretendono migliorare il mondo seguendo un´ideologia, ma lasciarsi guidare dalla fede che attua per l´amore (Cf. Ga. 5, 6). (DCE, 23).

– Essere persona di preghiera. « La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un’urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo » (DCE, 36).

– Sentirsi mossi dall´amore di Cristo: « Devono essere quindi persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo. » (DCE, 33). « L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. » (DCE, 34).

– Vivere l´amore ecclesiale. « …la Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto. » (DCE, 32). « Chi ama Cristo ama la Chiesa e vuole che essa sia sempre più espressione e strumento dell’amore che da Lui promana. Il collaboratore di ogni Organizzazione caritativa cattolica vuole lavorare con la Chiesa e quindi col Vescovo, affinché l’amore di Dio si diffonda nel mondo. Attraverso la sua partecipazione all’esercizio dell’amore della Chiesa, egli vuole essere testimone di Dio e di Cristo e proprio per questo vuole fare del bene agli uomini gratuitamente. » (DCE, 33).

– Avere apertura alla dimensione cattolica. « L’apertura interiore alla dimensione cattolica della Chiesa non potrà non disporre il collaboratore a sintonizzarsi con le altre Organizzazioni nel servizio alle varie forme di bisogno; ciò tuttavia dovrà avvenire nel rispetto del profilo specifico del servizio richiesto da Cristo ai suoi discepoli. » (DCE, 34).

– Essere testimoni credibili di Cristo. « Di conseguenza, la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore. È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni credibili di Cristo. » (DCE, 31c)

e) Testimoni dell´amore di Cristo

Benedetto XVI non si accontenta con darci il profilo della pastorale della carità e dei responsabili dell´azione caritativa della Chiesa, ma che ci presenta alla fine una lista di testimoni dell´amore di Cristo, naturalmente un elenco molto rappresentativo però che può essere completato secondo le circostanze del luogo e del tempo.

E ci dice che tra i Santi emerge Maria, Madre del Signore e specchio di santità. Il Vangelo di Luca la mostra affaccendata in un servizio di carità a sua cugina Elisabetta, con cui rimase « tre mesi » (Lc 1, 56) per aiutarla durante la gravidanza.

« L´anima mia magnifica il Signore », dice in occasione di questa visita, e con questo esprime tutto il programma della sua vita: non mettere se stessi nel centro, ma lasciare spazio a Dio, a chi trova tanto nella preghiera come nel servizio al prossimo; solo allora il mondo si fa buono.

Tra i Santi elencati dal Papa figurano San Martino da Tours, che definisce « quasi come un´icona » e che mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità.

Anche San Francesco d´Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de´ Paoli, Luisa di Marillac, Giuseppe Benito Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione e Teresa da Calcutta. E potrebbe allargarsi molto di più la lista. Tutti e tutte loro continuano ad essere modelli illustri di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà.

La vita dei Santi non comprende soltanto la biografia terrena, ma anche la loro vita ed azione in Dio dopo la morte.

Nei Santi é evidente che, chi va verso Dio, non s´allontana dagli uomini, ma che realmente va vicino a loro.

Il tema che mi é stato chiesto di esporre in questa Relazione è come l´esercizio concreto della carità renda credibile la Chiesa (cf DCE 31-42).

Credo che, secondo quanto abbiamo potuto notare analizzando quello che insegna il Santo Padre, tra le molte opere ed attività che la Chiesa Catolica deve svolgere: predicazione, celebrazione dei

Sacramenti, organizzazione pastorale, lavoro ecumenico, presenza nei mezzi di comunicazione sociale ed altri che hanno senza dubbio gran importanza, nessuna come l´esercizio concreto della carità le da maggior credibilità davanti al mondo. Anzi, questo esercizio caritativo é quello che garantisce la coerenza delle altre attività, come vediamo anche nei vangeli la testimonianza ammirevole di Gesù. Quanto fece ed insegnò il Maestro era avallato ed accreditato dalle sue opere, ed in modo particolare il suo costante amore per i poveri, ammalati, affamati, peccatori ed esclusi dalla società, in un´instancabile attitudine di servizio verso tutti loro, gli davano completa credibilità ed autorità di fronte al popolo, che percepiva il suo insegnamento come diverso da quello degli scribi e farisei.

Per terminare ricordiamo la frase di Paolo VI: « L´uomo contemporaneo ascolta più volentieri quelli che danno testimonianza che a quelli che insegnano … o se ascoltano quelli che insegnano é perchè danno testimonianza » (Discorso ai Membri del Consiglio dei Laici, 2 ottobre 1974).

Publié dans:dalla Chiesa |on 31 mars, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Così è iniziata la Settimana Santa

dal sito:

http://www.zenit.org/article-3229?l=italian

Così è iniziata la Settimana Santa


ZENIT intervista padre Juan Javier Flores Arcas, osb

CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 6 aprile 2006 (ZENIT.org).- A che epoca risale la celebrazione della Settimana Santa? A questa e altre domande risponde, in questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Juan Javier Flores Arcas, benedettino spagnolo presidente del Pontificio Istituto Liturgico di Roma.

La Settimana Santa viene celebrata come la conosciamo oggi sin dagli inizi del Cristianesimo?

P. Flores: Il nucleo originale più antico della Settimana Santa è la Veglia pasquale, di cui troviamo traccia già nel II secolo dell’era cristiana. È sempre stata una notte di veglia in ricordo e in attesa della resurrezione di Gesù Cristo.

Ad essa si è aggiunta presto la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana – battesimo, cresima e eucaristia –, ed è così diventata la grande notte sacramentale della Chiesa.

Successivamente la Veglia pasquale si è evoluta, estendendosi nel tempo, per trasformarsi nel triduo della passione, morte e resurrezione del Signore, di cui parla già Sant’Agostino descrivendola come una celebrazione molto diffusa.

Il triduo ha aggiunto alla già esistente Veglia altri momenti importanti della celebrazione e in particolare la memoria della morte del Signore il Venerdì Santo e il Giovedì Santo.

Il Giovedì contemplava peraltro niente meno che tre celebrazioni eucaristiche nettamente distinte tra loro. Secondo le fonti delle diverse liturgie, si celebrava una Messa per la riconciliazione dei peccatori, una Messa crismale e, nel pomeriggio, una Messa in ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia.

Nella liturgia attuale, il Triduo pasquale inizia nel pomeriggio del Giovedì Santo con la Messa nella Cena del Signore, che si aggiunge al primo giorno del Triduo che è in effetti il Venerdì Santo della Passione del Signore. Il secondo giorno è il Sabato Santo della sepoltura del Signore: un giorno di silenzio, digiuno e di attesa. Non si celebra l’Eucaristia in quel giorno in segno di attesa.

La Chiesa si ferma davanti al Sepolcro del Signore deposto dalla croce e attende la sua Resurrezione. Con la Veglia pasquale, nella notte del Sabato Santo, inizia il terzo giorno del Triduo pasquale: la Domenica della Resurrezione del Signore.

Perché si dice che la Pasqua è il giorno più importante dell’anno?

P. Flores: La Domenica di Resurrezione è il giorno più importante dell’anno liturgico. Al centro vi è proprio la Veglia pasquale, dalla notte del Sabato Santo alla Domenica di Resurrezione, la quale appartiene integralmente alla Domenica.

È la celebrazione più importante dell’anno, centro di ogni ciclo liturgico. È la grande notte sacramentale della Chiesa.

Lo è stata per secoli e, grazie alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, è tornata ad esserlo. I cristiani rinnovano le loro promesse battesimali, mentre contemplano i nuovi cristiani che si incorporano alla Chiesa. Costituisce l’origine di ogni celebrazione liturgica e in essa culmina tutta la liturgia.

Per questo, l’importanza che era stata data, nel corso degli ultimi secoli, al Giovedì Santo è stata ora trasferita alla Veglia pasquale, grazie al recente rinnovo dei libri liturgici, e ciò si ripercuote anche sul modo di celebrare.

La Messa crismale deve aver luogo il Giovedì Santo o può variare?

P. Flores: La Messa del Crisma è antichissima in tutta la Chiesa. In essa, il Vescovo consacra i tre oli che sono necessari per l’amministrazione dei sacramenti: il santo Crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi. Le fonti liturgiche ci parlano della sua importanza e antichità.

A Roma ha acquisito un’importanza speciale e si è arricchita di simbologia. Oggi, ogni Vescovo nella sua chiesa cattedrale benedice e consacra i tre tipi di oli nel corso della mattina del Giovedì Santo – luogo e momento tradizionali nella liturgia romana già dal secolo V-VI – oppure in un altro giorno non lontano, secondo la convenienza pastorale.

Nella liturgia successiva al Concilio Vaticano II si è aggiunto alla Messa crismale un rito significativo: il rinnovo delle promesse sacerdotali. Tuttavia, è molto importante che al centro della celebrazione rimanga la consacrazione dei tre oli che servono per l’amministrazione dei sacramenti e non il rinnovo delle promesse sacerdotali.

Come nasce l’adorazione della Croce il Venerdì Santo?

P. Flores: L’adorazione della Croce era un rito peculiare della Chiesa di Gerusalemme, poiché tra le sue reliquie più preziose vi è la croce sulla quale Cristo è stato crocifisso. Il Venerdì Santo si svolgeva una cermonia molto popolare e sentita: l’adorazione della Croce. I racconti del IV secolo sono profondamente toccanti. San Cirillo di Gerusalemme ce li narra con profusione di dettagli.

Ad un certo momento, questo rito arriva a Roma, che da parte sua celebrava la Passione del Signore con la lettura del Vangelo secondo San Giovanni e le note Orazioni solenni del Venerdì Santo.

A queste si aggiunge quindi l’adorazione della Croce che è stata mantenuta fino ad oggi, ma che non costituisce il rito più importante del Venerdì Santo. L’azione liturgica continua ad essere incentrata sulla Liturgia della Parola, il cui momento culminante è la lettura della Passione del Signore, racconto, memoriale e attualizzazione della redenzione, in cui la celebrazione acquista tutta la sua forza.

Publié dans:liturgia |on 30 mars, 2009 |Pas de commentaires »

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Sant’Ambrogio: Il sole di giustizia : la Legge nuova nel Tempio nuovo

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090330

Meditazione del giorno
Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Lettere, 26, 11-20 ; PL 16, 1088-1090  

Il sole di giustizia : la Legge nuova nel Tempio nuovo

Gli scribi e i farisei avevano condotto al Signore Gesù un’adultera con questo tranello : se l’avesse assolta sarebbe sembrato non tenere in nessun conto la Legge ; se invece l’avesse condannata, avrebbe tradito la sua missione, essendo venuto per rimettere i peccati di tutti…

Mentre essi parlavano, Gesù chinò il capo e si mise a scrivere in terra col dito. E poiché aspettavano la sua risposta, alzando il capo disse : « Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei ». Quale cosa è più divina di questa sentenza, che cioè punisca i peccati solo colui che è senza peccato ? Come potrestri sopportare che punisse i peccati degli altri chi difende i propri ? Non si condanna da sé colui che condanna in altri ciò che egli stesso commette ?

Questo disse Cristo, e intanto scriveva in terra. Che cosa ? Forse così : « Tu osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio » (Lc 6, 41). Scriveva in terra con quel dito con cui aveva scritto la Legge (Es 31, 18). I peccatori « saranno scritti nella polvere » (Ger 7, 13), i giusti in cielo, come disse ai discepoli : « Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli » (Lc 10, 20).

Udita quella parola, andarono via uno dopo l’altro « cominciando dai più anziani », … È ben detto che uscirono fuori coloro che non volevano essere con Cristo : fuori c’è la lettera, dentro i misteri. Coloro che vivevano all’ombra della Legge senza poter vedere il sole di giustizia (Ml 3, 20), nelle sacre letture andavano dietro a cose paragonabili più alle foglie degli alberi che al frutto.

di S. Giovanni M. Vianney – Curato D’Ars : La perseveranza nelle tribolazioni

dal sito:

http://www.curatodars.com/preghiere.html

di  S. Giovanni M. Vianney – Curato D’Ars

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI
 

Donaci Signore, per l’intercessione di San Giovanni Maria, di perseverare nelle tribolazioni e di respingere ogni tentazione del demonio con la forza che viene da Te.

Gloria al Padre.
 

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney,
 

Non crediamo che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta contro il demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la possibilità del paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due arti in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai rifiutata.

Quando crediamo che tutto sia perduto, non abbiamo altro da fare che gridare: Signore, salvaci, stiamo perendo!”. Nostro Signore, infatti, è là, proprio vicino a noi e ci guarda con compiacimento, ci sorride e ci dice: “Allora tu mi ami davvero, riconosco che mi ami!….”. E’ proprio nelle lotte contro l’inferno e nella resistenza alle tentazioni che proviamo a Dio il nostro amore.

Quante anime senza storia nel mondo appariranno un giorno ricche di tutte le vittorie contro il male ottenute istante dopo istante! E’ a queste anime che il Buon Dio dirà: “Venite, benedetti del Padre mio…. entrate nella gioia del vostro Signore”. Noi non  abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato…. Il buon Dio non ci chiede di fare altrettanto….C’è qualcuno che rimane travolto da una sola parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione… Coraggio, amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano dominale sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non  esiste via di mezzo.

Se marciassimo sempre in prima linea come i bravi soldati, al sopraggiungere della guerra o della tentazione sapremmo elevare il cuore a Dio e riprendere coraggio. Noi, invece, rimaniamo nelle retrovie e diciamo a noi stessi: “L’importante è salvarsi. Non voglio essere un santo”. Se non siete dei santi, sarete dei reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate attenzione!

Tutti coloro che possederanno il paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano, costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno meritare il paradiso.

Publié dans:meditazioni, Santi |on 29 mars, 2009 |Pas de commentaires »

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Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 29 mars, 2009 |Pas de commentaires »

San Cirillo Alessandrino: « Se il chicco di grano muore, produce molto frutto »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090329

Meditazione del giorno
San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa
Commento sul Libro dei Numeri, 2 ; PG 69, 619

« Se il chicco di grano muore, produce molto frutto »

Cristo fu la primizia della nuova creazione… Infatti risuscitò sgominando la morte; anzi ascese al Padre, come dono offerto quale primizia dell’umana natura, rinnovata nella incorruttibilità… Così possiamo anche consideralo come un manipolo di frumento come quelli che il Signore domandava a Israele di offrirgli nel Tempio (Lv 23,9).

Il genere umano può essere paragonato al grano nel campo: nascendo dalla terra, in attesa della sua conveniente crescita, è strappato via via dalla morte lungo il corso del tempo. Così disse Cristo stesso ai suoi discepoli: «Non dite voi: ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna» (Gv 4,35-36). Cristo, nascendo dalla santa Vergine, è sorto in mezzo a noi come una spiga di frumento. Egli stesso anzi, si definisce come un grano di frumento: «In verità vi Dio: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto». Perciò egli si è fatto davanti al Padre come qualcosa di consacrato e immolato per noi, simile a un manipolo di spighe, primizia della terra. Un’unica spiga, ma considerata non sola bensì unita a tutti noi che, come un manipolo formato da molte spighe, siamo un solo fascio.

Cristo Gesù infatti è uno solo, ma può essere considerato, ed è realmente, come un manipolo compatto di spighe, in quanto contiene in sé tutti i credenti, in una mirabile unità spirituale; altrimenti perché il beato Paolo avrebbe scritto: «Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli» (Ef 2,6)? Essendo egli uno di noi, siamo diventati concorporei con lui e mediante la sua carne abbiamo ottenuto l’unione con lui. Per questo, egli stesso, in un altro punto rivolge a Dio Padre queste parole: «Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21). Il Signore è dunque la primizia dell’umanità destinata ad essere riportata nel granaio del cielo.

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