Archive pour février, 2009

buona notte (anche lui va a ninna!)

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San Beda il Venerabile: Giovanni Battista, martire della verità

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=02/06/2009#

San Beda il Venerabile (circa 673-735), monaco, dottore della Chiesa
Discorsi,  23; CCL 122, 354, 356-357

Giovanni Battista, martire della verità
Senz’alcun dubbio Giovanni Battista ha subito il carcere per il nostro Redentore che egli precedeva con la sua testimonianza; per lui ha dato la sua vita. Infatti, anche se il suo persecutore non gli ha domandato di negare Cristo ma di tacere la verità, è tuttavia per Cristo che è morto; Cristo in persona infatti ha detto: «Sono la verità» (Gv 14,6). Poiché Giovanni ha sparso il suo sangue per la verità, l’ha sparso per Cristo. Giovanni aveva testimoniato con la sua nascita che Cristo sarebbe nato; predicando aveva testimoniato che Cristo avrebbe predicato, battezzando che avrebbe battezzato. Soffrendo per primo la sua passione, accennava che anche Cristo avrebbe dovuto soffrirla…

Questo grandissimo uomo giunse dunque al termine della sua vita con l’effusione del suo sangue, dopo una lunga e penosa prigionia. Lui che aveva annunciato la buona novella della libertà di una pace superiore, è gettato in carcere dagli empi. È rinchiuso nell’oscurità di una cella, colui che aveva reso testimonianza alla luce… Con il proprio sangue viene battezzato colui al quale fu dato di battezzare il Redentore del mondo, di sentire la voce del Padre celeste rivolgersi a Cristo, e di vedere scendere su di lui la grazia dello Spirito Santo.

L’ha detto appunto l’apostolo Paolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). E dice che soffrire per Cristo è un dono di lui ai suoi eletti poiché, come dice altrove: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,8).

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S. Massimiliano Kolbe : O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.

dal sito:

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano/dietro%20le%20sbarre.htm

(S. Massimiliano Kolbe )  

O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.

Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.

Tu non ti dei dimenticato di me, anche se io vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto. Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.

Avrei tante richieste da farti poichè, come sai, qui c’è bisogno di molte cose. Ma oggi non voglio fermarmi ad esse, poiché il mio cuore mi suggerisce altro.

Dammi la pace interiore, non quella a buon mercato che viene dal sentirsi giusti, ma quella che solo tu sai dare.

Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza pura e semplice che io valgo qualcosa perché sono tuo figlio.

Toglimi i sensi di colpa, ma dammi insieme la possibilità di fare il bene.

Accorcia le mie notti insonni; spazza via le tante paure che mi vengono dietro come ombre; dammi la grazia delle conversione del cuore.

Fammi comprendere che si è persone anche quando ci si riconosce vulnerabili, e si ha la libertà di piangere sul male del mondo.

Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che provano ancora interesse per me, per`hè io mi ricordi, pensando a loro, che solo l’Amore crea, l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le mie lunghe e interminabili giornate.

Ricordati di me, o Dio, poiché sono sempre tuo figlio e come tale desidero cominciare a vivere. 

Publié dans:preghiere, santi martiri |on 6 février, 2009 |Pas de commentaires »

Il cardinale Bertone: il Concilio Vaticano II è la chiave per capire il pontificato di Benedetto XVI

dal sito:

http://www.cardinalrating.com/cardinal_12__article_8255.htm

Il cardinale Bertone: il Concilio Vaticano II è la chiave per capire il pontificato di Benedetto XVI
Jan 30, 2009

Conferenza ieri pomeriggio del cardinale Tarcisio Bertone su “Le linee portanti del Magistero di Papa Benedetto XVI”, ospitata dal Circolo di Roma nel 60.mo anniversario di questa prestigiosa istituzione culturale fondata dall’allora sostituto della Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Il servizio di Roberta Gisotti:

“Un’opera in costruzione”, difficile offrirne “un quadro esaustivo” ha premesso il cardinale Bertone. “Tre anni e alcuni mesi sono ancora pochi per tracciare un bilancio” del pontificato di Benedetto XVI. Ma alcuni “elementi costitutivi”, appaiono già – ha osservato il porporato – quale “leit motiv” di questo magistero. E’ stato lo stesso Joseph Ratzinger ad esprimere da subito la sua “volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II”, sulla scia dei “predecessori – aveva sottolineato all’indomani della sua elezione – “in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa”. Dunque “è indispensabile partire proprio dal Concilio Vaticano II – ha detto il segretario di Stato Vaticano – “per capire il magistero dell’attuale Pontefice”.

Benedetto XVI ha spiegato che “di questo straordinario evento ecclesiale si sono come cristallizzate nel periodo post-conciliare due diverse interpretazioni, tra loro contrastanti”. “L’una – secondo il Papa – ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre visibilmente, ha portato frutti”. La prima è l’ermeneutica ovvero l’interpretazione – che il Benedetto XVI definisce “della discontinuità e della rottura”, la seconda è l’interpretazione “del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, “che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. Se la prima interpretazione ritiene “il Concilio una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova”, per Benedetto XVI ciò “è assurdo perché la Costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore”. “Non la rottura ma la fedeltà dinamica è l’orientamento” – il Papa indica – “deve guidare la recezione del Concilio perché porti frutti nuovi di santità e rinnovamento sociale”.

“Ricucire i fili strappati della rete di Cristo che è la Chiesa: ecco lo scopo” – ha proseguito il cardinale Bertone – dei vari interventi di Benedetto XVI “tendenti alla riconciliazione e all’unità dei cattolici”. In questa chiave è possibile leggere la “Lettera ai Cinesi”, così anche la più larga facoltà concessa di utilizzare la liturgia romana anteriore alla riforma di Paolo VI, ed infine il gesto di rimettere la scomunica ai quattro vescovi ordinati senza mandato pontificio da mons. Lefebvre. Evidente per il segreterio di Stato vaticano anche “l’incessante tensione del Pontefice” verso “l’ecumenismo” e “il paziente dialogo” interculturale e interreligioso, che per essere autentico – afferma Benedetto XVI – deve evitare cedimenti al relativismo, al sincretismo”.

Publié dans:dalla Chiesa, Papa Benedetto XVI |on 6 février, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte (un gatto nero per farvi le fusa…)

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San Pio X : Mandati da Cristo nel mondo intero

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=02/05/2009#

San Pio X, papa dal 1903 al 1914
Enciclica « E supremi apostolatus »

Mandati da Cristo nel mondo intero
«Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3,11). Lui solo è «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» (Gv 10,36), «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3), vero Dio e vero uomo, senza il quale nessuno può conoscere Dio come si deve, perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). Ne deriva che «ricapitolare in Cristo tutte le cose « (Ef 1,10) e ricondurre gli uomini nell’obbedienza a Dio sono una sola e medesima cosa. E per questo la meta verso la quale devono convergere tutti i nostri sforzi, sta nel ricondurre il genere umano al dominio di Cristo. Giunto questo, l’uomo si troverà, per questo stesso fatto, condotto a Dio: non a un Dio inerte e disinteressato delle realtà umane, come l’hanno immaginato alcuni filosofi, bensì a un Dio vivo e vero, in tre persone nell’unità di una natura, creatore del mondo, che stende ad ogni cosa la sua provvidenza infinita, giusto datore della Legge che giudicherà l’ingiustizia e assicurerà alla virtù la sua ricompensa.

Ora, dov’è la via che dà accesso a Gesù Cristo? Questa è sotto i nostri occhi: questa è la Chiesa. San Giovanni Crisostomo ce lo dice a ragione: «La Chiesa è la tua speranza, la Chiesa è la tua salvezza, la Chiesa è il tuo rifugio». Per questo Cristo l’ha stabilita, dopo averla acquisita a prezzo di suo sangue. Per questo le ha affidato la sua dottrina e i precetti della sua Legge, prodigandole allo stesso tempo i tesori della sua grazia per la santificazione e la salvezza degli uomini. Vedete dunque, fratelli venerabili, quale opera ci è stata affidata…: non mirate a nulla se non a formare Cristo in tutti… È questa la stessa missione che Paolo afferma avere ricevuta: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19). Ora come compiere tale dovere senza essere prima «rivestiti di Cristo» (Gal 4,19)? E rivestiti fino a poter dire: «Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 5 février, 2009 |Pas de commentaires »

Sainte Jeanne de Valois – Regina di Francia

Sainte Jeanne de Valois - Regina di Francia dans immagini sacre stejeanne

storia e sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/39600

Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2009 |Pas de commentaires »

Lorenzo il Magnifico: O Dio, o sommo Bene, or come fai.

dal sito:

http://ildemedici.interfree.it/ilmagnifico_laude.html

DI LORENZO IL MAGNIFICO  – LAUDE
O Dio, o sommo Bene, or come fai.

Cantasi come Canzone del Fagiano

O Dio, o sommo Bene, or come fai,
che te sol cerco e non ti trovo mai?
Lasso, s’io cerco questa cosa o quella,
te cerco in esse, o dolce Signor mio!
Ogni cosa per te è buona e bella
e muove, come buona, il mio disio;
tu se’ pur tutto in ogni luogo, o Dio,
e in alcun luogo non ti truovo mai.
Per trovar te la trista alma si strugge,
il dì m’affliggo e la notte non poso.
Lasso, quanto più cerco, più si fugge
il dolce e desiato mio riposo!
Deh, dimmi, Signor mio, ove se’ ascoso:
stanco già son, Signor, dimmelo omai.
Se a cercar di te, Signor, mi muovo
in ricchezze, in onore o in diletto,
quanto più di te cerco, men ne truovo,
onde stanco mai posa il vano affetto.
Tu m’hai del tuo amore acceso il petto,
poi se’ fuggito, e non ti veggo mai.
La vista, in mille varie cose volta,
ti guarda e non ti vede, e sei lucente;
l’orecchio ancor diverse voci ascolta,
il tuo suono è per tutto, e non ti sente:
la dolcezza comune a ogni gente
cerca ogni senso, e non la truova mai.
Deh, perché cerchi, anima trista, ancora
beata vita in tanti affanni e pene?
Cerca quel cerchi pur, ma non dimora
nel luogo ove tu cerchi questo bene:
beata vita onde la morte viene
cerchi, e vita ove vita non fu mai.
Muoia in me questa misera vita,
acciò che io viva, o vera vita, in te;
la morte in multitudine infinita
in te sol vita sia, che vita se’;
muoio quanto te lascio e guardo me:
converso a te, io non morrò già mai.
Degli occhi vani ogni luce sia spenta,
perché vegga te, vera luce amica;
assorda e miei orecchi, acciò che io senta
la disiata voce che mi dica:
« Venite a me, chi ha peso o fatica,
ch’io vi ristori »: egli è ben tempo omai!
Allor l’occhio vedrà luce invisibile,
l’orecchio udirà suon ch’è senza voce,
luce e suon che alla mente è sol sensibile,
né il troppo offende o a tal senso nuoce.
Stando e piè fermi, correrà veloce
l’alma a quel ben che è seco sempre mai.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,
che questo bene o quel non mi contenta,
ma levando dal bene e questo e quello,
quel ben che resta il dolce Dio diventa.
Questa vera dolcezza e sola senta
chi cerca il ben: questo non manca mai.
La nostra eterna sete mai non spegne
l’acqua corrente di questo o quel rivo,
ma giugne al tristo foco ognor più legne:
sol ne contenta il fonte eterno e vivo.
O acqua santa, se al tuo fonte arrivo,
berrò, e sete non arò più mai.
Tanto desio non dovria esser vano,
a te si muove pure il nostro ardore.
Porgi benigno l’una e l’altra mano,
O Iesù mio: tu se’ infinito amore!
Poiché hai piagato dolcemente il core,
sana tu quella piaga che tu fai!

Publié dans:Laude, letteratura |on 4 février, 2009 |Pas de commentaires »

Catechesi di Benedetto XVI sulla morte e l’eredità di San Paolo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17082?l=italian

Catechesi di Benedetto XVI sulla morte e l’eredità di San Paolo

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 4 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi nell’aula Paolo VI.

Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, concludendo il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua morte ed eredità.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la serie delle nostre catechesi sulla figura di san Paolo è arrivata alla sua conclusione: vogliamo parlare oggi del termine della sua vita terrena. L’antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma. Gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto. Gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla condizione di prigionia dell’Apostolo, che poteva tuttavia accogliere tutti quelli che andavano da lui (cfr At 28,30-31). Solo nella seconda Lettera a Timoteo troviamo queste sue parole premonitrici: « Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele » (2 Tm 4,6; cfr Fil 2,17). Si usano qui due immagini, quella cultuale del sacrificio, che aveva usato già nella Lettera ai Filippesi interpretando il martirio come parte del sacrificio di Cristo, e quella marinaresca del mollare gli ormeggi: due immagini che insieme alludono discretamente all’evento della morte e di una morte cruenta.

La prima testimonianza esplicita sulla fine di san Paolo ci viene dalla metà degli anni 90 del secolo I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto. In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l’esempio degli Apostoli, e, subito dopo aver menzionato il martirio di Pietro, si legge così: « Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza. Arrestato sette volte, esiliato, lapidato, fu l’araldo di Cristo nell’Oriente e nell’Occidente, e per la sua fede si acquistò una gloria pura. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino all’estremità dell’occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di pazienza » (1 Clem 5,2). La pazienza di cui parla è espressione della sua comunione alla passione di Cristo, della generosità e costanza con la quale ha accettato un lungo cammino di sofferenza, così da poter dire: «Io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Gal. 6,17). Abbiamo sentito nel testo di san Clemente che Paolo sarebbe arrivato fino all’«estremità dell’occidente». Si discute se questo sia un accenno a un viaggio in Spagna che san Paolo avrebbe fatto. Non esiste certezza su questo, ma è vero che san Paolo nella sua Lettera ai Romani esprime la sua intenzione di andare in Spagna (cfr Rm 15,24).

Molto interessante invece è nella lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo, anche se essi verranno invertiti nella testimonianza di Eusebio di Cesarea del secolo IV, che parlando dell’imperatore Nerone scriverà: « Durante il suo regno Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città » (Hist. eccl. 2,25,5). Eusebio poi continua riportando l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, risalente agli inizi del secolo II: « Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (ibid. 2,25,6-7). I « trofei » sono i monumenti sepolcrali, e si tratta delle stesse sepolture di Pietro e di Paolo, che ancora oggi noi veneriamo dopo due millenni negli stessi luoghi: sia qui in Vaticano per quanto riguarda san Pietro, sia nella Basilica di san Paolo Fuori le Mura sulla Via Ostiense per quanto riguarda l’Apostolo delle genti.

È interessante rilevare che i due grandi Apostoli sono menzionati insieme. Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell’impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma. Così infatti si legge in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo, a proposito della successione apostolica nelle varie Chiese: « Poiché sarebbe troppo lungo enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo » (Adv. haer. 3,3,2).

Lasciamo però da parte adesso la figura di Pietro e concentriamoci su quella di Paolo. Il suo martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr 9,5). La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr Gerolamo, De viris ill. 5,8). Il calcolo dipende molto dalla cronologia dell’arrivo di Paolo a Roma, una discussione nella quale non possiamo qui entrare. Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle Acquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l’uscita di un fiotto d’acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi « Tre Fontane » (Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del secolo V). L’altro, in consonanza con l’antica testimonianza, già menzionata, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo « fuori della città… al secondo miglio sulla Via Ostiense », ma più precisamente « nel podere di Lucina », che era una matrona cristiana (Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del secolo VI). Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra secolo IV e V dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del 1800, fu qui eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura.

In ogni caso, la figura di san Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. Mentre tra i cosiddetti « ebioniti » – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. Vorrei prescindere ora dalla letteratura apocrifa, come gli Atti di Paolo e Tecla e un epistolario apocrifo tra l’Apostolo Paolo e il filosofo Seneca. Importante è constatare soprattutto che ben presto le Lettere di san Paolo entrano nella liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della liturgia della Parola. Così, grazie a questa « presenza » nella liturgia della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi.

E’ ovvio che i Padri della Chiesa e poi tutti i teologi si sono nutriti delle Lettere di san Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti. Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. Tale commento purtroppo è conservato solo in parte. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili. Sant’Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi. San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell’esegesi medioevale. Una vera svolta si verificò nel secolo XVI con la Riforma protestante. Il momento decisivo nella vita di Lutero fu il cosiddetto «Turmerlebnis», (1517) nel quale in un attimo egli trovò una nuova interpretazione della dottrina paolina della giustificazione. Una interpretazione che lo liberò dagli scrupoli e dalle ansie della sua vita precedente e gli diede una nuova, radicale fiducia nella bontà di Dio che perdona tutto senza condizione. Da quel momento Lutero identificò il legalismo giudeo-cristiano, condannato dall’Apostolo, con l’ordine di vita della Chiesa cattolica. E la Chiesa gli apparve quindi come espressione della schiavitù della legge alla quale oppose la libertà del Vangelo. Il Concilio di Trento, dal 1545 al 1563, interpretò in modo profondo la questione della giustificazione e trovò nella linea di tutta la tradizione cattolica la sintesi tra legge e Vangelo, in conformità col messaggio della Sacra Scrittura letta nella sua totalità e unità.

Il secolo XIX, raccogliendo l’eredità migliore dell’Illuminismo, conobbe una nuova reviviscenza del paolinismo adesso soprattutto sul piano del lavoro scientifico sviluppato dall’interpretazione storico-critica della Sacra Scrittura. Prescindiamo qui dal fatto che anche in quel secolo, come poi nel secolo ventesimo, emerse una vera e propria denigrazione di san Paolo. Penso soprattutto a Nietsche che derideva la teologia dell’umiltà di san Paolo, opponendo ad essa la sua teologia dell’uomo forte e potente. Però prescindiamo da questo e vediamo la corrente essenziale della nuova interpretazione scientifica della Sacra Scrittura e del nuovo paolinismo di tale secolo. Qui è stato sottolineato soprattutto come centrale nel pensiero paolino il concetto di libertà: in esso è stato visto il cuore del pensiero paolino, come del resto aveva già intuito Lutero. Ora però il concetto di libertà veniva reinterpretato nel contesto del liberalismo moderno. E poi è sottolineata fortemente la differenziazione tra l’annuncio di san Paolo e l’annuncio di Gesù. E san Paolo appare quasi come un nuovo fondatore del cristianesimo. Vero è che in san Paolo la centralità del Regno di Dio, determinante per l’annuncio di Gesù, viene trasformata nella centralità della cristologia, il cui punto determinante è il mistero pasquale. E dal mistero pasquale risultano i Sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, come presenza permanente di questo mistero, dal quale cresce il Corpo di Cristo, si costruisce la Chiesa. Ma direi, senza entrare adesso in dettagli, che proprio nella nuova centralità della cristologia e del mistero pasquale si realizza il Regno di Dio, diventa concreto, presente, operante l’annuncio autentico di Gesù. Abbiamo visto nelle catechesi precedenti che proprio questa novità paolina è la fedeltà più profonda all’annuncio di Gesù. Nel progresso dell’esegesi, soprattutto negli ultimi duecento anni, crescono anche le convergenze tra esegesi cattolica ed esegesi protestante realizzando così un notevole consenso proprio nel punto che fu all’origine del massimo dissenso storico. Quindi una grande speranza per la causa dell’ecumenismo, così centrale per il Concilio Vaticano II.

Brevemente vorrei alla fine ancora accennare ai vari movimenti religiosi, sorti in età moderna all’interno della Chiesa cattolica, che si rifanno al nome di san Paolo. Così è avvenuto nel secolo XVI con la « Congregazione di san Paolo » detta dei Barnabiti, nel secolo XIX con i « Missionari di san Paolo » o Paulisti, e nel secolo XX con la poliedrica « Famiglia Paolina » fondata dal Beato Giacomo Alberione, per non dire dell’Istituto Secolare della « Compagnia di san Paolo ». In buona sostanza, resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento. In uno dei suoi panegirici, San Giovanni Crisostomo instaurò un originale paragone tra Paolo e Noè, esprimendosi così: Paolo « non mise insieme delle assi per fabbricare un’arca; piuttosto, invece di unire delle tavole di legno, compose delle lettere e così strappò di mezzo ai flutti, non due, tre o cinque membri della propria famiglia, ma l’intera ecumene che era sul punto di perire » (Paneg. 1,5). Proprio questo può ancora e sempre fare l’apostolo Paolo. Attingere a lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, San Paolo |on 4 février, 2009 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister : La scomunica ai lefebvriani non c’è più. Ma la pace resta lontana

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/214086

La scomunica ai lefebvriani non c’è più. Ma la pace resta lontana

Anzi, aumentano le ragioni di conflitto, anche con i figli d’Israele. Benedetto XVI moltiplica i gesti di apertura, ma non ottiene niente in cambio. L’incidente del vescovo negazionista, con un commento della ebrea Anna Foa

di Sandro Magister 


ROMA, 28 gennaio 2009 – A Benedetto XVI capita ripetutamente di trovarsi in difficoltà su due zone di confine che si intersecano: con i lefebvriani e con gli ebrei.

Il 24 gennaio papa Joseph Ratzinger ha revocato la scomunica ai quattro vescovi ordinati illegittimamente da Marcel Lefebvre nel 1988: scomunica nella quale erano incorsi « latae sententiae », cioè in modo automatico semplicemente compiendo quell’atto. I quattro restano comunque sospesi « a divinis », non possono cioè esercitare il loro ministero nella Chiesa cattolica, e la loro comunità resta in stato di scisma.

Uno dei quattro vescovi, l’inglese Richard Williamson, è un acceso negazionista e ha di recente rilanciato le sue tesi negatrici dello sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti. La coincidenza tra queste sue posizioni e la revoca della sua scomunica – per di più a ridosso della giornata mondiale di memoria della Shoah, il 27 gennaio – ha provocato le forti proteste di molti ebrei, anche di quelli generalmente più benevoli con la Chiesa cattolica e con l’attuale papa.

Un’analoga somma di circostanze aveva fatto scoppiare nei mesi scorsi una polemica similare. Quando Benedetto XVI liberalizzò per tutti i cattolici il rito antico della messa, caposaldo dei lefebvriani, molti ebrei protestarono perché vi era contenuta una preghiera da essi ritenuta inaccettabile e offensiva, in quanto mirata alla loro « conversione ». Il papa riscrisse il testo della preghiera, ma alcuni ebrei respinsero anche la nuova formula.

La ragione di fondo di queste turbolenze è nella teologia antigiudaica che contraddistingue in genere i lefebvriani. Secondo molti ebrei, la Chiesa cattolica fa troppo poco per contrastare questo antigiudaismo ed esigere il ravvedimento dei suoi fautori.

* * *

In effetti, i « magnanimi gesti di pace » che Benedetto XVI ha compiuto più volte in direzione dei lefebvriani non sono stati seguiti finora, da parte di essi, da alcun passo significativo di ravvedimento e di avvicinamento.

Il primo di questi gesti è stata l’udienza accordata il 29 agosto 2005 da Benedetto XVI al successore di Lefebvre e capo della comunità, il vescovo – all’epoca scomunicato – Bernard Fellay.

Il secondo gesto è stato il discorso del papa alla curia romana del 22 dicembre 2005. Un discorso di capitale importanza, perché andava al cuore della questione su cui è nato lo scisma lefebvriano: cioè l’accettazione e l’interpretazione dei Concilio Vaticano II. Benedetto XVI mostrò che il Vaticano II non segnava alcuna rottura con la tradizione della Chiesa, anzi, era in continuità con essa anche là dove sembrava segnare una svolta netta rispetto al passato, col pieno riconoscimento della libertà religiosa come diritto inalienabile di ogni persona.

« L’Osservatore Romano » ha ripubblicato tre giorni fa quel discorso del papa, assieme al decreto di revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Il 25 gennaio era anche il cinquantesimo anniversario del primo annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII. Ma in più di tre anni, da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Lefevbre non è venuto nessun segno di adesione alle tesi di Benedetto XVI sull’interpretazione del Vaticano II.

Il terzo gesto è stato la liberalizzazione del rito antico della messa, col motu proprio « Summorum Pontificum » del 7 luglio 2007. Con questa decisione papa Ratzinger si rivolgeva anzitutto all’insieme della Chiesa cattolica, ma era nei suoi intenti anche la volontà di risanare lo scisma con i lefebvriani.

Tuttavia i lefebvriani interpretarono questo gesto semplicemente come un cedimento alle loro posizioni. In più vi fu la reazione di molti ebrei per la preghiera per la loro « conversione », nonostante Benedetto XVI l’avesse poi riformulata.

Il quarto gesto è quello dei giorni scorsi: la revoca della scomunica. Papa Ratzinger l’ha compiuto unilateralmente, come « dono di pace », nella dichiarata speranza di incoraggiare una rapida discussione e soluzione dei punti di divisione.

Va detto però che lo scorso 15 dicembre, nella sua ultima lettera scritta alle autorità della Chiesa di Roma prima del « dono », il capo dei lefebvriani Fellay non dava alcun segno di voler accettare il Vaticano II nella sua integralità:

« Noi siamo pronti a scrivere il Credo con il nostro sangue, a firmare il giuramento antimodernista, la professione di fede di Pio IV, noi accettiamo e facciamo nostri tutti i Concili fino al Vaticano II, riguardo al quale esprimiamo riserve ».

In più sono arrivate le dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson, personaggio non nuovo a uscite del genere. Di lui si ricorda, dopo l’11 settembre 2001, un’allucinata spiegazione dell’abbattimento delle Torri Gemelle, attribuito a un fantomatico « stato di polizia » mirante a sottomettere l’America e l’Europa.

* * *

Circa i lefebvriani, la critica che nella curia romana e tra i vescovi si rivolge a Benedetto XVI è di agire solo con gesti unilaterali, senza ottenere nulla in cambio.

Si osserva che i gesti hanno tutti una nitida coerenza e consistenza teologica. Cadono però su un terreno non adeguatamente coltivato.

Anche la revoca della scomunica ai quattro vescovi ricade sotto queste critiche. Si osserva che anche tra Roma e Costantinopoli sono state cancellate le scomuniche, tuttavia questo gesto fortemente simbolico è avvenuto dentro un cammino di reale avvicinamento ecumenico. Un cammino che è invece assente tra i lefebvriani, con i quali le divisioni restano intatte.

* * *

Con gli ebrei è lo stesso. Si riconosce a Benedetto XVI di aver prodotto i testi più alti e più costruttivi per il dialogo tra le due fedi. Ma gli si imputa che contro le sue parole stridono troppi fatti.

Un esempio è ciò che è accaduto nei giorni scorsi. All’Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha pronunciato parole audaci sulla « conversione » dell’ebreo Paolo. Ha persino detto che per Paolo il termine « conversione » è improprio, « perché gli era già credente, anzi ebreo fervente, né dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo ».

Ma lo stesso giorno, un vescovo che lo stesso Benedetto XVI aveva da poco assolto dalla scomunica imperversava sui media di tutto il mondo con affermazioni aberranti contro gli ebrei.

Voci cattoliche autorevoli si sono levate a rimarcare che Ratzinger non aveva colpa di tali affermazioni, né esse avevano alcun legame con la decisione papale di revocare la scomunica al vescovo che le aveva pronunciate. Ma sul piano comunicativo il nesso tra le due cose scattava inesorabile. La notizia era ovunque la seguente: il papa assolve dalla scomunica il vescovo negazionista.

Ad alcuni è stato facile rinfacciare alle autorità vaticane di tacere troppo anche su un altro, ben più pericoloso negazionismo, quello pubblicamente propugnato dai capi dell’Iran. Nei quasi quattro anni di questo pontificato, in effetti, solo una volta, e con parole vaghe, in un testo vaticano ufficiale si è condannato il programma iraniano di cancellare Israele dalla faccia della terra.

Nessun silenzio, tuttavia, può essere rimproverato alla Santa Sede oggi, di fronte alla negazione della Shoah fatta dal vescovo lefebvriano Williamson.

Una prova è in questo articolo pubblicato con grande evidenza su « L’Osservatore Romano » del 26-27 gennaio. Ne è autore Anna Foa, docente di storia all’Università di Roma « La Sapienza », ebrea:

L’antisemitismo unico movente dei negazionisti

di Anna Foa

Il negazionismo della Shoah non è un’interpretazione storiografica, non è una corrente interpretativa dello sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo, non è una forma sia pur radicale di revisionismo storico, e con esso non deve essere confuso. Il negazionismo è menzogna che si copre del velo della storia, che prende un’apparenza scientifica, oggettiva, per coprire la sua vera origine, il suo vero movente: l’antisemitismo.

Un negazionista è anche antisemita. Ed è forse, in un mondo come quello occidentale in cui dichiararsi antisemiti non è tanto facile, l’unico antisemita chiaro e palese.

L’odio antiebraico è all’origine di questa negazione della Shoah che inizia fin dai primi anni del dopoguerra, riallacciandosi idealmente al progetto stesso dei nazisti, quando coprivano le tracce dei campi di sterminio, ne radevano al suolo le camere a gas, e schernivano i deportati dicendo loro che se anche fossero riusciti a sopravvivere nessuno al mondo li avrebbe creduti.

Il negazionismo attraversa gli schieramenti politici, non è solo legato all’estrema destra nazista, ma raccoglie tendenze diverse: il pacifismo più estremo, l’antiamericanismo, l’ostilità alla modernità.

Esso nasce in Francia alla fine degli anni Quaranta a opera di due personaggi, Maurice Bardèche e Paul Rassinier, l’uno fascista dichiarato, l’altro comunista. Dopo di allora, si sviluppa largamente, e i suoi sostenitori più noti sono il francese Robert Faurisson e l’inglese David Irving, nessuno dei due storico di professione.

I negazionisti sviluppano dei procedimenti assolutamente fuori dal comune nella loro negazione della realtà storica. Innanzitutto, considerano tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere. Tolte così di mezzo una buona parte dei testimoni, tutta la memorialistica espressa dai sopravvissuti ebrei e la storiografia opera di storici ebrei o presunti tali, i negazionisti si accingono a demolire il resto delle testimonianze, delle prove, dei documenti.

Tutto ciò che è posteriore alla sconfitta del nazismo è per loro inaffidabile perché appartiene alla « verità dei vincitori ». La storia della Shoah l’hanno fatta i vincitori, continuano instancabilmente a ripetere, mettendo in dubbio tutto quello che è emerso in sede giudiziaria, dal processo di Norimberga in poi: frutto di pressioni, torture, violenze.

Resta però ancora una parte di documentazione da confutare, quella di parte nazista che precede il 1945. Qui, i negazionisti hanno scoperto che nessuna affermazione scritta dai nazisti dopo il 1943 può dichiararsi veritiera, perché a quell’epoca i nazisti cominciavano a perdere la guerra e avrebbero potuto fare affermazioni volte a compiacere i futuri vincitori. « Et voilà », il gioco è fatto: la Shoah non esiste!

Il negazionismo si applica in particolare a dimostrare l’inesistenza delle camere a gas, attraverso complessi ragionamenti tecnici: non avrebbero potuto funzionare, avrebbero avuto bisogno di ciminiere altissime e via discorrendo. È questa la tesi che ha dotato di notorietà uno pseudo-ingegnere, Fred Leuchter, e che domina nei siti negazionisti di internet.

Oggi, il negazionismo è considerato reato in molti Paesi d’Europa, anche se una parte dell’opinione pubblica rimane restia – come chi scrive – a trasformare, mettendoli in prigione, dei bugiardi in martiri. Non mancano poi sostenitori del negazionismo in funzione antiisraeliana.

Bisogna però ripetere che dietro il negazionismo c’è un solo movente, un solo intento: l’antisemitismo. Tutto il resto è menzogna.

__________

E così Benedetto XVI ha risposto alle critiche

Comunicazioni al termine dell’udienza generale di mercoledì 28 gennaio 2009

Sulla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani:

« Nell’omelia pronunciata in occasione della solenne inaugurazione del mio Pontificato dicevo che è ‘esplicito’ compito del Pastore ‘la chiamata all’unità’, e commentando le parole evangeliche relative alla pesca miracolosa ho detto: ‘sebbene fossero così tanti i pesci, la rete non si strappò’, proseguivo dopo queste parole evangeliche: ‘Ahimè, amato Signore, essa – la rete – ora si è strappata, vorremmo dire addolorati’. E continuavo: ‘Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa che non delude e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità che tu hai promesso… Non permettere, Signore, che la tua rete si strappi e aiutaci ad essere servitori dell’unità’.

« Proprio in adempimento di questo servizio all’unità, che qualifica in modo specifico il mio ministero di Successore di Pietro, ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II ».

Sulla negazione della Shoah:

« In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso. Mentre rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo. La Shoah sia per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti. Nessun uomo è un’isola, ha scritto un noto poeta. La Shoah insegni specialmente sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino dell’ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le culture e le religioni del mondo all’auspicato traguardo della fraternità e della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo! ».

Publié dans:Sandro Magister |on 2 février, 2009 |Pas de commentaires »
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