Archive pour février, 2009

San Giovanni Damasceno: « Questi è il Figlio mio prediletto »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090221

Meditazione del giorno
San Giovanni Damasceno (circa 675-749), monaco, teologo, dottore della Chiesa
Omelia sulla Trasfigurazione del Signore, 18 ; PG 96, 573

« Questi è il Figlio mio prediletto »

«Uscì una voce dalla nube ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!’ » (Mt 17,5). Tali sono le parole del Padre uscite dalla nube dello Spirito: «Questi è il Figlio mio prediletto, che è uomo e ha preso la forma di un uomo. Ieri si è fatto uomo, ha vissuto umilmente tra di voi; ora il suo volto risplende. Questi è il Figlio mio prediletto; era prima dei secoli. È il Figlio unigenito del Dio unico. Fuori dal tempo ed eternamente è generato da me, il Padre. Non è venuto all’esistenza dopo di me, bensì da sempre è da me, in me e con me»…

Per la benevolenza del Padre, il Figlio unigenito, suo Verbo, si è fatto carne. Per la sua benevolenza il Padre ha compiuto, nel suo Figlio unigenito, la salvezza del mondo intero. La benevolenza del Padre ha fatto l’unione di ogni cosa nel suo Figlio unigenito… Veramente è piaciuto al Maestro di ogni cosa, al Creatore che regge l’universo, di unire nel suo Figlio unigenito la divinità e l’umanità e, in essa, ogni creatura, «perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

«Questi è il Figlio mio prediletto, ‘irradiazione della mia gloria e impronta della mia sostanza’; da lui ho creato gli angeli, per lui il cielo è stato consolidato e la terra stabilita. Egli ‘sostiene tutto con la potenza della sua parola’ (Eb 1,3) e con il soffio della sua bocca, cioè con lo Spirito che guida e dona la vita. Ascoltatelo, perché chi accoglie lui accoglie me (Mc 9,37), che l’ho mandato, non in virtù del mio potere sovrano, ma come un padre. In quanto uomo infatti, è stato mandato, ma in quanto Dio, dimora in me e io in lui… Ascoltatelo, perché ha parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 21 février, 2009 |Pas de commentaires »

Assunzione della Vergine

Assunzione della Vergine dans immagini sacre

http://santiebeati.it

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2009 |Pas de commentaires »

Alla luce della Parola (come leggere la Bibbia)

dal sito:

http://www.ansdt.it/Testi/SacraScrittura/MattaelMeskin/index.html

Matta el Meskin

Alla luce della Parola   (come leggere la Bibbia)


la  Bibbia  di  fronte  al  lettore

La Bibbia è un libro diverso da tutti gli altri: gli altri libri sono scritti dall’uomo, la Bibbia invece non solo contiene le parole e i comandamenti di Dio, ma è anche stata interamente scritta sotto ispirazione divina. Perciò possiamo dire che è il libro di Dio, quello che egli ha dato all’uomo per guidarlo fino alla vita eterna.

Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, sebbene il discorso, gli eventi, la storia e tutti i racconti si concentrino sull’uomo, in realtà chi è nascosto in essi è Dio. La Bibbia infatti ci descrive Dio e ce lo rivela attraverso gli eventi. Ma una descrizione completa di Dio non ci è data nello spazio di una generazione né di un libro e nemmeno di un intero periodo storico. È con grande difficoltà che la Bibbia si sforza di darci un’immagine mentale semplificata di Dio, narrando il suo rapporto diretto con l’uomo lungo un arco di cinquemila anni. Questo perché nessuno, in nessuna epoca, sia privato della possibilità di percepire riguardo a Dio qualcosa che appaghi la sua sete, a tal punto che ciascuno può sperimentare un tal fiume di gioia da credere di essere arrivato a conoscere Dio e di averlo compreso in pienezza. Chiunque invece ha l’audacia intellettuale di tentare di mettere da parte i propri limiti umani cercando dentro di sé di percepire un’immagine perfetta di Dio, è destinato a fallire e perde la capacità di raggiungere anche i più piccoli risultati compatibili con la sua statura umana.

È immensamente difficile per l’uomo comprendere Colui i cui giorni non hanno inizio né fine, perché Dio è perfetto e, pur essendo vero che noi possiamo percepirlo, la sua perfezione, come pure tutte le sue opere, restano insondabili.

La Bibbia cerca in molti modi di preparare intimamente l’uomo a ricevere Dio, sia rivelandocelo che facendocelo conoscere. Anche se apparentemente può sembrare che sia l’uomo ad andare incontro a Dio, la gioiosa e meravigliosa verità è che è Dio che viene verso l’uomo, come un amante e un padre pieno d’amore. “Se uno mi ama osservi le mie parole e il Padre mio lo amerà e noi verremo e prenderemo dimora in lui”  (Gv 14,23). Questo è il motivo per cui il Signore ci ha comandato di preparare il nostro cuore per la sua venuta benedetta: “Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto” (Sal 57,7).

Così vediamo che la Bibbia nella sua interezza misteriosamente rivela Dio e ci prepara a riceverlo nei nostri cuori, perché possiamo d’ora in poi vivere con lui, preparandoci a ciò che sarà alla fine dei tempi, quando Dio sarà rivelato apertamente e noi lo incontreremo faccia a faccia per vivere con lui per sempre.

 

il  lettore  di  fronte  alla  Bibbia

     Esistono due modi di lettura: il primo si ha quando uno legge e pone se stesso e la propria mente come padroni del testo e cerca di sottometterne il significato alla propria comprensione, che confronta poi con quella di altri; il secondo si ha quando uno legge ponendo il testo al di sopra di sé e cercando di rendere sottomessa la propria mente al suo significato, o anche ponendo il testo come giudice su di sé, considerandolo come il criterio più alto.

     Il primo metodo è adatto per qualunque libro al mondo, sia che si tratti di un’opera di scienza che di letteratura; il secondo è indispensabile nel leggere la Bibbia. Il primo metodo porta alla signoria dell’uomo sul mondo, che è il suo ruolo naturale; il secondo porta alla signoria di Dio come Creatore onnisciente e onnipotente.

     Ma se l’uomo confonde i ruoli di questi due metodi, viene a perdere le potenzialità di entrambi: se infatti legge le opere di scienza e di letteratura come dovrebbe leggere l’Evangelo, rimpicciolisce la sua statura, la sua abilità accademica diminuisce e scema la sua dignità in mezzo al resto della creazione; se d’altro canto legge la Bibbia come dovrebbe leggere le opere di scienza, comprende e sente Dio come qualcosa di piccolo, l’essere divino appare limitato e il timore di Dio si spegne. L’uomo acquista una falsa sensazione di superiorità sulle cose divine: è esattamente l’azione proibita commessa da Adamo agli inizi.

 

comprensione  spirituale

e  memorizzazione  intellettuale

     Leggendo la Bibbia miriamo dunque alla comprensione e non alla ricerca, all’indagine o allo studio, perché la Bibbia deve essere capita, non investigata. È allora opportuno a questo punto far rilevare la differenza tra comprensione spirituale e memorizzazione intellettuale.

     La comprensione spirituale è centrata sull’accettazione di una verità divina che cresce costantemente, sorgendo all’orizzonte della mente fino a invaderla completamente. Se la mente e le sue reazioni sono ricondotte a una volontaria obbedienza a questa verità, la verità divina continua a permeare la mente sempre di più e la mente si dilata con essa senza fine “per conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,19).

     È chiaro da questo versetto che la conoscenza e l’amore di Dio, e delle cose divine in generale, sono immensamente superiori al livello della conoscenza umana. È perciò futile e sciocco per l’uomo cercare di « investigare » le cose di Dio, in un tentativo di afferrarle e sottometterle al suo potere intellettuale.

     Al contrario, è l’uomo che deve essere sottomesso all’amore di Dio, così che la sua mente possa aprirsi alla verità divina. Allora sarà in grado di ricevere la conoscenza che sorpassa ogni altra. “E così, radicati e fondati nell’amore, abbiate il potere di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” (Ef 3.17-18).

     La memorizzazione intellettuale richiede che una persona passi da uno stato di sottomissione alla verità (attraverso la comprensione) a uno stato di dominio e di possesso su di essa. Richiede che la mente avanzi passo passo attraverso l’investigazione fino a trovarsi allo stesso livello della verità, e poi si innalzi a poco a poco al di sopra di essa fino a poterla padroneggiare, richiamandola e ripetendola a suo piacimento, come se la verità fosse un possesso e la mente il  suo padrone.

     Perciò la memorizzazione consiste nel determinare la verità, nel riassumerla e definirla nel modo più aderente possibile, così che la mente possa assorbirla e immagazzinarla. Cioè, la memorizzazione intellettuale è il contrario della comprensione spirituale, perché la comprensione spirituale si espande con la verità e la verità con essa fino “a tutta la pienezza di Dio”, cioè all’infinito. La memorizzazione intellettuale invece indebolisce la verità divina e la priva del suo vigore e del suo respiro: non è quindi una via adatta per avvicinarsi alla Bibbia, e porta a risultati minimi.

 

la  memorizzazione  spirituale

     C’è un altro modo per memorizzare la parola di Dio, per mezzo del quale si può richiamare e riesaminare il testo, sebbene questo non lo si possa fare quando e come uno lo desideri, ma piuttosto quando e come lo desidera Dio. Questa è la memorizzazione spirituale, non intellettuale, e Dio la accorda attraverso lo Spirito santo a quanti comprendono le sue parole: “il Consolatore, lo Spirito santo, che il Padre vi invierà nel mio Nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che ho detto” (Gv 14,26).

     Proprio come Dio concede la comprensione spirituale a quelli che con sincerità e onestà chiedono di conoscerlo, “a coloro le cui menti sono aperte a comprendere il testo”, così anche la memorizzazione spirituale è un’opera spirituale che Dio accorda a coloro ai quali è stato concesso di essere suoi testimoni. Quando lo Spirito santo richiama alla nostra mente determinate parole, lo fa con profondità e larghezza di spirito, non semplicemente facendoci ricordare il testo o il versetto, ma dandoci insieme una sapienza irresistibile e il potere spirituale di far emergere la gloria di quel versetto e la potenza di Dio in esso. Inoltre con le parole è inviato uno spirito di rimprovero, allo scopo di compungere il cuore.

     Perciò vi è una straordinaria differenza tra la meccanica memorizzazione intellettuale e la memoria attraverso lo Spirito santo.

     Nondimeno l’uomo deve prepararsi a questa memoria, rendendo il suo cuore consapevole della parola di Dio, meditandola frequentemente e immagazzinandola nel suo cuore con amore e diletto: « quando le tue parole mi vennero incontro, io le divorai” (Ger 15,16) ed esse erano “più dolci del miele alla mia bocca” (Sal 119,103). L’uomo così disposto le ripete costantemente a se stesso: “sulla tua legge ho meditato giorno e notte” (Sal 1,2), e ogni volta che incontra una parola che possa essergli utile la imprime nel suo cuore: “Ho conservato le tue parole nel mio cuore per non peccare contro di te” (Sal 119,11), proprio come ammonisce Dio chiedendo di parlare di esse “quando siedi in casa tua e quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alzi. E tu le legherai come segnale alla tua mano e saranno come pendaglio tra i tuoi occhi” (Dt 6,8-9).

     Ora, c’è una grande differenza tra un uomo che medita la parola di Dio perché è dolce e vantaggiosa alla sua anima, rallegra il suo cuore e consola il suo spirito, e uno che medita su di essa per ripeterla ad altre persone, per potersi distinguere come maestro e abile servitore dell’ Evangelo. Per    il primo la Parola rimane salda, perché fonda una consapevolezza del cuore o una relazione con Dio; per il secondo la Parola passa semplicemente nella memoria intellettuale, dove egli può usarla per tessere relazioni con gli altri.

     Così, se uno cerca di leggere la Bibbia e imparare a memoria i versetti per usarli nell’insegna- mento alla gente e per una testimonianza fatta di parole – senza prima aver sottomesso se stesso alla verità divina, in modo da agire conformemente ad essa e da aprire la mente per ricevere comprensioni spirituali – egli ne ricava soltanto delle conoscenze e non dà una testimonianza utile, per quanti versetti o dimostrazioni chiare possa presentare con grande abilità intellettuale; lo Spirito infatti lo avrà abbandonato.  Il peggior uso che possiamo fare della Bibbia è utilizzarla solo come fonte di versetti dimostrativi.

     La comprensione spirituale delle parole, dei comandamenti e degli insegnamenti di Dio è il nostro penetrare nel mistero dell’Evangelo: “A voi è stato dato di conoscere i misteri del regno di Dio” (Mt 13,11). Il segno poi della comprensione spirituale è la sensazione di un’inesauribile sorgente interiore di intuizioni spirituali riguardanti la parola di Dio e la percezione che ogni verità è collegata a tutto il resto. Allora l’uomo diventa capace di collegare nel proprio cuore ogni verset to che legge con un altro versetto e ogni intuizione si dilata in armonia con un’altra, cosicché l’Evangelo diventa facilmente un tutto unitario.

     Questa condizione non è raggiunta solo da chi ha speso molti anni nella lettura della Bibbia. È possibile che a qualcuno con un’esperienza di pochi mesi sia concesso di percepire questa sensazione, così da essere capace, usando i pochi versetti che gli sono familiari, di parlare di Dio con uno zelo, una sincerità e una forza tali da attirare a Dio il cuore degli altri. A costui basta leggere un versetto una volta sola perché gli resti poi indelebilmente impresso nel cuore per sempre, perché la parola di Dio è spirituale; in un certo senso è addirittura spirito, come dice il Signore: “Le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6,63).

Publié dans:biblica |on 20 février, 2009 |Pas de commentaires »

Nuovi documenti testimoniano l’affetto di Pio XII per gli ebrei

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17272?l=italian

Nuovi documenti testimoniano l’affetto di Pio XII per gli ebrei


A scoprirli di recente è stata la Fondazione Pave the Way

di Inma Álvarez

NEW YORK, venerdì, 20 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Alcuni documenti scoperti di recente provano che Papa Pio XII ha avuto gesti di amicizia e protezione nei confronti del popolo ebraico prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lo ha reso pubblico questo giovedì attraverso un comunicato la Fondazione Pave The Way (PWTF), che si dedica a promuovere il dialogo tra le religioni.

Le scoperte sono state compiute dallo storico tedesco Michael Hesemann, autore dell’opera “The Pope Who Defied Hitler. The Truth About Pius XII” (“Il Papa che sfidò Hitler. La verità su Pio XII”). Hesemann rivela di aver trovato una serie di documenti nell’Archivio Segreto Vaticano che accreditano numerosi interventi di Papa Pacelli a favore degli ebrei.

Uno di questi è quello dell’Arcivescovo Pacelli, allora Nunzio Apostolico in Baviera, datato 1917, attraverso il Governo tedesco, per chiedere che gli ebrei della Palestina fossero protetti davanti all’Impero Ottomano della Turchia.

Il dottor Hesemann spiega anche che nel 1917 il futuro Pio XII sfruttò la sua influenza perché l’allora rappresentante dell’Organizzazione Sionista Mondiale Nachum Sokolov fosse ricevuto personalmente da Papa Benedetto XV per parlare di una patria ebraica in Palestina.

Nel 1926, monsignor Pacelli esortò i cattolici tedeschi a sostenere il Comitato Pro Palestina, che appoggiava gli insediamenti ebraici in Terra Santa.

Queste scoperte si uniscono alle prove apportate dallo stesso presidente della Fondazione, Gary Krupp, che al congresso su Pio XII celebrato a Roma nel settembre 2008 ha presentato oltre 300 pagine di documenti originali che contengono dettagli su come siano stati attuati gli ordini del Papa durante la guerra di nascondere gli ebrei a Roma.

I documenti, che possono essere scaricati dalla pagina web della Fondazione, comprendono un manoscritto di una monaca, datato 1943, che spiega dettagliatamente le istruzioni ricevute dal Papa, così come una lista di ebrei protetti.

Un altro documento è un rapporto dello US Foreign Service del console americano a Colonia, che informa sul “nuovo Papa” nel 1939. Il diplomatico si mostra sorpreso per l’“estrema avversione” di Pacelli nei confronti di Hitler e del regime nazista, e per il suo sostegno ai Vescovi tedeschi nella loro opposizione al nazionalsocialismo, anche a costo della soppressione delle Gioventù Cattoliche tedesche.

Viene inoltre riportato un documento del 1938, firmato dall’allora Segretario di Stato Eugenio Pacelli, in cui si oppone al disegno di legge polacco di dichiarare illegale il sacrificio kosher, visto che questa legge “presupporrebbe una grave persecuzione contro il popolo ebraico”.

Come Papa, durante la guerra, Pio XII scrisse un telegramma all’allora reggente dell’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, perché evitasse la deportazione degli ebrei, e questi acconsentì, il che si stima abbia salvato circa 80.000 vite umane. Al Governo brasiliano chiese di accettare 3.000 “non ariani”.

Un altro documento è un’intervista a monsignor Giovanni Ferrofino, segretario del Nunzio a Haiti, monsignor Maurilio Silvani. Il presule afferma che due volte l’anno riceveva telegrammi cifrati da parte di Pio XII che inoltrava al generale Trujillo, Presidente della Repubblica Dominicana, per chiedergli a nome del Papa 800 visti per gli ebrei, con cui si stima che si siano salvati almeno 11.000 persone.

Si apportano anche prove che il Vaticano falsificò segretamente i certificati di Battesimo per permettere a molti ebrei di emigrare come cattolici.

Una scoperta personale

L’impegno della Fondazione Pave the Way obbedisce alla determinazione del suo presidente, Gary Krupp, ebreo americano, che riconosce di essere cresciuto “disprezzando Pio XII” fino a quando ha letto il libro di Dan Kurzman “A Special Mission: Hitler’s Secret Plot to Seize the Vatican and Kidnap Pope Pius the XII” (“Una missione speciale: il piano segreto di Hitler per impossessarsi del Vaticano e rapire Papa Pio XII”).

Nel testo si raccoglie la testimonianza del generale Karl Wolff, che parla dettagliatamente del piano di Hitler di attaccare il Vaticano e sequestrare il Pontefice. Si sa che c’erano spie in Vaticano, e franchi tiratori tedeschi a 200 metri dalle finestre papali.

La stessa limitazione delle dichiarazioni pubbliche del Papa, che ha suscitato molte critiche nei suoi confronti, si spiega per l’aumento delle pene nei campi di concentramento, testimoniata da ex prigionieri, ogni volta che alte cariche ecclesiastiche parlavano contro il regime nazista.

Un’altra scoperta che ha fatto cambiare idea a Krupp, secondo quanto egli stesso ha dichiarato, è stata la prova che “Il Vicario”, la famosa opera del comunista tedesco Rolf Hochhuth, si è basata su documenti vaticani manipolati, come parte di un complotto segreto del KGB per screditare la Santa Sede. Queste informazioni sono state rivelate dal Tenente Generale Ion Mihai Pacepa, l’agente del KGB di più alto rango ad aver disertato.

Gary Krupp afferma di essere rimasto “sorpreso cercando personalmente gli articoli del NY Times e del Palestine Post tra il 1939 e il 1958. Non sono riuscito a trovare neanche un solo articolo negativo su Pio XII”.

La chiarificazione della figura del Pontefice è stata assunta come obiettivo dalla PWTF per “eliminare un ostacolo” alla comprensione tra ebrei e cattolici. “Nell’interesse della giustizia, noi ebrei dobbiamo essere consapevoli degli sforzi di quest’uomo in un periodo in cui il resto del mondo ci aveva abbandonato”.

“E’ il momento di riconoscere Pio XII per ciò che ha fatto, non per ciò che non ha detto”, ha aggiunto Krupp, per il quale il motivo della persistenza di questa “leggenda nera” è, da un lato, “il rifiuto da parte dei critici di Pio XII a consultare e rivedere i documenti recentemente tratti dall’Archivio Segreto Vaticano”, dall’altro “la mancanza di disponibilità della maggior parte dei mezzi di comunicazione a dare copertura alle informazioni positive su Pio XII”.

Publié dans:Papi, Pio XII |on 20 février, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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http://www.mygarden.ws/october.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 20 février, 2009 |Pas de commentaires »

San Leone Magno: « Prenda la sua croce e mi segua»

du site:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090220

Meditazione del giorno
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorsi, 8 sulla Passione del Signore, 4-6

« Prenda la sua croce e mi segua»

Il Signore venne abbandonato alla volontà dei crocifissori e, per schernire la sua dignità regale, gli fu imposto di portare lo strumento del suo supplizio; questo accadde perché si compisse ciò che il profeta Isaia aveva predetto, dicendo: «Sulle sue spalle è il segno della sovranità» (Is 9,5). Quando il Signore portava il legno della croce, che si sarebbe poi mutato nel simbolo della sua sovranità, era per lui un grande ludibrio agli occhi degli empi; ma ai fedeli veniva revelato un grande mistero. Infatti il gloriosissimo vincitore del demonio, il potentissimo trionfatore delle potenze infernali, portava con dolce umiltà il segno del suo trionfo sulle spalle della sua invitta pazienza: strumento di salvezza, degno di adorazione da parte di tutti i popoli. Ed era proprio come se volesse, col suo esempio, rendere forti tutti i suoi imitatori, dicendo: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,38).

Mentre la folla saliva con Gesù verso il luogo del supplizio, si imbatterono in un tale, chiamato Simeone di Cirene, al quale fecero portare la croce del Signore. Anche questo fatto era un segno premonitorio della fede dei pagani, ai quali la croce di Cristo non avrebbe arrecato vergogna, ma gloria.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 20 février, 2009 |Pas de commentaires »

Dimanche 8 février 2009, 5ème dimanche ordinaire B

Dimanche 8 février 2009, 5ème dimanche ordinaire B   dans immagini sacre e testo 20090208_v

http://www.evangile-et-peinture.org/index.php?op=edito
 
Dimanche 8 février 2009, 5ème dimanche ordinaire B 

 Psaume 146 [147 A]

R/ Bénissons le Seigneur qui guérit nos blessures !
ou
R/ Alléluia.

Il est bon de fêter notre Dieu,
il est beau de chanter sa louange :
Il guérit les coeurs brisés
et soigne leurs blessures.

Il compte le nombre des étoiles,
il donne à chacune un nom !
il est grand, il est fort, notre Maître
nul n’a mesuré son intelligence.

Le Seigneur élève les humbles
et rabaisse jusqu’à terre les impies.
Entonnez pour le Seigneur l’action de grâce,
jouez pour notre Dieu sur la cithare

in italiano
Domenica 8 febbraio 2009

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 146
Risanaci, Signore, Dio della vita.

   

È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.

Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.

Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri,
ma abbassa fino a terra i malvagi. 

Publié dans:immagini sacre e testo |on 19 février, 2009 |Pas de commentaires »

Jan van Ruysbroeck: Invocazione allo Spirito Santo

dal sito:

http://www.innamoratidimaria.it/Consacrazione.doc

Invocazione allo  Spirito Santo

(Jan van Ruysbroeck)

il tuo sapore mi è dolce
più del favo di miele
e di ogni misurabile dolcezza.
Fame e desiderio abitano in me sempre,
perché consumarti non posso.
Sono io che ti mangio?
Tu che mi mangi?
Non lo so;
perché nel profondo
mi sembrano vere entrambi.
Tu mi inviti a stare con te,
e ne provo grande pena
perché non voglio lasciare la mia occupazione
e venire ad addormentarmi tra le tue braccia.
Devo renderti grazie, lode e onore,
perché in questo è la mia vita eterna.
Impazienza avverto dentro di me,
e non posso sapere perché.
Se potessi raggiungere l’unità con Dio,
pur rimanendo nelle mie opere,
tacerebbe ogni mio lamento.
Dio che conosce ogni bisogno
faccia di me tutto ciò che vuole.
Mi consegno interamente alla sua potenza
e così resto forte, in ogni sofferenza.

Publié dans:preghiere |on 19 février, 2009 |Pas de commentaires »

Padre Cantalamessa: Beati i miti perché possiederanno la terra (16.3.2007)

dal sito:

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=147

Padre Cantalamessa

Beati i miti perché possiederanno la terra 
 
2007-03-16- Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia

1. Chi sono i miti

La beatitudine sulla quale vogliamo meditare oggi si presta a una osservazione importante. Essa dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra”. Ora, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, Gesú esclama: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesú! È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.

È qui il limite di Gandhi nel suo approccio al discorso della montagna che pure ammirava tanto. Per lui, esso potrebbe anche prescindere del tutto dalla persona storica di Cristo. “Non mi importerebbe nemmeno –egli disse in un’occasione – se qualcuno dimostrasse che l’uomo Gesú in realtà non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il Sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi” [1].

È, al contrario, la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica; ne fanno una realizzazione storica, da cui ognuno può attingere forza per la comunione mistica che lo lega alla persona del Salvatore. Non appartengono solo all’ordine dei doveri, ma anche a quello della grazia.

Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesú, giova passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).

In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftm?tigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden-, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella parenesi cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).

2. Gesú, il mite

Se le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, la prima cosa da fare nel commentare una di esse è di vedere come è stata vissuta da lui. I vangeli sono da un capo all’altro la dimostrazione della mitezza di Cristo, nel suo duplice aspetto di umiltà e di pazienza. Egli stesso, abbiamo ricordato, si propone a modello di mitezza. A lui Matteo applica le parole dette del Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf. Mt 12, 20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come un esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra (cf. Mt 21, 4).

La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza (prautes) e la benignità (epieikeia) di Cristo” (2 Cor 10, 1).

Ma Gesú ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Victor quia victima” [2].

Nietzsche, si sa, si è opposto a questa visione, definendola una “morale da schiavi”, suggerita dal “risentimento” naturale dei deboli verso i forti. Predicando l’umiltà e la mitezza, il farsi piccoli, il porgere l’altra guancia, il cristianesimo avrebbe introdotto, secondo lui, una specie di cancro nell’umanità che ne ha spento lo slancio e mortificato la vita…

Da qualche tempo si assiste al tentativo di assolvere Nietzsche da ogni accusa, di addomesticarlo e perfino di cristianizzarlo. Si dice che in fondo egli non se la prende contro Cristo, ma contro i cristiani che in certe epoche hanno predicato una rinuncia fine a se stessa, disprezzando la vita e infierendo contro il corpo…Tutti avrebbero travisato il vero pensiero del filosofo, a cominciare da Hitler…In realtà egli sarebbe stato un profeta dei tempi nuovi, il precursore dell’era postmoderna.

È rimasta, si può dire, una sola voce a opporsi a questa tendenza, quella del pensatore francese René Girard. Secondo lui, tutti questi tentativi fanno torto anzitutto a Nietzsche. Con una perspicacia davvero unica, per il suo tempo, egli ha colto il vero nocciolo del problema, l’alternativa irriducibile tra paganesimo e cristianesimo.

Il paganesimo esalta il sacrificio del debole a favore del forte e dell’avanzamento della vita; il cristianesimo esalta il sacrificio del forte a favore del debole. È difficile non vedere un nesso oggettivo tra la proposta di Nietzsche e il programma hitleriano di eliminazione di interi gruppi umani per l’avanzamento della civiltà e la purezza della razza.

Non è dunque soltanto il cristianesimo il bersaglio del filosofo, ma anche Cristo. “Dioniso contro il crocifisso”: eccovi l’antitesi”, esclama in uno dei suoi frammenti postumi [3].

Girard dimostra che quello che forma il più grande vanto della società moderna –la preoccupazione per le vittime, lo stare da parte del debole e dell’oppresso, la difesa della vita minacciata- è in realtà un prodotto diretto della rivoluzione evangelica che però, per un paradossale gioco di rivalità mimetiche, viene ora rivendicato da altri movimenti, come conquista propria, in opposizione addirittura al cristianesimo [4].

Non è vero che il vangelo mortifica il desiderio di fare grandi cose e di primeggiare. Gesú dice: “Se qualcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9, 35). È dunque lecito, e anzi raccomandato, di voler essere il primo; solo il cammino per giungervi è cambiato: non elevandosi sopra gli altri, magari schiacciandoli se sono di ostacolo, ma abbassandosi per elevare gli altri insieme con sé.

3. Mitezza e tolleranza

La beatitudine dei miti è diventata di straordinaria rilevanza nel dibattito su religione e violenza, accesosi dopo l’11 Settembre. Essa ricorda, anzitutto a noi cristiani, che il vangelo non lascia spazio a dubbi. Non ci sono in esso esortazioni alla non violenza, mescolate a esortazioni contrarie. I cristiani possono, in certe epoche, aver tralignato su ciò, ma la fonte è limpida e ad essa la Chiesa può tornare a ispirarsi a ogni epoca, sicura di non trovarvi che verità e santità.

Il vangelo dice che “chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16), ma condannato in cielo, non in terra, da Dio non dagli uomini. “Quando vi perseguiteranno in una città –dice Gesù – fuggite in un’altra” (Mt 10,23); non dice: “mettetela a ferro e fuoco”. Una volta, due suoi discepoli, Giacomo e Giovanni, che non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani, dissero a Gesú: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesú, è scritto, “si voltò e li rimproverò”. Molti manoscritti riportano anche il tenore del rimprovero: “Voi non sapete di che spirito siete. Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime degli uomini, ma a salvarle” (cf. Lc 9, 53-55).

Il famoso compelle intrare, “costringeteli a entrare”, con cui sant’Agostino, anche se a malincuore [5], giustifica la sua approvazione delle leggi imperiali contro i Donatisti [6] e che servirà in seguito a giustificare la coercizione nei confronti degli eretici, è dovuta a una evidente forzatura del testo evangelico, frutto di una lettura meccanicamente letterale della Bibbia.

La frase è messa da Gesú in bocca all’uomo che aveva preparato una grande cena e, di fronte al rifiuto degli invitati di venire, dice ai servi di andare per le strade e lungo le siepi e di “costringere poveri, storpi, ciechi e zoppi ad entrare” (cf. Lc 14, 15-24). È chiaro che costringere non significa altro, nel contesto, che fare una amabile insistenza. I poveri e gli storpi, come tutti gli infelici, potrebbero sentirsi imbarazzati a presentarsi così male in arnese al palazzo: vincete la loro resistenza, raccomanda il padrone, dite loro che non abbiano paura ad entrare. Quante volte, in circostanze simili, noi stessi abbiamo detto: “Mi ha costretto ad accettare”, sapendo bene che l’insistenza in questi casi è segno di benevolenza, non di violenza.

In un libro-inchiesta su Gesú che tanta eco ha suscitato ultimamente in Italia si attribuisce a Gesú la frase: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e se ne deduce che “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della ‘guerra santa” [7]. Ora va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesú, ma al re della parabola e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesú non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.

4. Con mitezza e rispetto

Ma lasciamo da parte queste considerazioni di ordine apologetico e cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è una applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza (prautes) e rispetto” (1 Pt 3,15-16).

Vi sono stati fin dall’antichità due tipi di apologetica, uno che ha il suo modello in Tertulliano, l’altro in Giustino; l’uno mira a vincere, l’altro a convincere. Giustino scrive un Dialogo con Trifone giudeo, Tertulliano (o un suo discepolo) scrive un trattato Contro i giudei, Adversus Judeos. Tutti e due questi stili hanno avuto un seguito nella letteratura cristiana (il nostro Giovanni Papini era certamente più vicino a Tertulliano che a Giustino), ma certo oggi è da preferire il primo. L’enciclica Deus caritas est dell’attuale Sommo Pontefice è un esempio luminoso di questa presentazione rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che da ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto”.
Il martire sant’Ignazio d’Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili” [8].

La promessa legata alla beatitudine dei miti – “possederanno la terra” – si realizza su diversi piani, fino alla terra promessa definitiva che è la vita eterna, ma certamente uno dei piani è quello umano: la terra sono i cuori degli uomini. I miti conquistano la fiducia, attirano gli animi. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.

5. Imparate da me

Si potrebbe insistere a lungo su queste applicazioni pastorali della beatitudine dei miti, ma passiamo a un’applicazione più personale. Gesú dice: “Imparate da me che sono mite”. Si potrebbe obbiettare: ma Gesú non si è mostrato, lui stesso, sempre mite! Dice per esempio di non opporsi al malvagio, e “a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5, 39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra, ma con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23).

Questo significa che non tutto nel discorso della montagna va preso meccanicamente alla lettera; Gesú, secondo il suo stile, usa delle iperboli e un linguaggio immaginifico per meglio imprimere nella mente dei discepoli una certa idea. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può perfino apparire provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma.

In questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina. Per misurarne la portata, basta confrontarla con la reazione del suo apostolo Paolo (che pure era un santo) in una situazione analoga. Quando, nel processo davanti al sinedrio, il sommo sacerdote Anania ordina di percuotere Paolo sulla bocca, egli risponde: “Dio percuoterà te, muro imbiancato” (Atti 23, 2-3).

Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5, 22). Ora più volte nel vangelo egli si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf. Mt 23, 17; rimprovera i discepoli chiamandoli “sciocchi e tardi di cuore” (cf. Lc 24, 25).

Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distingue tra l’ingiuria e la correzione. Gesú condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Mosè viene definito dalla Scrittura “più mansueto di ogni uomo che è sulla terra” (Num 12,3), eppure nel Deuteronomio lo sentiamo esclamare rivolto a Israele: “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (Dt 32,6).

Quello che decide è se chi parla parla per amore o per odio. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, diceva sant’Agostino. Se ami, sia che correggi, sia che lasci correre, sarà amore. L’amore non fa alcun male al prossimo, dalla radice dell’amore, come da albero buono, non possono nascere che frutti buoni [9].

6. Miti di cuore

Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. È dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7, 21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, come le guerre e liti, cominciano, dice san Giacomo, segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf. Gc 4, 1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello, scrive Giovanni, è omicida” (1 Gv 3,15).

Non c’è solo la violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”. Un monaco anonimo ha delle pagine di una grande penetrazione a questo riguardo. Parla da monaco, ma quello che dice non vale solo per i monasteri; porta l’esempio dei sudditi, ma è evidente che il problema si pone in altro modo anche per i superiori.

“Osserva, dice, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine? Questo: lo scontento a causa dei superiori che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri ‘oppressi’. Siamo scontenti dei nostri fratelli, ‘senza comprensione, cocciuti, sbrigativi, confusionari o ingiuriosi…Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giurato; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende e ci si giustifica; si condanna l’assente. Forse si elaborano piani di rivincita o raggiri vendicativi…” [10].

I Padri del deserto, non dovendo lottare contro nemici esterni, hanno fatto di questa battaglia interiore ai pensieri (i famosi logismoi) il banco di prova di ogni progresso spirituale. Hanno anche elaborato un metodo di lotta. La nostra mente, dicevano, ha la capacità di precorrere lo svolgimento di un pensiero, di conoscere, fin dall’inizio, dove andrà a parare: se a scusa del fratello o a sua condanna, se a gloria propria, o a gloria di Dio. “Compito del monaco –diceva un anziano – è vedere giungere da lontano i propri pensieri” [11], s’intende per sbarrare loro la strada, quando non sono conformi alla carità. Il modo più semplice di farlo è di dire una breve preghiera o mandare una benedizione all’indirizzo della persona che siamo tentati di giudicare. Dopo, a mente serena, si potrà valutare se e come agire nei suoi confronti.

7. Rivestirsi della mitezza di Cristo

Un’osservazione prima di concludere. Per loro natura, le beatitudini sono orientate alla pratica; fanno appello all’imitazione, accentuano l’opera dell’uomo. C’è il rischio che si resti scoraggiati nel costatare l’incapacità di attuarle nella propria vita e la distanza abissale che c’è tra l’ideale e la pratica.

Si deve richiamare alla mente quello che si diceva all’inizio: le beatitudini sono l’autoritratto di Gesú. Egli le ha vissute tutte e in grado sommo; ma – e qui sta la buona notizia – non le ha vissute solo per se, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere dalla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e da ogni altra sua virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi”[12].

“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine (prautes), di pazienza” (Col 3,12), scrive l’Apostolo ai Colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo rivestirci, non per essere dispensati dalla pratica, ma per animarci ad essa. La mitezza (prautes) è posta da Paolo tra i frutti dello Spirito (Gal 5, 23), cioè tra le qualità che il credente mostra nella propria vita, quando accoglie lo Spirito di Cristo e si sforza di corrispondervi.

Possiamo dunque terminare ripetendo insieme con fiducia la bella invocazione delle litanie del S. Cuore: “Gesú, mite ed umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”: Jesu, mitis et humilis corde: fac cor nostrum secundum cor tutum.

[1] Gandhi, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, Roma, Tascabili Newton Compton, 1993, p. 53.

[2] S. Agostino, Confessioni, X, 43.

[3] F. Nietzsche, Opere complete, VIII, Frammenti postumi 1888-1889, Adelphi, Milano 1974, p. 56.

[4] R. Girard, Vedo Satana cadere come folgore, Milano, Adelphi, 2001, pp. 211-236.

[5] S. Agostino, Epistola 93, 5: “Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all’unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione”.

[6] Cf. S. Agostino, Epistole 173, 10; 208, 7.

[7] Corrado Augias – Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù. Mondadori, Milano 2006, p.52.

[8] S. Ignazio d’Antiochia, Agli Efesini, 10,2-3.

[9] S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni 7,8 (PL 35, 2023).

[10] Un monaco, Le porte del silenzio, Ancora, Milano 1986, p. 17 (Originale: Les porte du silence, Libraire Claude Martigny, Genève).

[11] Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di C. Campo e P. Draghi, Rusconi, Milano 1979, p. 66.

[12] Cf. S. Agostino, Confessioni, X, 29.

Publié dans:Padre Cantalamessa |on 19 février, 2009 |Pas de commentaires »

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