Archive pour le 13 février, 2009

Santi Cirillo e Metodio

Santi Cirillo e Metodio dans immagini sacre

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14 febbraio: Santi Cirillo e Metodio Apostoli degli Slavi

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Santi Cirillo e Metodio Apostoli degli Slavi

14 febbraio
 
sec. IX

Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, nati a Tessalonica (attuale Salonicco, Grecia) all’inizio del sec. IX, evangelizzarono i popoli della Pannonia e della Moravia. Crearono l’alfabeto slavo e tradussero in questa lingua la Scrittura e anche i testi della liturgia latina, per aprire ai nuovi popoli i tesori della parola di Dio e dei Sacramenti. Per questa missione apostolica sostennero prove e sofferenze di ogni genere. Papa Adriano II accreditò la loro opera, confermando la lingua slava per il servizio liturgico. Cirillo morì a Roma il 14 febbraio 869. Giovanni Paolo II con la lettera apostolica « Egregiae virtutis » del 31 dicembre 1980 li ha proclamati, insieme a San Benedetto abate, patroni d’Europa. (Mess. Rom.)

Patronato: Europa

Martirologio Romano: Memoria dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche, dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mešto in Moravia, il 6 aprile, ricevette il compenso delle sue fatiche.
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Santi CIRILLO e METODIO, patroni d’Europa

Non pochi sono i casi di frateli venerati come santi dalla Chiesa, fra i quali vogliamo ricordare in particolare i patriarchi Mosè ed Aronne, gli apostoli Pietro ed Andrea, i martiri Cosma e Damiano, i protomartiri russi Boris e Gleb, Sant’Annibale Maria ed il Servo di Dio Francesco Maria Di Francia, San Paolo della Croce ed il Venerabile Giovanni Battista Danei, i Beati Giovanni Maria e Luigi Boccardo, i Venerabili Antonio e Marco Cavanis, i Servi di Dio Flavio e Gedeone Corrà. Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica « Egregiae virtutis » volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanti evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Trattasi di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.
Originari di Tessalonica, città greca a quel tempo facente parte dell’Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Poco notizie ci sono state però tramandate circa Cirillo e suo fratello Metodio. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. Ulteriori informazioni circa le loro attività sono pervenute sino a noi grazie a due “Vitæ”, redatte in paleoslavo, nota anche come “Leggende Pannoniche”. Si conservano inoltre le lettere che l’allora pontefice indirizzò a Metodio e la “Leggenda italica”, scritta in latino. Quest’ultima narra che a Velletri il vescovo Gauderico, devoto del papa San Clemente, le cui reliquie traslate in Italia proprio da Cirillo, volle redarre un resoconto sulla vita di quest’ultimo. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.
Nativi di Salonicco (in slavo Solun), rampolli di una nobile famiglia greca, loro padre Leone era drungario della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Secondo la “Vita Cyrilli”, quest’ultimo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. La tradizione vuole che tra i suoi precettori vi fu il celebre patriarca Fozio ed Anastasio Bibliotecario riferisce dell’amicizia che intercorreva fra i due, così come di una disputa dottrinaria verificatasi tra loro. La curiosità tipica di Cirillo dimostrava il suo eclettismo: egli coltivò infatti nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi: fu durante la missione presso i Càsari che Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente, un Vangelo ed un salterio scritti in lettere russe, come narra la “Vita Methodii”. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.
Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all’imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “???????” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.
Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitrovica). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò così la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885. I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.
Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi. Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

DALLA “VITA” IN LINGUA SLAVA DI COSTANTINO

Costantino Cirillo, stanco dalle molte fatiche, cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così: Quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121, 1).
Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell’imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen».
Il giorno dopo vestì il santo abito monastico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
Giunta l’ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma la terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fa’ crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell’unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E’ tuo dono infatti l’averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere e a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all’ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
E così, all’età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma e i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.

INNO (dalla Liturgia delle Ore)

Risuoni nella Chiesa
da oriente ad occidente
l’ecumenica lode
di Cirillo e Metodio.

Maestri di Sapienza
e padri nella fede
splendono come fiaccole
sul cammino dei popoli.

Con la potenza inerme
della croce di Cristo
raccolsero le genti
nella luce del Regno.

Nella preghiera unanime
delle lingue diverse
si rinnovò il prodigio
della Chiesa nascente.

O Dio trino e unico,
a te l’incenso e il canto,
l’onore e la vittoria,
a te l’eterna gloria. Amen.

ORAZIONE

O Dio, ricco di misericordia,
che nella missione apostolica dei santi fratelli Cirillo e Metodio
hai donato ai popoli slavi la luce del Vangelo,
per la loro comune intercessione fa’ che tutti gli uomini accolgano la tua parola
e formino il tuo popolo santo concorde nel testimoniare la vera fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen. 

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Il saluto del Rabbino Arthur Schneier a Benedetto XVI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17183?l=italian

Il saluto del Rabbino Arthur Schneier a Benedetto XVI

La Terra promessa attende il Papa

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 12 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’indirizzo di saluto rivolto questo giovedì a Benedetto XVI dal Rabbino della Park East Synagogue Arthur Schneier, Presidente dell’Appeal of Conscience Foundation.

* * *

Shalom, Santità, la pace sia con Lei,

lo scorso anno, alla vigilia della Pasqua ebraica, ho avuto il privilegio di  accoglierla presso la Park East Synagogue, a New York, durante la sua storica visita negli Stati Uniti. La prima visita papale  in una sinagoga americana è stata un’altra espressione del suo impegno per la comunità ebraica. Oggi, la delegazione della Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane gode della sua ospitalità in un momento difficile nelle relazioni fra cattolici ed ebrei. La ringraziamo per questo incontro che contribuirà alla comprensione reciproca e al superamento delle difficoltà. In quanto sopravvissuto alla Shoah questi giorni sono stati dolorosi e difficili nell’affrontare  la negazione dell’Olocausto da parte, addirittura, di un Vescovo della Fraternità di San Pio X. Nel 2009 cade il settantesimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale, il 1° settembre 1939. Abbiamo entrambi vissuto i danni della guerra, la morte, il dolore e la devastazione. La Shoah è costata la  vita a sei milioni di ebrei, uomini, donne e bambini, inclusa la mia famiglia ad Auschwitz e a Terezin. Santità, noi e altri che abbiamo  assistito alla disumanizzazione dell’uomo verso l’uomo come possiamo non opporci alla negazione della Shoah? Le sue vittime non  ci hanno concesso il diritto  di perdonare chi lo ha perpetrato né chi lo nega. La ringraziamo perché comprende il nostro dolore e la nostra angoscia  e per la sua  ferma dichiarazione  che esprime «indubbia  solidarietà» al popolo ebraico e condanna  la negazione dell’Olocausto.

Nell’autunno della nostra vita dobbiamo trasmettere  alle future generazioni il «mai più» raccontando loro la Shoah. Ciò può essere un appello alla coscienza e farci risvegliare dal sonno dell’indifferenza di fronte alla minaccia di genocidio ai giorni nostri.

Santità, grazie alla Nostra aetate abbiamo potuto guarire le ferite del passato  e  giungere alla riconciliazione fra la Chiesa e la comunità ebraica. Il suo impegno personale e quello del Papa Giovanni Paolo ii, di venerata memoria, per  «abbracciare il fratello maggiore» ci ha dato ulteriore incoraggiamento a creare vincoli ancor più stretti fra cattolici ed ebrei in tutto il mondo. Santità, la ringraziamo per esserci ripetutamente vicino mentre affrontiamo la nuova piaga dell’antisemitismo, la profanazione e l’incendio di sinagoghe.

Attraversando il deserto, gli ebrei, non portarono solo le seconde tavole nell’arca, ma anche quelle rotte. Portiamo con noi ricordi di secoli di persecuzione, oppressione e denigrazione, ma non siamo paralizzati dal passato. Continuiamo con fede nello Shomer Yisrael, il Custode di Israele, che ci ripara e ci protegge in tutti i tempi (Salmi, 121). Abbiamo ricostruito la nostra vita  e avuto il privilegio di assistere al risorgere dello Stato di Israele, ovvero all’avverarsi della profezia di Ezechiele: «Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò» (37, 14). La Terra promessa  attende il vostro arrivo.

Il nostro rapporto, basato sul solido fondamento del Vaticano ii,  può sopravvivere a periodiche battute d’arresto. Possiamo emergere  ancora più forti per collaborare nell’affrontare le enormi sfide  della nostra civiltà. Che Dio  Le doni forza e lunga vita per essere il costruttore di ponti alla ricerca della pace, del dialogo tra le religioni e della tolleranza.

Oseh Shalom Bimromav Hu Yaaseh Shalom Aleinu: che Colui  che ha fatto la pace nei cieli, ci aiuti a stabilirla sulla terra.

Quindi ha preso la parola Alan Solow, Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane. Di seguito una nostra traduzione italiana del suo saluto.

Siamo onorati e grati di avere l’opportunità di essere ricevuti  da Lei, Santità, e di proseguire il dialogo fra la Chiesa  e la comunità ebraica. Il fatto che per la prima volta la delegazione  della Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane visiti il Vaticano riveste per noi un significato e un’importanza particolari.

Giungiamo in un momento critico e speriamo che questo incontro  contribuisca al processo di riconciliazione e di cooperazione costruttiva. Ricordiamo la sua importante visita storica presso la sinagoga di Colonia e ai campi di morte di Auschwitz-Birkenau. Eventi recenti  hanno reso tesi i rapporti fra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica. La richiesta della Santa Sede al vescovo Williamson di rinunciare alla sua ripugnante negazione dell’Olocausto, che la Conferenza episcopale statunitense ha definito «totalmente falsa», è stata un’iniziativa accolta con favore. Bisogna ribadire continuamente che non può e non potrà esserci alcuna forma di tolleranza per qualsiasi tipo di negazione della Shoah.

Santità, in tutto il mondo  assistiamo al drammatico ripetersi di antisemitismo e di atti di violenza fisica e verbale contro gli ebrei. Settant’anni fa abbiamo imparato qual è il prezzo del silenzio e dell’inazione in quanto molti, troppi, sono rimasti a guardare o hanno dato il proprio assenso durante gli eventi culminati nella Shoah e nella morte di sei milioni di ebrei e di milioni  di altri innocenti. La recrudescenza  di un evidente antisemitismo  esorta  a fervidi appelli  a ogni livello  per contrastare quest’odio sfrenato e per dimostrare  che non sarà tollerato. La storia ci insegna che, se il fanatismo e l’odio,  sotto qualsiasi forma si manifestino, non sono tenuti sotto controllo, travolgono veramente tutti noi. All’allarmante attacco alla sinagoga di Caracas è seguito un attacco alla Nunziatura apostolica. Anche se non direttamente collegate, queste due azioni dimostrano che noi tutti diveniamo vittime di tali incitamento ed estremismo. Notiamo con apprezzamento che la Santa Sede ha assunto una posizione contro l’antisemitismo, secondo la quale qualsiasi attacco  agli ebrei o all’ebraismo è un attacco  alla Chiesa  e alla dichiarazione di Vostra  Santità.

Con rispetto le chiediamo, Santità, di continuare a denunciare l’antisemitismo in tutte le sue forme e a esortare i responsabili della Chiesa in ogni Paese a farne una priorità. Le loro voci avranno una vasta eco e  altre persone di buona volontà risponderanno a quest’appello.

Accogliamo con favore e apprezziamo la Sua prevista visita in Israele. Il popolo  e i responsabili di Israele l’attendono con ansia, così come noi. La Terra Santa riveste un grande significato  per entrambe le nostre fedi. Per il popolo ebraico il passato, il presente e il futuro sono legati  a questa sacra terra promessa ai nostri antenati millenni fa. Come confermato nella Nostra aetate, l’alleanza  fra Dio e il popolo ebraico è eterna. Gli sforzi sempre maggiori per demonizzare  e delegittimare lo Stato di Israele sono causa di grave preoccupazione. Lei, Santità, può contribuire a far tacere le voci degli estremisti che sono a favore della distruzione di Israele nel Medio Oriente  e nel mondo e di quanti  compiono atti di terrorismo  contro i suoi cittadini. Bisogna anche tener conto di chi aiuta  e appoggia i terroristi, fornendo loro sostegno e giustificazione.

È nostra speranza che la riaffermazione  del principio  e delle disposizioni incarnate nella Nostra aetate mandino un chiaro messaggio su quali sono le posizioni della Chiesa, radicate nel suo fondamento religioso e morale.

Di nuovo, Santità, le siamo grati  per  questa opportunità. Grazie.

Publié dans:ebraismo, Papa Benedetto XVI |on 13 février, 2009 |Pas de commentaires »

Il darwinismo deve essere visto come teoria scientifica, non come ideologia

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17193?l=italian

Il darwinismo deve essere visto come teoria scientifica, non come ideologia

Intervista al professor Marc Leclerc S.J.

di Carmen Elena Villa

ROMA, venerdì, 13 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Questo giovedì si sono celebrati i 200 anni dalla nascita dello scienziato e osservatore inglese Charles Darwin, autore dell’opera “L’origine delle specie” e della seconda teoria dell’evoluzione dopo quella di Lamarck.

L’anniversario ha spinto scienziati e teologi a intraprendere un dialogo aperto che permetta di conciliare la visione della fede con quella della scienza, spesso erroneamente considerate temi opposti.

A questo proposito, ZENIT ha parlato con il professor Marc Leclerc S.J, docente di Filosofia della Natura presso la Pontificia Università Gregoriana e organizzatore del congresso “L’evoluzione biologica, fatti e teorie”, che si svolgerà a Roma dal 2 al 7 marzo.

Parliamo innanzitutto della vita di Darwin. La sua formazione come teologo nella Chiesa anglicana ha influito sulle sue teorie evolutive?

P. Leclerc: Darwin era essenzialmente un grande biologo. Non era un filosofo né un teologo. E’ vero che ha avuto all’inizio una formazione più teologica nella Chiesa anglicana, ma si è distanziato dalla Chiesa anche per ragioni personali, principalmente in seguito alla morte della figlia che gli è sembrata una grande ingiustizia e ha contribuito a distoglierlo dalla fede. Però si può dire che era sempre rispettoso, la moglie era molto credente. Darwin ha avuto un’evoluzione. Alla fine ha optato, come dice lui stesso, per un agnosticismo aperto, non configurandosi affatto come un ateo che si serve di questo contro la fede. Alcuni dei suoi seguaci purtroppo lo faranno, ma non è una conseguenza diretta né tanto meno colpa di Darwin. Non interviene né in un senso né nell’altro. E la teoria scientifica in quanto tale non ha niente a che dire né sull’esistenza né sulla non esistenza di Dio perché siamo su un piano totalmente diverso.

Qual è il pericolo della possibilità che la teoria dell’evoluzione di Darwin si trasformi in un’ideologia?

P. Leclerc: Penso specialmente a due elementi della sua teoria: il carattere aleatorio delle variazioni e il meccanismo della selezione naturale. Astrarre questi due elementi e farne la chiave per l’interpretazione di tutta la realtà è passare, forse senza neanche accorgersene, da un piano scientifico a un piano ideologico, che è una falsa filosofia, una falsa teologia, e si contrappone direttamente alla spiegazione religiosa della realtà. Gli avversari del darwinismo non devono cadere nella stessa trappola, confondendo la teoria scientifica con queste estrapolazioni. La teoria scientifica merita tutto il nostro rispetto e va discussa solo a livello scientifico come vogliamo fare nel convegno. Le sue estrapolazioni teologiche non c’entrano con la scienza.

Come raggiungere una retta visione tra evoluzione e creazione?

P. Leclerc: Sono convinto che la mediazione filosofica sia indispensabile per evitare una confusioni dei due ambiti: un conformismo o un disaccordo, una separazione radicale o una mescolanza universale in cui non si capisce più nulla, per arrivare ad articolare razionalmente piani che sono distinti. Per questo è indispensabile una mediazione filosofica.

Corrisponde a una visione cristiana dire che l’uomo è il risultato dell’evoluzione della scimmia? Se è così, in quale momento è stata creata l’anima?

P. Leclerc: Intanto siamo diversi dalle scimmie. Sono i nostri cugini, non i nostri antenati. Il punto è che biologicamente abbiamo degli antenati comuni, per questo sono cugini sul piano biologico. Però hanno avuto una storia diversa della nostra. Qualcuno dirà che “comincia con l’homo sapiens”, qualcun altro dirà: “comincia molto prima con l’homo erectus”, un altro dirà “comincia prima con l’homo habilis”. E’ impossibile dirimere la questione. Abbiamo degli indizi ma nessuna prova formale. Gli indizi che possiamo avere corrispondono al carattere simbolico del pensiero, al linguaggio articolato e simbolico universalmente aperto e alla possibilità di relazionarsi con un altro in modo libero, con Dio. Non posso dire quando sia apparsa l’anima umana, ciò che sappiamo è che ora l’umanità è tutta un’unica specie dell’uomo moderno sapiens sapiens, e qui ciascuno di noi è creato dall’anima di Dio con un’anima singola. Quando è cominciato tutto ciò? Un dato importante è che l’evoluzione biologica sembra che sia propriamente compiuta al più tardi con l’homo sapiens, ma prima ancora della comparsa dell’homo sapiens comincia la rivoluzione culturale che è propria dell’uomo.

La Genesi deve essere considerata una teoria sulla creazione del mondo o una teoria teologica che vuole spiegare la creazione dell’uomo e della sua libertà?

P. Leclerc: Ricordo quello che diceva Galileo: la Bibbia non ci insegna come funziona il cielo, ma come si va al cielo. La Genesi dice com’è l’uomo creato dal pensiero di Dio, come si va a Dio e come ci si è allontanati da Dio. Non ci dice scientificamente perché. A partire da questa concezione intende dirci qual è il progetto di Dio sull’uomo e come l’uomo deve adattarsi a questo progetto.

L’uomo è il signore della creazione o una specie animale più evoluta?

P. Leclerc: A livello semplicemente fenomenologico l’uomo è l’unico che può interagire con il suo ambiente cambiandolo secondo i propri desideri e che non è obbligato ad adattarsi ai cambiamenti esterni dell’ambiente. Un unico esempio: l’uomo ha prodotto “L’origine delle specie”. Non si è mai visto un animale che riflette sulla sua origine e sull’origine di tutti gli esseri viventi.

Publié dans:Approfondimenti |on 13 février, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Concilio Vaticano II : Alcuni rimangono sordi alle chiamate di Dio

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

Meditazione del giorno
Concilio Vaticano II
Constituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo « Gaudium et Spes », § 21

Alcuni rimangono sordi alle chiamate di Dio

L’aspetto più sublime della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio. Se l’uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l’esistenza; e l’uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell’amore e se non si abbandona al suo Creatore. Molti nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto che l’ateismo va annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo…

Alcuni atei, infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l’uomo non possa dir niente di lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a Dio con un metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta… Altri si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo, rifiutano un Dio che non è affatto quello del Vangelo. Altri nemmeno si pongono il problema di Dio: non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa, né riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione. L’ateismo inoltre ha origine sovente, o dalla protesta violenta contro il male nel mondo… Tra le forme dell’ateismo moderno non va trascurata quella che si aspetta la liberazione dell’uomo soprattutto dalla sua liberazione economica e sociale…

La Chiesa… consapevole della gravità delle questioni suscitate dall’ateismo, mossa dal suo amore verso tutti gli uomini, ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e più profondo. La Chiesa crede che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell’uomo, dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione. L’uomo infatti riceve da Dio Creatore le doti di intelligenza e di libertà ed è costituito nella società; ma soprattutto è chiamato alla comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 février, 2009 |Pas de commentaires »

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