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Satan tempting Christ to change stones into bread Artist: REMBRANDT

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Satan tempting Christ to change stones into bread Artist: REMBRANDT

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Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2009 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto, messaggio per la Quaresima: « Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17070?l=italian

Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2009


« Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame »

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 3 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2009 sul tema « Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame » (Mt 4, 2).

* * *

Cari fratelli e sorelle!

All’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, « sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace » (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere In particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: « Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame » (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: « Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire » (Gn 2,16-17). Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che « il digiuno è stato ordinato in Paradiso », e « il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo ». Egli pertanto conclude: « Il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza » (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare « per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio » (8,21). L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: « Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire! » (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale « vede nel segreto, e ti ricompenserà » (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che « non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il « vero cibo », che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore « di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male », con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del « vecchio Adamo », ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: « Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica » (Sermo 43: PL 52, 320. 332).

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una « terapia » per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a « non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli » (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore. Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva « nodo tortuoso e aggrovigliato » (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L’utilità del digiuno, scriveva: « Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza » (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: « Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? » (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina. Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: « Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti ».

Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più « tabernacolo vivente di Dio ». Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perchè ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008

BENEDICTUS PP. XVI

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 7 février, 2009 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister : Obama ha un grande maestro: il teologo protestante Reinhold

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/214529

Obama ha un grande maestro: il teologo protestante Reinhold

Che fu un caposcuola non del pacifismo ma del « realismo » nei rapporti tra gli stati, cioè del primato dell’interesse nazionale e dell’equilibrio tra le potenze. È uscita a Roma una suggestiva analisi del suo pensiero. Ispirato alla « Città di Dio » di sant’Agostino

di Sandro Magister 


ROMA, 6 febbraio 2009 – L’insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti è stato salutato dalla Santa Sede con espressioni di fiducia. Su « L’Osservatore Romano » del 28 gennaio il sacerdote e teologo newyorkese Robert Imbelli ha commentato positivamente il discorso inaugurale del nuovo presidente, in una nota in prima pagina dal titolo: « Per un vero patto di cittadinanza. Obama, Lincoln e gli angeli ».

Tuttavia le righe finali della nota facevano balenare un timore. Imbelli accostava il discorso di Obama a quello di Abraham Lincoln del 1861, che terminava con una preghiera affinché prevalessero « gli angeli migliori della nostra natura ». E proseguiva:

« Questa resta la speranza e la preghiera dell’America. Ma noi preghiamo anche affinché non vengano trascurati gli angeli dei bambini concepiti, ma ancora non nati. Preghiamo affinché i vincoli d’affetto della nazione raggiungano anche loro. Affinché non vengano esclusi dal patto di cittadinanza ».

Imbelli è lo stesso che ha recensito con favore su « L’Osservatore Romano », la scorsa estate, il libro « Render Unto Caesar » dell’arcivescovo di Denver, Charles J. Chaput: un appello ai cattolici americani perché il loro « dare a Cesare », cioè il servire la nazione, consista nel vivere integralmente la propria fede nella vita politica.

L’arcivescovo Chaput, prima e dopo le elezioni presidenziali, è stato uno dei più decisi nel criticare il cedimento pro aborto di tanti cattolici e cristiani americani.

E i primi passi della nuova amministrazione hanno confermato i suoi timori. In un’intervista al settimanale italiano « Tempi » del 5 febbraio, alla domanda se Obama sia « un protestante da caffetteria », lui che « dice di essere cristiano ma è considerato il presidente più favorevole all’aborto di sempre », Chaput ha risposto:

« Nessuno può giustificare l’aborto e al tempo stesso proclamarsi cristiano fedele, ortodosso, protestante o cattolico che sia. [...] Penso però che il cristianesimo protestante, vista la sua grande enfasi sulla coscienza individuale, è più portato ad essere una ‘caffetteria’ di credenze ».

Sta di fatto che, tra i primi atti della sua presidenza, Obama ha autorizzato i finanziamenti federali alle organizzazioni che promuovono l’aborto come mezzo di controllo delle nascite nei paesi poveri. Inoltre, ha annunciato il suo sostegno al Freedom of Choice Act, che toglierà i limiti all’aborto, e il finanziamento all’utilizzo delle cellule staminali embrionali.

* * *

Ciò non toglie che Obama sia, tra i presidenti americani, uno dei più espliciti nel dichiarare il fondamento religioso della propria visione.

In ripetute occasioni ha anche fatto i nomi dei suoi autori di riferimento, noti e meno noti: da Dorothy Day a Martin Luther King, da John Leland ad Al Sharpton.

Tra quelli da lui citati, ce n’è uno che ha un’importanza particolarissima: è il protestante Reinhold Niebuhr (1892-1971), professore alla Columbia University e poi allo Union Theological Seminary di New York.

Niebuhr fu anzitutto teologo, e di prima grandezzza, ma i suoi studi hanno inciso anche nel campo politico. È considerato un maestro del « realismo » nella politica internazionale, i cui massimi esponenti negli Stati Uniti, nella seconda metà del Novecento, sono stati Hans Morgenthau, George Kennan, Henry Kissinger.

Ispirarsi o no a Niebuhr – e alla sua interpretazione e attualizzazione della « Città di Dio » di sant’Agostino – è decisione che orienta in modo determinante la visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo.

Ad esempio, niente è più distante dalle posizioni di Niebuhr del pacifismo. Ma è l’insieme del pensiero di questo grande teologo che è utile approfondire.

È quanto fa, nel saggio che segue, il massimo esperto italiano di Niebuhr, Gianni Dessì, docente di filosofia e di storia delle dottrine politiche all’Università di Roma Tor Vergata.

Il saggio è uscito pochi giorni fa sull’ultimo numero dell’edizione italiana di « 30 Giorni », il mensile cattolico forse più letto dai vescovi di tutto il mondo, nelle sue edizioni in più lingue.

« 30 Giorni » è diretto dall’anziano senatore Giulio Andreotti – più volte presidente del consiglio e ministro degli esteri – e si occupa spesso di politica internazionale secondo una linea che si potrebbe definire « realista moderata »: una linea che coincide con quella tradizionale della diplomazia vaticana.

Se il realismo di Niebuhr arriva alla Casa Bianca

di Gianni Dessì

In un colloquio di qualche tempo fa con David Brooks, uno dei più noti tra i commentatori politici conservatori del « New York Times », il neoeletto presidente Obama ha ricordato Reinhold Niebuhr come uno dei suoi autori preferiti (1).

Niebuhr, figura poco nota in Italia, è stato un teologo protestante, insegnante di etica sociale alla Columbia University di New York, che ha avuto una grande influenza sulla cultura politica nordamericana almeno a partire dal 1932, anno nel quale pubblicò « Uomo morale e società immorale », sino al 1971, anno della sua morte. Al suo realismo politico si sono riferiti intellettuali e politici, conservatori e liberali.

Hans Morgenthau e George Kennan, i più noti tra i liberali conservatori che nell’immediato dopoguerra elaborarono quell’insieme di motivazioni che avrebbero costituito il riferimento intellettuale di molti americani negli anni della guerra fredda, della contrapposizione al blocco sovietico, si riferirono esplicitamente a Niebuhr e al suo realismo politico (2).

D’altra parte anche Martin Luther King, certamente non un conservatore, fu particolarmente sensibile alle critiche di Niebuhr all’ottimismo della cultura liberale e all’idea che la giustizia potesse essere realizzata attraverso esortazioni morali: egli riconobbe che doveva a Niebuhr la consapevolezza della profondità e della persistenza del male nella vita umana (3).

Obama, intervistato da Brooks, affermava di dovere a Niebuhr « l’idea irrefutabile che c’è il male vero, la fatica e il dolore nel mondo. Noi dovremmo essere umili e modesti nel nostro credere di poter eliminare queste cose. Ma non dovremmo usarlo come scusa per il cinismo e l’inattività ».

In poche espressioni vengono sottolineati alcuni aspetti essenziali delle posizioni di Niebuhr. L’idea che dal mondo siano ineliminabili « il male vero, la fatica, il dolore » rimanda alla critica di Niebuhr all’ottimismo che egli riteneva uno dei tratti costitutivi del pensiero religioso e sociale americano; così l’idea che anche colui che agendo politicamente si trovi a lottare contro la presenza dell’ingiustizia e del male debba essere « umile », rinvia alla consapevolezza che non è possibile eliminare il male dalla storia ed è pericolosa illusione crederlo.

D’altra parte tale persistenza del male non può essere scusa per « il cinismo e l’inattività ». Viene delineata una posizione che intende evitare sia « l’idealismo ingenuo » sia il « realismo amaro » (nel linguaggio di Niebuhr: sia il sentimentalismo sia il cinismo).

Come nelle opere di Niebuhr si definisce questa prospettiva? Quali i suoi riferimenti storici e culturali?

Luigi Giussani, in Italia, già dalla fine degli anni Sessanta aveva colto la rilevanza del realismo di Niebuhr nel pensiero teologico e, più in generale, nella cultura statunitense.

Giussani ricordava come nella formazione del pastore protestante avesse certamente svolto un ruolo l’esistenzialismo teologico europeo, ma una « netta originalità segna sin dagli inizi la sua produzione, la cui ispirazione e le cui tendenze chiave si formano e delineano nell’esperienza vissuta come pastore della luterana Bethel Evangelical Church di Detroit » (4).

Niebuhr, giovanissimo, si trovò a essere pastore di una piccola comunità di Detroit negli anni dello sviluppo della casa automobilistica Ford e della prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1928. Di formazione liberale, egli sperimentò l’inadeguatezza dell’ottimismo antropologico di tale concezione e della sua declinazione sociale, quella del movimento del Social Gospel, nel comprendere la persistenza del male individuale e dell’ingiustizia. Furono gli anni dell’autocritica alle proprie convinzioni liberali e ottimistiche. Di fronte alle speranze di una moralizzazione della società attraverso la predicazione religiosa egli, in un appunto del 1927, constatava che « una città costruita attorno a un processo produttivo e che solo casualmente pensa e offre un’attenzione accidentale ai propri problemi è realmente una sorta di inferno » (5). Tale autocritica trovò piena espressione nel libro « Uomo morale e società immorale ». In esso, come ha scritto Giussani, la « realtà inevitabile del male [...] è affermata e documentata contro ogni ottimismo che non veda l’impossibilità esistenziale del passaggio dalla coscienza del bene, che l’individuo ha, alla realizzazione di esso, impossibilità che specialmente nella sfera del collettivo si accusa in modo inesorabile » (6).

Il libro, del 1932, scritto durante gli anni nei quali Niebuhr subì l’influenza del marxismo, rappresentò negli Stati Uniti degli anni Trenta la denuncia forse più incisiva dell’ottimismo e del moralismo, da una parte, e dell’indifferenza e del cinismo, dall’altra, che avevano caratterizzato la società americana negli anni successivi alla prima guerra mondiale. Nel breve periodo che va dal 1917, l’anno dell’entrata in guerra dell’America, al 1919, l’anno dei trattati di pace che penalizzarono fortemente le nazioni sconfitte, si consumò l’idealismo del movimento progressista e del presidente Woodrow Wilson. Le motivazioni morali che Wilson e molti intellettuali progressisti avevano indicato come ragioni della partecipazione degli americani alla guerra erano state contraddette dall’esasperato realismo dei trattati di pace che esprimevano in modo palese la sanzione dei nuovi rapporti di forza tra le potenze vincitrici e quelle sconfitte.

Nell’America degli anni Venti, proprio in reazione alle crociate ideali di Wilson, si affermò un’esigenza di ritorno alla normalità, che trovò espressione nell’elezione del presidente Warren Harding il quale a tale ideale aveva ispirato la propria campagna elettorale.

In realtà la società americana di quegli anni conobbe uno sviluppo economico mai visto, la diffusione della pubblicità e del consumo di massa, insieme a una forte polarizzazione tra ricchi e poveri.

Tale società appariva agli occhi di un attento osservatore come Niebuhr la sconfessione, o la riduzione a retorica, di ogni forma di moralismo ed era caratterizzata dall’emergere di atteggiamenti sempre più cinici e disillusi.

L’emendamento XVIII alla costituzione, che vietava la produzione, il trasporto e la vendita di alcolici sul territorio americano, può essere considerato emblematico di questa situazione: esso, approvato nel 1919, come simbolo della battaglia per la moralizzazione dei costumi, favoriva di fatto lo sviluppo di diverse forme di criminalità organizzata che proprio dal commercio illegale di alcolici traevano i maggiori profitti.

Niebuhr, in quegli anni, riteneva che una società più giusta non sarebbe stata la conseguenza di esortazioni morali o religiose, ma di concrete iniziative storiche e politiche, che proprio in quanto tali avrebbero dovuto confrontarsi con realtà poco elevate.

Egli, che dal 1928 aveva lasciato Detroit e aveva iniziato a insegnare alla Columbia University di New York, ricorderà come proprio le esigenze dell’insegnamento lo abbiano condotto ad approfondire la conoscenza di sant’Agostino. In una intervista del 1956 affermava: « Mi sorprende, in un esame retrospettivo, notare quanto tardi io abbia iniziato lo studio di Agostino: ciò è ancora più sorprendente se si tiene presente che il pensiero di questo teologo doveva rispondere a molte mie domande ancora irrisolte e liberarmi finalmente dalla nozione che la fede cristiana fosse in qualche modo identica all’idealismo morale del secolo scorso » (7).

Il riferimento a sant’Agostino è stato centrale sia per quanto riguarda la consapevolezza delle ragioni che distinguono la fede dall’idealismo, sia per superare alcune aporie che Niebuhr aveva maturato nei primi anni della propria riflessione.

Il cristianesimo appare al giovane Niebuhr segnato da un aspetto, quello dell’assoluta gratuità, che si pone oltre ogni tentativo umano di realizzare gli ideali etici. L’uomo può, con grande sincerità, impegnarsi per realizzare sfere di convivenza caratterizzate da quello che Niebuhr definisce « mutual love », amore fondato sulla reciprocità: Cristo è invece testimone di un altro tipo di amore, definito « sacrifical love ». Nel 1935 in « An Interpretation of Christian Ethics » egli aveva esplicitamente richiamato tale radicale differenza scrivendo: « Le esigenze etiche poste da Gesù sono d’impossibile compimento nell’esistenza presente dell’uomo [...]. Qualunque cosa meno dell’amore perfetto nella vita umana è distruttivo della vita. Ogni vita umana sta sotto un incombente disastro perché non vive la legge dell’amore » (8).

Nel 1940, riprendendo alcune di queste riflessioni e riferendole all’ambito politico, aveva sostenuto che una concezione « che aveva semplicemente e sentimentalmente trasformato l’ideale di perfezione del Vangelo in una semplice possibilità storica » aveva prodotto una « cattiva religione » e una « cattiva politica », una religione in contrasto con il dato essenziale della fede cristiana, e una politica irrealistica, che rendeva le nazioni democratiche sempre più deboli (9).

D’altra parte, pur criticando il sentimentalismo e l’ottimismo della cultura liberale, egli constatava l’ineliminabile presenza della certezza del significato dell’esistenza, della sua positività, come tratto caratteristico di un’esistenza sana. Questa certezza, scrive, « non è qualcosa che risulti da un’analisi sofisticata delle forze e dei fatti che circondano l’esperienza umana. È qualcosa che è riconosciuto in ogni vita sana [...]. Gli uomini possono non essere in grado di definire il significato della vita e malgrado ciò vivere attraverso la semplice fede la certezza che essa ha significato » (10).

L’opera nella quale tali diverse suggestioni trovano una sintesi è « The Nature and Destiny of Man », pubblicata in due volumi tra il 1941 e il 1943. In essa si legge: « L’uomo, secondo la concezione biblica, è un’esistenza creata e finita sia nel corpo, sia nello spirito » (11).

La chiave per comprendere la natura umana è da una parte il riconoscimento della creazione: l’ottimismo essenziale che caratterizza un’esistenza sana è legato alla percezione di essere creato, voluto da Dio. Dall’altra è la libertà umana, che, come segno posto da Dio nel cuore dell’uomo, come possibilità di aderire a tale intuizione o di rifiutarla, diviene assolutamente centrale. L’uomo può (e Niebuhr sembra dire « inevitabilmente ») cercare soddisfazione nei beni creati e non in Dio. Il male nasce quando l’uomo conferisce a un bene particolare un valore assoluto: è l’uso sbagliato della libertà – il peccato – che genera il male, non la sensibilità o la materialità.

La presenza di Agostino in questa che è l’opera maggiore e più sistematica di Niebuhr è evidente e costante: la concezione realistica della natura umana che Niebuhr propone rimanda esplicitamente alla concezione biblica e ai testi agostiniani.

In un saggio del 1953, « Augustine’s Political Realism », incluso nel volume dello stesso anno « Christian Realism and Political Problems », Niebuhr riconosce esplicitamente il suo debito nei confronti di Agostino e precisa in quale senso il santo sia da ritenere il primo grande realista del pensiero occidentale e perché la sua prospettiva gli sembri attuale.

Niebuhr inizia questo saggio offrendo una schematica definizione del termine realismo: esso « indica la disposizione a prendere in considerazione tutti i fattori che in una situazione politica e sociale offrono resistenza alle norme stabilite, particolarmente i fattori di interesse personale e di potere ». Al contrario, l’idealismo, per i suoi sostenitori, è « caratterizzato dalla fedeltà agli ideali e alle norme morali, piuttosto che al proprio interesse »; cioè, per i suoi critici, da « una disposizione a ignorare o a essere indifferenti alle forze che, nella vita umana, offrono resistenza agli ideali e alle norme universali » (12). Niebuhr precisa che idealismo e realismo in politica sono disposizioni, più che teorie. In altri termini anche il più idealista degli individui dovrà inevitabilmente confrontarsi con i fatti, con la forza di ciò che è; anche il più realista dovrà confrontarsi con la tendenza umana a ispirare l’azione a valori ideali, a ciò che deve essere (13).

Niebuhr ritiene che sant’Agostino sia stato « per riconoscimento universale il primo grande realista nella storia occidentale. Egli ha meritato questo riconoscimento perché l’immagine della realtà sociale, nella sua ‘Civitas Dei’, offre un’adeguata considerazione delle forze sociali, delle tensioni e competizioni che sappiamo essere quasi universali a ogni livello di comunità » (14). Per il teologo protestante il realismo di sant’Agostino si lega alla sua concezione della natura umana, e in modo particolare al giudizio sulla presenza del male nella storia. Infatti per sant’Agostino « la fonte del male è l’amor proprio, piuttosto che un qualche residuo impulso naturale che la ragione non ha ancora dominato ». Il male non deriva quindi né dalla sensibilità né dalla materialità, che non sono contrapposte allo spirituale. Il fare dei propri interessi materiali o ideali un fine ultimo è una caratteristica umana che ha a che vedere con la libertà e che si esprime in ogni livello dell’esistenza umana e collettiva, dalla famiglia alla nazione all’ipotetica comunità mondiale.

Il realismo di Agostino permette inoltre di rispondere all’accusa rivolta dai liberali a coloro che sostengono una concezione non ottimistica della natura umana: all’accusa cioè di considerare nello stesso modo e quindi di approvare qualsiasi forma di potere. « Il realismo pessimistico – scrive Niebuhr – ha infatti spinto sia Hobbes sia Lutero a una inqualificabile approvazione dello stato di potere; ma questo soltanto perché non sono stati abbastanza realisti. Essi hanno visto il pericolo dell’anarchia nell’egoismo dei cittadini, ma hanno sbagliato nel percepire il pericolo della tirannia nell’egoismo dei governanti » (15).

Il realismo di sant’Agostino, in altri termini, non cede al cinismo e all’indifferenza nei confronti del potere perché « mentre l’egoismo è naturale nel senso che è universale, non è naturale nel senso che non è conforme alla natura dell’uomo ». Infatti « un realismo diviene moralmente cinico o nichilistico quando assume che una caratteristica universale del comportamento umano debba essere considerata anche come normativa. La descrizione biblica del comportamento umano, sulla quale Agostino basa il suo pensiero, può rifuggire sia l’illusione sia il cinismo perché essa riconosce che la corruzione della libertà umana può rendere universale un modello di comportamento senza farlo diventare normativo » (16).

L’idea di un realismo che sia in grado di evitare l’indifferenza, il cinismo e l’approvazione incondizionata di qualsiasi forma di potere, così come il sentimentalismo, l’idealismo e le illusioni nei confronti della politica e dell’esistenza umana, emerge con forza da questa rilettura che Niebuhr propone di sant’Agostino. A questa prospettiva – che, come ricordava Niebuhr, esprime una disposizione più che una teoria – sembra riferirsi Obama.

NOTE

(1) C. Blake, « Obama and Niebuhr », in « The New Republic », 3 maggio 2007.

(2) Cfr. R.C. Good, « The National Interest and Political Realism: Niebuhr’s ‘Debate’ with Morgenthau and Kennan », in « The Journal of Politics », n. 4, 1960, pp. 597-619.

(3) C. Carson, « Martin Luther King, Jr., and the African-American Social Gospel », in Paul E. Johnson (ed.), « African American Christianity » University of California Press, Berkeley 1994, pp. 168-170.

(4) L. Giussani, « Grandi linee della teologia protestante americana. Profilo storico dalle origini agli anni Cinquanta », Jaca Book, Milano 1988 (I edizione 1969), p. 131.

(5) R. Niebuhr, « Leaves from the Notebook of a Tamed Cynic », The World Publishing Company, Cleveland 1957 (I edizione 1929), p. 169.

(6) L. Giussani, « Teologia protestante americana », cit., p. 132.

(7) R. Niebuhr, tr.it., « Una teologia per la prassi », Queriniana, Brescia 1977, p. 55.

(8) R. Niebuhr, « An Interpretation of Christian Ethics », Scribner’s, New York 1935, p. 67.

(9) R. Niebuhr, « Christianity and Power Politics », Scribner’s, New York 1952 (I edizione 1940), pp. IX-X.

(10) Ibid., p. 178.

(11) R. Niebuhr, « The Nature and Destiny of Man. A Christian Interpretation. Vol. I, Human Nature », Scribner’s, New York 1964 (I edizione 1941), p. 12.

(12) R. Niebuhr, tr.it., « Il realismo politico di Agostino », in G. Dessì, « Niebuhr. Antropologia cristiana e democrazia », Studium, Roma 1993, pp. 77-78.

(13) Riprendo questa terminologia da Alessandro Ferrara, « La forza dell’esempio. Il paradigma del giudizio », Feltrinelli, Milano 2008, pp. 17-33. Una terza grande forza, oggetto del libro, è quella di « ciò che è come dovrebbe essere ».

(14) R. Niebuhr, tr.it., « Il realismo politico di Agostino », cit., p. 79.

(15) Ibid., p. 85.

(16) Ibid., p. 88.

Publié dans:Sandro Magister |on 7 février, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno harp-seal-baby

baby seal

http://www.itsnature.org/ice/above-the-ice/harp-seal/

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 7 février, 2009 |Pas de commentaires »

Santo Zeno di Verona: « Si commosse per loro »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=02/07/2009#

Santo Zeno di Verona (?-circa 380), vescovo
Discorso De spe, fide et caritate, 9 ; PL 11, 278

« Si commosse per loro »
O carità, quanto sei buona e ricca! Quanto sei potente! Non possiede nulla, chi non possiede te. Hai potuto fare di Dio un uomo. L’hai fatto abbassare e allontanare per un tempo dalla sua immensa maestà. L’hai trattenuto nove mesi nel grembo della Vergine. Hai guarito Eva in Maria. Hai rinnovato Adamo in Cristo. Hai preparato la croce per la salvezza del mondo già perduto…

O amore, per vestire colui che è nudo, ti contenti di essere nudo. Per te la fame è un pranzo abbondante, se un povero affamato ha mangiato il tuo pane. La tua fortuna consiste nel destinare quanto possiedi alla misericordia. Tu solo non ti fai pregare. Soccorri senz’indugio gli oppressi, pur a tue spese, qualunque sia lo sconforto in cui sono immersi. Sei tu l’occhio dei ciechi, il piede degli zoppi, lo scudo fedelissimo delle vedove e degli orfani… Ami i tuoi nemici fino al punto che nessuno può discernere quale differenza ci sia per te tra loro e i tuoi amici.

Unisci tu, o carità, i misteri celesti alle cose umane, e i misteri umani alle cose celesti. Sei la custode di quanto è divino. Tu, nel Padre, governi e ordini ogni cosa. Sei tu l’obbedienza del Figlio; esulti tu nello Spirito! Perché sei una sola cosa nelle tre persone, non puoi mai essere divisa… Sgorgando dalla sorgente che è il Padre, ti riversi interamente nel Figlio, senza ritirarti dal Padre. A buon diritto si dice che «Dio è amore» (1 Gv 4,1) perché tu solo guidi la potenza della Trinità.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 7 février, 2009 |Pas de commentaires »

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