Archive pour le 2 février, 2009

di Sandro Magister : La scomunica ai lefebvriani non c’è più. Ma la pace resta lontana

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/214086

La scomunica ai lefebvriani non c’è più. Ma la pace resta lontana

Anzi, aumentano le ragioni di conflitto, anche con i figli d’Israele. Benedetto XVI moltiplica i gesti di apertura, ma non ottiene niente in cambio. L’incidente del vescovo negazionista, con un commento della ebrea Anna Foa

di Sandro Magister 


ROMA, 28 gennaio 2009 – A Benedetto XVI capita ripetutamente di trovarsi in difficoltà su due zone di confine che si intersecano: con i lefebvriani e con gli ebrei.

Il 24 gennaio papa Joseph Ratzinger ha revocato la scomunica ai quattro vescovi ordinati illegittimamente da Marcel Lefebvre nel 1988: scomunica nella quale erano incorsi « latae sententiae », cioè in modo automatico semplicemente compiendo quell’atto. I quattro restano comunque sospesi « a divinis », non possono cioè esercitare il loro ministero nella Chiesa cattolica, e la loro comunità resta in stato di scisma.

Uno dei quattro vescovi, l’inglese Richard Williamson, è un acceso negazionista e ha di recente rilanciato le sue tesi negatrici dello sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti. La coincidenza tra queste sue posizioni e la revoca della sua scomunica – per di più a ridosso della giornata mondiale di memoria della Shoah, il 27 gennaio – ha provocato le forti proteste di molti ebrei, anche di quelli generalmente più benevoli con la Chiesa cattolica e con l’attuale papa.

Un’analoga somma di circostanze aveva fatto scoppiare nei mesi scorsi una polemica similare. Quando Benedetto XVI liberalizzò per tutti i cattolici il rito antico della messa, caposaldo dei lefebvriani, molti ebrei protestarono perché vi era contenuta una preghiera da essi ritenuta inaccettabile e offensiva, in quanto mirata alla loro « conversione ». Il papa riscrisse il testo della preghiera, ma alcuni ebrei respinsero anche la nuova formula.

La ragione di fondo di queste turbolenze è nella teologia antigiudaica che contraddistingue in genere i lefebvriani. Secondo molti ebrei, la Chiesa cattolica fa troppo poco per contrastare questo antigiudaismo ed esigere il ravvedimento dei suoi fautori.

* * *

In effetti, i « magnanimi gesti di pace » che Benedetto XVI ha compiuto più volte in direzione dei lefebvriani non sono stati seguiti finora, da parte di essi, da alcun passo significativo di ravvedimento e di avvicinamento.

Il primo di questi gesti è stata l’udienza accordata il 29 agosto 2005 da Benedetto XVI al successore di Lefebvre e capo della comunità, il vescovo – all’epoca scomunicato – Bernard Fellay.

Il secondo gesto è stato il discorso del papa alla curia romana del 22 dicembre 2005. Un discorso di capitale importanza, perché andava al cuore della questione su cui è nato lo scisma lefebvriano: cioè l’accettazione e l’interpretazione dei Concilio Vaticano II. Benedetto XVI mostrò che il Vaticano II non segnava alcuna rottura con la tradizione della Chiesa, anzi, era in continuità con essa anche là dove sembrava segnare una svolta netta rispetto al passato, col pieno riconoscimento della libertà religiosa come diritto inalienabile di ogni persona.

« L’Osservatore Romano » ha ripubblicato tre giorni fa quel discorso del papa, assieme al decreto di revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Il 25 gennaio era anche il cinquantesimo anniversario del primo annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII. Ma in più di tre anni, da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Lefevbre non è venuto nessun segno di adesione alle tesi di Benedetto XVI sull’interpretazione del Vaticano II.

Il terzo gesto è stato la liberalizzazione del rito antico della messa, col motu proprio « Summorum Pontificum » del 7 luglio 2007. Con questa decisione papa Ratzinger si rivolgeva anzitutto all’insieme della Chiesa cattolica, ma era nei suoi intenti anche la volontà di risanare lo scisma con i lefebvriani.

Tuttavia i lefebvriani interpretarono questo gesto semplicemente come un cedimento alle loro posizioni. In più vi fu la reazione di molti ebrei per la preghiera per la loro « conversione », nonostante Benedetto XVI l’avesse poi riformulata.

Il quarto gesto è quello dei giorni scorsi: la revoca della scomunica. Papa Ratzinger l’ha compiuto unilateralmente, come « dono di pace », nella dichiarata speranza di incoraggiare una rapida discussione e soluzione dei punti di divisione.

Va detto però che lo scorso 15 dicembre, nella sua ultima lettera scritta alle autorità della Chiesa di Roma prima del « dono », il capo dei lefebvriani Fellay non dava alcun segno di voler accettare il Vaticano II nella sua integralità:

« Noi siamo pronti a scrivere il Credo con il nostro sangue, a firmare il giuramento antimodernista, la professione di fede di Pio IV, noi accettiamo e facciamo nostri tutti i Concili fino al Vaticano II, riguardo al quale esprimiamo riserve ».

In più sono arrivate le dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson, personaggio non nuovo a uscite del genere. Di lui si ricorda, dopo l’11 settembre 2001, un’allucinata spiegazione dell’abbattimento delle Torri Gemelle, attribuito a un fantomatico « stato di polizia » mirante a sottomettere l’America e l’Europa.

* * *

Circa i lefebvriani, la critica che nella curia romana e tra i vescovi si rivolge a Benedetto XVI è di agire solo con gesti unilaterali, senza ottenere nulla in cambio.

Si osserva che i gesti hanno tutti una nitida coerenza e consistenza teologica. Cadono però su un terreno non adeguatamente coltivato.

Anche la revoca della scomunica ai quattro vescovi ricade sotto queste critiche. Si osserva che anche tra Roma e Costantinopoli sono state cancellate le scomuniche, tuttavia questo gesto fortemente simbolico è avvenuto dentro un cammino di reale avvicinamento ecumenico. Un cammino che è invece assente tra i lefebvriani, con i quali le divisioni restano intatte.

* * *

Con gli ebrei è lo stesso. Si riconosce a Benedetto XVI di aver prodotto i testi più alti e più costruttivi per il dialogo tra le due fedi. Ma gli si imputa che contro le sue parole stridono troppi fatti.

Un esempio è ciò che è accaduto nei giorni scorsi. All’Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha pronunciato parole audaci sulla « conversione » dell’ebreo Paolo. Ha persino detto che per Paolo il termine « conversione » è improprio, « perché gli era già credente, anzi ebreo fervente, né dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo ».

Ma lo stesso giorno, un vescovo che lo stesso Benedetto XVI aveva da poco assolto dalla scomunica imperversava sui media di tutto il mondo con affermazioni aberranti contro gli ebrei.

Voci cattoliche autorevoli si sono levate a rimarcare che Ratzinger non aveva colpa di tali affermazioni, né esse avevano alcun legame con la decisione papale di revocare la scomunica al vescovo che le aveva pronunciate. Ma sul piano comunicativo il nesso tra le due cose scattava inesorabile. La notizia era ovunque la seguente: il papa assolve dalla scomunica il vescovo negazionista.

Ad alcuni è stato facile rinfacciare alle autorità vaticane di tacere troppo anche su un altro, ben più pericoloso negazionismo, quello pubblicamente propugnato dai capi dell’Iran. Nei quasi quattro anni di questo pontificato, in effetti, solo una volta, e con parole vaghe, in un testo vaticano ufficiale si è condannato il programma iraniano di cancellare Israele dalla faccia della terra.

Nessun silenzio, tuttavia, può essere rimproverato alla Santa Sede oggi, di fronte alla negazione della Shoah fatta dal vescovo lefebvriano Williamson.

Una prova è in questo articolo pubblicato con grande evidenza su « L’Osservatore Romano » del 26-27 gennaio. Ne è autore Anna Foa, docente di storia all’Università di Roma « La Sapienza », ebrea:

L’antisemitismo unico movente dei negazionisti

di Anna Foa

Il negazionismo della Shoah non è un’interpretazione storiografica, non è una corrente interpretativa dello sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo, non è una forma sia pur radicale di revisionismo storico, e con esso non deve essere confuso. Il negazionismo è menzogna che si copre del velo della storia, che prende un’apparenza scientifica, oggettiva, per coprire la sua vera origine, il suo vero movente: l’antisemitismo.

Un negazionista è anche antisemita. Ed è forse, in un mondo come quello occidentale in cui dichiararsi antisemiti non è tanto facile, l’unico antisemita chiaro e palese.

L’odio antiebraico è all’origine di questa negazione della Shoah che inizia fin dai primi anni del dopoguerra, riallacciandosi idealmente al progetto stesso dei nazisti, quando coprivano le tracce dei campi di sterminio, ne radevano al suolo le camere a gas, e schernivano i deportati dicendo loro che se anche fossero riusciti a sopravvivere nessuno al mondo li avrebbe creduti.

Il negazionismo attraversa gli schieramenti politici, non è solo legato all’estrema destra nazista, ma raccoglie tendenze diverse: il pacifismo più estremo, l’antiamericanismo, l’ostilità alla modernità.

Esso nasce in Francia alla fine degli anni Quaranta a opera di due personaggi, Maurice Bardèche e Paul Rassinier, l’uno fascista dichiarato, l’altro comunista. Dopo di allora, si sviluppa largamente, e i suoi sostenitori più noti sono il francese Robert Faurisson e l’inglese David Irving, nessuno dei due storico di professione.

I negazionisti sviluppano dei procedimenti assolutamente fuori dal comune nella loro negazione della realtà storica. Innanzitutto, considerano tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere. Tolte così di mezzo una buona parte dei testimoni, tutta la memorialistica espressa dai sopravvissuti ebrei e la storiografia opera di storici ebrei o presunti tali, i negazionisti si accingono a demolire il resto delle testimonianze, delle prove, dei documenti.

Tutto ciò che è posteriore alla sconfitta del nazismo è per loro inaffidabile perché appartiene alla « verità dei vincitori ». La storia della Shoah l’hanno fatta i vincitori, continuano instancabilmente a ripetere, mettendo in dubbio tutto quello che è emerso in sede giudiziaria, dal processo di Norimberga in poi: frutto di pressioni, torture, violenze.

Resta però ancora una parte di documentazione da confutare, quella di parte nazista che precede il 1945. Qui, i negazionisti hanno scoperto che nessuna affermazione scritta dai nazisti dopo il 1943 può dichiararsi veritiera, perché a quell’epoca i nazisti cominciavano a perdere la guerra e avrebbero potuto fare affermazioni volte a compiacere i futuri vincitori. « Et voilà », il gioco è fatto: la Shoah non esiste!

Il negazionismo si applica in particolare a dimostrare l’inesistenza delle camere a gas, attraverso complessi ragionamenti tecnici: non avrebbero potuto funzionare, avrebbero avuto bisogno di ciminiere altissime e via discorrendo. È questa la tesi che ha dotato di notorietà uno pseudo-ingegnere, Fred Leuchter, e che domina nei siti negazionisti di internet.

Oggi, il negazionismo è considerato reato in molti Paesi d’Europa, anche se una parte dell’opinione pubblica rimane restia – come chi scrive – a trasformare, mettendoli in prigione, dei bugiardi in martiri. Non mancano poi sostenitori del negazionismo in funzione antiisraeliana.

Bisogna però ripetere che dietro il negazionismo c’è un solo movente, un solo intento: l’antisemitismo. Tutto il resto è menzogna.

__________

E così Benedetto XVI ha risposto alle critiche

Comunicazioni al termine dell’udienza generale di mercoledì 28 gennaio 2009

Sulla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani:

« Nell’omelia pronunciata in occasione della solenne inaugurazione del mio Pontificato dicevo che è ‘esplicito’ compito del Pastore ‘la chiamata all’unità’, e commentando le parole evangeliche relative alla pesca miracolosa ho detto: ‘sebbene fossero così tanti i pesci, la rete non si strappò’, proseguivo dopo queste parole evangeliche: ‘Ahimè, amato Signore, essa – la rete – ora si è strappata, vorremmo dire addolorati’. E continuavo: ‘Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa che non delude e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità che tu hai promesso… Non permettere, Signore, che la tua rete si strappi e aiutaci ad essere servitori dell’unità’.

« Proprio in adempimento di questo servizio all’unità, che qualifica in modo specifico il mio ministero di Successore di Pietro, ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II ».

Sulla negazione della Shoah:

« In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso. Mentre rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo. La Shoah sia per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti. Nessun uomo è un’isola, ha scritto un noto poeta. La Shoah insegni specialmente sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino dell’ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le culture e le religioni del mondo all’auspicato traguardo della fraternità e della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo! ».

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Papa Paolo VI , Festa della Presentazione del Signore 1975

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1975/documents/hf_p-vi_hom_19750202_it.html

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

2 febbraio 1975   

Venerati Fratelli e Sorelle in Cristo,

Figli tutti carissimi,

Una festa antica, che ha nel Vangelo ora ascoltato la sua lontana e sempre viva radice, una festa in cui Cristo figura protagonista nell’offerta che di Lui è fatta, Figlio dell’uomo al Padre celeste, ed in cui la Madonna, velata e splendente nel manto d’un rito biblico, quello della purificazione superflua alla sua divina maternità, ma irradiante la sua sublime verginità, appare per la prima volta nella storia ufficiale della liturgia romana (Cfr. DUCHESNE, Liber Pont. 1, 376), ci riunisce quest’oggi, in questo tempio grandioso e misterioso che, custode delle spoglie mortali dell’apostolo Pietro, glorifica il volto della Chiesa immortale: una, santa, cattolica ed apostolica, da Gesù Signore fondata sull’umile e debole discepolo, ma divenuto solida roccia, posto a fondamento centrale del nuovo Popolo di Dio (Cfr. Lumen Gentium, 18 et 22), una festa antica, diciamo, si fa attuale in questa nostra celebrazione, che raccogliendo i vari motivi della sua preghiera, ne ricava, con le tradizionali espressioni, questa nuovissima, che aggiunge al fervore spirituale dell’Anno Santo un suo originale colore, e tramuta in vento pentecostale la tempesta stessa del tempo nostro non poco minacciante d’intorno a noi.

Mettiamo ordine nei nostri pensieri. La scena evangelica si ricomponga davanti al nostro spirito. Gesù bambino è portato al Tempio, anzi offerto a Dio, con un atto esplicito di riconoscimento del diritto divino sulla vita dell’uomo. La vita dell’uomo, del primogenito (Cfr. Ex. 13, 12 ss.), come suo simbolo, appartiene a Dio. La gerarchia religiosa delle cause e dei valori è nella natura delle cose; la religione è una esigenza ontologica, che nessun ateismo, nessun secolarismo può annullare; negare, dimenticare, trascurare l’uomo potrà, a suo torto e a suo danno; confutare essenzialmente, razionalmente, senza violenza al suo pensiero e al suo essere non gli è alla fine possibile; riconoscerla, la religione, al principio d’una concezione autentica, esistenziale delle cose e della vita, è necessità, è sapienza; il cristianesimo, senza farne una teocrazia politica, lo conferma. Dice ad esempio, San Paolo: «Nessuno inganni se stesso: . . . sì, tutte le cose sono vostre, ma voi siete di Cristo, e Cristo di Dio» (1 Cor. 3, 18, 22-23). Non è forse così che voi, Religiosi e Religiose, voi tutti Fedeli, concepite la vita? Dio è il primo, Dio è tutto; l’atto primario, costituzionale della nostra esistenza è l’atto religioso, l’adorazione, l’ossequio, e noi beati che siamo invitati a fare della nostra religione una professione d’amore.

Gesù ci appare, fin dalla sua origine nel tempo, come l’interprete e l’esecutore della volontà del Padre. «Entrando nel mondo, leggiamo nella lettera agli Ebrei, . . . Io dissi: ecco, Io vengo, . . . per compiere, o Dio, la tua volontà!» (Hebr. 10, 7); «mio cibo, Egli dirà nel Vangelo, consiste nel compiere la volontà di Colui che mi ha mandato» (Io. 4, 34); «per questo Io sono disceso dal cielo, non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Io. 6, 38); tutta la vita di Cristo è dominata infatti da questo collegamento con la volontà divina, fino al Gethsemani, dove l’uomo Gesù tre volte dirà: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice (dell’imminente passione), ma però non ciò che voglio Io, ma come vuoi Tu» (Matth. 26, 39); così che l’epigrafe della sua esistenza temporale sarà riassunta da S. Paolo così: «Umiliò Se stesso, fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Phil.2, 8). Dalla semplice scena, quasi puramente episodica, della presentazione di Gesù bambino al Tempio, noi intravediamo per iscorcio il tragico dramma messianico che incombe su di Lui.

Noi riviviamo in questo momento non soltanto la memoria del fatto evangelico, ma il suo mistero redentore che si proietta sopra di noi, e da noi reclama la celebre adesione dell’Apostolo: anch’io «compio nella mia carne quello che manca alle sofferenze di Cristo» (Col. 1, 24). Difatti, Fratelli e Sorelle votate a Cristo, per voi questo rito propone una domanda, la cui risposta qualifica e impegna la vostra vita; la domanda della rinnovazione dei vostri voti religiosi. E da codesta risposta, a cui fa eco certamente quella che in cuor loro ripeteranno i Fedeli presenti, memori delle loro promesse battesimali, noi confidiamo che scaturisca, integra e nuova, totale e felice, la vostra offerta, unita a quella di Gesù: «Eccomi, manda me»! (Is. 6, 8) Grandeggia così con quello di Cristo il vostro destino. Volete? Osservate ancora. Maria è presente, nella memoria del rito a cui Ella, la purissima, l’immacolata, umilmente si uniformò, quello della purificazione prescritta dalla Legge mosaica (Lev. 12, 6), silenziosa custode del suo segreto prodigio: la divina maternità aveva lasciato intatta la sua verginità, dando a questa il privilegio d’essere di quella l’angelico santuario. Qui il fatto si fa mistero, e il mistero poesia, e la poesia amore, ineffabile amore. Non già un risultato sterile e vacuo; non sorte inumana, ma sovrumana quando la carne sia sacrificata allo spirito, e lo spirito sia inebriato d’amore più vivo, più forte, più assorbente di Dio, «contento ne’ pensier contemplativi» (DANTE, La Divina Commedia, III, 21, 127).

E nell’incontro odierno con Maria, la Vergine Madre di Cristo, s’illumina nella nostra coscienza la scelta, libera e sovrana, del nostro celibato, della nostra verginità; anch’essa, nella sua ispiratrice origine, più carisma che virtù; possiamo dire con Cristo: «Non tutti comprendono questa parola, ma solo coloro a cui è concesso» (Matth. 19, 11). «Vi sono nell’uomo, insegna S. Tommaso, delle attitudini superiori, per le quali egli è mosso da un influsso divino», sono i «doni», i carismi, che lo guidano mediante un interiore istinto di ispirazione divina (Cfr. S. THOMAE Summa theologiae, I-II, 68, 1). È la vocazione! la vocazione alla verginità consacrata al celibato sacro, la quale vocazione, una volta compresa ed accolta, così alimenta d’amore lo spirito, che questo tanto ne è sovrabbondante da essere, con sacrificio, si ma un sacrificio facile e felice, affrancato dall’amore naturale, dalla passione sensibile e da fare della sua verginità una «inesauribile contemplazione» (Cfr. Ibid. I-II, 152, 1), una religiosa sazietà, sempre superiormente tesa e affamata, e capace, come nessun altro amore, di effondersi nel dono, nel servizio, nel sacrificio di sé per fratelli ignoti, e bisognosi appunto d’un ministero di carità che imiti, e, per quanto possibile, eguagli, quello di Cristo per gli uomini.

Questo più si vive, che non si esprima. Voi, Fratelli e Sorelle, a Cristo immolati, ben lo sapete. E se oggi qui siete convenuti per esprimere in preghiera ed in simboli questo superlativo programma di vita in Cristo, con l’espressione incisiva di San Paolo: «mihi vivere Christus est» la mia vita è Cristo (Phil. 1, 21), noi, noi stessi, invece che riceverlo, come di solito in questa occasione, dalle vostre mani, lo daremo a voi il cero benedetto, simbolo d’un’immolazione che consumandosi effonde luce d’intorno a sé. Lo daremo appunto per Onorare la vostra oblazione al Signore e alla sua Chiesa, per confermare la vostra gioiosa promessa, per accendere in voi quella carità, che nemmeno la morte può spegnere (Cfr. 1 Cor. 13, 13).

Con la nostra Apostolica Benedizione.

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Beato Guerrico d’Igny : « I miei occhi han visto la tua salvezza »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=02/02/2009#

Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 per la purificazione della Beata Vergine Maria, 2.3.5 ; PL 185, 64-65

« I miei occhi han visto la tua salvezza »
Ecco, fratelli miei, tra le mani di Simeone, un cero acceso. Anche voi, accendete a questa luce i vostri ceri, cioè le lucerne che il Signore vi domanda di tenere in mano (Lc 12,35). «Guardate a lui e sarete raggianti» (Sal 33,6), in modo da essere anche voi più che portatori di lampada, ma addirittura delle luci che brillano dentro e fuori, per voi e per il prossimo.

Che ci sia dunque una lampada nel vostro cuore, nella vostra mano, nella vostra bocca! La lampada nel vostro cuore brilli per voi, la lampada nella vostra mano e nella vostra bocca brilli per il vostro prossimo. La lampada nel vostro cuore è la devozione ispirata dalla fede; la lampada nella vostra mano, l’esempio delle buone opere; la lampada nella vostra bocca, la parola che edifca. Infatti non dobbiamo accontentarci di essere delle luci agli occhi degli uomini grazie ai nostri atti e alle nostre parole, ma dobbiamo anche brillare davanti agli angeli con la nostra preghiera e davanti a Dio con la nostra intenzione. La nostra lampada davanti agli angeli, è la purezza della nostra devozione che ci fa cantare con raccoglimento o pregare con fervore alla loro presenza. La nostra lampada davanti a Dio, è la risoluzione sincera di piacere solo a colui davanti al quale abbiamo trovato grazia…

Per accendere tutte queste lampade, lasciatevi illuminare, fratelli miei, avvicinandovi alla fonte della luce, cioè a Gesù che brilla tra le mani di Simeone. Egli vuole, sicuramente, illuminare la vostra fede, fare risplendere le vostre opere, ispirarvi parole da dire agli uomini, riempire di fervore la vostra preghiera e purificare la vostra intenzione… E quando si spegnerà la lampada di questa vita… vedrete la luce della vita che non si spegne, sorgere e salire la sera con lo splendore di mezzogiorno.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 2 février, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 173-1208689000PUVA
http://www.publicdomainpictures.net/browse-category.php?page=30&s=1

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