Archive pour janvier, 2009

LA CORAZZA DI SAN PATRIZIO (preghiera/lode)

dal sito:

http://www.celticworld.it/sh_wiki.php?act=sh_art&iart=86

SAN PATRIZIO

(San Patrizio, il cui vero nome si narra sia Maewyn Succat, nacque tra il 387 e il 392 a Kilpatrick, in Scozia (secondo alcune fonti sarebbe invece nato in Galles), in una nobile famiglia di origine romana, una famiglia di curiales che possedeva un podere (villula) nella Britannia romana: il nonno Potito era presbitero e il padre Calpornio è diacono e decurione civile, incaricato della riscossione dei tributi. I suoi genitori erano Calphurnius e Conchessa. Il primo apparteneva a una famiglia romana di alto rango e aveva l’incarico di decurio per la Gallia e la Britannia. Conchessa era devota al grande patrono della Gallia: San Martino di Tours.)

LA CORAZZA DI SAN PATRIZIO

Io sorgo oggi
Grazie a una forza possente, l’invocazione della Trinità,
Alla fede nell’Essere Uno e Trino,
Alla confessione dell’unità
Del Creatore del Creato.

Io sorgo oggi
Grazie alla forza della nascita di Cristo e del suo battesimo,
Alla forza della sua crocifissione e della sua sepoltura,
Alla forza della sua resurrezione e della sua ascesa,
Alla forza della sua discesa per il Giudizio Universale.

Io sorgo oggi
Grazie alla forza dell’amore dei cherubini,
In obbedienza agli angeli,
Al servizio degli arcangeli,
Nella speranza della resurrezione e della ricompensa,
Nelle preghiere dei patriarchi,
Nelle predizioni dei profeti,
Nella predicazione degli Apostoli,
Nella fede dei confessori,
Nell’innocenza delle sante vergini,
Nelle imprese degli uomini giusti.

Io sorgo oggi
Grazie alla forza del cielo:
Luce del sole,
Fulgore della luna,
Splendore del fuoco,
Velocità del lampo,
Rapidità del vento,
Profondità del mare,
Stabilità della terra,
Saldezza della roccia.

Io sorgo oggi
Grazie alla forza del Signore che mi guida:
Il potere di Dio per sollevarmi,
La saggezza di Dio per guidarmi,
L’occhio di Dio per guardare davanti a me,
L’orecchio di Dio per udirmi,
La parola di Dio a parlare per me,
La mano di Dio a difendermi,
la via di Dio che si apre davanti a me,

Lo scudo di dio che mi protegge,
L’esercito di Dio che mi salva
dai tranelli dei diavoli,
Dalle tentazioni del vizio,
Da chiunque mi voglia del male,
vicino e lontano,
Solo e nella moltitudine.

Io invoco oggi tutte queste forze tra me e questi mali,
Contro ogni crudele e impietoso potere che si opponga al mio corpo e alla mia anima
Contro le stregonerie di falsi profeti,
Contro le leggi nere del paganesimo,
Contro le leggi false degli eretici,
Contro la pratica dell’idolatria,
Contro i sortilegi di streghe e fabbri e maghi,
Contro ogni conoscenza che corrompe il corpo e l’anima dell’uomo.

Cristo fammi da scudo oggi
Contro il veleno, contro il fuoco,
Contro l’annegamento, contro ogni ferita,
Così che io possa avere un’abbondanza di ricompense,
Cristo con me, Cristo davanti a me, Cristo dietro di me,
Cristo in me, Cristo sotto di me, Cristo sopra di me,
Cristo alla mia destra, Cristo alla mia sinistra,
Cristo quando mi corico, Cristo quando mi siedo, Cristo quando mi alzo,
Cristo nel cuore di ogni uomo che mi pensa,
Cristo sulle labbra di tutti coloro che parlano di me,
Cristo in ogni occhio che mi guarda,
Cristo in ogni orecchio che mi ascolta.

Io sorgo oggi
Grazie a una forza possente, l’invocazione della Trinità,
Alla fede nell’Essere Uno e Trino,
Alla confessione dell’unità
Del Creatore del Creato.

Publié dans:preghiere |on 14 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Mons. Gianfranco Ravasi: Il diavolo stanco (18.8.2006)

dal sito:

http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Pages/ColumnPage.aspx?IdArticolo=b26ff853-c175-41a9-8369-c915deda23a8&IdRubrica=.mattutino&TitoloRubrica=Il%20mattutino&Autore=Gianfranco%20Ravasi

Mons. Gianfranco Ravasi:

IL DIAVOLO STANCO (18.8.2006):

Il diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini che sapevano fare meglio di lui.Questa battuta sarcastica presente in una delle ultime opere di Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, pubblicata nell »anno stesso della sua morte, il 1989, fa il paio con quella di Goethe: «Hanno scacciato il Maligno e ci sono restati tutti i piccoli malvagi». L »ombra oscura di Satana certamente ancora s »allunga sul mondo; ma è pur vero che gli uomini sanno fare in proprio, con la loro libertà, capolavori di perversione, orrori di aberrazione, abissi di perfidia e ferocia. Nel poemetto Mistero dei Santi Innocenti (1912), il poeta francese Péguy metteva in scena un Dio spaventato nei confronti delle mostruosità atroci che l »umanità riesce a compiere nella storia. Sono efferatezze di cui siamo testimoni abbacinati; eppure chi le compie ha una mente, un cuore, mani, occhi come i nostri.C »è, allora, una riflessione che deve toccare un po » tutti. Certo, ci può essere l »offuscamento di un istante, la pazzia che travolge, il turbine dell »ira che acceca. Ma il più delle volte si procede verso il baratro del male passo dopo passo, in modo insensibile. Dal difetto marginale si giunge al vizio radicale, dall »impulso istintivo si va alla scelta sistematica, dalla scusante comprensibile ci si orienta alla giustificazione assoluta. Si è spesso detto di tanti aguzzini nazisti che compivano atti bestiali su ebrei o altre vittime dei lager e che contemporaneamente erano padri teneri, delicati cultori di musica, sensibili compagni di vita per mogli e amici. È questo il satanico terrificante che è in noi e che trionfa, se non si lascia spazio alla voce severa e decisa della coscienza e all »impegno serio della volontà.

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 14 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI e le Lettere paoline ai Colossesi e agli Efesini

dal sito:

http://www.zenit.org/article-16789?l=italian

Benedetto XVI e le Lettere paoline ai Colossesi e agli Efesini

Intervento in occasione dell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 14 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi nell’aula Paolo VI.

Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulle Lettere ai Colossesi e agli Efesini.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

tra le Lettere dell’epistolario paolino, ce ne sono due, quelle ai Colossesi e agli Efesini, che in una certa misura si possono considerare gemelle. Infatti, l’una e l’altra hanno dei modi di dire che si trovano solo in esse, ed è stato calcolato che più di un terzo delle parole della Lettera ai Colossesi si trova anche in quella agli Efesini. Per esempio, mentre in Colossesi si legge letteralmente l’invito a « esortarvi con salmi, inni, canti spirituali, con gratitudine cantando a Dio con i vostri cuori » (Col 3,16), in Efesini si raccomanda ugualmente di « parlare tra di voi con salmi e inni e canti spirituali, cantando e lodando il Signore con il vostro cuore » (Ef 5,19). Potremmo meditare su queste parole: il cuore deve cantare, e così anche la voce, con salmi e inni per entrare nella tradizione della preghiera di tutta la Chiesa dell’Antico e del Nuovo Testamento; impariamo così ad essere insieme con noi e tra noi, e con Dio. Inoltre, in entrambe le Lettere si trova un cosiddetto « codice domestico », assente nelle altre Lettere paoline, cioè una serie di raccomandazioni rivolte a mariti e mogli, a genitori e figli, a padroni e schiavi (cfr rispettivamente Col 3,18-4,1 e Ef 5,22-6,9).

Più importante ancora è constatare che solo in queste due Lettere è attestato il titolo di « capo », kefalé, dato a Gesù Cristo. E questo titolo viene impiegato a un doppio livello. In un primo senso, Cristo è inteso come capo della Chiesa (cfr Col 2,18-19 e Ef 4,15-16). Ciò significa due cose: innanzitutto, che egli è il governante, il dirigente, il responsabile che guida la comunità cristiana come suo leader e suo Signore (cfr Col 1,18: « Egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa »; e poi l’altro significato è che lui è come la testa che innerva e vivifica tutte le membra del corpo a cui è preposta (infatti, secondo Col 2,19 bisogna « tenersi fermi al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione »): cioè non è solo uno che comanda, ma uno che organicamente è connesso con noi, dal quale viene anche la forza di agire in modo retto.

In entrambi i casi, la Chiesa è considerata sottoposta a Cristo, sia per seguire la sua superiore conduzione – i comandamenti -, sia anche per accogliere tutti gli influssi vitali che da Lui promanano. I suoi comandamenti non sono solo parole, comandi, ma sono forze vitali che vengono da Lui e ci aiutano.

Questa idea è particolarmente sviluppata in Efesini, dove persino i ministeri della Chiesa, invece di essere ricondotti allo Spirito Santo (come 1 Cor 12) sono conferiti dal Cristo risorto: è Lui che « ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri » (4,11). Ed è da Lui che « tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, … riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità » (4,16). Cristo infatti è tutto teso a « farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata » (Ef 5,27). Con questo ci dice che la forza con la quale costruisce la Chiesa, con la quale guida la Chiesa, con la quale dà anche la giusta direzione alla Chiesa, è proprio il suo amore.

Quindi il primo significato è Cristo Capo della Chiesa: sia quanto alla conduzione, sia, soprattutto, quanto alla ispirazione e vitalizzazione organica in virtù del suo amore. Poi, in un secondo senso, Cristo è considerato non solo come capo della Chiesa, ma come capo delle potenze celesti e del cosmo intero. Così in Colossesi leggiamo che Cristo « ha privato della loro forza i principati e le potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale » di Lui (2,15). Analogamente in Efesini troviamo scritto che, con la sua risurrezione, Dio pose Cristo « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro » (1,21). Con queste parole le due Lettere ci consegnano un messaggio altamente positivo e fecondo. Questo: Cristo non ha da temere nessun eventuale concorrente, perché è superiore a ogni qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l’uomo. Solo Lui « ci ha amati e ha dato se stesso per noi » (Ef 5,2). Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo temere nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò significa dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui, senza allentare la presa!

Per il mondo pagano, che credeva in un mondo pieno di spiriti, in gran parte pericolosi e contro i quali bisognava difendersi, appariva come una vera liberazione l’annuncio che Cristo era il solo vincitore e che chi era con Cristo non aveva da temere nessuno. Lo stesso vale anche per il paganesimo di oggi, poiché anche gli attuali seguaci di simili ideologie vedono il mondo pieno di poteri pericolosi. A costoro occorre annunciare che Cristo è il vincitore, così che chi è con Cristo, chi resta unito a Lui, non deve temere niente e nessuno. Mi sembra che questo sia importante anche per noi, che dobbiamo imparare a far fronte a tutte le paure, perchè Lui è sopra ogni dominazione, è il vero Signore del mondo.

Addirittura il cosmo intero è sottoposto a Lui, e a Lui converge come al proprio capo. Sono celebri le parole della Lettera agli Efesini, che parla del progetto di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra » (1,10). Analogamente nella Lettera ai Colossesi si legge che « per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili » (1,16) e che « con il sangue della sua croce … ha rappacificato le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli » (1,20). Quindi non c’è, da una parte, il grande mondo materiale e dall’altra questa piccola realtà della storia della nostra terra, il mondo delle persone: tutto è uno in Cristo. Egli è il capo del cosmo; anche il cosmo è creato da Lui, è creato per noi in quanto siamo uniti a Lui. È una visione razionale e personalistica dell’universo. E direi una visione più universalistica di questa non era possibile concepire, ed essa conviene soltanto al Cristo risorto. Cristo è il Pantokrátor, a cui sono sottoposte tutte le cose: il pensiero va appunto al Cristo Pantocratòre, che riempie il catino absidale delle chiese bizantine, a volte raffigurato seduto in alto sul mondo intero o addirittura su di un arcobaleno per indicare la sua equiparazione a Dio stesso, alla cui destra è assiso (cfr Ef 1,20; Col 3,1), e quindi anche la sua ineguagliabile funzione di conduttore dei destini umani.

Una visione del genere è concepibile solo da parte della Chiesa, non nel senso che essa voglia indebitamente appropriarsi di ciò che non le spetta, ma in un altro duplice senso: sia in quanto la Chiesa riconosce che in qualche modo Cristo è più grande di lei, dato che la sua signoria si estende anche al di là dei suoi confini, e sia in quanto solo la Chiesa è qualificata come Corpo di Cristo, non il cosmo. Tutto questo significa che noi dobbiamo considerare positivamente le realtà terrene, poiché Cristo le ricapitola in sé, e in pari tempo dobbiamo vivere in pienezza la nostra specifica identità ecclesiale, che è la più omogenea all’identità di Cristo stesso.

C’è poi anche un concetto speciale, che è tipico di queste due Lettere, ed è il concetto di « mistero ». Una volta si parla del « mistero della volontà » di Dio (Ef 1,9) e altre volte del « mistero di Cristo » (Ef 3,4; Col 4,3) o addirittura del « mistero di Dio, che è Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza » (Col 3,2-3). Esso sta a significare l’imperscrutabile disegno divino sulle sorti dell’uomo, dei popoli e del mondo. Con questo linguaggio le due Epistole ci dicono che è in Cristo che si trova il compimento di questo mistero. Se siamo con Cristo, anche se non possiamo intellettualmente capire tutto, sappiamo di essere nel nucleo del « mistero » e sulla strada della verità. È Lui nella sua totalità, e non solo in un aspetto della sua persona o in un momento della sua esistenza, che reca in sé la pienezza dell’insondabile piano divino di salvezza. In Lui prende forma quella che viene chiamata « la multiforme sapienza di Dio » (Ef 3,10), poiché in Lui « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). D’ora in poi, quindi, non è possibile pensare e adorare il beneplacito di Dio, la sua sovrana disposizione, senza confrontarci personalmente con Cristo in persona, in cui quel « mistero » si incarna e può essere tangibilmente percepito. Si perviene così a contemplare la « ininvestigabile ricchezza di Cristo » (Ef 3,8), che sta oltre ogni umana comprensione. Non che Dio non abbia lasciato delle impronte del suo passaggio, poiché è Cristo stesso l’orma di Dio, la sua impronta massima; ma ci si rende conto di « quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità » di questo mistero « che sorpassa ogni conoscenza » (Ef 3,18-19). Le mere categorie intellettuali qui risultano insufficienti, e, riconoscendo che molte cose stanno al di là delle nostre capacità razionali, ci si deve affidare alla contemplazione umile e gioiosa non solo della mente ma anche del cuore. I Padri della Chiesa, del resto, ci dicono che l’amore comprende di più che la sola ragione.

Un’ultima parola va detta sul concetto, già accennato sopra, concernente la Chiesa come partner sponsale di Cristo. Nella seconda Lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo aveva paragonato la comunità cristiana a una fidanzata, scrivendo così: « Io provo per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo » (2 Cor 11,2). La Lettera agli Efesini sviluppa quest’immagine, precisando che la Chiesa non è solo una promessa sposa, ma è la reale sposa di Cristo. Egli, per così dire, se l’è conquistata, e lo ha fatto a prezzo della sua vita: come dice il testo, « ha dato se stesso per lei » (Ef 5,25). Quale dimostrazione d’amore può essere più grande di questa? Ma, in più, egli è preoccupato per la sua bellezza: non solo di quella già acquisita con il battesimo, ma anche di quella che deve crescere ogni giorno grazie ad una vita ineccepibile, « senza ruga né macchia », nel suo comportamento morale (cfr Ef 5,26-27). Da qui alla comune esperienza del matrimonio cristiano il passo è breve; anzi, non è neppure ben chiaro quale sia per l’autore della Lettera il punto di riferimento iniziale: se sia il rapporto Cristo-Chiesa, alla cui luce pensare l’unione dell’uomo e della donna, oppure se sia il dato esperienziale dell’unione coniugale, alla cui luce pensare il rapporto tra Cristo e la Chiesa. Ma ambedue gli aspetti si illuminano reciprocamente: impariamo che cosa è il matrimonio nella luce della comunione di Cristo e della Chiesa, impariamo come Cristo si unisce a noi pensando al mistero del matrimonio. In ogni caso, la nostra Lettera si pone quasi a metà strada tra il profeta Osea, che indicava il rapporto tra Dio e il suo popolo nei termini di nozze già avvenute (cfr Os 2,4.16.21), e il Veggente dell’Apocalisse, che prospetterà l’incontro escatologico tra la Chiesa e l’Agnello come uno sposalizio gioioso e indefettibile (cfr Ap 19,7-9; 21,9).

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma mi sembra che, da quanto esposto, già si possa capire che queste due Lettere sono una grande catechesi, dalla quale possiamo imparare non solo come essere buoni cristiani, ma anche come divenire realmente uomini. Se cominciamo a capire che il cosmo è l’impronta di Cristo, impariamo il nostro retto rapporto con il cosmo, con tutti i problemi della conservazione del cosmo. Impariamo a vederlo con la ragione, ma con una ragione mossa dall’amore, e con l’umiltà e il rispetto che consentono di agire in modo retto. E se pensiamo che la Chiesa è il Corpo di Cristo, che Cristo ha dato se stesso per essa, impariamo come vivere con Cristo l’amore reciproco, l’amore che ci unisce a Dio e che ci fa vedere nell’altro l’immagine di Cristo, Cristo stesso. Preghiamo il Signore che ci aiuti a meditare bene la Sacra Scrittura, la sua Parola, e imparare così realmente a vivere bene.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, San Paolo |on 14 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

L’ « Angelus Domini »

L'

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 13 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Storia dell’ »Angelus »

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre06/0504md/0504md07.htm

Storia dell’ »Angelus »
  

Le interessanti origini della pia pratica mariana nel secolo XIII. – Il merito della sua diffusione va soprattutto ai Francescani.

Dopo aver avviato [nel num. di Gennaio] la serie di riflessioni sull’ »Angelus » e dopo averne esposto in sintesi i contenuti biblico-teologico-spirituali [nei numeri di Febbraio e Marzo], ripercorriamo ora la storia di questa pia pratica nel tempo, a iniziare dalle lontane origini del sec. XIII.

La recita dell’ »Angelus », accompagnata tre volte al giorno dal suono delle campane delle chiese, ebbe inizio proprio nel 1200, il fecondo secolo della Teologia Scolastica e delle Cattedrali gotiche, ma anche di grande devozione alla Madonna.

Dapprima si chiamò « preghiera della pace »: aveva, infatti, lo scopo di onorare il Figlio di Dio che, incarnandosi nel seno della Vergine Maria, pose i fondamenti della pace tra Dio e gli uomini.

Inizialmente si usava recitarlo solo alla sera, perché si riteneva che l’Arcangelo Gabriele si fosse presentato alla Vergine di Nazareth verso il tramonto, per annunziarle il mistero della sua divina maternità. Né aveva la forma attuale, consistendo nel rivolgere alcune volte a Maria le parole dell’Angelo ["Ave, piena di Grazia: il Signore è con te"] e quelle del saluto di Elisabetta ["Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!"]. Consisteva, cioè, nella prima parte dell’ »Ave, Maria ».

Solo più tardi, assunse progressivamente la forma attuale.

Ma chi ne fu l’iniziatore? Alcuni ritengono che la pia pratica sia sorta in Germania, appunto all’inizio del XIII secolo. Lo deducono da espressioni del genere seguente, incise sulle campane del tempo: « Ave Maria – Rex gloriae Christe, veni cum pace »; oppure: « Maria vocor – o Rex gloriae, veni cum pace »: « Ave, Maria – Cristo, re della gloria, vieni nella pace »; « Mi chiamo Maria – Re della gloria, vieni nella pace ».

Altri attribuiscono l’origine della pratica mariana a Gregorio IX [1241], il Papa che fu eletto a 85 anni e morì quasi centenario.

Beato Angelico, « Angelus Domini nuntiavit… » – Museo Diocesano, Cortona.

Le prime notizie certe sulla recita dell’ »Angelus »

Le prime notizie sicure risalgono piuttosto alla seconda metà del sec. XIII. In una Chronica francescana dell’epoca, si legge infatti che nel Capitolo generale dell’Ordine tenuto da San Bonaventura a Pisa nel 1263 fu stabilito che « i frati nei discorsi persuadessero il popolo a salutare alcune volte la B. V. Maria al suono della campana di Compieta, perché è opinione di alcuni solenni [dottori] che in quell’ora essa fosse salutata dall’Angelo ». A San Bonaventura, del resto, doveva stare molto a cuore la pia pratica, tanto che la raccomandò anche nel Capitolo generale di Assisi del 1269.

La pratica dell’ »Angelus », predicata dai Francescani, si diffuse rapidamente. Nel 1274 la si trova a Magonza, e nel 1288 a Lodi, ove lo ‘Statuto dei Calzolai’ ordinava che essi dovessero subito smettere il lavoro, al Sabato sera e alla Vigilia delle feste della Madonna, « appena udito il primo suono delle campane dell’ »Ave, Maria », dal campanile della Chiesa Maggiore », pena la multa di 20 ‘imperiali’!

Lo stesso modo di suonare la campana all’ »Angelus » e il numero delle Avemaria si trovano già precisati nelle ‘Costituzioni’ del Capitolo provinciale francescano tenuto a Padova nel 1295: « In tutti i luoghi – vi si legge – si suoni la sera un poco per tre volte la campana ad onore della gloriosa Vergine, e allora tutti i frati genufletteranno e diranno tre volte: ‘Ave, Maria gratia plena’ « .

In un Decreto del ‘Sinodo di Strigonia’ [in Ungheria] del 1307 si prescriveva che tutte le sere si suonasse la campana ad instar tintinnabuli [ossia: dolcemente], e si concedevano indulgenze ai fedeli che a quel suono avessero recitato tre Avemaria.

Simone Moreno

Publié dans:preghiera (sulla) |on 13 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

COMPAGNI DI VOLO (preghiera)

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/preghieretestimoni.html

di Don Tonino Bello

COMPAGNI DI VOLO

 Voglio ringraziarti, Signore per il dono della vita;

ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto:

possono volare solo rimanendo abbracciati.

A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare,

Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta,

forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me;

per questo mi hai dato la vita:

perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami, allora, a librarmi con Te,.

Perché vivere non è trascinare la vita,

non è strapparla, non è rosicchiarla,

vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento.

Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia

Di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te.

Ma non basta saper volare con Te, Signore.

Tu mi hai dato il compito

Di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare.

Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.

Non farmi più passare indifferente vicino al fratello che è rimasto con l’ala ,

l’unica ala inesorabilmente impigliata

nella rete della miseria e della solitudine

e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te;

soprattutto per questo fratello sfortunato,

dammi, o Signore, un’ala di riserva.

Publié dans:preghiere |on 13 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Rejoice%20in%20the%20Lord

http://www.photosforsouls.com/nature58.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 13 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

San Girolamo : « Taci ! Esci da quell’uomo »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/13/2009#

San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Marco, 2 ; PLS 2, 125s

« Taci ! Esci da quell’uomo »
«Gesù sgridò il demonio dicendo: «Taci ! Esci da quell’uomo». La verità non ha nessun bisogno della testimonianza del Menzoniere… «Non ho bisogno di essere riconosciuto da colui che destino alla perdizione. Taci! La mia gloria scoppi nel tuo silenzio. Non voglio che la tua voce faccia il mio elogio, bensì i tuoi tormenti; il mio trionfo infatti è il tuo strazio… Taci ! Esci da quell’uomo!» Sembra dire : «Esci da casa mia, cosa fai sotto il mio tetto? Io desidero entrare: allora, taci, e esci da quell’uomo, dall’uomo, da quell’essere dotato di ragione. Lascia questa dimora preparata per me. Il Signore desidera la sua casa: esci da quell’uomo»…

Vedete quanto l’anima dell’uomo sia preziosa. Questo si oppone a coloro che pensano che noi, uomini, e gli animali, siamo dotati di un’animo simile e che siamo animati da un medesimo spirito. In un altro momento, il demonio viene scacciato fuori da un uomo per essere mandato in una mandria di duemila porci (Mt 8,32); lo spirito prezioso si oppone allo spirito vile, l’uno è salvato, l’altro è rovinato. «Esci da quell’uomo, entra nei porci, va dove vuoi, vatene nelle abissi. Lascia l’uomo, perché sarebbe un’ingiuria per me che ti installassi in lui al posto mio. Ho assunto un corpo umano, abito nell’uomo. Esci da quell’uomo».

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Galilee sea, Fisherman

Galilee sea, Fisherman dans immagini

Galilee sea, Fisherman

http://flickr.com/photos/12680525@N07/1520904220

Publié dans:immagini |on 12 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

IN LITURGIA L’ORDINARIO…DIVENTA STRAORDINARIO!

non c’è la data di quando è stato scritto, da quanto leggo forse l’anno scorso, dal sito:

http://www.parrocchiasantaluciafermo.it/files/Tempo%20Ordinario%201luglio08.pdf

IN LITURGIA L’ORDINARIO…DIVENTA STRAORDINARIO!  

Da qualche settimana stiamo vivendo un tempo liturgico particolare: un tempo che noi chiamiamo Ordinario…ma che è ben più importante di una semplice copertura di una parte dell’anno civile.

Per prima cosa c’è da ricordare che il Tempo Ordinario è scandito dalle Domeniche: celebrazioni settimanali del Mistero di Cristo che si manifesta che appare anche oggi dopo la sua risurrezione nel cenacolo in cui si raduna la comunità cristiana. Poi, sempre nel Tempo Ordinario, la Chiesa fa memoria in alcune date particolari della Beata Vergine Maria e di alcuni Santi.

Per tracciare un profilo storico del Tempo Ordinario, possiamo rifarci a San Paolo e alla sua instancabile opera di ricentramento della vita delle comunità Cristiane sul Mistero di Cristo che esse credono e che celebrano: le feste sono si importanti, ma al di là della festa c’è da salvaguardare l’aspetto di permanenza che il Mistero di Cristo ha per tutta la durata del tempo umano (a questo proposito utile è leggere Gal. 4,10-11 e Col. 2,16).

Potremmo dire che a Paolo sta a cuore che le comunità cristiane siano capaci di fare una esperienza permanente di Cristo, quotidiana, perché il Mistero del Risorto coinvolge l’uomo nella sua interezza e nella totalità di quel tempo in cui egli vive; questo al di là di occasioni particolari, extra-ordinarie.

Dal II secolo possiamo vedere, come prassi abbastanza affermata dalla Didakè (cap. 8), che ci sono giorni particolari in cui si fanno digiuni due volte alla settimana per ricordare il tradimento di Gesù prima della cena pasquale e la Passione del Signore; però il centro della vita del Cristiano, sin dalle origini, è la Domenica.

Fatta salva la Domenica che dà luce a tutta la settimana, ben presto si inizia a conferire valore particolare ai giorni feriali:

o Alcuni (quasi tutti) vengono dedicati alle memorie dei Martiri e dei Santi;
o altri sono considerato importanti per due generi di motivi:
1. in relazione alla Domenica: quindi il Venerdì memoria della Passione,
il Sabato memoria di Maria…
2. in relazione alle devozioni ad alcuni Santi o a particolari aspetti della
fede (non ci dimentichiamo che la Domenica assumerà anch’essa un
aspetto devozionale: non più giorno del Signore Risorto, ma giorno in
cui si venera la Trinità).

Questo nell’antichità.

Oggi non abbiamo più una sistematizzazione devozionale del calendario feriale del Tempo Ordinario: è possibile quindi agire con molta libertà nella scelta dei testi del Lezionario e dell’eucologia (le preghiere della Messa). 

Il Tempo Ordinario oggi comprende 34 o 33 settimane. Comincia il lunedì dopo la domenica che segue il 6 gennaio, e si protrae fino all’inizio della Quaresima; riprende poi il lunedì dopo la domenica di Pentecoste e termina il sabato che precede la prima domenica di Avvento.

Credo che il punto di forza di questo Tempo Ordinario sia quello che inizialmente potrebbe sembrare una debolezza. Non avendo una specificità, una connotazione particolare come i tempi liturgici forti, esso, con maggiore determinazione, esprime quanto la lettera agli Ebrei ci ha tramandato: « Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! » (Eb. 13,8).

La Chiesa, in esso, celebra gli eventi fondamentali che ci hanno dimostrato la fedeltà di Dio alla nostra vita: primo fra tutti l’evento di salvezza operato dalla risurrezione del Signore…questa salvezza non è qualche cosa di confinato in un angolo del tempo o di astratto, ma nella concretezza della nostra quotidianità, noi possiamo fare esperienza della fedeltà del Signore verso di noi e leggere l’ineluttabile trascorrere del kronos, del tempo cronologico, come l’occasione che Dio coglie di farci esperire la sua misericordia questo è il kairos): in questo senso il tempo assume una connotazione fortemente sacramentale.

Nella Liturgia delle Ore quotidiana, abbiamo continuamente davanti a noi gli eventi di questa salvezza; ogni giorno è pieno del Mistero Pasquale di Gesù:

o Alle Lodi: facciamo memoria della risurrezione del Signore sin dal mattino in
cui i nostri occhi si aprono a contemplare il nuovo giorno: in esso il sole che
sorge ci fa ricordare il nuovo astro che per noi è sorto, Cristo Gesù che
illumina di novità la nostra esistenza per mezzo della luce sfolgorante della
sua risurrezione.
o A Terza: facciamo memoria della Pentecoste.
o A Sesta: facciamo memoria dell’Ascensione
o A Nona: ricordiamo la morte del Signore.
o A Vespro ricordiamo il Sacrificio di Gesù consumatosi sulla Croce per salvare
noi dalla notte del male e del peccato; a lui eleviamo la preghiera dei discepoli
di Emmaus: « Rimani con noi, perché si fa sera… » (Lc. 24,29).
o A Mattutino: I cristiani vegliano in preghiera, perché attendono di essere
introdotti nel giorno senza tramonto, quando l’umanità intera entrerà nel
riposo di Dio (Cfr. Prefazio X delle Domeniche del T.O.).

Per quanto riguarda l’Eucaristia quotidiana essa è il kairos, (il tempo opportuno in cui Dio agisce) per eccellenza: il Mistero Pasquale viene ad illuminare tutta la nostra vita nel nostro quotidiano abbracciare la croce e morire, per risorgere con lui.

In questo senso l’Eucaristia accolta nella ferialità, si fa viatico (pane del viaggio) di noi, popolo pellegrinante sulla terra e ci dona il coraggio della carità del Signore, segno escatologico per l’umanità, che attende da noi il senso del proprio quotidiano pellegrinare. 

Don Osvaldo Riccobelli

Publié dans:liturgia |on 12 janvier, 2009 |Pas de commentaires »
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