Jean-Marie Lustiger (Figlio della Antica e Nuova Alleanza, parte seconda)

dal sito:

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Jean-Marie Lustiger

di Henri Tincq

in “Le Monde” del 7 agosto 2007

(Figlio della Antica e Nuova Alleanza, parte seconda)


Nessun uomo di Chiesa in Francia ha avuto un destino così singolare e una carriera così atipica. Non solo perché Aaron Lustiger, figlio di una famiglia di immigrati ebrei proveniente dalla Polonia – nato il 17 settembre 1926 a Parigi – ha percorso tutte le tappe fino a quella di arcivescovo della capitale (Parigi) e di persona molto ascoltata dal papa a Roma, e già questo sarebbe bastato a distinguerlo. Ma perché in Francia, per più di un quarto di secolo, è riuscito ad incarnare il volto di una Chiesa senza dubbio più brillante e dialogica di quanto essa sia in realtà. Riuniva in sé la “verticalità” dell’ebreo che era per nascita, radicalmente rivolto a Dio e alla sua parola, e l’ “orizzontalità” del cristiano che era diventato a 14 anni, ultraclericale e contemporaneamente molto laico, tradizionale e insieme moderno.
Il suo nonno materno si chiamava come lui Aaron Lustiger, rabbino di Bedzin, in Slesia (Polonia), portava barba e filatteri ed era arrivato in Francia prima della guerra del 1914. I suoi genitori, naturalizzati agli inizi degli anni 20, sono commercianti nella via Simart, nel 18° arrondissement di Parigi. Non frequentano la sinagoga, ma educano i loro due figli nella coscienza della loro identità ebraica, stimolando il loro gusto per lo studio e la loro fedeltà ad una morale esigente.
Aaron Lustiger, la cui infanzia è “felice, ma rigorosa”, studia al liceo Montaigne di Parigi, scopre
l’Antico Testamento e il Vangelo da un professore di pianoforte, poi l’antisemitismo nei racconti
dei suoi genitori e nella letteratura. Ma non mette allora in connessione l’antisemitismo e la fede cristiana, che scopre provvidenzialmente nel 1937, in occasione di un soggiorno in Germania presso una famiglia protestante.
La guerra costringe i suoi genitori a rifugiarsi a Orléans. E’ lì che compie l’atto decisivo della sua vita: la sua conversione al cristianesimo durante la Settimana santa del 1940. Il futuro cardinale ha 14 anni quando viene battezzato, il 25 agosto 1940. Mantiene il suo nome Aaron – che figura nel calendario cristiano – a cui aggiunge quelli di “Jean” et “Marie”. Su questo battesimo fatto nel periodo dell’occupazione nazista sorgeranno molti interrogativi. Per tutta la sua vita, a rischio di irritare, spiegherà che il suo cristianesimo non ha mai significato una rinuncia alla sua identità ebraica.
Alla fine del 1940, quando sono promulgate le prime leggi antiebraiche del governo di Vichy, il
giovane Lustiger vive nascosto, con sua sorella, a Orléans, ma i suoi genitori portano la stella gialla. E si compie il dramma: mentre suo padre è in viaggio, sua madre, rimasta sola a Parigi per tenere la merceria di famiglia, è denunciata da un vicino, arrestata il 10 settembre 1942, condotta a Drancy e deportata ad Auschwitz.
Con la sua fede di neofita, Lustiger entra in seminario ed è ordinato prete nel 1954 a Parigi. E’
all’inizio cappellano alla Sorbona, dove il suo carisma attira molti studenti, futuri professori, ingegneri, alti funzionari, giuristi. Ma, quando sembra giunto il tempo di“raccogliere la messe”, il maggio 68 infiamma l’Università. Quegli avvenimenti lo sorprendono. Le sue certezze rischiano di crollare. “Non c’è posto per il Vangelo in questa baraonda”, ruggisce in una di quelle formule maligne che non dispiacevano a questo “monello” parigino, che amava anche lo sberleffo.
Nel 1969 diventa parroco di Sainte-Jeanne-de-Chantal, una parrocchia borghese del 16° arrondissement di Parigi vicino alla circonvallazione. Lì sconvolge le abitudini e tesse i suoi primi rapporti – ad esempio con André Vingt-Trois, che sarà suo successore a capo della diocesi di Parigi – prima di tornare nel 1979 come vescovo ad Orléans dove frequenta assiduamente le parrocchie. Molto presto dimostra la sua attenzione puntigliosa per la liturgia, la sua intransigenza intellettuale, il suo temperamento di capotribù. Il suo percorso si accelera, quando Giovanni Paolo II lo rimanda a Parigi, il 2 febbraio 1981, questa volta al primo posto, quello di arcivescovo, per succedere al cardinale François Marty, pastore ricolmo d’umore e d’umorismo, tutto l’opposto delle rigidità e angolosità di Jean-Marie Lustiger.
Diventa ben presto famoso per la corazza in cui si trincera. Dominique Wolton e Jean-Louis
Missika ci metteranno anni a convincerlo ad aprirsi nel suo libro-confessione Le Choix de Dieu (La scelta di Dio – ed. De Fallois, 1987). Eppure è inesauribile nelle sue omelie curate, spesso pungenti. E’ morbosamente perfezionista, giungendo a pronunciare i suoi discorsi ad alta voce prima di passare alla stesura definitiva.
Del monello parigino ha la franchezza. Sono famose le sue collere, le sue decisioni spesso imperiose. E’ ossessionato dalla paura di complotti, ha un senso acuto della sua superiorità intellettuale e di una missione che lo divora interamente. Chi non lo segue fino in fondo o si oppone a lui è perduto. Gli capita di far saltare le teste del suo “entourage” più prossimo o del suo clero, o ancora di manifestare irritazione nei confronti dei suoi colleghi vescovi.
Il suo anticonformismo fa di lui una personalità battagliera nel dibattito pubblico e mediatico,
impulsiva, sempre controcorrente. Nel 1984 guida la contestazione contro la legge Savary tendente a creare il servizio pubblico dell’istruzione. Un milione di difensori della scuola cattolica scendono in piazza e François Mitterrand fa marcia indietro. In seguito sarà su tutti i fronti della battaglia sociale: la “follia” degli apprendisti-stregoni in medicina, la difesa dell’embrione, il divieto dell’eutanasia, della clonazione, poi le rivolte dei giovani, la disoccupazione, gli immigrati e i “feriti dalla vita”, invitati esclusivi una notte di Natale a Notre-Dame, e infine l’Europa.
Mette in chiaro i rischi e l’importanza dei temi in discussione e colpisce ben al di là dell’opinione
cattolica, nonostante un tono che è sempre quello dell’imprecazione: contro l’Illuminismo e i “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud, etc.) che, rompendo i legami con la Rivelazione e volendo la “morte di Dio”, hanno rischiato di provocare la “morte dell’uomo” a Auschwitz e nei gulag. Contro la “modernità” di un mondo senza Dio. Contro l’avanzata di un “neopaganesimo” che intuisce nelle tesi del Front National. Contro gli idoli del denaro, del sesso, del potere.
Per lui, il vescovo non è un uomo a parte. Deve uscire dalle sacrestie, partecipare ai dibattiti della società civile e del gota intellettuale. Lustiger coltiva le relazioni più audaci. Con i presidenti François Mitterrand e Jacques Chirac gioca “al gatto e al topo”, come afferma lui stesso. La seduzione reciproca è grande, ma le delusioni numerose. Davanti a loro, il cardinale Lustiger sostiene la causa per la libertà delle scuole private, per dei ritmi scolastici conciliabili con la catechesi, per una laicità insieme ferma e rispettosa, per un dialogo ufficiale e regolare tra le autorità della Repubblica e della gerarchia cattolica. Questo sforzo giunge ad un esito positivo con Lionel Jospin e continua anche in seguito. Pur considerandosi figlio della Repubblica francese, si rifiuta, in nome del clero vittima del Terrore, di associarsi, nel 1989, alla commemorazione del bicentenario della Rivoluzione e alla “panteonizzazione” dell’abbé Grégoire, prete costituzionale.
Fin dalla prima volta in cui si presenta il problema del velo in Francia (1989), difende con ardore la legge del 1905 relativa alla separazione delle Chiese e dello Stato. Non smetterà di farlo, protestando anche contro i tentativi di Nicolas Sarkozy di organizzare l’islam di Francia, come se fosse una “religione di Stato”! Per riguardo a Jacques Chirac, allontana, proprio prima delle elezioni presidenziale del 1995, il padre Alain de la Morandais, giudicato troppo a favore dell’altro candidato Balladur, dal suo posto di ambasciatore della Chiesa nell’ambiente politico. Sono queste relazioni atipiche per un uomo di Chiesa che rendono il cardinal Lustiger tanto vicino alla società civile quanto straniero talvolta nella propria Chiesa.

Concezione radicale della fede

Nel collegio cardinalizio – in cui è entrato nel 1983 – Monsignor Lustiger diventa tuttavia uno dei favoriti di Giovanni Paolo II (1978-2005). I due uomini hanno le stesse origini in Polonia, lo stesso amore per la filosofia, una concezione altrettanto radicale della fede cristiana, la stessa visione tragica della storia e della libertà e l’esperienza di due totalitarismi che hanno forgiato il loro temperamento eccezionale. Karol Wojtila incarna la resistenza spirituale in un società comunista atea. Lustiger, da parte sua, lo fa in una società francese laicizzata, secolarizzata all’estremo. Nasce una forte amicizia.

Cresce anche la simpatia tra il papa polacco e una Francia a lungo scettica nei suoi riguardi. La
svolta ha luogo nel 1996, in occasione di un riuscito viaggio di Giovanni Paolo II a Reims il 1500° anniversario del battesimo di Clodoveo – in un contesto di ostilità e di derisione laiche – e soprattutto nel 1997, in occasione delle Giornate mondiali della gioventù di Parigi. Un milione di giovani invadono il prato di Longchamps in agosto. E’ un trionfo per il papa e per il cardinal Lustiger, apostolo per la Francia della nuova evangelizzazione e di un cattolicesimo giovane e
libero da complessi. A Parigi, le sue iniziative non ricevono mai un consenso unanime. Ridefinisce e rilancia le parrocchie, si scontra con dei parroci onnipotenti, crea nel 1981 Radio Notre-Dame, poi nel 1999 la prima televisione cattolica, KTO. Il suo clero e i suoi confratelli vescovi lo accusano di “culto della personalità” quando crea i suoi percorsi per la formazione dei preti e per l’insegnamento teologico (la Scuola-Cattedrale).
Sordo alle critiche, Lustiger procede. La sua ultima grande iniziativa è stata una manifestazione di massa dei cattolici di Parigi per la festa di Ognissanti 2004. Paradossalmente, questo cardinale, che ottenne il massimo riconoscimento con l’elezione all’Académie Française nel 1995, è sempre stato battuto nelle elezioni per la presidenza della Conferenza episcopale francese. Ma quest’uomo, che conosce bene la sua storia ebraica, sa che nessuno è profeta in patria.

Figlio dell’Antica e Nuova Alleanza

E’ nella riconciliazione tra la Chiesa e l’ebraismo che Aaron Lustiger, figlio di una famiglia ebrea e di una madre deportata ed uccisa ad Auschwitz ha mostrato la sua statura. Figlio dell’Antico e del Nuovo Testamento, come lui stesso si definiva, ha portato nella carne la sofferenza e la vocazione proprie del popolo ebraico. La singolarità della Shoah stava per lui nella volontà assoluta di sterminare “il popolo ebraico in quanto portatore della Parola divina, della Legge, dei Comandamenti”. Ossia una rottura per la cancellazione delle frontiere fra bene e male, rimasta una “tentazione universale”. Non spiegava altrimenti i drammi posteriori della Cambogia, del Ruanda o della Bosnia.
Non aveva ricevuto una grande educazione ebraica, ma aveva un senso acuto del destino del popolo ebraico e del suo posto privilegiato nella storia della salvezza. Con la sua conversione e la sua entrata nella Chiesa, compiva la vocazione di Israele, la “promessa” fatta da Dio al suo popolo, ma anche alle “nazioni”, ai gentili, ai pagani. Amava dire che più la sua fede cristiana era maturata, più il Cristo gli era apparso come il “Messia di Israele”. (La Promesse, Parole et silence, 2002).
Fin dal 1981 aveva interpretato la sua nomina ad arcivescovo di Parigi come la “evidenziazione” della parte di ebraismo che il cristianesimo porta in sé. Ed aveva usato questa formula che allora a molti non era piaciuta: “E’ come se tutto ad un tratto i crocifissi si fossero messi a portare la stella gialla!” Chiaramente il suo discorso fu largamente incompreso nella comunità ebraica. Gli è valso dei battibecchi con il suo amico Elie Wiesel ed una polemica, in visita a Tel-Aviv nel 1996, con il gran rabbino Meïr Lau d’Israele.
Nel dialogo ufficiale tra cattolici ed ebrei, compariva poco sulla scena, spingendo invece in primo piano il suo amico Albert Decourtray (morto nel 1994), arcivescovo di Lione, unico ad accompagnarlo, il 23 giugno 1983, nella sua prima visita ad Auschwitz, la “tomba” di sua madre. Con Théo Klein e altre personalità ebraiche e cattoliche, ha condotto le delicate trattative per tentare di risolvere nel 1983 il caso della carmelitane polacche che si erano stabilite nel campo di Auschwitz e che accetteranno di lasciare questo luogo solo dieci anni dopo (nel 1994).
Dopo l’irritazione degli inizi, il suo ruolo e il suo prestigio non cesseranno più di aumentare nella comunità ebraica. Monsignor Lustiger sarà uno dei primi ispiratori ed autori della dichiarazione di “pentimento” dell’episcopato francese nel settembre 1997 a Drancy e un artigiano del successo della visita di Giovanni Paolo II a Gerusalemme nel 2000. La loro visita a Yad Vashem e al muro del pianto fu un pellegrinaggio della memoria, del riconoscimento del debito cristiano ai “fratelli maggiori” ebrei. Un passo inaudito, ma non ancora conclusivo, della riconciliazione tra “l’ulivo buono” di cui parlava San Paolo e “l’ulivo selvatico”.
Alla fine della sua vita, Monsignor Lustiger rappresenta ancora il papa nel gennaio 2005, in occasione delle cerimonie del 50° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz. E, nel
maggio 2006, sarà presente a Birkenau, sulla rampa della morte, accanto a Benedetto XVI. Nonostante il procedere della malattia guidava delegazioni di cardinali di tutto il mondo e di vescovi francesi negli ambienti ebrei più ortodossi di New York. La sua ultima visita risale al marzo 2007.

Publié dans : Jean_marie Lustiger |le 31 janvier, 2009 |Pas de Commentaires »

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