Archive pour septembre, 2008

Beata Teresa di Calcutta: « Fate attenzione a come ascoltate »

dal sito: 

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Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Love

« Fate attenzione a come ascoltate »

Ascolta in silenzio. Perché se il tuo cuore trabocca di mille cose, non puoi sentirvi la voce di Dio. Ma dal momento che comincerai ad ascoltare la voce di Dio nel tuo cuore pacificato, esso si riempirà di Dio. Questo chiede molti sacrifici. Se pensiamo, se vogliamo pregare, dobbiamo prepararci. Senz’indugio. Si tratta qui soltanto delle prime tappe verso la preghiera. Se non le compiamo con determinazione, non giungeremo mai all’ultima tappa, che è cioè la presenza di Dio.

Per questo l’apprendistato della preghiera deve essere perfetto fin dall’inizio: ci mettiamo in ascolto della voce di Dio nel nostro cuore; e, nel silenzio del cuore, Dio comincia a parlare. Poi, dalla pienezza del cuore sale ciò che la bocca deve dire. Qui si opera il congiungimento. Nel silenzio del cuore, Dio parla e non hai nulla da fare se non ascoltarlo. Poi, quando il tuo cuore è entrato nella pienezza perché si trova pieno di Dio, pieno di amore, pieno di compassione, pieno di fede, spetta alla tua bocca pronunciarsi.

Ricorda, prima di parlare, che è necessario ascoltare e solo allora, dal fondo del tuo cuore illuminato, potrai parlare e Dio potrà ascoltarti.

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Mons. Ravasi, superare la diffidenza tra evoluzionismo e teologia

dal sito: 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13238&theme=3&size=A

16/09/2008 15:23
VATICANO
Mons. Ravasi, superare la diffidenza tra evoluzionismo e teologia

Presentato in Vaticano un convegno internazionale che si propone di esaminare lopera di Darwin scientificamente, eliminando quel contesto ideologico tra evoluzionisti e creazionisti che oggi la segna e la diffidenza tra darwinismo e teologia.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Non c’è incompatibilità a priori tra la teoria dell’evoluzione, linsegnamento biblico e la teologia, c’è però bisogno di fare chiarezza, a 150 anni dalla pubblicazione, sullopera di Charles Darwin, che oggi viene ancora troppo spesso discussa più in chiave ideologica che non scientifica, ingenerando confusioni, fino alla opposizione frontale fra evoluzionismo e creazionismo, presente soprattutto nel mondo americano.

Questo lobiettivo che si pone il convegno internazionale « Biological Evolution: Facts and Theories. A Critical Appraisal 150 years after ‘The Origin of Species’« , che si terrà a Roma dal 3 al 7 marzo 2009, organizzato congiuntamente dalla Pontificia università Gregoriana e dalla Notre Dame University (Indiana, USA), sotto il patrocinio del Pontificio consiglio della cultura nellambito del progetto STOQ (Science, Theology and the ontological Quest), e che è stato presentato oggi in Vaticano.

La Chiesa cattolica è molto interessata a tale questione. Essa, peraltro, non ha mai condannato lopera di Darwin e molti papi, fin da Pio XII hanno affermato che levoluzionismo non è in contrasto con la fede. Anzi, mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura (nella foto), ha sottolineato oggi il discorso che Giovanni Paolo II fece nel 1996 alla Pontificia accademia delle scienze, nel quale affermava che levoluzione si presenta non più come mera ipotesi, ma come teoria che si è progressivamente imposta allattenzione dei ricercatori a seguito di scoperte fatte in diverse discipline.

Di qui, ha aggiunto il presidente del Pontificio consiglio, limportanza del confronto tra evoluzione e teologia, che devono superare la reciproca diffidenza. Questo confronto, ha aggiunto, è diventato come un emblema del rapporto tra scienza e fede. Il convegno – ha concluso – cerca di intrecciare in armonia parte scientifica con parte filosofica e teologica, in un ascolto reciproco.

Tra i partecipanti dell’incontro ci saranno scienziati di ogni fede e anche non credenti, filosofi e teologi, cattolici e protestanti. Non ci saranno invece esponenti dell’Intelligent Design. Si tratta, come ha spiegato p. Marc Leclerc, docente di filosofia della natura alla Gregoriana, di coloro che, soprattutto negli Usa, hanno contribuito alla attuale confusione, perché, pur ammettendo il fatto massiccio dell’evoluzione delle specie, intende fare leve sulle insufficienze della teoria neodarwiniana per proporsi in qualche modo in spiegazione alternativa, allo stesso livello: come se solo il disegno intelligente di Dio potesse spiegare i processi dell’evoluzione. In questo modo, si arriva a confondere i due piani distinti della finalità” e del meccanismo.

Daltro canto, come ha evidenziato Gennaro Auletta, direttore scientifico del progetto STOQ e docente di Filosofia della scienza alla Gregoriana, un confronto sulla cruciale questione dellevoluzione, tra scienziati, filosofi e teologi, non è una cosa del tutto irrilevante, e perfino coloro che usano la teoria dellevoluzione in chiave anti-religiosa e anti-umanistica, proprio nel fare questo, dovrebbero riconoscerlo.

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San Matteo (oggi)

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Omelia del Papa per la dedicazione dell’altare della Cattedrale di Albano

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Omelia del Papa per la dedicazione dell’altare della Cattedrale di Albano

ALBANO, domenica, 21 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata questa domenica da Benedetto XVI ad Albano (Roma) in occasione della dedicazione dell’altare della Cattedrale.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

L’odierna Celebrazione è quanto mai ricca di simboli e la Parola di Dio che è stata proclamata ci aiuta a comprendere il significato e il valore di quanto stiamo compiendo. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto della purificazione del Tempio e della dedicazione del nuovo altare degli olocausti ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C., tre anni dopo che il Tempio era stato profanato da Antioco Epifane (cfr 1 Mac 4,52-59). A ricordo di quell’avvenimento, venne istituita la festa della Dedicazione, che durava otto giorni. Tale festa, legata inizialmente al Tempio dove il popolo si recava in processione per offrire sacrifici, era anche allietata dall’illuminazione delle case ed è sopravvissuta, sotto questa forma, dopo la distruzione di Gerusalemme.

L’Autore sacro sottolinea giustamente la gioia e la letizia che caratterizzarono quell’avvenimento. Ma quanto più grande, cari fratelli e sorelle, deve essere la nostra gioia sapendo che sull’altare, che ci accingiamo a consacrare, ogni giorno si offrirà il sacrificio di Cristo; su questo altare Egli continuerà ad immolarsi, nel sacramento dell’Eucaristia, per la salvezza nostra e del mondo intero. Nel Mistero eucaristico, che in ogni altare si rinnova, Gesù si fa realmente presente. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé; ci attira con la forza del suo amore facendoci uscire da noi stessi per unirci a Lui, facendo di noi una cosa sola con Lui.

La presenza reale di Cristo fa di ciascuno di noi la sua « casa », e tutti insieme formiamo la sua Chiesa, l’edificio spirituale di cui parla anche san Pietro. « Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio – scrive l’Apostolo -, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo » (1 Pt 2, 4-5). Quasi sviluppando questa bella metafora, sant’Agostino osserva che mediante la fede gli uomini sono come legni e pietre presi dai boschi e dai monti per la costruzione; mediante il battesimo, la catechesi e la predicazione vengono poi sgrossati, squadrati e levigati; ma risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Quando i credenti sono reciprocamente connessi secondo un determinato ordine, mutuamente e strettamente giustapposti e coesi, quando sono uniti insieme dalla carità diventano davvero casa di Dio che non teme di crollare (cfr Serm., 336).

E’ dunque l’amore di Cristo, la carità che « non avrà mai fine » (1 Cor 13,8), l’energia spirituale che unisce quanti partecipano allo stesso sacrificio e si nutrono dell’unico Pane spezzato per la salvezza del mondo. E’ infatti possibile comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra di noi? Come allora presentarci all’altare di Dio divisi, lontani gli uni dagli altri? Quest’altare, sul quale tra poco si rinnova il sacrificio del Signore, sia per voi, cari fratelli e sorelle, un costante invito all’amore; ad esso vi accosterete sempre con il cuore disposto ad accogliere l’amore di Cristo e a diffonderlo, a ricevere e a concedere il perdono. A tale proposito ci offre un’importante lezione di vita il brano evangelico che poc’anzi è stato proclamato (cfr Mt 5,23-24). E’ un breve, ma pressante e incisivo appello alla riconciliazione fraterna, riconciliazione indispensabile per presentare degnamente l’offerta all’altare; un richiamo che riprende l’insegnamento ben presente già nella predicazione profetica. Anche i profeti infatti denunciavano con vigore l’inutilità di quegli atti di culto privi di corrispondenti disposizioni morali, specialmente nei rapporti verso il prossimo (cfr Is 1,10-20; Am 5, 21-27; Mic 6, 6-8). Ogni volta quindi che vi accostate all’altare per la Celebrazione eucaristica, si apra il vostro animo al perdono e alla riconciliazione fraterna, pronti ad accettare le scuse di quanti vi hanno ferito e pronti, a vostra volta, a perdonare. Nella liturgia romana il sacerdote, compiuta l’offerta del pane e del vino, inchinato verso l’altare, prega sommessamente: « Umili e pentiti accoglici, Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te ». Si prepara così ad entrare, con l’intera assemblea dei fedeli, nel cuore del mistero eucaristico, nel cuore di quella liturgia celeste a cui fa riferimento la seconda lettura, tratta dall’Apocalisse. San Giovanni presenta un angelo che offre « molti profumi insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro posto dinanzi al trono » di Dio (cfr Ap 8, 3). L’altare del sacrificio diventa, in un certo modo, il punto d’incontro fra Cielo e terra; il centro, potremmo dire, dell’unica Chiesa che è celeste ed al tempo stesso pellegrina sulla terra, dove, tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, i discepoli del Signore ne annunziano la passione e la morte fino al suo ritorno nella gloria (cfr Lumen gentium, 8). Anzi, ogni Celebrazione eucaristica anticipa già il trionfo di Cristo sul peccato e sul mondo, e mostra nel mistero il fulgore della Chiesa, « sposa immacolata dell’Agnello immacolato, Sposa che Cristo ha amato e per lei ha dato se stesso, al fine di renderla santa » (ibid., 6).

Queste riflessioni suscita in noi il rito che ci apprestiamo a compiere in questa vostra Cattedrale, che oggi ammiriamo nella sua rinnovata bellezza e che giustamente volete continuare a rendere sempre più accogliente e decorosa. Un impegno che tutti vi coinvolge e che, in primo luogo, chiede all’intera Comunità diocesana di crescere nella carità e nella dedizione apostolica e missionaria. In concreto, si tratta di testimoniare con la vita la vostra fede in Cristo e la totale fiducia che riponete in Lui. Si tratta pure di coltivare la comunione ecclesiale che è anzitutto un dono, una grazia, frutto dell’amore libero e gratuito di Dio, qualcosa cioè di divinamente efficace, sempre presente e operante nella storia, al di là di ogni apparenza contraria. La comunione ecclesiale è però anche un compito affidato alla responsabilità di ciascuno. Vi doni il Signore di vivere una comunione sempre più convinta ed operosa, nella collaborazione e nella corresponsabilità ad ogni livello: tra presbiteri, consacrati e laici, tra le diverse comunità cristiane del vostro territorio, tra le varie aggregazioni laicali.

Rivolgo ora il mio cordiale saluto al vostro Vescovo Mons. Marcello Semeraro, che ringrazio per l’invito e per le cortesi parole di benvenuto con cui ha voluto accogliermi a nome di tutti voi. Desidero pure esprimergli sentimenti di fervido augurio, nella ricorrenza del decimo anniversario della sua consacrazione episcopale. Un pensiero speciale dirigo al Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, Titolare di questa vostra Diocesi Suburbicaria, che oggi si unisce alla nostra gioia. Saluto gli altri Presuli presenti, i sacerdoti, le persone consacrate, i giovani e gli anziani, le famiglie, i bambini, gli ammalati, abbracciando con affetto tutti i fedeli della Comunità diocesana spiritualmente qui riunita. Un saluto alle Autorità che ci onorano della loro presenza, ed in primo luogo al Signor Sindaco di Albano, al quale pure sono riconoscente per le cortesi parole che mi ha indirizzato all’inizio della Santa Messa. Su tutti invoco la celeste protezione di san Pancrazio, titolare di questa Cattedrale, e dell’apostolo Matteo, del quale la liturgia oggi fa memoria.

Invoco, in particolare, la materna intercessione della Beata Vergine Maria. In questa giornata, che corona gli sforzi, i sacrifici e l’impegno da voi compiuti per dotare la Cattedrale di un rinnovato spazio liturgico, con opportuni interventi che hanno interessato la Cattedra episcopale, l’Ambone e l’Altare, vi ottenga la Madonna di poter scrivere in questo nostro tempo un’altra pagina di santità quotidiana e popolare, che vada ad aggiungersi a quelle che hanno segnato nel corso dei secoli la vita della Chiesa di Albano. Non mancano certo, come ha ricordato il vostro Pastore, difficoltà, sfide e problemi, ma grandi sono anche le speranze e le opportunità per annunciare e testimoniare l’amore di Dio. Lo Spirito del Signore risorto, che è lo Spirito della Pentecoste, vi apra ai suoi orizzonti di speranza ed alimenti in voi lo slancio missionario verso i vasti orizzonti della nuova evangelizzazione. Per questo preghiamo, proseguendo la nostra Celebrazione eucaristica.

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Discorso del Papa ai partecipanti a un corso promosso dal dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli (c’è il pensiero di San Paolo)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15477?l=italian

Discorso del Papa ai partecipanti a un corso promosso dal dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli

CASTEL GANDOLFO, domenica, 21 settembre 2008 (ZENIT.org).- Riportiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI questo sabato mattina ricevendo in udienza i Vescovi di recente nomina partecipanti a un Corso di aggiornamento promosso dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

* * *

Carissimi Fratelli nell’Episcopato!

Vi accolgo con gioia in occasione del Seminario di aggiornamento promosso dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Ringrazio sentitamente per il fraterno saluto che mi è stato rivolto dal Prefetto, il Signor Cardinale Ivan Dias, a nome di tutti voi. Il Convegno a cui partecipate si situa nel corso dell’Anno Paolino, che stiamo celebrando in tutta la Chiesa con l’intento di approfondire la conoscenza dello spirito missionario e della personalità carismatica di san Paolo, da tutti considerato il grande Apostolo delle genti.

Sono certo che lo spirito di questo « maestro delle genti nella fede e nella verità

 » (1 Tm 2,7; cfr 2 Tm 1,11) si è fatto presente nella vostra preghiera, nelle vostre riflessioni e condivisioni, e non mancherà di illuminare e di arricchire il vostro ministero pastorale ed episcopale. Nell’omelia per l’inaugurazione dell’Anno Paolino, commentando l’espressione « maestro delle genti », osservavo come questa parola si apra sul futuro, proiettando l’animo dell’Apostolo verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi semplicemente una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, è l’apostolo e il banditore di Gesù Cristo anche per noi. Sì, egli è il nostro maestro e da lui dobbiamo imparare a guardare con simpatia i popoli ai quali siamo inviati. Da lui dobbiamo anche imparare a cercare in Cristo la luce e la grazia per annunciare oggi la Buona Novella; al suo esempio dobbiamo rifarci per essere instancabili nel percorrere i sentieri umani e geografici del mondo odierno, portando il Cristo a quelli che Gli hanno già aperto il cuore e a quelli che non Lo hanno ancora conosciuto.La vostra vita di Pastori per molti aspetti rassomiglia a quella dell’apostolo Paolo. Spesso il campo del vostro lavoro pastorale è molto vasto ed estremamente difficile e complesso. Geograficamente, le vostre Diocesi sono, per la maggior parte, molto estese e non di rado prive di vie e di mezzi di comunicazione. Ciò rende difficile il raggiungimento dei fedeli più lontani dal centro delle vostre comunità diocesane. Per di più, sulle vostre società, come altrove, si abbatte con sempre maggiore violenza il vento della scristianizzazione, dell’indifferentismo religioso, della secolarizzazione e della relativizzazione dei valori. Ciò crea un ambiente di fronte al quale le armi della predicazione possono apparire, come nel caso di Paolo ad Atene, prive della forza necessaria. In molte regioni i cattolici sono una minoranza, a volte anche esigua. Ciò vi impegna a confrontarvi con altre religioni ben più forti e non sempre accoglienti nei vostri confronti. Non mancano, infine, situazioni in cui, come Pastori, dovete difendere i vostri fedeli di fronte alla persecuzione e ad attacchi violenti.

Non abbiate paura e non vi scoraggiate per tutti questi inconvenienti, a volte anche pesanti, ma lasciatevi consigliare ed ispirare da san Paolo che dovette soffrire molto per le stesse cause, come apprendiamo dalla sua Seconda Lettera ai Corinzi. Nel percorrere i mari e le terre, egli subì persecuzioni, flagellazioni ed anche la lapidazione; affrontò i pericoli dei viaggi, la fame, la sete, frequenti digiuni, freddo e nudità, lavorò senza stancarsi vivendo fino in fondo la preoccupazione per tutte le Chiese (cfr 2 Cor 11,24ss). Egli non sfuggiva le difficoltà e le sofferenze, perché era ben conscio che esse fanno parte della croce che da cristiani bisogna portare ogni giorno. Capì fino in fondo la condizione a cui la chiamata di Cristo espone il discepolo: « Chi vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt 16,24). Per tale motivo raccomandava al figlio spirituale e discepolo Timoteo: « Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo » (2 Tm 1,8), indicando in questo modo che l’evangelizzazione ed il suo successo passano attraverso la croce e la sofferenza. La sofferenza unisce a Cristo ed ai fratelli ed esprime la pienezza dell’amore, la cui fonte e prova suprema è la stessa croce di Cristo.

Paolo era giunto a questa convinzione a seguito dell’esperienza delle persecuzioni che aveva dovuto affrontare nella predicazione del Vangelo; ma aveva scoperto per quella via la ricchezza dell’amore di Cristo e la verità della sua missione di Apostolo. Nell’omelia dell’inaugurazione dell’Anno Paolino dicevo in proposito: « La verità che aveva sperimentato nell’incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era 1′essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore ». Sì, Paolo fu un uomo « conquistato » (Fil 3,12) dall’amore di Cristo e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro.

Carissimi Fratelli nell’Episcopato! Siete all’inizio del vostro ministero episcopale. Non esitate a ricorrere a questo potente maestro dell’evangelizzazione, imparando da lui come amare Cristo, come sacrificarvi nel servizio degli altri, come identificarvi con i popoli in mezzo ai quali siete chiamati a predicare il Vangelo, come proclamare e testimoniare la sua presenza di Risorto. Sono lezioni per il cui apprendimento è indispensabile invocare con insistenza l’aiuto della grazia di Cristo. A tale grazia Paolo fa costantemente appello nelle sue Lettere. Voi che, come successori degli Apostoli, siete i continuatori della missione di Paolo nel portare il Vangelo alle genti, sappiate ispirarvi a lui nel comprendere la vostra vocazione in stretta dipendenza dalla luce dello Spirito di Cristo. Egli vi guiderà sulle strade spesso impervie, ma sempre appassionanti, della nuova evangelizzazione. Vi accompagno nella vostra missione pastorale con la mia preghiera e con un’affettuosa Benedizione Apostolica, che imparto ad ognuno di voi e a tutti i fedeli delle vostre Comunità cristiane.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 21 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Maria ed il bambino Gesù

Maria ed il bambino Gesù dans immagini sacre

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« Non posso fare delle mie cose quello che voglio ? »

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Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatèssaron, 15, 15-17 ; SC 121, 273

« Non posso fare delle mie cose quello che voglio ? »

Questi uomini erano pronti a lavorare ma « nessuno li aveva presi a giornata » ; pur laboriosi, erano oziosi per mancanza di lavoro e di un padrone. Poi una voce li ha assunti, una parola li ha messi in cammino e, nel loro zelo, non si sono accordati in anticipo per il prezzo del loro lavoro come fecero i primi. Il padrone ha valutato il loro operare con saggezza e li ha pagati quanto gli altri. Il nostro Signore ha pronunciato questa parabola perché nessuno dica : « Siccome non sono stato chiamato da giovane, non posso essere ricevuto ». Egli ha mostrato che, qualunque sia il momento della sua conversione, ogni uomo viene accolto… « Uscì alla mattina, alla terza, alla sesta, alla nona e all’undicesima ora » : possiamo intendere questo come dall’inizio della sua predicazione, lungo il corso della sua vita fino alla croce, poiché « all’undicesima ora » il ladrone è entrato nel Paradiso (Lc 23,43). Affinché non si incrimini il ladrone, il nostro Signore afferma la sua buona volontà ; se fosse stato assunto, avrebbe lavorato: «Nessuno ci ha presi a giornata ».

Ciò che noi diamo al nostro Signore è veramente indegno di lui e ciò che egli ci dà e proprio ci supera. Siamo assunti per un lavoro proporzionato alle nostre forze, ma ci viene proposta una paga maggiore di quello che meritiamo con il nostro lavoro….Dio agisce allo stesso modo con i primi e con gli ultimi ; « ricevettero per ciascuno un denaro » portando l’immagine del Re. Questo significa che il pane della vita (Gv 6,35) è lo stesso per tutti gli uomini ; unico è il rimedio di vita per quanti lo prendono.

Nel lavoro della vigna, non si può rimproverare al padrone la sua bontà, e non si trova da ridire sulla sua rettitudine. Nella sua rettitudine, ha dato come era convenuto, e nella sua bontà, si è mostrato misericordioso come ha voluto. Per insegnare questo il nostro Signore ha pronunciato questa parabola, e ha riassunto tutto con queste parole:«Non posso fare delle mie cose quello che voglio?»

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Martin Buber : NON PREOCCUPARSI DI SÉ

dal sito: 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano3/cammino_uomo5.htm

Martin Buber

IL CAMMINO DELL’UOMO

Comunità di Bose

NON PREOCCUPARSI DI SÉ

Quando Rabbi Hajim di Zans ebbe unito in matrimonio suo figlio con la figlia di Rabbi Eleazaro, il giorno dopo le nozze si recò dal padre della sposa e gli disse: « O suocero, eccoci parenti, ormai siamo così intimi che vi posso dire ciò che mi tormenta il cuore. Vedete: ho barba e capelli bianchi e non ho ancora fatto penitenza! ». « Ah, suocero – gli rispose Rabbi Eleazaro – voi pensate solo a voi stesso. Dimenticatevi di voi e pensate al mondo! ».

Questo può sembrare contraddire tutto quanto ho detto finora in queste pagine sull’insegnamento del chassidismo. Abbiamo imparato che ogni uomo deve ritornare a se stesso, che deve abbracciare il suo cammino particolare, che deve portare a unità il proprio essere, che deve cominciare da se stesso; ed ecco che ora ci viene detto che deve dimenticare se stesso! Eppure basta prestare un po’ più di attenzione per rendersi conto che quest’ultimo consiglio non solo si accorda perfettamente con gli altri, ma si integra nell’insieme come un elemento necessario, uno stadio indispensabile, nel posto che gli compete. Basta porsi quest’unica domanda: « A che scopo? »; a che scopo ritornare in me stesso, a che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a unità il mio essere? Ed ecco la risposta: « Non per me ». Perciò anche prima si diceva: cominciare da se stessi. Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé.

Il racconto ci presenta uno zaddik, un uomo saggio, pio e caritatevole che, giunto alla vecchiaia, confessa di non aver ancora compiuto l’autentico ritorno. La risposta che riceve sembra nascere dalla convinzione che egli sopravvaluti eccessivamente la gravità dei propri peccati e che, d’altro canto, sminuisca altrettanto eccessivamente il valore della penitenza fatta fino a quel momento. Ma le parole pronunciate vanno oltre e, in modo assolutamente generale, affermano: « Invece di tormentarti incessantemente per le colpe commesse, devi applicare la forza d’animo utilizzata per questa autoaccusa all’azione che sei chiamato a esercitare sul mondo. Non di te stesso, ma del mondo ti devi preoccupare! « .

Dobbiamo innanzitutto capire bene cosa viene detto qui a proposito del ritorno. Sappiamo che il ritorno si trova al centro della concezione ebraica del cammino dell’uomo: ha il potere di rinnovare l’uomo dall’interno e di trasformare il suo ambito nel mondo di Dio, al punto che l’uomo del ritorno viene innalzato sopra lo zaddik perfetto, il quale non conosce l’abisso del peccato. Ma ritorno significa qui qualcosa di molto più grande di pentimento e penitenze; significa che l’uomo che si è smarrito nel caos dell’egoismo – in cui era sempre lui stesso la meta prefissata – trova, attraverso una virata di tutto il suo essere, un cammino verso Dio, cioè il cammino verso l’adempimento del compito particolare al quale Dio ha destinato proprio lui, quest’uomo particolare. Il pentimento allora è semplicemente l’impulso che fa scattare questa virata attiva; ma chi insiste a tormentarsi sul pentimento, chi fustiga il proprio spirito continuando a pensare all’insufficienza delle proprie opere di penitenza, costui toglie alla virata il meglio delle sue energie.

In una predicazione pronunciata all’apertura del Giorno dell’Espiazione, il Rabbi di Gher usò parole audaci e piene di vigore per mettere in guardia contro l’autofustigazione: « Chi parla sempre di un male che ha commesso e vi pensa sempre, non cessa di pensare a quanto di volgare egli ha commesso, e in ciò che si pensa si è interamente, si è dentro con tutta l’anima in ciò che si pensa, e così egli è dentro alla cosa volgare; costui non potrà certo fare ritorno perché il suo spirito si fa rozzo, il cuore s’indurisce e facilmente l’afflizione si impadronisce di lui. Cosa vuoi? Per quanto tu rimesti il fango, fango resta. Peccatore o non peccatore, cosa ci guadagna il cielo? Perderò ancora tempo a rimuginare queste cose? Nel tempo che passo a rivangare posso invece infilare perle per la gioia del cielo! Perciò sta scritto: ‘Allontanati dal male e fa’ il bene », volta completamente le spalle al male, non ci ripensare e fa’ il bene. Hai agito male? Contrapponi al male l’azione buona! ». Ma l’insegnamento del nostro racconto va oltre: chi si fustiga incessantemente per non aver ancora fatto sufficiente penitenza si preoccupa essenzialmente della salvezza della propria anima e quindi della propria sorte personale nell’eternità. Rifiutando questo obbiettivo, il chassidismo non fa altro che trarre una conseguenza dall’insegnamento dell’ebraismo in generale. Uno dei principali punti su cui un certo cristianesimo si è distaccato dall’ebraismo consiste proprio nel fatto che quel cristianesimo assegna a ogni uomo come scopo supremo la salvezza della propria anima. Agli occhi dell’ebraismo, invece, ogni anima umana è un elemento al servizio della creazione di Dio chiamata a diventare, in virtù dell’azione dell’uomo, il regno di Dio; così a nessun’anima è fissato un fine interno a se stessa, nella propria salvezza individuale. E vero che ciascuno deve conoscersi, purificarsi, giungere alla pienezza; ma non a vantaggio di se stesso, non a beneficio della sua felicità terrena o della sua beatitudine celeste, bensì in vista dell’opera che deve compiere sul mondo di Dio. Bisogna dimenticare se stessi e pensare al mondo.

Il fatto di fissare come scopo la salvezza della propria anima è considerato qui solo come la forma più sublime di egocentrismo. Ed è quanto il chassidismo rifiuta in modo assolutamente categorico, soprattutto quando si tratta di un uomo che ha trovato e sviluppato il proprio sé. Insegnava Rabbi Bunam: « Sta scritto: ‘E Kore prese . Ma cosa prese? Se stesso voleva prendere; perciò nulla di ciò che faceva poteva essere buono ». Per questo contrappose al Kore eterno il Mosè eterno, l’ »umile », l’uomo che, in quello che fa, non pensa a se stesso: « In ogni generazione ritornano l’anima di Mosè e l’anima di Kore. E se una volta l’anima di Kore si sottometterà di buon grado all’anima di Mosè, Kore sarà redento ». Così Rabbi Bunam vede in un certo senso la storia del genere umano in cammino verso la liberazione come un evento che si svolge tra questi due tipi di uomini: l’orgoglioso che, magari sotto l’apparenza più nobile, pensa a se stesso, e l’umile che in ogni cosa pensa al mondo. Solo quando cede all’umiltà l’orgoglio è redento, e solo quando questo è redento, il mondo a sua volta può essere redento.

Dopo la morte di Rabbi Bunam, uno dei suoi discepoli – il Rabbi di Gher, appunto, dalla cui predica per il Giorno dell’Espiazione ho citato alcuni brani – afferma: « Rabbi Bunam aveva le chiavi di tutti i firmamenti. E perché stupirsene? All’uomo che non pensa a se stesso si consegnano tutte le chiavi ».

E il più grande discepolo di Rabbi Bunam, colui che, tra tutti gli zaddik, fu il personaggio tragico per eccellenza, Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: « Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi ». Il che significa: primo, che ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; secondo, che ciascuno deve rispettare il mistero dell’anima del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un’indiscrezione impudente e dall’utilizzarlo per i propri fini; terzo, che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine.

Publié dans:ebraismo, meditazioni |on 21 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Beato Luigi Orione: Lavorare cercando Dio solo

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010731_luigi-orione_it.html

Lavorare cercando Dio solo

« Ieri mi trovavo nella camera di un buon prete e là mi cadde lo sguardo su queste parole: Dio solo!

Il mio sguardo in quel momento era pieno di stanchezza e di dolore, e la mente ripensava a tante giornate piene di affanno come quelle di ieri, e sopra il turbinio di tante angosce, e sopra il suono confuso di tanti sospiri, mi pareva fosse la voce affabile e buona del mio angelo: Dio solo!, anima sconsolata, Dio solo!

Su duna finestra cera una pianta di ciclamini, più avanti un corridoio e alcuni preti piamente a meditare e più avanti un crocifisso, un caro e venerato crocifisso che mi ricordava anni belli e indimenticabili, e lo sguardo pieno di pianto andò a finire là ai piedi del Signore. E mi pareva che lanima si rialzasse, e che una voce di pace e di conforto scendesse da quel cuore trafitto, e mi invitasse a salire in alto, a confidare a Dio i miei dolori e a pregare.

Che silenzio dolce e pieno di pace…! e nel silenzio Dio solo! andavo ripetendo tra me Dio solo!

E mi pareva sentire come unatmosfera benefica e calma attorno alla mia anima!… E allora vidi dietro di me la ragione delle pene presenti: vidi che invece di cercare nel mio lavoro di piacere a Dio solo! era da anni che andavo mendicando la lode degli uomini, ed ero in una continua ricerca, in un continuo affanno di qualcu­no che mi potesse vedere, apprezzare, applaudire, e conchiusi tra me: bisogna cominciare vita nuova anche qui: lavorare cercando Dio solo!

Lo sguardo di Dio è come una rugiada che fortifica, è come un raggio luminoso che feconda e dilata: lavoriamo dunque senza chiasso e senza tregua, lavoriamo allo sguardo di Dio, di Dio solo!

Lo sguardo umano è raggio cocente che fa impallidire i colori anche i più resistenti: sarebbe pel nostro caso come il soffio gelato del vento che piega, curva, guasta il gambo ancor tenero di questa povera pianticella.

Ogni azione fatta per far chiasso e per essere visti, perde la sua freschezza agli occhi del Signore: è come un fiore passato per più mani e che è appena presentabile. ()

Dio solo!oh com’è utile e consolante il volere Dio solo per testimonio! Dio solo, è la santità nel suo grado più elevato! Dio solo, è la sicurezza meglio fondata di entrare un giorno nel cielo.

Dio solo,figli miei, Dio solo!« 

Da LOpera della Divina Provvidenza del Beato Luigi Orione (1872-1940) (3 settembre 1899).

Preghiera

Fa, o mio Dio, che tutta questa povera vita mia sia un solo cantico di divina carità in terra, perché voglio che sia per la tua grazia, o Signore un solo cantico di divina carità in cielo! (del Beato Luigi Orione)

A cura del « Movimento dei Focolari »

Publié dans:meditazioni, Santi |on 21 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

San Gennaro

San Gennaro dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2008 |Pas de commentaires »
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