Archive pour septembre, 2008

« Lo Sposo è con loro »

dal sito:

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San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Sul Cantico dei Cantici, n° 83

« Lo Sposo è con loro »

L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari… L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-Amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore? Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all’Amore, ella che nel ricambiare l’Amore mira a uguagliarlo.

Si obietterà però che anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell’Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell’amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l’amante e l’Amore, l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente infatti dà sempre molte più di quanto basti all’assetato… Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l’ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza con il miele, in mitezza con l’agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l’Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutto se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto…

Questo è l’amore puro e desinteressato, l’amore più delicato, tanto ricco di pace quanto sincero, scambievole intimo, forte, che unisce i due amanti non in una sola carne bensì in uno solo spirito, cosicché non siano più due ma una sola cosa, secondo san Paolo: «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6,17).

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« Madonnella », Piazza dell’Orologio, Roma

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Benedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15246?l=italian

Benedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

Per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI.

Nel suo discorso, il Papa ha ripreso oggi il ciclo di catechesi dedicato all’approfondimento della figura e del pensiero dell’apostolo Paolo, soffermandosi in particolare sulla sua biografia.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all’evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara « vecchio » (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano « giovane » (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, « giovane » era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre « vecchio » era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l’anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant’anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell’anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell’anno 8.

In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall’originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di « fabbricatore di tende » (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l’età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (« figlio del precetto »), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).

Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l’identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente « perseguitato la Chiesa di Dio », come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l’evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell’andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.

Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull’Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l’isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell’Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separavano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l’osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l’Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall’altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, « Vieni e aiutaci! ». Era l’Europa futura che chiedeva l’aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene.

In questa capitale dell’antica cultura greca predicò, prima nell’Agorà e poi nell’Areopago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell’Areopago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un’antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.

Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d’Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l’Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.

Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.

Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per « la speranza d’Israele » che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell’accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell’Apostolo con il racconto lucano degli Atti.

Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: « Tutto faccio per il Vangelo » (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama « preoccupazione per tutte le Chiese » (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un’anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

IL CATINO DI ACQUA SPORCA….

dal sito: 

http://www.piccolifiglidellaluce.it/madeleine.htm

IL CATINO DI ACQUA SPORCA….

( Madeleine Delbrel )

Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione

prenderei proprio quel catino colmo dacqua sporca.

Girare il mondo con quel recipiente

e ad ogni piede cingermi dellasciugatoio

e curvarmi giù in basso,

non alzando mai la testa oltre il polpaccio

per non distinguere i nemici dagli amici

e lavare i piedi del vagabondo, dellateo, del drogato,del carcerato, dellomicida, di chi non mi saluta più,

di quel compagno per cui non prego mai,

in silenzio,

finché tutti abbiano capito nel mio

il tuo Amore.

Publié dans:preghiere |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Frédéric Manns, ofm: Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

 dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article3795&lang=fr

SBF Letture bibliche : Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

Frédéric Manns, ofm

Mis en ligne le samedi 30 août 2008 à 10h16
Par
Eugenio

In preparazione al sinodo sulla parola di Dio

Il concilio di Trento vedeva nella celebrazione del sacrificio della messa la funzione principale del sacerdote. Vaticano II nel Decreto Presbyterorum Ordinis, 4 dà invece allannuncio della Parola il primo posto.

Non ha senso di opporre la Parola allEucaristia. Una lunga tradizione che risale ad Origene sottolinea lunità delle due tavole : la parola crea leucaristia e leucaristia proclama la Parola. « Quando ricevete il corpo del Signore lo conservate con venerazione affinché nessuna briciola cada. Se siete prudenti per conservare il suo corpo, sappiate che trascurare la parola di Dio non è una colpa meno importante che trascurare il suo corpo » In Exod. hom. XIII, 3. La Parola proclamata include l

annuncio della morte e risurrezione celebrata nelleucaristia. Leucaristia spiega che il corpo dato e il sangue versato ricordano il sacrificio di Cristo : « Ogni volta che mangiate questo pane e bevete a questa coppa annunciate la morte del Signore fino al suo ritorno ». Non esiste celebrazione delleucaristia senza proclamazione della Parola e non esiste celebrazione della Parola senza riferimento allalleanza. La proclamazione della parola ha come scopo di creare la comunione degli uomini con Dio e il loro ingresso nellalleanza damore di cui leucaristia è il pegno. Ma c’è di più : leucaristia è già presente nella storia della salvezza ; è prefigurata nellagnello pasquale e nella manna. Nel Nuovo Testamento diventa un evento nella morte e risurrezione di Gesù. I discepoli di Emmaus aprono i loro cuori quando sentono la spiegazione delle Scritture, ma lo riconoscono solo nella frazione del pane.

Gesù rimane presente in due forme : nelleucaristia sotto forma di cibo e nella parola sotto forma di luce e di verità.Esistono vari modi di leggere la parola. La tendenza attuale

è di privilegiare la lectio divina. Benché il cristiano possa adorare ovunque Dio in Spirito e Verità, egli dimentica alcune volte che la parola letta in Terra Santa al posto dove fu proclamata acquista una densità che molti pellegrini hanno potuto esperimentare. Per questo motivo alcuni pellegrini hanno definito la Terra Santa come il quinto Vangelo.

Un pellegrinaggio in Terra Santa permette prima di tutto di sperimentare la densità del Primo Testamento. Senza il ricordo dellalleanza del Sinai, molte parole di Cristo rimangono oscure.Camminare nei passi di Ges

ù in Terra Santa fa scoprire la dimensione giudaica del messaggio di Gesù e dei Vangeli.

Una peregrinazione in Terra Santa proclama il Kerygma che è invito alla conversione. Il gesto del cardinale Martini che voleva ritornare a Gerusalemme dopo essersi ritirato dalla diocesi di Milano voleva essere profetico.Se quello che abbiamo detto

è vero, i futuri sacerdoti e i sacerdoti che già celebrano leucaristia devono scoprire la Terra Santa con il suo messaggio ; Primo e Nuovo Testamento. Lesperienza mostra che i vescovi che hanno avuto il coraggio di portare i loro seminaristi per un mese in Terra Santa hanno potuto organizzare la loro pastorale sulla Parola in modo da dare un cibo solido ai loro fedeli. Grazie a Dio alcuni vescovi italiani lhanno capito questi ultimi anni. Sono da lodare i movimenti che chiedono una formazione prolungata dei seminaristi in Terra Santa. I futuri sacerdoti dovranno essere in grado domani di discutere con i rabbini sullinterpretazione della Scrittura.

Una conseguenza di questo discorso è che le agenzie di viaggio devono preparare guide competenti non solo in archeologia, ma anzi tutto esperti in Sacra Scrittura. E inconcepibile che certe agenzie cattoliche non pensano altro che allaspetto economico quando si tratta di portare sacerdoti in Terra Santa e non propongono programmi alternativi per sacerdoti. Per di più non vedono nemmeno lurgenza di proporre corsi di aggiornamento per le loro guide. Se il sinodo sulla Parola di Dio si vuole pastorale deve proporre nuove soluzioni per la formazione dei formatori, Il vescovo ha un triplice ufficio : quello di amministrare, di insegnare e di santificare. Per dedicarsi alla preghiera e allinsegnamento gli apostoli avevano istituito i diaconi che dovevano aiutarli nellamministrazione. Per insegnare anche i vescovi devono studiare e mettere in pratica la parola, perché si conosce solo quello che si vive e mette in pratica. Incontri di vescovi di vari continenti sono stati organizzati in Terra Santa nella Domus Galilaeae. Hanno permesso ad alcuni di scoprire che lignoranza delle Scritture significa lignoranza di Cristo. La pubblicazione recente del libro del papa Benedetto XVI su Gesù di Nazaret dovrebbe aiutarli a fare un aggiornamento nel campo del Nuovo Testamento, con la speranza che un studio approfondito del Nuovo Testamento apra al Primo Testamento

Publié dans:Padre Fréderic Manns |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Cristo luce del mondo

Cristo luce del mondo dans immagini buon...notte, giorno

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 2 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

« Uscì e si recò in un luogo deserto »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&ordo=&localTime=09/03/2008#

Santa Teresa d’Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Il cammino di perfezione, cap. 26/28

« Uscì e si recò in un luogo deserto »

Come possiamo non ricordarci un Maestro come colui che ci insegnò la preghiera, che ce la insegnò con tanto amore e con un così grande desiderio che essa ci fosse utile?… Sapete che ci ha insegnato a pregare nella solitudine. Così faceva sempre il nostro Signore, quando pregava, non perché questo gli fosse necessario, ma perché voleva darci un esempio. Abbiamo detto prima che non possiamo parlare allo stesso tempo a Dio e al mondo. Ora, non fanno altra cosa, coloro che recitano delle preghiere e contemporaneamente ascoltano quel che si dice attorno, o si fermano ai pensieri che si presentano senza preoccuparsi di respingerli.

Non parlo di quelle indisposizioni che sopravvengono a volte, né soprattutto della melancolia e della debolezza dello spirito che affligono certe persone e le impediscono, malgrado i loro sforzi, di raccogliersi. Lo stesso dicasi per questi temporali interiori che possono turbare a volte i fedeli servi di Dio, e che vengono permessi da lui, per il loro miglior bene. Nella loro afflizione, cercano invano la calma. Qualunque cosa facciano, non possono essere attenti alle preghiere che pronunciano. Il loro spirito, ben lungi dal fissarsi su qualcosa, va talmente alla ventura che sembra in preda a una specie di frenesia. Dalla pena che ne provano,vedranno che questo non è colpa loro; che non si tormentino dunque… Poiché la loro anima è malata, che si applichino a procurarle qualche riposo e si occupino di qualche altra opera di virtù. Questo devono fare le persone che vegliano su se stesse, e capiscono che non si può parlare a Dio e al mondo allo stesso tempo.

Ciò che dipende da noi, è provare di essere nella solitudine per pregare. E piaccia a Dio che questo basti, lo ripeto, per capire al cospetto di chi siamo e come il Signore risponde alle nostre domande! Pensate forse che egli taccia, quando non lo sentiamo? No, certo. Parla al cuore quando lo prega il cuore.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 2 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Il cardinale vicario Agostino Vallini: Un itinerario di fede e di speranza

dal sito:

http://www.cardinalrating.com/cardinal_207__article_7391.htm

Un itinerario di fede e di speranza

Sept 02, 2008
Il cardinale vicario Agostino Vallini racconta il suo primo pellegrinaggio a Lourdes a capo della diocesi di Roma.

(Radio Vaticana) Un itinerario di fede e di speranza capace di portare la pace nei cuori: è questa una delle realtà presenti nel pellegrinaggio che sta compiendo la diocesi di Roma a Lourdes e che si concluderà il prossimo 30 agosto. Il cammino spirituale diventa quest’anno, in occasione del 150.mo anniversario delle apparizioni della Madonna, un momento importante di riflessione ma anche di preghiera e raccoglimento. Elena Mandarano ha raccolto il commento del cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma, che ieri ha aperto ufficialmente il pellegrinaggio con la Santa Messa.

R. – Il messaggio della Madonna a realizzare la propria vita secondo il Vangelo è un messaggio attuale ancora oggi. La gente è affamata di questo messaggio di Lourdes, tant’è vero che viene con tanto desiderio di vita nuova.

D. – Il tema pastorale di quest’anno è “Venite alla fonte e lavatevi”. Qual è il significato?

R. – Fa riferimento al messaggio della Madonna che invitava Bernardette a scavare lì, vicino alla Grotta. E lei bevve a quell’acqua, un’acqua non soltanto fisica ma anche un’acqua spirituale che vuol dire purificazione, adesione al Signore con cuore limpido e sincero.

D. – Maria Madre, quindi, che indica le orme di Cristo…

R. – Ci siamo messi alla scuola di Maria. Adesso, pian piano, cercheremo di percorrere questo cammino di purificazione, abbeverarci a quest’acqua: non solo all’acqua della fonte, non solo alle piscine ma – direi – anche all’acqua del Sacramento della penitenza, all’acqua della carità. Io spero che il cammino spirituale possa portare veramente grande frutto. E poi, c’è anche questa grande attesa per la visita del Santo Padre: io ho portato ai pellegrini la benedizione del Papa, che ho incontrato qualche giorno fa, e loro pregano e vedo che a Lourdes il riferimento al prossimo viaggio apostolico del Santo Padre è veramente atteso.

D. – Eminenza, questo è il suo primo pellegrinaggio come vicario di Roma. Che significato riveste per lei?

R. – Devo dire che io sono stato a Lourdes tanti anni. La prima volta 50 anni fa, e oggi ritorno con una nuova responsabilità, con il desiderio di un bagno di fiducia, di conforto, di sostegno. Ho bisogno io stesso di purificarmi a quest’acqua, di diventare migliore nel cuore, nello spirito, di essere pronto al servizio in collaborazione umile, ma anche generosa con il Santo Padre. Quindi, vengo anch’io a scuola di Maria e spero di potere apprendere quanto più è possibile la scienza dell’amore, della fede e della speranza. Così, servendo il regno di Dio.

Publié dans:dalla Chiesa |on 2 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

SALMI 113-118: L’HALLEL EGIZIANO di Rita Torti Mazzi

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2005/articolo5_25.asp 

SALMI 113-118: L’HALLEL EGIZIANO
di
Rita Torti Mazzi

 I Sal 113-118 costituiscono lHallel, che già nel Talmud babilonese è detto «egiziano», in quanto, come commenta Rashi a bBerakot 56a[1], è detto a Pasqua per celebrare luscita dallEgitto. Secondo i maestri furono scelti questi salmi, perché contengono cinque temi fondamentali della fede giudaica: lesodo (Sal 114,1), la divisione del Mar Rosso (Sal 114,3), il dono della Torah al Sinai (Sal 114,4; cf. Gdc 5,4-5), la risurrezione dei morti (Sal 116,9) e la sofferenza che precede la venuta del Messia (Sal 115,1) (bPesachim 118a). Tutto converge verso la Pasqua ultima, verso la redenzione messianica. 

LHallel è nato per la Pasqua e la sua origine sarebbe molto antica: «Al tempo in cui Israele uscì dallEgitto, uscì dalla sua schiavitù di fango e mattoni, fu allora che dissero lHallel» (Midrash Salmi 113,2). Se Rabbi Eleazaro lattribuiva a Mosè e al popolo dIsraele «quando erano risaliti dal mare», altri invece lattribuivano a Davide, ma si preferiva la prima opinione, perché non sembrava possibile «che il popolo dIsraele avesse offerto lagnello pasquale o preso i rami di palma [il lulav, composto da palma, mirto, salice e cedro, che si agita a Sukkot], senza avere mai detto canto [di lode]» (bPesachim 117a).  L’Hallel nella liturgia di Israele 

Si sa dalla Mishnah che lHallel era cantato nel tempio durante gli otto giorni della festa delle Capanne (Sukkah IV 5), il 14 Nisan, nel momento in cui nel tempio si offriva il sacrificio pasquale (Pesachim V 7), e nelle case durante il Seder pasquale (Pesachim X 6). Dopo la distruzione del tempio divenne parte integrante della liturgia sinagogale. Il Talmud stabilisce che si reciti completo, dopo la camidah (preghiera delle Diciotto benedizioni) del mattino, negli otto giorni della festa delle Capanne (Sukkot), negli otto giorni della «festa delle luci» (o della «Dedicazione», Chanukkah), nel primo giorno di Pasqua (Pesach) e della festa delle Settimane (Shavucot) [nella diaspora nei primi due giorni] e nel Seder pasquale (bArachin 10b). Si recita invece abbreviato (omettendo i Sal 115,1-11 e 116,1-11) negli ultimi sei giorni di Pesach (secondo il Midrash Dio rimproverò gli angeli che si apprestavano a intonare canti di giubilo mentre gli egiziani perivano nel mare, dicendo: «Le opere delle mie mani periscono nel mare e voi osate cantare canti di giubilo?») e anche allinizio di ogni mese (Rosh Chodesh), secondo un uso sviluppatosi prima in Babilonia e poi in Israele (bTaanit 28b).  Nel Seder pasquale si recita lHallel diviso. Prima di bere la seconda coppa, chi presiede ricorda che in ogni generazione ognuno ha lobbligo di considerarsi come se egli stesso fosse uscito dallEgitto (cf. Es 13,8) e per questo deve «ringraziare, lodare, glorificare, esaltare colui che ha fatto ai nostri padri e a noi tutti questi miracoli []. Diciamo dunque davanti a lui: Alleluia!» (Pesachim X 5). Seguono i Sal 113-114 e poi la benedizione della «redenzione», di cui la seconda parte, attribuita a Rabbi Aqiba (verso il 135 d.C.), ha un evidente carattere messianico (Pesachim X 6). 

La seconda parte dellHallel (Sal 115-118) si recita invece dopo il pasto sulla quarta coppa e si conclude con la «benedizione del canto» (bPesachim 118a).  Non si sarebbe potuto recitare lHallel al di fuori della festa: chi lo dice ogni giorno lo svilisce e lo profana (bShabbat 118b). La gioia che vi si esprime è incontenibile: deve essere cantato «con bellezza» (Cantico Rabba II 31) e cioè con forza, con entusiasmo. Si dice: «La Pasqua nella casa e lhallel fora il tetto» (Cantico Rabba, II 31)[2]. Uno dei modi più comuni e antichi di recitarlo comporta la ripetizione di «alleluia» da parte dellassemblea a ogni mezzo versetto dei salmi: complessivamente 123 volte[3]

Unità e molteplicità  LHallel è sempre stato sentito nella tradizione ebraica come un unico poema, con cui Israele loda il Signore per le meraviglie da lui compiute e lo ringrazia. È composto secondo un ordine; se non si leggesse secondo questordine non si adempirebbe il precetto (bMeghillah 17a). Riassume tutta la storia della salvezza: 

«Quando Israele uscì dallEgitto» [Sal 114,1] si riferisce al passato. «Non per noi, Signore, non per noi» [Sal 115,1] alle presenti generazioni; «Amo, perché il Signore ascolta la mia voce» [116,1] ai giorni del Messia; «Legate la festa con funi» [118,27] ai giorni di Gog e Magog; «Mio Dio sei tu e ti rendo grazie» [118,28] al secolo futuro (jBerakot II 4; jMegillah II 1. et al.).  Ma, pur facendo parte di un insieme, i singoli salmi che costituiscono lHallel (Sal 113-118), restano evidentemente dei testi a sé stanti, ciascuno collocato nel proprio tempo e ciascuno con il proprio genere letterario. 

Salmo 113: invito alla lode universale  Apre lHallel il Sal 113, che nel v. 1 invita «‘i servi del Signore» (possono esserlo, perché sono stati liberati dalla «schiavitù» dEgitto) a una lode universale, che abbraccia il tempo («ora e sempre», v. 2) e lo spazio («dal sorgere del sole al suo tramonto», v. 3, e quindi dallest allovest, su tutta la terra). 

1 Alleluia  Lodate, servi del Signore, 

lodate il nome del Signore.  2 Sia benedetto il nome del Signore 

ora e sempre.  3 Dal sorgere del sole al suo tramonto, 

sia lodato il nome del Signore.  4 Su tutti i popoli eccelso è il Signore 

più alta dei cieli è la sua gloria.  5 Chi è pari al Signore nostro Dio 

che siede nellalto  6 e si china a guardare 

nei cieli e sulla terra?  7 Solleva lindigente dalla polvere, 

dallimmondizia rialza il povero  8 per farlo sedere tra i principi 

tra i principi del suo popolo  9 fa abitare la sterile nella sua casa 

quale madre gioiosa di figli.  In ebraico il salmo inizia e termina con lalleluia, che abbraccia a un tempo la lode e il nome divino (Hallelu-Yah = «Lodate YHWH»), unificando la composizione in una grande inclusione. E lalleluia risuona ancora due volte nel v. 1, nellimperativo hallelu («lodate»). Nei vv. 2-3, disposti chiasticamente, si riprende linvito, esortando a «benedire», a «lodare» il nome del Signore (cf. Zc 14,9). 

La motivazione della lode è la «grandezza» del Signore, su cui si insiste nella seconda strofa, affermandone con forza lincomparabilità (v. 5): è «eccelso» sopra tutti i popoli; la sua gloria (kabod) arriva fin sopra i cieli (v. 4: cf. Is 6,3; Sal 29), ma mentre «sta in alto (siede per giudicare)» allo stesso tempo «si abbassa per guardare» (vv. 5-6; cf. Is 57,15). Cerca gli ultimi della terra e ne capovolge la situazione: i vv. 7-9 mostrano che il Signore è grande perché esalta gli umili, i poveri (cf. Is 66,2). La maestà di Dio si manifesta nella sua misericordia.  «Chi è pari al Signore nostro Dio?», chiede il salmista con una domanda retorica nel Sal 113,5. Che nessuno sia pari al Dio dIsraele lo dicono chiaramente i due salmi che seguono immediatamente, i Sal 114 e 115, considerati nella LXX ununità (113A e 113B): il primo mostra il cosmo intero sconvolto dalla presenza del Signore accanto al suo popolo, il secondo ne proclama la superiorità assoluta sugli idoli dei pagani. 

Salmo 114  1 Alleluia 

Quando Israele uscì dallEgitto,  la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, 

2 Giuda divenne il suo santuario,  Israele il suo dominio. 

3 Il mare vide e si ritrasse,  il Giordano si volse indietro; 

4 i monti saltellarono come arieti,  le colline come agnelli di un gregge. 

5 Che hai tu, mare, per fuggire  E tu, Giordano, perché torni indietro? 

6 Perché voi, monti, saltellate come arieti?  E voi, colline, come agnelli di un gregge? 

7 Trema, o terra, davanti al Signore,  davanti al Dio di Giacobbe, 

8 che muta la rupe in un lago,  la roccia in sorgenti dacqua. 

Nei primi quattro versi si riassume il cammino che porta il popolo di Dio dallEgitto alla terra promessa: il mare e il Giordano si fanno da parte per lasciarlo passare; montagne e colline tremano, quando Dio si manifesta sul Sinai per dare la Torah a Israele.  Il locutore sa cosa sta succedendo, ma finge di non sapere per suscitare una certa attesa, mettendo così in evidenza leccezionalità dellavvenimento: perché il mare, il fiume, le montagne sono sconvolti da questo popolo in marcia? Il salmista non cerca una risposta alla sua domanda, né si preoccupa di darla, ma nel v. 7 invita la terra a tremare davanti al Dio di Giacobbe. Allora tutto diventa chiaro: lo sconvolgimento cosmico è provocato dalla presenza di Dio accanto al suo popolo[4]

Il Signore è il Dio creatore, che fa sgorgare lacqua dalla roccia (v. 8). La sua potenza creatrice trasforma tutto: la roccia diventa stagno e il granito sorgente (v. 8: cf. Es 17,6): anche in altri passi lepisodio di Meriba è descritto come un prodigio di Dio (Is 48,21; Sal 107,35) come una figura dellesodo futuro, una nuova creazione (Is 35,6s; 41,18; 43,20). Anche a Israele Dio dà una nuova identità, ne fa il suo popolo e lo conduce nella terra promessa ai Padri: il v. 1 sottolinea sia la sua separazione dallEgitto, sia la relazione di appartenenza a Dio (cf. v. 7).  Salmo 115 

1 Non a noi, Signore, non a noi,  ma al tuo nome da gloria, 

per la tua fedeltà, per la tua grazia.  2 Perché i popoli dovrebbero dire: 

«Dov’è il loro Dio?»

3 Il nostro Dio è nei cieli,  egli opera tutto ciò che vuole. 

4 Gli idoli delle genti sono argento e oro  opera delle mani delluomo. 

5 Hanno bocca e non parlano,  hanno occhi e non vedono, 

6 hanno orecchi e non odono,  hanno narici e non odorano. 

7 Hanno mani e non palpano,  hanno piedi e non camminano; 

dalla gola non emettono suoni.  8 Sia come loro chi li fabbrica 

e chiunque in essi confida.  9 Israele confida nel Signore: 

egli è loro aiuto e loro scudo.  10 Confida nel Signore la casa di Aronne: 

egli è loro aiuto e loro scudo.  11 Confida nel Signore chiunque lo teme: 

egli è loro aiuto e loro scudo.  12 Il Signore si ricorda di noi, ci benedice: 

benedice la casa dIsraele,  benedice la casa di Aronne. 

13 Il Signore benedice quelli che lo temono,  benedice i piccoli e i grandi. 

14 Vi renda fecondi il Signore,  voi e i vostri figli. 

15 Siate benedetti dal Signore  che ha fatto cieli e terra. 

16 I cieli sono i cieli del Signore  ma ha dato la terra lha data ai figli delluomo. 

17 Non i morti lodano il Signore  né quanti scendono nella tomba. 

18 ma noi, i viventi, benediciamo il Signore  ora e per sempre 

Linizio è insolito: un grido improvviso rivolto al destinatario della lode, il cui nome (YHWH) è invocato fin dal v. 1 e ripetuto poi in ogni verso nei vv. 9-18. Si vuole scuotere il Signore, sottolineando che sono in gioco il suo onore, la sua fama. Dio non può venire meno, senza perdere di credibilità, alle qualità essenziali su cui si fonda lalleanza: lamore, la magnanimità, la fedeltà, la lealtà, la verità Nel duplice «Non a noi!» risuona il desiderio di uscire dalla vergogna: se Dio glorifica il suo nome, anche i suoi fedeli verranno glorificati[5]

Se gli altri popoli dubitano delle capacità del Dio dIsraele ed esprimono il loro scherno con la domanda: «Dov’è il loro Dio?» (v. 2), lorante col suo «perché?» esorta il suo Dio a intervenire e, replicando in base al significato letterale dellinterrogativa degli avversari, li mette a tacere con una stupenda risposta: «Il nostro Dio è nei cieli e opera tutto ciò che vuole!» (v. 3).  Reagendo allinsulto, si glorifica Dio, riuscendo a ribaltare la situazione: non il Signore, ma gli idoli dei pagani sono un nulla; nei vv. 4-8 se ne sottolinea limpotenza con sette negazioni enfatiche. Gli idoli sono opera delle mani delluomo: chi confida in essi resta confuso. Possono invece confidare nel Signore, Israele, la casa di Aronne, coloro che lo temono: per tre volte si ripete che egli è veramente «loro aiuto» e «loro scudo» (vv. 9-11). Se gli idoli sono impotenti (vv. 4-8), non lo è certamente il Signore, che si ricorda del suo popolo e lo benedice (vv. 12-13). È il Creatore del cielo e della terra, e, come ha benedetto in passato, così benedirà anche in futuro: una benedizione che è fecondità (vv. 14-15). E la fede diventa lode, una lode che dura per tutta la vita, costituendo latteggiamento fondamentale del credente (vv. 17-18). 

Salmo 116: l’azione di grazie  La lode è concatenata alla supplica nel Sal 116, nel quale LXX e Vulgata vedono due blocchi distinti (i vv. 1-9 costituiscono il Sal 114; i vv. 10-19 il Sal 115). 

1 Alleluia.  Amo il Signore perché ascolta 

il grido della mia preghiera.  2 Verso di me ha teso lorecchio 

nel giorno in cui lo invocavo.  3 Mi stringevano funi di morte, 

ero preso nei lacci degli inferi.  Mi opprimevano tristezza e angoscia. 

4 e ho invocato il nome del Signore:  ti prego, Signore, salvami! 

5 Buono e giusto è il Signore,  il nostro Dio è misericordioso. 

6 Il Signore protegge gli umili;  ero misero ed egli mi ha salvato. 

7 Ritorna, anima mia, alla tua pace,  poiché il Signore ti ha beneficato; 

8 egli mi ha sottratto dalla morte,  ha liberato i miei occhi dalle lacrime, 

ha preservato i miei piedi dalla caduta.  9 Camminerò alla presenza del Signore 

sulla terra dei viventi.  10 Alleluia. 

Ho creduto anche quando dicevo:  «Sono troppo infelice»

11 Ho detto con sgomento:  «Ogni uomo è inganno»

12 Che cosa renderò al Signore  per quanto mi ha dato? 

13 Alzerò il calice della salvezza,  e invocherò il nome del Signore. 

14 Adempierò i miei voti al Signore,  davanti a tutto il suo popolo. 

15 Preziosa agli occhi del Signore  è la morte dei suoi fedeli. 

16 Sì, io sono il tuo servo, Signore,  io sono tuo servo, figlio della tua ancella; 

hai spezzato le mie catene.  17 A te offrirò sacrifici di lode 

e invocherò il nome del Signore.  18 Adempirò i miei voti al Signore 

davanti a tutto il suo popolo,  19 negli atri della casa del Signore 

in mezzo a te, Gerusalemme  Si può considerare il salmo una composizione unitaria, racchiusa dal termine «invocare» nei vv. 2 e 17. Lo stesso verbo ricorre anche nei vv. 4 e 13, ma la prima volta il salmista ha invocato il nome del Signore per essere salvato dalla morte (v. 3), la seconda volta, invece, lo invoca per rendergli grazie. I vv. 8-9 in posizione centrale[6] mettono bene a fuoco la situazione: lorante ha attraversato una prova mortale, ma è stato liberato; resterà in vita. Cosa potrà dare al Signore in cambio di quanto ha ricevuto? (v. 12). 

Ha ricevuto la vita e pertanto deve offrire la vita che gli è stata donata. Lorante comprende che il fatto di non morire gli permette di continuare a invocare il nome di YHWH e questa volta non per chiedere aiuto, ma semplicemente per rendere grazie[7] La supplica era il grido della sua fede; la stessa fede viene ora espressa nellazione di grazie: alzerà «il calice della salvezza» invocando il nome del Signore davanti al suo popolo (questa seconda parte del Sal 116 è diventata nella liturgia cristiana il salmo eucaristico per eccellenza). 

Salmo 117  In questo salmo, il più breve di tutto il Salterio, linvito alla lode è universale, anche se la motivazione è nazionale: 

1 Alleluia.  Lodate il Signore, popoli tutti, 

Voi tutte nazioni, dategli gloria;  2 perché forte è il suo amore per noi 

e la fedeltà del Signore dura in eterno.  Israele parla alle nazioni: «La lode ha per contenuto un avvenimento annunciato da Israele, annunciato fuori di Israele. Israele che loda è Israele che testimonia»[8]. In Rm 15,9 Paolo, citando questo salmo in una catena di citazioni bibliche, dirà che le nazioni pagane «glorificano Dio per la sua misericordia»

Salmo 118  LHallel termina col Sal 118, che ricorda agli ebrei la liberazione dallEgitto, la salvezza operata dalla destra del Signore: la Pasqua è il giorno fatto dal Signore per il suo popolo (v. 24), il giorno in cui Israele è stato scelto come pietra angolare (v. 22) per costruire la dimora di Dio in mezzo agli uomini. 

Il salmo si apre e si chiude con linvito a celebrare il Signore «perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (vv. 1.29). I diversi gruppi a cui viene rivolto linvito (cf. Sal 115,9-11) rispondono in coro: «Eterna è la sua misericordia» (vv. 2.3.4), ritornello ripetuto in ogni versetto anche nel Sal 136.  Un personaggio principale (il re? Il popolo rappresentato da un individuo?), superato un grave pericolo, rende grazie pubblicamente: loda il Signore perché lha esaudito, lha salvato (vv. 14-15.21). Lintera comunità chiede: hoshya-na = salvaci! (v. 25). è lOsanna (cf. Mc 11,9), utilizzato dopo lesilio (in particolare nella festa delle Capanne) essenzialmente come domanda. Si rinnova la domanda per il futuro, acclamando il Signore, lunico capace di salvare. Al culmine della cerimonia (vv. 28-29) il personaggio principale pronuncia il suo atto di fede e di fedeltà verso il Signore («Sei tu il mio Dio») e, al tempo stesso, la sua azione di grazie, a cui tutti sono invitati a unirsi. 

[1] I testi del Talmud babilonese sono preceduti dalla lettera b, quelli del Talmud palestinese (o di Gerusalemme) dalla lettera j. 

[2] Oppure: «La Pasqua come unoliva [la porzione di agnello pasquale che spetta a ciascuno è piccola come unoliva] e lhallel fora il tetto» (jPesachim VII 12).  [3] Cf. U. Neri (ed.), Alleluia. Interpretazioni ebraiche dellHallel di Pasqua (Sal 113-118), Città Nuova, Roma 1981. 

[4] R. Torti Mazzi, Quando interrogare è pregare. La domanda nel Salterio alla luce della letteratura accadica, San Paolo, Cinisello B. 2003, 276.  [5] Torti Mazzi, Quando interrogare è pregare, 249. 

[6] Per lanalisi della struttura, cf. J.N. Aletti – J. Trublet, Approche poétique et théologique des Psaumes. Analyses et methodes, Cerf, Paris 1983, 38-39.  [7] Torti Mazzi, Quando interrogare è pregare, 263. 

[8] P. Beauchamp, Salmi notte e giorno, Cittadella, Assisi 1983, 115.

Publié dans:biblica, ebraismo |on 2 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

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