Archive pour le 4 septembre, 2008

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno

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« Lo Sposo è con loro »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&ordo=&localTime=09/05/2008#

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Sul Cantico dei Cantici, n° 83

« Lo Sposo è con loro »

L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari… L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-Amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore? Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all’Amore, ella che nel ricambiare l’Amore mira a uguagliarlo.

Si obietterà però che anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell’Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell’amore. È certo che non potranno mai essere equiparati l’amante e l’Amore, l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente infatti dà sempre molte più di quanto basti all’assetato… Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l’ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza con il miele, in mitezza con l’agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l’Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutto se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto…

Questo è l’amore puro e desinteressato, l’amore più delicato, tanto ricco di pace quanto sincero, scambievole intimo, forte, che unisce i due amanti non in una sola carne bensì in uno solo spirito, cosicché non siano più due ma una sola cosa, secondo san Paolo: «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6,17).

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« Madonnella », Piazza dell’Orologio, Roma

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Benedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15246?l=italian

Benedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

Per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI.

Nel suo discorso, il Papa ha ripreso oggi il ciclo di catechesi dedicato all’approfondimento della figura e del pensiero dell’apostolo Paolo, soffermandosi in particolare sulla sua biografia.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all’evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara « vecchio » (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano « giovane » (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, « giovane » era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre « vecchio » era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l’anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant’anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell’anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell’anno 8.

In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall’originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di « fabbricatore di tende » (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l’età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (« figlio del precetto »), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).

Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l’identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente « perseguitato la Chiesa di Dio », come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l’evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell’andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.

Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull’Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l’isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell’Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separavano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l’osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l’Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall’altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, « Vieni e aiutaci! ». Era l’Europa futura che chiedeva l’aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene.

In questa capitale dell’antica cultura greca predicò, prima nell’Agorà e poi nell’Areopago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell’Areopago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un’antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.

Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d’Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l’Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.

Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.

Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per « la speranza d’Israele » che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell’accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell’Apostolo con il racconto lucano degli Atti.

Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: « Tutto faccio per il Vangelo » (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama « preoccupazione per tutte le Chiese » (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un’anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

IL CATINO DI ACQUA SPORCA….

dal sito: 

http://www.piccolifiglidellaluce.it/madeleine.htm

IL CATINO DI ACQUA SPORCA….

( Madeleine Delbrel )

Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione

prenderei proprio quel catino colmo dacqua sporca.

Girare il mondo con quel recipiente

e ad ogni piede cingermi dellasciugatoio

e curvarmi giù in basso,

non alzando mai la testa oltre il polpaccio

per non distinguere i nemici dagli amici

e lavare i piedi del vagabondo, dellateo, del drogato,del carcerato, dellomicida, di chi non mi saluta più,

di quel compagno per cui non prego mai,

in silenzio,

finché tutti abbiano capito nel mio

il tuo Amore.

Publié dans:preghiere |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

Frédéric Manns, ofm: Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

 dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article3795&lang=fr

SBF Letture bibliche : Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

Frédéric Manns, ofm

Mis en ligne le samedi 30 août 2008 à 10h16
Par
Eugenio

In preparazione al sinodo sulla parola di Dio

Il concilio di Trento vedeva nella celebrazione del sacrificio della messa la funzione principale del sacerdote. Vaticano II nel Decreto Presbyterorum Ordinis, 4 dà invece allannuncio della Parola il primo posto.

Non ha senso di opporre la Parola allEucaristia. Una lunga tradizione che risale ad Origene sottolinea lunità delle due tavole : la parola crea leucaristia e leucaristia proclama la Parola. « Quando ricevete il corpo del Signore lo conservate con venerazione affinché nessuna briciola cada. Se siete prudenti per conservare il suo corpo, sappiate che trascurare la parola di Dio non è una colpa meno importante che trascurare il suo corpo » In Exod. hom. XIII, 3. La Parola proclamata include l

annuncio della morte e risurrezione celebrata nelleucaristia. Leucaristia spiega che il corpo dato e il sangue versato ricordano il sacrificio di Cristo : « Ogni volta che mangiate questo pane e bevete a questa coppa annunciate la morte del Signore fino al suo ritorno ». Non esiste celebrazione delleucaristia senza proclamazione della Parola e non esiste celebrazione della Parola senza riferimento allalleanza. La proclamazione della parola ha come scopo di creare la comunione degli uomini con Dio e il loro ingresso nellalleanza damore di cui leucaristia è il pegno. Ma c’è di più : leucaristia è già presente nella storia della salvezza ; è prefigurata nellagnello pasquale e nella manna. Nel Nuovo Testamento diventa un evento nella morte e risurrezione di Gesù. I discepoli di Emmaus aprono i loro cuori quando sentono la spiegazione delle Scritture, ma lo riconoscono solo nella frazione del pane.

Gesù rimane presente in due forme : nelleucaristia sotto forma di cibo e nella parola sotto forma di luce e di verità.Esistono vari modi di leggere la parola. La tendenza attuale

è di privilegiare la lectio divina. Benché il cristiano possa adorare ovunque Dio in Spirito e Verità, egli dimentica alcune volte che la parola letta in Terra Santa al posto dove fu proclamata acquista una densità che molti pellegrini hanno potuto esperimentare. Per questo motivo alcuni pellegrini hanno definito la Terra Santa come il quinto Vangelo.

Un pellegrinaggio in Terra Santa permette prima di tutto di sperimentare la densità del Primo Testamento. Senza il ricordo dellalleanza del Sinai, molte parole di Cristo rimangono oscure.Camminare nei passi di Ges

ù in Terra Santa fa scoprire la dimensione giudaica del messaggio di Gesù e dei Vangeli.

Una peregrinazione in Terra Santa proclama il Kerygma che è invito alla conversione. Il gesto del cardinale Martini che voleva ritornare a Gerusalemme dopo essersi ritirato dalla diocesi di Milano voleva essere profetico.Se quello che abbiamo detto

è vero, i futuri sacerdoti e i sacerdoti che già celebrano leucaristia devono scoprire la Terra Santa con il suo messaggio ; Primo e Nuovo Testamento. Lesperienza mostra che i vescovi che hanno avuto il coraggio di portare i loro seminaristi per un mese in Terra Santa hanno potuto organizzare la loro pastorale sulla Parola in modo da dare un cibo solido ai loro fedeli. Grazie a Dio alcuni vescovi italiani lhanno capito questi ultimi anni. Sono da lodare i movimenti che chiedono una formazione prolungata dei seminaristi in Terra Santa. I futuri sacerdoti dovranno essere in grado domani di discutere con i rabbini sullinterpretazione della Scrittura.

Una conseguenza di questo discorso è che le agenzie di viaggio devono preparare guide competenti non solo in archeologia, ma anzi tutto esperti in Sacra Scrittura. E inconcepibile che certe agenzie cattoliche non pensano altro che allaspetto economico quando si tratta di portare sacerdoti in Terra Santa e non propongono programmi alternativi per sacerdoti. Per di più non vedono nemmeno lurgenza di proporre corsi di aggiornamento per le loro guide. Se il sinodo sulla Parola di Dio si vuole pastorale deve proporre nuove soluzioni per la formazione dei formatori, Il vescovo ha un triplice ufficio : quello di amministrare, di insegnare e di santificare. Per dedicarsi alla preghiera e allinsegnamento gli apostoli avevano istituito i diaconi che dovevano aiutarli nellamministrazione. Per insegnare anche i vescovi devono studiare e mettere in pratica la parola, perché si conosce solo quello che si vive e mette in pratica. Incontri di vescovi di vari continenti sono stati organizzati in Terra Santa nella Domus Galilaeae. Hanno permesso ad alcuni di scoprire che lignoranza delle Scritture significa lignoranza di Cristo. La pubblicazione recente del libro del papa Benedetto XVI su Gesù di Nazaret dovrebbe aiutarli a fare un aggiornamento nel campo del Nuovo Testamento, con la speranza che un studio approfondito del Nuovo Testamento apra al Primo Testamento

Publié dans:Padre Fréderic Manns |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

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