Archive pour juillet, 2008

San Gioacchino ed Anna (memoria) Ufficio delle Letture, seconda lettura

SAN GIOACCHINO ED ANNA (memoria)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
(Disc. 6, per la Natività della B. V. Maria 2. 4. 5. 6; PG 96, 663. 667.670)

Li conoscerete dai loro frutti
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17). O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi è debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore.
Rallègrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia è nato per noi un bimbo, ci è stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino è Dio.
O Giacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo.
O Giachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

San Gioacchino ed Anna (memoria)

dal sito: 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23700

Sant’ Anna Madre della Beata Vergine Maria

26 luglio

Gerusalemme, I secolo a.C.

Anna e Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria. Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna. I due non avevano figli ed erano una coppia avanti con gli anni. Un giorno mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo, per annunciargli la nascita di un figlio ed anche Anna ha la stessa visione. Chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire «amata da Dio». Gioacchino porta di nuovo al tempio i suoi doni: insieme con la bimba dieci agnelli, dodici vitellie centro capretti senza macchia. Più tardi Maria è condotta al tempio per essere educata secondo la legge di Mosè. Sant’Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare. È patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici. (Avvenire)

Etimologia: Anna = grazia, la benefica, dall’ebraico

Emblema: Libro

Martirologio Romano: Memoria dei santi Gioacchino e Anna, genitori dell’immacolata Vergine Maria Madre di Dio, i cui nomi sono conservati da antica tradizione cristiana.

Nonostante che di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali e canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente.
Quasi ogni città ha una chiesa a lei dedicata, Caserta la considera sua celeste Patrona, il nome di Anna si ripete nelle intestazioni di strade, rioni di città, cliniche e altri luoghi; alcuni Comuni portano il suo nome.
La madre della Vergine, è titolare di svariati patronati quasi tutti legati a Maria; poiché portò nel suo grembo la speranza del mondo, il suo mantello è verde, per questo in Bretagna dove le sono devotissimi, è invocata per la raccolta del fieno; poiché custodì Maria come gioiello in uno scrigno, è patrona di orefici e bottai; protegge i minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti e tornitori.
Perché insegnò alla Vergine a pulire la casa, a cucire, tessere, è patrona dei fabbricanti di scope, dei tessitori, dei sarti, fabbricanti e commercianti di tele per la casa e biancheria.
È soprattutto patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti, è invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale.
Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia) e non è ricordata nei Vangeli canonici; ne parlano invece i vangeli apocrifi della Natività e dell’Infanzia, di cui il più antico è il cosiddetto “Protovangelo di san Giacomo”, scritto non oltre la metà del II secolo.
Questi scritti benché non siano stati accettati formalmente dalla Chiesa e contengono anche delle eresie, hanno in definitiva influito sulla devozione e nella liturgia, perché alcune notizie riportate sono ritenute autentiche e in sintonia con la tradizione, come la Presentazione di Maria al tempio e l’Assunzione al cielo, come il nome del centurione Longino che colpì Gesù con la lancia, la storia della Veronica, ecc.
Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”.
Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, perciò erano sterili.
L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni.
Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio.
Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.
Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: “Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia ‘prediletta del Signore’”.
Altri vangeli apocrifi dicono che Anna avrebbe concepito la Vergine Maria in modo miracoloso durante l’assenza del marito, ma è evidente il ricalco di un altro episodio biblico, la cui protagonista porta lo stesso nome di Anna, anch’ella sterile e che sarà prodigiosamente madre di Samuele.
Gioacchino portò di nuovo al tempio con la bimba, i suoi doni: dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
L’iconografia orientale mette in risalto rendendolo celebre, l’incontro alla porta della città, di Anna e Gioacchino che ritorna dalla montagna, noto come “l’incontro alla porta aurea” di Gerusalemme; aurea perché dorata, di cui tuttavia non ci sono notizie storiche.
I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio.
Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.
Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 ca. a Costantinopoli una chiesa in onore di s. Anna.
L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, la sua immagine si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore (sec. V) e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua (sec. VII); ma il suo culto cominciò verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che papa Gregorio XIII (1502-1585), decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa; ma il suo culto fu più intenso nei Paesi dell’Europa Settentrionale anche grazie al libro di Giovanni Trithemius “Tractatus de laudibus sanctissimae Annae” (Magonza, 1494).
Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio.
Artisti di tutti i tempi hanno raffigurato Anna quasi sempre in gruppo, come Anna, Gioacchino e la piccola Maria oppure seduta su una alta sedia come un’antica matrona con Maria bambina accanto, o ancora nella posa ‘trinitaria’ cioè con la Madonna e con Gesù bambino, così da indicare le tre generazioni presenti.
Dice Gesù nel Vangelo “Dai frutti conoscerete la pianta” e noi conosciamo il fiore e il frutto derivato dalla annosa pianta: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che preservata dal peccato originale doveva diventare il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo.
Dalla santità del frutto, cioè di Maria, deduciamo la santità dei suoi genitori Anna e Gioacchino.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi |on 26 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 26 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

« Il campo è il mondo » (Mt 13,38)

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=07/26/2008#

Papa Benedetto XVI
Sacramentum caritatis, 79 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

« Il campo è il mondo » (Mt 13,38)

In Cristo, Capo della Chiesa suo Corpo, tutti i cristiani formano « la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui » (1 Pt 2,9). L’Eucaristia, come mistero da vivere, si offre a ciascuno di noi nella condizione in cui egli si trova, facendo diventare la sua situazione esistenziale luogo in cui vivere quotidianamente la novità cristiana. Se il Sacrificio eucaristico alimenta ed accresce in noi quanto ci è già dato nel Battesimo per il quale tutti siamo chiamati alla santità, allora questo deve emergere e mostrarsi proprio nelle situazioni o stati di vita in cui ogni cristiano si trova. Si diviene giorno per giorno culto gradito a Dio vivendo la propria vita come vocazione. A partire dalla convocazione liturgica, è lo stesso sacramento dell’Eucaristia ad impegnarci nella realtà quotidiana perché tutto sia fatto a gloria di Dio.

E poiché il mondo è « il campo » in cui Dio pone i suoi figli come buon seme, i cristiani laici, in forza del Battesimo e della Cresima, e corroborati dall’Eucaristia, sono chiamati a vivere la novità radicale portata da Cristo proprio all’interno delle comuni condizioni della vita. Essi devono coltivare il desiderio che l’Eucaristia incida sempre più profondamente nella loro esistenza quotidiana, portandoli ad essere testimoni riconoscibili nel proprio ambiente di lavoro e nella società tutta.

Un particolare incoraggiamento rivolgo alle famiglie, perché traggano ispirazione e forza da questo Sacramento. L’amore tra l’uomo e la donna, l’accoglienza della vita, il compito educativo si rivelano quali ambiti privilegiati in cui l’Eucaristia può mostrare la sua capacità di trasformare e portare a pienezza di significato l’esistenza. I Pastori non manchino mai di sostenere, educare ed incoraggiare i fedeli laici a vivere pienamente la propria vocazione alla santità dentro quel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo Figlio perché ne diventasse la salvezza (cfr Gv 3,16).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 26 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

San Giacomo

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http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 25 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

San Giacomo Maggiore, festa – catechesi del Papa (21.6.2006)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060621_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 giugno 2006

Giacomo, il Maggiore

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie di ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Abbiamo parlato di san Pietro, di suo fratello Andrea. Oggi incontriamo la figura di Giacomo. Gli elenchi biblici dei Dodici menzionano due persone con questo nome: Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cfr Mc 3,17.18; Mt 10,2-3), che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. Queste designazioni non vogliono certo misurare la loro santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo Testamento e, in particolare, nel quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra attenzione al primo di questi due personaggi omonimi.

Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos

, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17), o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2) e di Luca (6,14), mentre negli Atti viene dopo Pietro e Giovanni (1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita. Poiché fa molto caldo, vorrei abbreviare e menzionare qui solo due di queste occasioni. Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al momento dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse e l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede nel colloquio con Mosé ed Elia, vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri occhi come il Figlio di Dio si umilia facendosi obbediente fino alla morte. Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo giudaico come un trionfatore, in realtà non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche di patimenti e di debolezza. La gloria di Cristo si realizza proprio nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.

Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40 del I secolo il re Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, come ci informa Luca, “cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni” (At 12,1-2). La stringatezza della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una parte, quanto fosse normale per i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una posizione di spicco nella Chiesa di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù. Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare quella importante regione dell’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di Santiago di Compostella. Come tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. E’ così che si spiega la rappresentazione iconografica di san Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della “buona notizia”, caratteristiche del pellegrinaggio della vita cristiana.Da san Giacomo, dunque, possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando ci chiede di lasciare la “barca” delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite sua madre, di sedere con il fratello accanto al Maestro nel suo Regno, fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere con gli Apostoli il martirio.

E alla fine, riassumendo tutto, possiamo dire che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il Concilio Vaticano II. Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Santi |on 25 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

San Charbel Makhlouf

San Charbel Makhlouf dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 24 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

oggi: San Charbel Makhlouf, memoria facoltativa (di Divo Barsotti)

oggi San Charbel Makhlouf, memoria facoltativa, la canonizzazione, il 9 settembre 1977, da papa Paolo VI solo in francese sul sito Vaticano, per chi vuole leggerla:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1977/documents/hf_p-vi_hom_19771009_fr.html

di Divo Barsotti:

http://www.figlididio.it/communio/charbel/messaggio.html

IL MESSAGGIO DEL BEATO CHARBEL MAKHLOUF

I santi iniziano la loro vera vita con la morte; è allora infatti che entrano in comunione con noi e noi possiamo sentirli presenti nella nostra vita. L’insegnamento del Beato Charbel ci giunge proprio attraverso questo allargarsi, dilatarsi dell’ammirazione che suscita, dell’amore che provoca in tutte le anime che lo conoscono. Se sulla terra egli è vissuto nel silenzio, il silenzio stesso della sua vita ora diviene parola, messaggio a tutte le anime. La sua beatificazione lo propone come esempio a tutta la Chiesa e lo propone come esempio proprio alla fine del Concilio ecumenico. La provvidenza divina ha legato in qualche modo il beato Charbel non solo al Concilio ecumenico, ma in modo particolare alla Costituzione pastorale; si direbbe che come la Costituzione dogmatica ha avuto una nota previa dopo la promulgazione della Costituzione, come chiave d’interpretazione di questo documento, il massimo che abbia proclamato il Concilio, così la beatificazione del beato Charbel è la chiave d’interpretazione della costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata il giorno prima della sua beatificazione. Interpretazione che modera l’eccessivo ottimismo che potrebbe derivare dalla lettura affrettata di alcune pagine della costituzione pastorale e che ridimensiona comunque il dialogo che la Chiesa deve fare col mondo, perché questo dialogo non esaurisce l’attività della Chiesa. Il dialogo infatti, pur essendo necessario alla Chiesa, perché essa ha una missione nei confronti degli uomini, è soltanto iniziale condizione a un altro dialogo che poi la Chiesa deve fare con un Altro, con Dio, il quale rimane in silenzio.
Noi dobbiamo considerare quale sia il messaggio del Beato Charbel. L’ammirazione del suo popolo per lui, la proclamazione solenne della sua santità hanno richiamato l’attenzione sulla sua vita. Il messaggio del Beato Charbel non può essere di fatto che la sua vita, divenuta oggi per gli uomini un insegnamento.
È vero, i santi vivono più intensamente dopo la morte, e tuttavia dopo la morte non vivono una vita diversa da quella che hanno vissuto, dicono al mondo il senso e il valore che ha avuto la loro vita che, quando essi erano quaggiù, sembrava non avere alcun senso, alcun valore. Egli è vissuto e nessuno ha saputo nulla di lui. Ora che è morto, tutti meditano la sua vita.
Che cosa è stata la vita del Beato Charbel? Leggendo la sua biografia si ha proprio l’impressione che gli agiografi vadano alla ricerca di tutti gli aneddoti possibili e immaginabili per riempire le pur poche pagine dedicate a questa grande figura. In verità la vita del Beato Charbel è in quello che essi non dicono: nella monotonia, nel silenzio, nella povertà di un’esistenza che non ha attirato lo sguardo di alcuno. La sua grandezza sta nel non aver voluto nulla per sé fintanto che è vissuto quaggiù, nemmeno la stima degli uomini, nemmeno un palpito solo di affetto né da parte dei suoi familiari, né dai monaci che facevano parte della sua stessa famiglia. Si ha l’impressione che durante la sua vita egli non sia stato apprezzato nemmeno dai suoi confratelli, che la sua grandezza non sia stata riconosciuta da alcuno. La sua santità si è imposta, anche dopo la morte, prima agli estranei che ai confratelli che avevano vissuto con lui. Gli uomini hanno bisogno di associare la grandezza a fatti esteriori, al prestigio della personalità, al successo delle intraprese, al fulgore della dottrina, alla capacità organizzativa. Ma quando l’uomo è privo di queste prerogative o se ne spoglia, allora si fa presto a dimenticarsi di lui. L’uomo si è donato a Dio? E gli uomini lo lasciano a Dio, lo abbandonano a Dio e si dimenticano di lui. Egli era lassù, solo. Un discepolo era con lui. La presenza del discepolo è stata l’occasione perché egli potesse obbedire a uno più giovane e molto meno profondo di lui nella vita spirituale.
Gli aneddoti stessi raccontati nella sua biografia dimostrano quanto fossero rari i suoi incontri coi superiori o con i fratelli dell’Ordine, che non vivevano nell’eremo della montagna. Qualche novizio andava lassù e voleva vedere questo monaco strano, il quale non si decideva mai ad alzare gli occhi o a dire una parola. Cercavano di sorprenderlo in orazione, o lo stuzzicavano perché uscisse dal suo silenzio. Nulla di più. Non si ha affatto l’impressione che costoro vedessero in lui il santo futuro.
Consacratosi interamente a Dio, egli non ha tolto più nulla al suo dono, non ha chiesto più nulla per sé, non ha vissuto attraverso la sua lunga vita che un lento ma sempre più irresistibile affondare nel nulla: per questo la sua vita è stata un continuo progressivo sparire agli occhi degli uomini.
La sua santità si è imposta per i fenomeni di cui erano testimoni gli estranei; poi anche gli stessi monaci hanno incominciato a vedere… Il monastero si è illuminato da sé nella notte… I monaci hanno pensato in un primo tempo di ricoprire tutto col silenzio. E non certo per prudenza… Pensavano che fossero impressioni di illusi, di poveri paesani. Pian piano tuttavia si è imposta una certa attenzione. Poi è venuto il fatto del corpo incorrotto, di questo corpo che galleggiava nell’acqua e rimaneva flessibile anche dopo anni. Allora si è ripensato alla sua vita. E questa vita, che era sembrata insignificante, pian piano invece, col passare degli anni, s’ingigantiva. Non per gli avvenimenti esteriori che gli uomini non ricordavano più: gli stessi esempi di virtù di cui ci parlano le biografie son ben povera cosa. Mettendoli a confronto con quello che si può dire di tanti altri santi appaiono del tutto insignificanti, quasi comuni. La grandezza del Beato Charbel è nel suo silenzio, nella purezza assoluta della sua donazione. Per lui non esiste che Dio. In questo senso davvero la sua vita si identifica con la morte: morte ad ogni rapporto umano, morte ad ogni valore umano. Egli vive solo nella Presenza di Dio e la luce della divina Presenza veramente per lui eclissa ogni cosa. In questa luce egli è sottratto a tutto; nascosto nella luce così come la luce nasconde ai suoi occhi ogni cosa.
Proprio perché egli era già morto, pur continuando a vivere, era naturale che gli uomini non facessero caso al suo silenzio, né alla sua virtù; vivevano con lui senza rendersi conto della sua presenza, perché la virtù in lui non era più esercizio di ascesi. Ma già morto, egli viveva come se nessuna creatura avesse più un potere su di lui. E, come per i morti, gli uomini accettavano placidamente che egli vivesse così. I novizi potevano parlare con Macario, e così pure i lavoratori che andavano a dissodare la vigna, lui lo lasciavano in pace; a lui si rivolgevano unicamente per affidargli gli arnesi di lavoro. Non aveva più né volontà, né desideri da esprimere. Viveva come fosse già morto.
La grandezza della sua figura sta proprio nel riconoscimento di una donazione che è stata vera-mente assoluta. Gli unici rapporti che ebbero gli uomini con lui non fecero che sottolineare la rottura reale che egli aveva compiuto con tutto, per essere totalmente di Dio.
Il Beato Charbel visse di Dio, ma non si può dire – a differenza di tanti altri mistici della Chiesa – che i documenti che noi conserviamo dimostrino una sua esperienza mistica straordinaria.
Una delle componenti del Beato Charbel è anche questa: Dio riceve il dono della vita e non dà in cambio a Charbel nulla, lo lascia nella sua povertà. La sua vita religiosa nel contatto con Dio è una vita di preghiera, certo, di una preghiera continua, certo, ma non di una esperienza mistica straordinaria. Vive abitualmente – si direbbe – attratto da Dio, vive nella divina Provvidenza a tal punto che le cose umane non lo toccano più; ma non ha né estasi né visioni, non è soggetto a fenomeni straordinari. È un assorbimento in Dio che avviene in tanta semplicità che tu non sai quando s’inizia il suo cammino di ascesa verso il Signore, né dove termini. Si può dire che nella sua vita monastica, dall’inizio alla fine, egli appare lo stesso. Il progressivo assorbimento in Dio non implica alcun mutamento di forme o di metodi, non implica mutamento di formule nemmeno nella preghiera. Al termine, come forse da novizio, ripete le stesse preghiere, compie i medesimi atti, legge i medesimi libri e sono libri della devozione delle anime pie, anzi del popolo.
Giuseppe De Luca ci dice che nell’Italia meridionale, sessant’anni fa, tutte le sere ogni buona madre di famiglia leggeva una pagina di Sant’Alfonso de’ Liguori e particolarmente Le glorie di Maria. Ebbene era il libro che amava il beato Charbel.
Come Dio lascia povera l’anima! Nelle sue forme esteriori può darci qualche fastidio, non c’è nessuna nobiltà e grandezza in questa preghiera. È la preghiera che nelle sue formule e nei suoi metodi è propria di tutte le anime. Ma egli vive, attraverso questi metodi e queste formule, un assorbimento in Dio totale. Il fulmine può cadere sul suo eremo, può bruciare le tovaglie dell’altare ed egli continua a rimanere assorto nella preghiera senza turbarsi; non se ne accorge neppure. Non si accorge di vivere una grandissima preghiera per il fatto che vive abitualmente sospeso fra cielo e terra, assorbito nella divina Presenza. È un’anima che affonda nella luce divina, è un’anima nascosta nella luce di Dio. È questa la testimonianza che il Beato Charbel ci dona, la testimonianza cioè di una vita che può essere già la vita stessa dei santi, pur essendo vissuta ancora sulla terra.
La sua vita non differisce da quella di coloro che sono già ,passati nel seno di Dio. Sì, gli chiedono qualche cosa, qualche piccolo lavoro nei campi, qualche aiuto. E la benedizione ai malati. Ma in realtà queste sue attività non fanno che sottolineare l’immenso silenzio della sua vita. È il silenzio dei morti, il silenzio delle anime che sono già passate nel seno di Dio. Non si accorgevano di lui nemmeno i contadini, che pure lavoravano insieme con lui nella medesima vigna; non lo ricordavano, né pensavano a lui i superiori, i confratelli.
Viveva quaggiù ed era come morto. Ora che è morto, egli vive. Il suo ordine monastico non vive che per lui; se vanno avanti altre cause di beatificazione di suoi confratelli, è merito suo. E non soltanto il suo ordine monastico sente l’efficacia della sua protezione e la sua continua presenza. Il Libano è davvero una sentinella avanzata soprattutto nel Medio Oriente: è proprio per il Beato Charbel che i cattolici hanno la coscienza di questa vocazione del Libano e della cristianità orientale, testimone dell’antica santità dei Padri del deserto. La Chiesa, che vive oggi un vivo impegno ecumenico, vede nella venerazione comune che hanno per la sua tomba i cristiani separati, i musulmani e i drusi, il primo esempio di un ecumenismo in atto, realizzato dalla santità.
Oggi si giunge a dichiarare che il comandamento dell’amore di Dio è vissuto soltanto come amore del prossimo… Non esiste per l’uomo alcuna possibilità di vivere un suo rapporto con Dio che nel servizio del prossimo. Espressioni esagerate, ma significative del cristianesimo di oggi. Un cristianesimo che si sente impegnato per questo mondo e per questa vita e non si sente impegnato a rendere testimonianza della Realtà di Dio e di un’altra Vita che è imminente per tutti.
Il Beato Charbel era morto prima di morire, noi non vogliamo pensare nemmeno che dovremo morire. Eppure è possibile davvero esser cristiani senza desiderare la morte? Certo, non è possibile amare Dio senza desiderare la morte. Come potremmo infatti amarlo e non desiderare la via che ci porta alla sua visione? Dio non soltanto è morto per Nietzsche, per Sartre, è morto anche per i cristiani, è divenuto una riserva di energia, un mito che stimola soltanto il loro impegno terrestre.
La Chiesa sarebbe infedele a Dio se non desse, attraverso i suoi santi, la testimonianza di una do-nazione a Dio senza compenso, in una vita di adorazione, di preghiera, di immolazione.
La vita del Beato Charbel implica il riconoscimento di una vocazione di continua preghiera. Egli adora perché vive nella divina Presenza e tuttavia non adora soltanto. Egli vive nel silenzio dell’adorazione, ma tende a Dio nell’amore.
La vita divina non è forse il colloquio eterno che il Padre vive col Figlio e il Figlio col Padre? Tutta la vita di Dio non è che questo. Preghiera in senso improprio, certo, se per preghiera s’intende esclusivamente la domanda. Preghiera in senso proprio se s’intende per preghiera una comunione di amore. E tu devi vivere ora una preghiera che è anche domanda, perché tu sei povero e tu devi chiedere più amore a Dio, perché sei povero e devi chiedere che il tuo amore per lui cresca ogni giorno di più. Ma tutta la tua vita deve essere preghiera che è rapporto di amore, preghiera che è come un ricevere continuo Dio che si comunica a te, a te che sei nulla. Ma anche dono di amore che risale da te verso il Padre in un’aspirazione continua di lode, in un desiderio vivo di amore, in un bisogno continuo di essere tutto per lui, così come egli è tutto per te.
Ed è questa la preghiera di Charbel; egli vive nella preghiera il dono continuo di sé a Dio, egli vive la sua consacrazione in una intimità che si direbbe totale tanto è profonda. Il suo silenzio non è solo adorazione, ma pienezza di amore.

* * *

Anche il racconto della morte del beato Charbel ci fa capire – se ce ne fosse bisogno – come per molti anni non ci si preoccupò neppure di fissare in un modo preciso gli avvenimenti più importanti della sua vita. E così non si sa con esattezza quando il malore mortale lo abbia colpito.
Il giorno stesso della morte nel necrologio si scrisse che di lui si sarebbe parlato, soprattutto per sottolinearne l’obbedienza incondizionata, ma nessuno poi pensò di fatto a parlarne; e se non ci fossero stati i miracoli e se non ci fossero state quelle manifestazioni soprannaturali che hanno accompagnato il trasferimento della sua salma, nessuno forse anche dei monaci ne avrebbe scritto.
Il suo maestro, per il quale ora è in corso il processo di beatificazione, sì, meritava che l’Ordine lo ricordasse : era un dotto, era stato un maestro! Ma il Beato Charbel… un eremita che aveva scelto il silenzio, non poteva ricevere che il silenzio che aveva voluto. Così non sappiamo nulla di preciso neppure per quanto riguarda la sua morte.
Sappiamo solo che nel suo giaciglio, in delirio, non faceva che ripetere la grande preghiera della Liturgia maronita: «O Padre di verità». Non riusciva ad andare avanti e la ripeteva continuamente, quasi sollecitato interiormente a finir la sua messa che, colpito da malore, egli aveva dovuto interrompere. La messa era stata la sua vita e doveva terminarla con la sua morte. È l’insegnamento che ci dà la sua morte, ed è la chiave per interpretare la sua vita. Egli ha vissuto sopra l’altare come una vittima immolata per la lode di Dio. Sacerdote, egli ha vissuto il suo sacerdozio non attraverso un apostolato in servizio ai fratelli, un ministero di predicazione, ma identificandosi sempre più a Cristo nel suo Sacrificio. La grandezza del Beato Charbel è in quella preghiera che egli incessantemente ripete, che egli è ansioso di finire, e non riesce a finire. In coma, in delirio, egli non vive che quello che sempre ha vissuto: la sua identificazione mistica col Cristo Sacerdote.
Certo, ha esercitato in un certo modo il suo sacerdozio anche verso quelle famiglie che l’hanno chiamato e dalle quali egli è andato solo per pura obbedienza. E tuttavia il suo sacerdozio egli l’ha vissuto soprattutto nella sua messa solitaria, al colmo del giorno, come atto supremo della giornata. È verso mezzogiorno che egli celebrava. Tutto tendeva a quest’atto. Così, giustamente, doveva riassumersi in quell’atto anche la morte. Non vi è morte più commovente e più sacerdotale della sua. Le parole che egli ripete, l’agonia che egli vive, in fondo, non soltanto riassumono la sua vita, ma sono anche la significazione della vita della Chiesa, della nostra medesima vita. «Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi». La Chiesa non continua che l’agonia; è il Cristo fatto presente, ma fatto presente inchiodato alla croce. Il beato Charbel nella sua morte, in qualche modo, è il simbolo di tutta la Chiesa che fa presente il mistero redentore del Cristo, il suo sacrificio.
Era stato sempre povero, era stato sempre dimenticato da tutti, ora si trova immobilizzato nel suo giaciglio, incapace di provvedere anche ai bisogni più umili; non si accorge nemmeno di quello che gli altri fanno intorno al suo letto. D’altra parte non sono molti quelli che lo assistono: fra Macario, un povero paesano… Ed egli vive così sette lunghi giorni, aspettando la morte. Così la Chiesa, così noi tutti viviamo, viviamo il mistero di Gesù che muore, il mistero della sua agonia; non viviamo che l’offerta della nostra vita a Dio e Dio la riceve proprio nella misura in cui ci inchioda nella nostra impotenza. Ma nella nostra solitudine ci fa consapevoli di una nostra unione con Lui.
La grandezza del Beato Charbel si manifesta pienamente nel fatto che egli diviene nella sua morte non più soltanto il simbolo vivente, il segno della vita sacerdotale, ma il simbolo vivente di tutta la Chiesa che col Cristo s’immola, che col Cristo è una vittima sola, per vivere la sua offerta di amore, nello spogliamento di ogni potenza, nel supremo abbandono, nella sua povertà. Chi sa nulla di lui? Nemmeno lui si accorge di quello che vive. Egli crede di essere ancora all’altare. Eppure è proprio in questa sua suprema debolezza e umiliazione, onde egli deve affidarsi a coloro che ha sempre servito, che il beato Charbel diviene un esempio, il segno, il simbolo di tutta la cristianità. La nostra vita vale nella misura in cui in noi un Altro si fa presente e vive il suo mistero. E questo mistero è un mistero di adorazione e di lode, è un sacrificio.
Questo monaco, al mondo di oggi, dice le supreme esigenze di Dio, che rimangono identiche per tutte le età: sono le esigenze che il Padre ha avuto nei riguardi del Figlio suo. Egli in tutte le età non chiede altro a ciascuno di noi che la morte, ma una morte di amore; la morte nell’adorazione e nella pace, la morte di Gesù.
In quei sette giorni si svela la vita del beato Charbel. Egli non ha vissuto che la sua identificazione con Cristo e questa identificazione diviene perfetta con la morte.
La santità non è superabile, perché nella santità è il Cristo stesso che si fa presente, e il Cristo è la «Presenza reale».
La santità non è superabile: perché è identificazione con Cristo. Anche oggi noi possiamo sentirci compagni, fratelli di Charbel e di Antonio, di Pacomio e di Serafino di Sarov: nessuno ci è più vicino dei santi, perché i santi ci sono vicini come ci è vicino il Signore, anzi nel Signore noi tutti siamo con loro e viviamo un’unica vita.
E la vita è la morte. Perché la vita del cristiano è il suo morire per amore, è il suo morire la morte di Cristo. Non vivremo mai quaggiù nella condizione presente, se non il nostro morire, perché non possiamo vivere la nostra resurrezione che in quanto abbiamo superato la condizione terrestre per vivere la visione del Padre con gli occhi di Cristo.

* * *

Gli uomini muoiono e morendo scompaiono dalla scena del mondo, passano nel silenzio di Dio e gli altri non sanno più nulla di loro. Per i santi la vita comincia dopo la morte, non solo perché dopo la morte essi vivono nella visione di Dio, ma perché dopo la morte il mondo si rende conto finalmente della loro presenza, e dopo la morte essi agiscono con una potenza e un’efficacia ancora maggiore che in vita. Se questo è vero per tutti i santi, quanto più è vero per quelle anime che, nascoste totalmente in Dio durante la loro vita mortale, appena sono morte, riempiono del loro nome e della loro presenza l’universo!
Così il beato Charbel.
Di rito maronita, figlio del Libano, è vissuto sepolto, prima ancora di morire, in un silenzio totale. Dopo la morte non solo egli parla a tutta la cristianità, ma parla a tutte le anime religiose; musulmani, drusi, oltre che cattolici e cristiani di tutti i riti: tutti salgono la santa montagna dove egli è vissuto, dinanzi al Signore, per anni e anni, senza dire parola che potesse farlo uscire dal silenzio di una pura adorazione a Dio.
Ma non è soltanto l’eco della sua vita che sembra crescere anno per anno in mezzo alla cristianità, quello che soprattutto ci impressiona. La cosa più mirabile è la coincidenza della sua beatificazione con la chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. A me sembra che nessuno abbia sufficientemente meditato questo fatto che è di una importanza incalcolabile per tutta la Chiesa. I Padri del Concilio prima di lasciarsi, dopo avere proclamato tanti mirabili documenti di sapienza dottrinale, hanno venerato un monaco che aveva fatto della sua vita un puro olocausto di adorazione al Signore. Se un grande insegnamento viene a tutta la Chiesa dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, forse un insegnamento altrettanto grande ci viene anche da questa beatificazione che chiude il Concilio. Dopo di essa vi furono, il 7 e l’8 dicembre, altre due assemblee generali, ma in fondo non aggiunsero nulla a quanto era già stato detto. L’ultima grande parola del Concilio è la beatificazione di questa grande anima che il mondo non conobbe e che invece tutti i Padri venerarono come uno degli esempi più fulgidi di una presenza di Dio nella Chiesa del nostro tempo.
Più singolare ancora è il fatto che la beatificazione del beato Charbel ebbe luogo solo un giorno dopo la proclamazione di quella Costituzione che sembra essere del tutto agli antipodi, per l’insegnamento che ci dà, dall’insegnamento di questa umile vita.
Io non so se i Padri abbiano rilevato, se non altro, le date. Dopo il loro entusiasmo nel proclamare la Costituzione in cui il mondo e la Chiesa s’abbracciavano finalmente, non era forse un monito dato da Dio che il giorno dopo la stessa Chiesa, gli stessi Padri dovessero venerare un uomo che era vissuto nel mondo, senza che il mondo si fosse nemmeno accorto della sua presenza? Un giorno dopo soltanto, questa beatificazione sembrava quasi smentire quanto si era già proclamato.
Tutto questo, certo, non è perché l’esercizio straordinario del Magistero nel Concilio Ecumenico non implichi un’assistenza divina; ma si può dire che sia stata contraria al volere di Dio la esaltazione solenne, alla presenza di tutta la Chiesa, di questo umile monaco? Allora non si potrà interpretare la Costituzione pastorale indipendentemente da quella beatificazione e non si può vedere quella beatificazione che alla luce di quella Costituzione: Dio ha voluto unire i due avvenimenti e i cristiani debbono mantenerli uniti. Una troppo facile accettazione del mondo, una troppo facile pretesa di andare d’accordo sarà sempre impedita al cristiano dalla glorificazione di una santità che ripete nel secolo XX le forme di una santità che sembrava ormai sorpassata e che molti oggi giudicano anacronistica, anzi addirittura non cristiana.
Certo, la Chiesa non può non essere radicata nel mondo dal momento che è una Chiesa visibile, dal momento che nel mondo deve operare, e tuttavia il Beato Charbel insegna che tutta la sua ricchezza è al di là, che tutto il suo amore termina al di là di questa scena presente. Pur vivendo nel mondo, pur dovendo col mondo stabilire un dialogo, la Chiesa vive l’adorazione, la Chiesa vive l’impegno di una testimonianza del primato di Dio, il dono di sé senza compenso a un Dio che rimane in silenzio.
Certo il mondo non può capire questa santità, ma sarebbe una cosa terribile che non la capissero i cristiani. Non è durante lo svolgimento dei lavori del Concilio che è stato beatificato il Beato Charbel, ma alla fine, come sigillo di tutta l’azione dottrinale dei Padri. Dopo tanto insegnamento così meravigliosamente opportuno sul piano dogmatico e pastorale, è l’ultimo insegnamento, forse il più grande che Dio attraverso il Concilio ci dà. Tutto è grande, tutto è opportuno, tutto è bello, ma più grande, più opportuno, più bello di tutto è il silenzio di una vita che adora, s’immola e si offre a Dio e nulla pretende in cambio, tranne l’accettazione divina. L’unico premio al dono che l’anima fa di se stessa, è che Dio veramente lo accetti, permettendo all’anima di affondare ogni giorno di di più come nel nulla, in una umiltà senza fondo, in un silenzio totale.
La beatificazione è l’atto più alto della vita del Beato Charbel: un atto che ha un valore di universale messaggio, un atto che è un richiamo solenne a una meditazione e a un riconoscimento di quelli che sono i supremi valori del cristianesimo. Si è detto che i santi vivono dopo la morte e noi crediamo che il Beato Charbel non abbia detto ancora l’ultima parola. E l’ultima parola la dirà attraverso di noi che, accogliendo il suo messaggio, vogliamo farlo vivo e presente per un mondo che sembra impazzito e avere smarrito il senso di Dio. Il Beato Charbel tanto più vivrà, quanto più la Chiesa, attraverso le anime che accoglieranno una simile vocazione, vorrà moltiplicare la testimonianza di una vita perduta per gli uomini e tutta offerta al Signore. Questo è il messaggio e il dono più grande che ci fa il Beato Charbel. La santità non si supera mai. Nessuno ha mai superato la fede di Abramo: egli rimane anche oggi per noi, secondo le parole di San Paolo, modello e patriarca della fede.
Il messaggio del Beato Charbel è questo: non è vero che i santi di oggi non devono essere come i santi di ieri perché la santità rimane identica : è Dio che vive nel cuore dell’uomo. Per questo possono essere presenti anche oggi nel secolo XX la vita, l’esempio, la presenza di Antonio e di Basilio, di Pacomio e di Ilarione. In ogni tempo, in ogni luogo si può fare nuovamente presente l’esempio di santi che vissero anche secoli e secoli fa.
Noi non possiamo accettare che oggi la santità non possa esprimersi che in un servizio del prossimo. Rimane la possibilità di una vita che totalmente si spenda nell’adorazione di Dio, che totalmente affondi nel suo mistero. Dio non è un mito di cui gli uomini possono valersi per stimolarsi a un servizio umano sempre più efficace e universale. Del resto il servizio degli uomini non sarebbe ancora carità se non fosse il segno dell’amore che l’uomo già porta nel suo cuore a Dio. D’altra parte, forse, all’uomo di oggi il cristiano non potrebbe fare un servizio più grande di questo: di richiamarlo al primato di Dio, di assicurargli che egli è ed è lui solo la vita dell’uomo.

Divo Barsotti

Publié dans:Santi |on 24 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno k3627-16

http://66.102.9.104/translate_c?hl=it&u=http://www.ars.usda.gov/is/graphics/photos/animalsimages.new.htm&usg=ALkJrhgojYVkXCMdQ6wx5-6U77SjQ6-M3g

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 24 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

« Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=07/24/2008#

San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire
Prima apologia, 1.30-31

« Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete »

All’imperatore Adriano, Cesare Augusto e al figlio Verissimo filosofo, ed a Lucio, filosofo, e al Sacro Senato ed a tutto il popolo romano. Io, Giustino, di Neapoli, città della Siria di Palestina, ho composto questo discorso e questa supplica, in difesa degli uomini di ogni stirpe ingiustamente odiati e perseguitati, io che sono uno di loro…
Affinché nessuno ci faccia questa obiezione: « Che cosa impedisce che anche colui che da noi è chiamato Giusto, uomo figlio di uomini, abbia compiuto per arte magica quelli che chiamiamo miracoli, e per questo sia sembrato essere figlio di Dio? », è ormai il momento di darne la dimostrazione, non credendo per fede a coloro che li narrano, ma necessariamente persuasi da quanti profetarono prima che i fatti accadessero, dal momento che vediamo con i nostri occhi che i fatti sono accaduti ed accadono così come è stato profetato e questa non potrà non apparire anche a voi – così crediamo a dimostrazione più probante e più vera.
Dunque, certi uomini tra i giudei sono stan profeti di Dio, ed attraverso di loro lo Spirito profetico preannunciò quanto sarebbe accaduto, prima che accadesse. I re dei giudei che si avvicendarono nel tempo, come vennero in possesso delle profezie, le custodirono con zelo – esattamente come furono pronunciate quando quelli profetavano – in libri composti dagli stessi profeti, nella loro lingua ebraica…
Tuttavia è proprio nei libri dei profeti che trovammo vaticinato il nostro Gesù Cristo, la sua venuta, la sua nascita da una vergine, il suo divenire uomo, il suo guarire ogni malattia e ogni infermità, il suo risuscitare i morti; trovammo che sarebbe stato odiato, ignorato e crocifisso, che sarebbe morto e risorto e salito al cielo; che è ed è chiamato Figlio di Dio, e che alcuni uomini sono inviati da lui ad annunziare queste cose a tutto il genere umano e che avrebbero creduto in Lui di preferenza i pagani. Egli fu preannunziato una volta cinquemila anni, una volta tremila, una volta duemila, ed ancora mille, e un’altra volta ottocento anni prima della sua comparsa, poiché, nel succedersi delle generazioni, ci furono svariati profeti

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 24 juillet, 2008 |Pas de commentaires »
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