oggi: San Charbel Makhlouf, memoria facoltativa (di Divo Barsotti)

oggi San Charbel Makhlouf, memoria facoltativa, la canonizzazione, il 9 settembre 1977, da papa Paolo VI solo in francese sul sito Vaticano, per chi vuole leggerla:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1977/documents/hf_p-vi_hom_19771009_fr.html

di Divo Barsotti:

http://www.figlididio.it/communio/charbel/messaggio.html

IL MESSAGGIO DEL BEATO CHARBEL MAKHLOUF

I santi iniziano la loro vera vita con la morte; è allora infatti che entrano in comunione con noi e noi possiamo sentirli presenti nella nostra vita. L’insegnamento del Beato Charbel ci giunge proprio attraverso questo allargarsi, dilatarsi dell’ammirazione che suscita, dell’amore che provoca in tutte le anime che lo conoscono. Se sulla terra egli è vissuto nel silenzio, il silenzio stesso della sua vita ora diviene parola, messaggio a tutte le anime. La sua beatificazione lo propone come esempio a tutta la Chiesa e lo propone come esempio proprio alla fine del Concilio ecumenico. La provvidenza divina ha legato in qualche modo il beato Charbel non solo al Concilio ecumenico, ma in modo particolare alla Costituzione pastorale; si direbbe che come la Costituzione dogmatica ha avuto una nota previa dopo la promulgazione della Costituzione, come chiave d’interpretazione di questo documento, il massimo che abbia proclamato il Concilio, così la beatificazione del beato Charbel è la chiave d’interpretazione della costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata il giorno prima della sua beatificazione. Interpretazione che modera l’eccessivo ottimismo che potrebbe derivare dalla lettura affrettata di alcune pagine della costituzione pastorale e che ridimensiona comunque il dialogo che la Chiesa deve fare col mondo, perché questo dialogo non esaurisce l’attività della Chiesa. Il dialogo infatti, pur essendo necessario alla Chiesa, perché essa ha una missione nei confronti degli uomini, è soltanto iniziale condizione a un altro dialogo che poi la Chiesa deve fare con un Altro, con Dio, il quale rimane in silenzio.
Noi dobbiamo considerare quale sia il messaggio del Beato Charbel. L’ammirazione del suo popolo per lui, la proclamazione solenne della sua santità hanno richiamato l’attenzione sulla sua vita. Il messaggio del Beato Charbel non può essere di fatto che la sua vita, divenuta oggi per gli uomini un insegnamento.
È vero, i santi vivono più intensamente dopo la morte, e tuttavia dopo la morte non vivono una vita diversa da quella che hanno vissuto, dicono al mondo il senso e il valore che ha avuto la loro vita che, quando essi erano quaggiù, sembrava non avere alcun senso, alcun valore. Egli è vissuto e nessuno ha saputo nulla di lui. Ora che è morto, tutti meditano la sua vita.
Che cosa è stata la vita del Beato Charbel? Leggendo la sua biografia si ha proprio l’impressione che gli agiografi vadano alla ricerca di tutti gli aneddoti possibili e immaginabili per riempire le pur poche pagine dedicate a questa grande figura. In verità la vita del Beato Charbel è in quello che essi non dicono: nella monotonia, nel silenzio, nella povertà di un’esistenza che non ha attirato lo sguardo di alcuno. La sua grandezza sta nel non aver voluto nulla per sé fintanto che è vissuto quaggiù, nemmeno la stima degli uomini, nemmeno un palpito solo di affetto né da parte dei suoi familiari, né dai monaci che facevano parte della sua stessa famiglia. Si ha l’impressione che durante la sua vita egli non sia stato apprezzato nemmeno dai suoi confratelli, che la sua grandezza non sia stata riconosciuta da alcuno. La sua santità si è imposta, anche dopo la morte, prima agli estranei che ai confratelli che avevano vissuto con lui. Gli uomini hanno bisogno di associare la grandezza a fatti esteriori, al prestigio della personalità, al successo delle intraprese, al fulgore della dottrina, alla capacità organizzativa. Ma quando l’uomo è privo di queste prerogative o se ne spoglia, allora si fa presto a dimenticarsi di lui. L’uomo si è donato a Dio? E gli uomini lo lasciano a Dio, lo abbandonano a Dio e si dimenticano di lui. Egli era lassù, solo. Un discepolo era con lui. La presenza del discepolo è stata l’occasione perché egli potesse obbedire a uno più giovane e molto meno profondo di lui nella vita spirituale.
Gli aneddoti stessi raccontati nella sua biografia dimostrano quanto fossero rari i suoi incontri coi superiori o con i fratelli dell’Ordine, che non vivevano nell’eremo della montagna. Qualche novizio andava lassù e voleva vedere questo monaco strano, il quale non si decideva mai ad alzare gli occhi o a dire una parola. Cercavano di sorprenderlo in orazione, o lo stuzzicavano perché uscisse dal suo silenzio. Nulla di più. Non si ha affatto l’impressione che costoro vedessero in lui il santo futuro.
Consacratosi interamente a Dio, egli non ha tolto più nulla al suo dono, non ha chiesto più nulla per sé, non ha vissuto attraverso la sua lunga vita che un lento ma sempre più irresistibile affondare nel nulla: per questo la sua vita è stata un continuo progressivo sparire agli occhi degli uomini.
La sua santità si è imposta per i fenomeni di cui erano testimoni gli estranei; poi anche gli stessi monaci hanno incominciato a vedere… Il monastero si è illuminato da sé nella notte… I monaci hanno pensato in un primo tempo di ricoprire tutto col silenzio. E non certo per prudenza… Pensavano che fossero impressioni di illusi, di poveri paesani. Pian piano tuttavia si è imposta una certa attenzione. Poi è venuto il fatto del corpo incorrotto, di questo corpo che galleggiava nell’acqua e rimaneva flessibile anche dopo anni. Allora si è ripensato alla sua vita. E questa vita, che era sembrata insignificante, pian piano invece, col passare degli anni, s’ingigantiva. Non per gli avvenimenti esteriori che gli uomini non ricordavano più: gli stessi esempi di virtù di cui ci parlano le biografie son ben povera cosa. Mettendoli a confronto con quello che si può dire di tanti altri santi appaiono del tutto insignificanti, quasi comuni. La grandezza del Beato Charbel è nel suo silenzio, nella purezza assoluta della sua donazione. Per lui non esiste che Dio. In questo senso davvero la sua vita si identifica con la morte: morte ad ogni rapporto umano, morte ad ogni valore umano. Egli vive solo nella Presenza di Dio e la luce della divina Presenza veramente per lui eclissa ogni cosa. In questa luce egli è sottratto a tutto; nascosto nella luce così come la luce nasconde ai suoi occhi ogni cosa.
Proprio perché egli era già morto, pur continuando a vivere, era naturale che gli uomini non facessero caso al suo silenzio, né alla sua virtù; vivevano con lui senza rendersi conto della sua presenza, perché la virtù in lui non era più esercizio di ascesi. Ma già morto, egli viveva come se nessuna creatura avesse più un potere su di lui. E, come per i morti, gli uomini accettavano placidamente che egli vivesse così. I novizi potevano parlare con Macario, e così pure i lavoratori che andavano a dissodare la vigna, lui lo lasciavano in pace; a lui si rivolgevano unicamente per affidargli gli arnesi di lavoro. Non aveva più né volontà, né desideri da esprimere. Viveva come fosse già morto.
La grandezza della sua figura sta proprio nel riconoscimento di una donazione che è stata vera-mente assoluta. Gli unici rapporti che ebbero gli uomini con lui non fecero che sottolineare la rottura reale che egli aveva compiuto con tutto, per essere totalmente di Dio.
Il Beato Charbel visse di Dio, ma non si può dire – a differenza di tanti altri mistici della Chiesa – che i documenti che noi conserviamo dimostrino una sua esperienza mistica straordinaria.
Una delle componenti del Beato Charbel è anche questa: Dio riceve il dono della vita e non dà in cambio a Charbel nulla, lo lascia nella sua povertà. La sua vita religiosa nel contatto con Dio è una vita di preghiera, certo, di una preghiera continua, certo, ma non di una esperienza mistica straordinaria. Vive abitualmente – si direbbe – attratto da Dio, vive nella divina Provvidenza a tal punto che le cose umane non lo toccano più; ma non ha né estasi né visioni, non è soggetto a fenomeni straordinari. È un assorbimento in Dio che avviene in tanta semplicità che tu non sai quando s’inizia il suo cammino di ascesa verso il Signore, né dove termini. Si può dire che nella sua vita monastica, dall’inizio alla fine, egli appare lo stesso. Il progressivo assorbimento in Dio non implica alcun mutamento di forme o di metodi, non implica mutamento di formule nemmeno nella preghiera. Al termine, come forse da novizio, ripete le stesse preghiere, compie i medesimi atti, legge i medesimi libri e sono libri della devozione delle anime pie, anzi del popolo.
Giuseppe De Luca ci dice che nell’Italia meridionale, sessant’anni fa, tutte le sere ogni buona madre di famiglia leggeva una pagina di Sant’Alfonso de’ Liguori e particolarmente Le glorie di Maria. Ebbene era il libro che amava il beato Charbel.
Come Dio lascia povera l’anima! Nelle sue forme esteriori può darci qualche fastidio, non c’è nessuna nobiltà e grandezza in questa preghiera. È la preghiera che nelle sue formule e nei suoi metodi è propria di tutte le anime. Ma egli vive, attraverso questi metodi e queste formule, un assorbimento in Dio totale. Il fulmine può cadere sul suo eremo, può bruciare le tovaglie dell’altare ed egli continua a rimanere assorto nella preghiera senza turbarsi; non se ne accorge neppure. Non si accorge di vivere una grandissima preghiera per il fatto che vive abitualmente sospeso fra cielo e terra, assorbito nella divina Presenza. È un’anima che affonda nella luce divina, è un’anima nascosta nella luce di Dio. È questa la testimonianza che il Beato Charbel ci dona, la testimonianza cioè di una vita che può essere già la vita stessa dei santi, pur essendo vissuta ancora sulla terra.
La sua vita non differisce da quella di coloro che sono già ,passati nel seno di Dio. Sì, gli chiedono qualche cosa, qualche piccolo lavoro nei campi, qualche aiuto. E la benedizione ai malati. Ma in realtà queste sue attività non fanno che sottolineare l’immenso silenzio della sua vita. È il silenzio dei morti, il silenzio delle anime che sono già passate nel seno di Dio. Non si accorgevano di lui nemmeno i contadini, che pure lavoravano insieme con lui nella medesima vigna; non lo ricordavano, né pensavano a lui i superiori, i confratelli.
Viveva quaggiù ed era come morto. Ora che è morto, egli vive. Il suo ordine monastico non vive che per lui; se vanno avanti altre cause di beatificazione di suoi confratelli, è merito suo. E non soltanto il suo ordine monastico sente l’efficacia della sua protezione e la sua continua presenza. Il Libano è davvero una sentinella avanzata soprattutto nel Medio Oriente: è proprio per il Beato Charbel che i cattolici hanno la coscienza di questa vocazione del Libano e della cristianità orientale, testimone dell’antica santità dei Padri del deserto. La Chiesa, che vive oggi un vivo impegno ecumenico, vede nella venerazione comune che hanno per la sua tomba i cristiani separati, i musulmani e i drusi, il primo esempio di un ecumenismo in atto, realizzato dalla santità.
Oggi si giunge a dichiarare che il comandamento dell’amore di Dio è vissuto soltanto come amore del prossimo… Non esiste per l’uomo alcuna possibilità di vivere un suo rapporto con Dio che nel servizio del prossimo. Espressioni esagerate, ma significative del cristianesimo di oggi. Un cristianesimo che si sente impegnato per questo mondo e per questa vita e non si sente impegnato a rendere testimonianza della Realtà di Dio e di un’altra Vita che è imminente per tutti.
Il Beato Charbel era morto prima di morire, noi non vogliamo pensare nemmeno che dovremo morire. Eppure è possibile davvero esser cristiani senza desiderare la morte? Certo, non è possibile amare Dio senza desiderare la morte. Come potremmo infatti amarlo e non desiderare la via che ci porta alla sua visione? Dio non soltanto è morto per Nietzsche, per Sartre, è morto anche per i cristiani, è divenuto una riserva di energia, un mito che stimola soltanto il loro impegno terrestre.
La Chiesa sarebbe infedele a Dio se non desse, attraverso i suoi santi, la testimonianza di una do-nazione a Dio senza compenso, in una vita di adorazione, di preghiera, di immolazione.
La vita del Beato Charbel implica il riconoscimento di una vocazione di continua preghiera. Egli adora perché vive nella divina Presenza e tuttavia non adora soltanto. Egli vive nel silenzio dell’adorazione, ma tende a Dio nell’amore.
La vita divina non è forse il colloquio eterno che il Padre vive col Figlio e il Figlio col Padre? Tutta la vita di Dio non è che questo. Preghiera in senso improprio, certo, se per preghiera s’intende esclusivamente la domanda. Preghiera in senso proprio se s’intende per preghiera una comunione di amore. E tu devi vivere ora una preghiera che è anche domanda, perché tu sei povero e tu devi chiedere più amore a Dio, perché sei povero e devi chiedere che il tuo amore per lui cresca ogni giorno di più. Ma tutta la tua vita deve essere preghiera che è rapporto di amore, preghiera che è come un ricevere continuo Dio che si comunica a te, a te che sei nulla. Ma anche dono di amore che risale da te verso il Padre in un’aspirazione continua di lode, in un desiderio vivo di amore, in un bisogno continuo di essere tutto per lui, così come egli è tutto per te.
Ed è questa la preghiera di Charbel; egli vive nella preghiera il dono continuo di sé a Dio, egli vive la sua consacrazione in una intimità che si direbbe totale tanto è profonda. Il suo silenzio non è solo adorazione, ma pienezza di amore.

* * *

Anche il racconto della morte del beato Charbel ci fa capire – se ce ne fosse bisogno – come per molti anni non ci si preoccupò neppure di fissare in un modo preciso gli avvenimenti più importanti della sua vita. E così non si sa con esattezza quando il malore mortale lo abbia colpito.
Il giorno stesso della morte nel necrologio si scrisse che di lui si sarebbe parlato, soprattutto per sottolinearne l’obbedienza incondizionata, ma nessuno poi pensò di fatto a parlarne; e se non ci fossero stati i miracoli e se non ci fossero state quelle manifestazioni soprannaturali che hanno accompagnato il trasferimento della sua salma, nessuno forse anche dei monaci ne avrebbe scritto.
Il suo maestro, per il quale ora è in corso il processo di beatificazione, sì, meritava che l’Ordine lo ricordasse : era un dotto, era stato un maestro! Ma il Beato Charbel… un eremita che aveva scelto il silenzio, non poteva ricevere che il silenzio che aveva voluto. Così non sappiamo nulla di preciso neppure per quanto riguarda la sua morte.
Sappiamo solo che nel suo giaciglio, in delirio, non faceva che ripetere la grande preghiera della Liturgia maronita: «O Padre di verità». Non riusciva ad andare avanti e la ripeteva continuamente, quasi sollecitato interiormente a finir la sua messa che, colpito da malore, egli aveva dovuto interrompere. La messa era stata la sua vita e doveva terminarla con la sua morte. È l’insegnamento che ci dà la sua morte, ed è la chiave per interpretare la sua vita. Egli ha vissuto sopra l’altare come una vittima immolata per la lode di Dio. Sacerdote, egli ha vissuto il suo sacerdozio non attraverso un apostolato in servizio ai fratelli, un ministero di predicazione, ma identificandosi sempre più a Cristo nel suo Sacrificio. La grandezza del Beato Charbel è in quella preghiera che egli incessantemente ripete, che egli è ansioso di finire, e non riesce a finire. In coma, in delirio, egli non vive che quello che sempre ha vissuto: la sua identificazione mistica col Cristo Sacerdote.
Certo, ha esercitato in un certo modo il suo sacerdozio anche verso quelle famiglie che l’hanno chiamato e dalle quali egli è andato solo per pura obbedienza. E tuttavia il suo sacerdozio egli l’ha vissuto soprattutto nella sua messa solitaria, al colmo del giorno, come atto supremo della giornata. È verso mezzogiorno che egli celebrava. Tutto tendeva a quest’atto. Così, giustamente, doveva riassumersi in quell’atto anche la morte. Non vi è morte più commovente e più sacerdotale della sua. Le parole che egli ripete, l’agonia che egli vive, in fondo, non soltanto riassumono la sua vita, ma sono anche la significazione della vita della Chiesa, della nostra medesima vita. «Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi». La Chiesa non continua che l’agonia; è il Cristo fatto presente, ma fatto presente inchiodato alla croce. Il beato Charbel nella sua morte, in qualche modo, è il simbolo di tutta la Chiesa che fa presente il mistero redentore del Cristo, il suo sacrificio.
Era stato sempre povero, era stato sempre dimenticato da tutti, ora si trova immobilizzato nel suo giaciglio, incapace di provvedere anche ai bisogni più umili; non si accorge nemmeno di quello che gli altri fanno intorno al suo letto. D’altra parte non sono molti quelli che lo assistono: fra Macario, un povero paesano… Ed egli vive così sette lunghi giorni, aspettando la morte. Così la Chiesa, così noi tutti viviamo, viviamo il mistero di Gesù che muore, il mistero della sua agonia; non viviamo che l’offerta della nostra vita a Dio e Dio la riceve proprio nella misura in cui ci inchioda nella nostra impotenza. Ma nella nostra solitudine ci fa consapevoli di una nostra unione con Lui.
La grandezza del Beato Charbel si manifesta pienamente nel fatto che egli diviene nella sua morte non più soltanto il simbolo vivente, il segno della vita sacerdotale, ma il simbolo vivente di tutta la Chiesa che col Cristo s’immola, che col Cristo è una vittima sola, per vivere la sua offerta di amore, nello spogliamento di ogni potenza, nel supremo abbandono, nella sua povertà. Chi sa nulla di lui? Nemmeno lui si accorge di quello che vive. Egli crede di essere ancora all’altare. Eppure è proprio in questa sua suprema debolezza e umiliazione, onde egli deve affidarsi a coloro che ha sempre servito, che il beato Charbel diviene un esempio, il segno, il simbolo di tutta la cristianità. La nostra vita vale nella misura in cui in noi un Altro si fa presente e vive il suo mistero. E questo mistero è un mistero di adorazione e di lode, è un sacrificio.
Questo monaco, al mondo di oggi, dice le supreme esigenze di Dio, che rimangono identiche per tutte le età: sono le esigenze che il Padre ha avuto nei riguardi del Figlio suo. Egli in tutte le età non chiede altro a ciascuno di noi che la morte, ma una morte di amore; la morte nell’adorazione e nella pace, la morte di Gesù.
In quei sette giorni si svela la vita del beato Charbel. Egli non ha vissuto che la sua identificazione con Cristo e questa identificazione diviene perfetta con la morte.
La santità non è superabile, perché nella santità è il Cristo stesso che si fa presente, e il Cristo è la «Presenza reale».
La santità non è superabile: perché è identificazione con Cristo. Anche oggi noi possiamo sentirci compagni, fratelli di Charbel e di Antonio, di Pacomio e di Serafino di Sarov: nessuno ci è più vicino dei santi, perché i santi ci sono vicini come ci è vicino il Signore, anzi nel Signore noi tutti siamo con loro e viviamo un’unica vita.
E la vita è la morte. Perché la vita del cristiano è il suo morire per amore, è il suo morire la morte di Cristo. Non vivremo mai quaggiù nella condizione presente, se non il nostro morire, perché non possiamo vivere la nostra resurrezione che in quanto abbiamo superato la condizione terrestre per vivere la visione del Padre con gli occhi di Cristo.

* * *

Gli uomini muoiono e morendo scompaiono dalla scena del mondo, passano nel silenzio di Dio e gli altri non sanno più nulla di loro. Per i santi la vita comincia dopo la morte, non solo perché dopo la morte essi vivono nella visione di Dio, ma perché dopo la morte il mondo si rende conto finalmente della loro presenza, e dopo la morte essi agiscono con una potenza e un’efficacia ancora maggiore che in vita. Se questo è vero per tutti i santi, quanto più è vero per quelle anime che, nascoste totalmente in Dio durante la loro vita mortale, appena sono morte, riempiono del loro nome e della loro presenza l’universo!
Così il beato Charbel.
Di rito maronita, figlio del Libano, è vissuto sepolto, prima ancora di morire, in un silenzio totale. Dopo la morte non solo egli parla a tutta la cristianità, ma parla a tutte le anime religiose; musulmani, drusi, oltre che cattolici e cristiani di tutti i riti: tutti salgono la santa montagna dove egli è vissuto, dinanzi al Signore, per anni e anni, senza dire parola che potesse farlo uscire dal silenzio di una pura adorazione a Dio.
Ma non è soltanto l’eco della sua vita che sembra crescere anno per anno in mezzo alla cristianità, quello che soprattutto ci impressiona. La cosa più mirabile è la coincidenza della sua beatificazione con la chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. A me sembra che nessuno abbia sufficientemente meditato questo fatto che è di una importanza incalcolabile per tutta la Chiesa. I Padri del Concilio prima di lasciarsi, dopo avere proclamato tanti mirabili documenti di sapienza dottrinale, hanno venerato un monaco che aveva fatto della sua vita un puro olocausto di adorazione al Signore. Se un grande insegnamento viene a tutta la Chiesa dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, forse un insegnamento altrettanto grande ci viene anche da questa beatificazione che chiude il Concilio. Dopo di essa vi furono, il 7 e l’8 dicembre, altre due assemblee generali, ma in fondo non aggiunsero nulla a quanto era già stato detto. L’ultima grande parola del Concilio è la beatificazione di questa grande anima che il mondo non conobbe e che invece tutti i Padri venerarono come uno degli esempi più fulgidi di una presenza di Dio nella Chiesa del nostro tempo.
Più singolare ancora è il fatto che la beatificazione del beato Charbel ebbe luogo solo un giorno dopo la proclamazione di quella Costituzione che sembra essere del tutto agli antipodi, per l’insegnamento che ci dà, dall’insegnamento di questa umile vita.
Io non so se i Padri abbiano rilevato, se non altro, le date. Dopo il loro entusiasmo nel proclamare la Costituzione in cui il mondo e la Chiesa s’abbracciavano finalmente, non era forse un monito dato da Dio che il giorno dopo la stessa Chiesa, gli stessi Padri dovessero venerare un uomo che era vissuto nel mondo, senza che il mondo si fosse nemmeno accorto della sua presenza? Un giorno dopo soltanto, questa beatificazione sembrava quasi smentire quanto si era già proclamato.
Tutto questo, certo, non è perché l’esercizio straordinario del Magistero nel Concilio Ecumenico non implichi un’assistenza divina; ma si può dire che sia stata contraria al volere di Dio la esaltazione solenne, alla presenza di tutta la Chiesa, di questo umile monaco? Allora non si potrà interpretare la Costituzione pastorale indipendentemente da quella beatificazione e non si può vedere quella beatificazione che alla luce di quella Costituzione: Dio ha voluto unire i due avvenimenti e i cristiani debbono mantenerli uniti. Una troppo facile accettazione del mondo, una troppo facile pretesa di andare d’accordo sarà sempre impedita al cristiano dalla glorificazione di una santità che ripete nel secolo XX le forme di una santità che sembrava ormai sorpassata e che molti oggi giudicano anacronistica, anzi addirittura non cristiana.
Certo, la Chiesa non può non essere radicata nel mondo dal momento che è una Chiesa visibile, dal momento che nel mondo deve operare, e tuttavia il Beato Charbel insegna che tutta la sua ricchezza è al di là, che tutto il suo amore termina al di là di questa scena presente. Pur vivendo nel mondo, pur dovendo col mondo stabilire un dialogo, la Chiesa vive l’adorazione, la Chiesa vive l’impegno di una testimonianza del primato di Dio, il dono di sé senza compenso a un Dio che rimane in silenzio.
Certo il mondo non può capire questa santità, ma sarebbe una cosa terribile che non la capissero i cristiani. Non è durante lo svolgimento dei lavori del Concilio che è stato beatificato il Beato Charbel, ma alla fine, come sigillo di tutta l’azione dottrinale dei Padri. Dopo tanto insegnamento così meravigliosamente opportuno sul piano dogmatico e pastorale, è l’ultimo insegnamento, forse il più grande che Dio attraverso il Concilio ci dà. Tutto è grande, tutto è opportuno, tutto è bello, ma più grande, più opportuno, più bello di tutto è il silenzio di una vita che adora, s’immola e si offre a Dio e nulla pretende in cambio, tranne l’accettazione divina. L’unico premio al dono che l’anima fa di se stessa, è che Dio veramente lo accetti, permettendo all’anima di affondare ogni giorno di di più come nel nulla, in una umiltà senza fondo, in un silenzio totale.
La beatificazione è l’atto più alto della vita del Beato Charbel: un atto che ha un valore di universale messaggio, un atto che è un richiamo solenne a una meditazione e a un riconoscimento di quelli che sono i supremi valori del cristianesimo. Si è detto che i santi vivono dopo la morte e noi crediamo che il Beato Charbel non abbia detto ancora l’ultima parola. E l’ultima parola la dirà attraverso di noi che, accogliendo il suo messaggio, vogliamo farlo vivo e presente per un mondo che sembra impazzito e avere smarrito il senso di Dio. Il Beato Charbel tanto più vivrà, quanto più la Chiesa, attraverso le anime che accoglieranno una simile vocazione, vorrà moltiplicare la testimonianza di una vita perduta per gli uomini e tutta offerta al Signore. Questo è il messaggio e il dono più grande che ci fa il Beato Charbel. La santità non si supera mai. Nessuno ha mai superato la fede di Abramo: egli rimane anche oggi per noi, secondo le parole di San Paolo, modello e patriarca della fede.
Il messaggio del Beato Charbel è questo: non è vero che i santi di oggi non devono essere come i santi di ieri perché la santità rimane identica : è Dio che vive nel cuore dell’uomo. Per questo possono essere presenti anche oggi nel secolo XX la vita, l’esempio, la presenza di Antonio e di Basilio, di Pacomio e di Ilarione. In ogni tempo, in ogni luogo si può fare nuovamente presente l’esempio di santi che vissero anche secoli e secoli fa.
Noi non possiamo accettare che oggi la santità non possa esprimersi che in un servizio del prossimo. Rimane la possibilità di una vita che totalmente si spenda nell’adorazione di Dio, che totalmente affondi nel suo mistero. Dio non è un mito di cui gli uomini possono valersi per stimolarsi a un servizio umano sempre più efficace e universale. Del resto il servizio degli uomini non sarebbe ancora carità se non fosse il segno dell’amore che l’uomo già porta nel suo cuore a Dio. D’altra parte, forse, all’uomo di oggi il cristiano non potrebbe fare un servizio più grande di questo: di richiamarlo al primato di Dio, di assicurargli che egli è ed è lui solo la vita dell’uomo.

Divo Barsotti

Publié dans : Santi |le 24 juillet, 2008 |Pas de Commentaires »

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