Archive pour juin, 2008

Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore

dal sito:

http://www.zenit.org/article-14813?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore

Intervento in occasione dell’udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI in occasione dell’udienza generale, dedicata a presentare la figura di San Massimo il Confessore.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri della Chiesa di Oriente del tempo tardivo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizione cristiana il titolo di Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare – « confessare » – anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massimo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo secolo era giunto a « fissare » la tradizione esegetica alessandrina.

Da Gerusalemme, Massimo si trasferì a Costantinopoli, e da lì, a causa delle invasioni barbariche, si rifugiò in Africa. Qui si distinse con estremo coraggio nella difesa dell’ortodossia. Massimo non accettava alcuna riduzione dell’umanità di Cristo. Era nata la teoria secondo cui in Cristo vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difendere l’unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà umana. E, a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà. Ma san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perché una umanità senza volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l’uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell’essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la verità dell’essere. E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell’essere umano – ovviamente eccetto il peccato – quindi anche una volontà umana. E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è o non è uomo. Se è uomo, ha anche una volontà. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due personalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dualismo, conservare la completezza dell’essere umano e tuttavia tutelare l’unità della persona di Cristo, che non era schizofrenico. E san Massimo dimostra che l’uomo trova la sua unità, l’integrazione di se stesso, la sua totalità non in se stesso, ma superando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscendo da se stesso, l’uomo trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stesso. Non si deve amputare l’uomo per spiegare l’Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell’essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio, trova la sua vera umanità. Per san Massimo questa visione non rimane una speculazione filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprattutto nel dramma del Getsemani. In questo dramma dell’agonia di Gesù, dell’angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione. San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il « no » fosse l’apice della libertà. Solo chi può dire « no » sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire « no » a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l’ha superata, perché Gesù ha visto che non il « no » è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il « sì« , la conformità con la volontà di Dio. Solo nel « sì » l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del « sì« , nella unificazione della sua volontà con quella divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa « divino ». Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel « sì » che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti. Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto voleva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l’essere umano; sta qui l’intera questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in Africa difendendo questa visione dell’uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Papa Martino I a difesa delle due volontà di Cristo, contro l’editto dell’imperatore, che – pro bono pacis – proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e condannato a morte, ottenne la commutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 settembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.Poco tempo pi

ù tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che – opponendosi anche lui all’imperatore – continuava a ripetere: « E’ impossibile affermare in Cristo una sola volontà! » (cfr PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Anastasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché avesse ormai superato gli ottant’anni di età. Il tribunale dell’imperatore lo condannò, con l’accusa di eresia, alla crudele mutilazione della lingua e della mano destra – i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combattuto l’errata dottrina dell’unica volontà di Cristo. Infine il santo monaco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subite, all’età di 82 anni, il 13 agosto dello stesso anno 662.

Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa dell’ortodossia. Ci siamo riferiti in particolare alla Disputa con Pirro

, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l’avversario dei suoi errori. Con molta onestà, infatti, Pirro concludeva così la Disputa: « Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato » (PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte alcune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teologico.Quello di san Massimo non

è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l’essere umano, nell’uomo il Creatore ha unificato il cosmo. Egli ci ha mostrato come unificare nella comunione di Cristo il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento. A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che – « rilanciando » la figura di Massimo – definisce il suo pensiero con l’icastica espressione di Kosmische Liturgie, « liturgia cosmica ». Al centro di questa solenne « liturgia » rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L’efficacia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur essendo Dio in tutto, è anche integralmente uomo – compresa anche l’ »energia » e la volontà dell’uomo.

La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illuminati da un immenso coraggio nel testimoniare l’integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l’uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stessi e al cosmo, dando al cosmo stesso e all’umanità la giusta forma. L’universale « sì » di Cristo, ci mostra anche con chiarezza come dare il collocamento giusto a tutti gli altri valori. Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la libertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una libertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distruggerebbe l’autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialogare diventa una chiacchiera vuota. Tutti questi valori sono grandi e fondamentali, ma possono rimanere veri valori soltanto se hanno il punto di riferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e cosmo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cristo è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E così, alla fine, Cristo ci indica che il cosmo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l’inizio della vera trasformazione, del vero rinnovamento del mondo.

Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle opere di san Massimo: « Noi adoriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen! » (PG 91, c. 269).

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in varie lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benevenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto il gruppo della Piccola Missione per i Sordomuti e quello del Complesso Penitenziario di Sollicciano. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco su ciascuno di voi la continua assistenza divina per un fecondo itinerario di fedeltà al Vangelo. Con grande affetto saluto ora il folto gruppo della Famiglia Orionina, gioiosamente radunata attorno al Vicario di Cristo per celebrare la festa del Papa. L’inaugurazione della statua del vostro Fondatore costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da san Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro – come diceva lui stesso – « i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo ».Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebreremo domenica la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L’esempio e la costante protezione di queste colonne della Chiesa sostengano voi, cari giovani, nello sforzo di seguire Cristo; aiutino voi, cari malati, nel vivere con pazienza e serenità la vostra situazione; spingano voi, cari sposi novelli, a testimoniare nella vostra famiglia e nella società l’adesione coraggiosa agli insegnamenti evangelici.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 26 juin, 2008 |Pas de commentaires »

A Damasco nei luoghi di Paolo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14821?l=italian

A Damasco nei luoghi di Paolo

ROMA, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito alcuni estratti del colloquio con Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, apparso sulla primo numero della rivista “Paulus” .

* * *

Cè qualcuno che san Paolo ce lha nel DNA. Una vocazione scritta nel sangue e nello spirito, viene da dire. Questo qualcuno è Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, che ci racconta come la sua vita sia stata segnata dallApostolo fin dal suo inizio. Anzi, prima ancora… «La mia appartenenza paolina ci dice il Patriarca è viscerale nel senso letterale del termine, perché comincia addirittura con la mia gestazione. Mia madre proveniva infatti da una località nota come il monte degli arabi, a 50 km da Damasco, in direzione di Amman. È il luogo dove Paolo fuggì dopo la persecuzione dei Giudei e che cita nella lettera ai Galati, quando afferma di essere andato in Arabia (Gal 1,17) prima ancora che a Gerusalemme: non si tratta dellArabia Saudita, ma di una zona desertica tra Damasco e la Giordania. Sono nato a Daraya, dove Paolo è stato convertito dallincontro con il Signore, ma vivo a Damasco, lunica città al di fuori della Terra Santa dove è apparso il Risorto. Il mio legame con lApostolo delle genti si è rafforzato ancora di più quando, alla mia ordinazione vescovile, il precedente patriarca Massimo V mi ha assegnato il titolo di vescovo di Tarso, per cui mi sento a tutti gli effetti il successore di Paolo. Tuttora continuo ad appartenergli perché la mia residenza si trova in quello che io amo chiamare il quartiere paolino, cioè quella zona dove sorge da un lato la casa di Anania e dallaltro la cappella dove Paolo ricevette il battesimo. Vivere in quel luogo è per me fondamentale, proprio perché vi ha operato Anania. E Anania è forse uno dei primi vescovi del mondo in senso moderno, prima ancora dello stesso Pietro, perché mentre Pietro era anche missionario e si spostava di frequente, Anania era fisso presso una sede precisa, proprio come un vescovo locale. Mi piace anche ricordare il 15 febbraio 1959, prima della mia ordinazione sacerdotale, quando mi sono raccolto in ritiro spirituale presso le Tre Fontane e poi alla prigione di san Paolo a Roma. Proprio ieri ho celebrato la divina liturgia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura e ho pregato sulla tomba di san Paolo come patriarca e come suo successore. E mi sono commosso perché, 49 anni fa, vi avevo celebrato la mia prima divina liturgia».[...] sul versante dell

ecumenismo il Patriarca coltiva il carisma dellunità proprio del suo protettore, e ci racconta come si possa essere costruttori di chiese in senso spirituale e in senso materiale allo stesso tempo. «Un altro cantiere di lavori ancora aperto è la costruzione di una chiesa a Damasco. Nel frattempo, nel nostro piccolo villaggio abbiamo già costruito unaltra chiesa dedicata a san Paolo ed è stata inaugurata nel 2004. Si tratta di una vera rarità mondiale, una chiesa comune come solo lo spirito paolino poteva ispirarci: è una co-proprietà dei greco-ortodossi e dei greco-cattolici. Credo sia lunico esemplare di co-proprietà tra cattolici e ortodossi. [...]».

Sul fronte delle iniziative per il bimillenario fervono i preparativi. È unoccasione unica per la Chiesa intera, ma in particolare per quanto resta come un seme seminato a fondo delle antichissime comunità cristiane fondate dallApostolo. «Per lAnno Paolino sto pensando a diverse iniziative che si dovrebbero svolgere in tutto il Libano. Tra le tante cose, desideriamo produrre un film sulla vita di Paolo che ripercorra gli Atti degli Apostoli e le Lettere. Abbiamo già pronta la sceneggiatura un testo di grande bellezza spirituale e ora occorrono solo i fondi per girarlo. Stiamo anche cercando di rivitalizzare alcune località significative per le celebrazioni, anche se sono poco note. Ad esempio è degno di menzione Msimiè, posto a 50 minuti a sud di Damasco, dove Paolo trovò rifugio trattandosi di una regione romana: se fosse rimasto a Damasco, lo avrebbero ucciso. Ma restando nella geografia spirituale paolina del Medioriente, i due luoghi più importanti restano Damasco e Roma. Un altro luogo importante potrebbe essere Atene, ma essendo la Grecia di religione ortodossa non sappiamo quale potrebbe essere la risposta a uniniziativa voluta dal Papa. Lo stesso discorso vale per la Turchia, che è musulmana. Damasco ha una maggioranza Ortodossa e in un primo momento non sembrava interessata alliniziativa, ma ora che si è lasciata trascinare dal fervore dei cattolici ne è entusiasta. Oltre tutto Damasco, che è interamente musulmana, ora passa agli occhi dellattenzione mondiale grazie alla sua sparuta minoranza cristiana. Questo offrirà loccasione per far conoscere a tutti che anche nel mondo arabo, dove siamo una minoranza, si celebra un evento cristiano che testimonia la fede in Gesù Cristo e che incoraggia tutti i cristiani orientali. Così il nostro Presidente si è mostrato molto interessato e ha dato ordine ai ministri di rendersi disponibili nei confronti dei Patriarchi della Chiesa cattolica e ortodossa per lAnno Paolino! Così sono a nostra disposizione anche il Ministro del Turismo, dellEconomia e delle Comunicazioni».

[...] la Chiesa senza Paolo sarebbe una Chiesa che non avrebbe voce. Questa voce ci dice che devesserci un papa nel mondo, e che la presenza dei cristiani nel mondo non può essere che forte. Ma la voce di Paolo ci ricorderà anche che il più grande ministero del Papa non è il primato, ma quello di confermare e fortificare i suoi fratelli. Abbiamo bisogno perciò di una voce cristiana unica nel mondo, che predichi lannuncio fondamentale del vangelo senza scendere in quei particolarismi che finiscono per creare solo divisione. Ricordiamo sempre quello che disse Giovanni XXIII: Quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide”».

Gregorio III Laham

Patriarca della

Chiesa cattolica Greco-Melkita

di Antiochia, di Gerusalemme

e di tutto l’Oriente

Publié dans:ANNO PAOLINO, San Paolo |on 26 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Solennità di San Giovanni Battista

Solennità di San Giovanni Battista dans immagini sacre

http://santiebeati.it/immagini/Original/20300/20300BG.JPG

Publié dans:immagini sacre |on 25 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Produrre frutti buoni

 dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/25/2008#

Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Omelie, 7

Produrre frutti buoni

In una vigna, si rivolta la terra attorno al ceppo di vite e si sarchiano le erbacce. Anche l’uomo deve sarchiare se stesso, profondamente attento a ciò che ci potrebbe essere ancora da sradicare nel fondo del suo essere, affinché il Sole divino possa avvicinarsene più immediatamente e brillarvi. Se lascerai che la forza dall’alto faccia la sua opera…, il sole diventerà luminoso, dirigerà i suoi raggi cocenti sui frutti e li renderà sempre più trasparenti. Saranno sempre più dolci, le bucce che li avvolgono diventeranno sottilissime. Così succede nel campo spirituale. Gli ostacoli intermedi diventano in fine così tenui che riceviamo senza sosta i tocchi divini molto da vicino. Ogni qualvolta ci rivolgiamo a lui, troviamo sempre dentro di noi il divino Sole che brilla con più chiarore di tutti i soli che hanno mai brillato nel firmamento. E così, tutto nell’uomo viene deificato al punto che non sente, non gusta, non conosce nulla di così reale quanto Dio, con una conoscenza innata, e questa conoscenza supera di gran lunga il modo di conoscenza della nostra ragione.

Infine, si tagliano le foglie dei tralci perché il sole possa diffondersi sui frutti senza incontrare nessun ostacolo. Così succede in questi uomini: ogni intermediario viene a cadere e ricevono tutto in modo diretto. Ecco che cadono preghiere, rappresentazioni dei santi, pratiche di devozione, esercizi. Che l’uomo si guardi tuttavia dal respingere queste pratiche prima che esse cadano da sole. A quel punto, il frutto diviene così indicibilmente dolce che nessun ragionamento può capirlo… Siamo una cosa sola con la dolcezza divina, così che il nostro essere è del tutto penetrato dall’Essere divino e che vi si perde come una goccia d’acqua in un grande fusto di vino… A questo punto le buone intenzioni, l’umiltà, non sono altro che semplicità, un mistero così radicalmente sereno che a malapena se ne ha coscienza.

Padre Cantalamessa: Natività di San Giovanni Battista

avevo scelto questa omelia per oggi, ieri, purtroppo ho problemi di condominio ed uno stiramento alla spalla, quindi la metto ora, l’omelia è dell’anno scorso quindi le letture non corrispondono, però il significato delle festa rimane, dal sito di Padre Cantalamessa:

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=103

Si chiamerà Giovanni

Natività di San Giovanni Battista
C – 2007-06-24 Isaia 49, 1-6;
Atti 13, 22-26;
Luca 1, 57-66.80.
Al posto della XII Domenica del Tempo Ordinario quest’anno si celebra la festa della Natività di S. Giovanni Battista. Si tratta di una festa antichissima risalente al IV secolo. Perché la data del 24 Giugno? Nell’annunciare la nascita di Cristo a Maria l’angelo le dice che Elisabetta sua parente è al sesto mese. Dunque il Battista doveva nascere sei mesi prima di Gesù e in questo modo è rispettata la cronologia (Il 24, anziché il 25 giugno, è dovuto al modo di calcolare degli antichi, non per giorni, ma per Calende, Idi e None). Naturalmente, queste date hanno valore liturgico e simbolico, non storico. Non conosciamo il giorno e l’anno esatti della nascita di Gesú e quindi neppure del Battista. Ma questo cosa cambia? L’importante per la fede è il fatto che è nato, non il quando è nato.

Il culto si diffuse rapidamente e Giovanni Battista divenne uno dei santi cui sono dedicate più chiese nel mondo. Ventitre papi presero il suo nome. All’ultimo di essi, papa Giovanni XXIII, è stata applicata la frase che il Quarto Vangelo dice del Battista: « Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni ». Pochi sanno che i nomi delle sette note musicali (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si) hanno a che vedere con Giovanni Batista. Sono desunte dalla prima sillaba dei sette versi della prima strofa dell’inno liturgico composto in onore del Battista.

Il brano evangelico parla della scelta del nome di Giovanni. Ma è importante anche ciò si ascolta nella prima lettura e nel salmo responsoriale della festa. La prima lettura, dal libro di Isaia, dice: « Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra ». Il salmo responsoriale ritorna su questo concetto che Dio ci conosce fin dal seno materno:

« Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre…
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi ».

Noi abbiamo un’idea molto riduttiva e giuridica di persona che genera molta confusione nel dibattito sull’aborto. Sembra che un bambino acquisisca la dignità di persona dal momento in cui questa gli viene riconosciuta dalle autorità umane. Per la Bibbia persona è colui che è conosciuto da Dio, colui che Dio chiama per nome; e Dio, ci viene assicurato, ci conosce fin dal seno materno, i suoi occhi ci vedevano quando eravamo « ancora informi » nel seno della madre. La scienza ci dice che nell’embrione c’è, in divenire, tutto l’uomo futuro, progettato in ogni minimo particolare; la fede aggiunge che non si tratta solo di un progetto inconscio della natura, ma di un progetto d’amore del Creatore. La missione di san Giovanni Battista è tutta tracciata, prima che nasca: « E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore, a preparargli le strade… ».

La Chiesa ha ritenuto che Giovanni Battista fu santificato già nel grembo materno dalla presenza di Cristo; per questo celebra la festa della sua nascita. Questo ci da l’occasione per toccare un problema delicato, divenuto oggi acuto a causa dei milioni di bambini che, soprattutto per la diffusione spaventosa dell’aborto, muoiono senza aver ricevuto il battesimo. Che dire di loro? Sono anch’essi in qualche modo santificati nel grembo materno? C’è salvezza per essi?

La mia risposta è senza esitazione: certo che c’è salvezza per essi. Gesú risorto dice anche di essi: « Lasciate che i bambini vengano a me ». Secondo un’opinione divenuta comune dal medio evo i bimbi non battezzati sarebbero andati nel Limbo, un luogo intermedio in cui non si soffre, ma neppure si gode della visione di Dio. Ma si tratta di un’idea che non è stata mai definita come verità di fede dalla Chiesa. Era un’ipotesi dei teologi che, alla luce dello sviluppo della coscienza cristiana e della comprensione delle Scritture, non possiamo più mantenere.

Quando espressi tempo fa questa mia opinione in uno di questi commenti evangelici, ebbi diverse reazioni. Alcuni esprimevano gratitudine per questa presa di posizione che toglieva loro un peso dal cuore, altri mi rimproveravano di abbondare la dottrina tradizionale e di sminuire così l’importanza del battesimo. Ora la discussione è chiusa perché recentemente la Commissione Teologica Internazionale che lavora per la congregazione della Dottrina della fede ha pubblicato un documento in cui si afferma la stessa cosa.

Mi sembra utile tornare sull’argomento alla luce di questo importante documento per spiegare alcune delle ragioni che hanno portato la Chiesa a questa conclusione. Gesù ha istituito i sacramenti come mezzi ordinari per la salvezza. Essi sono quindi necessari e chi, pur potendoli ricevere, contro la propria coscienza li rifiuta o li trascura mette a serio repentaglio la propria salvezza eterna. Ma Dio non si è legato a questi mezzi. Egli può salvare anche per vie straordinarie, quando la persona, senza sua colpa, è privato del battesimo. Lo ha fatto per esempio con i Santi Innocenti, morti anch’essi senza battesimo. La Chiesa ha sempre ammesso la possibilità di un battesimo di desiderio e di un battesimo di sangue, e tanti di questi bambini hanno conosciuto davvero un battesimo di sangue, anche se di diversa natura…

Non credo che la chiarificazione della Chiesa incoraggerà l’aborto; se lo facesse sarebbe tragico e ci sarebbe da preoccuparsi seriamente, non della salvezza dei bambini non battezzati, ma dei genitori battezzati. Sarebbe un prendersi gioco di Dio. Tale dichiarazione darà, al contrario, un po’ di sollievo ai credenti che, come tutti, si interrogano sgomenti davanti alla sorte atroce di tanti bambini nel mondo d’oggi.

Torniamo prima a Giovanni Battista e alla festa di domani. Nell’annunciare a Zaccaria la nascita del figlio l’angelo gli disse: « Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita » (Luca 1, 13-14). Molti davvero si sono rallegrati per la sua nascita, se a distanza di venti secoli siamo ancora qui a parlare di quel bambino.

Vorrei fare di quelle parole anche un augurio a tutti i papà e alle mamme che, come Elisabetta e Zaccaria, vivono il momento dell’attesa o della nascita di un bimbo: Possiate anche voi avere gioia ed esultanza nel bimbo o nella bimba che Dio vi ha affidato e rallegravi della sua nascita per tutta la vostra vita e per l’eternità!

Publié dans:liturgia |on 25 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Arcivescovo Ravasi: la Bibbia, riferimento per la civiltà

dal sito:

http://www.zenit.org/article-14798?l=italian

Arcivescovo Ravasi: la Bibbia, riferimento per la civiltà

Conferenza in Portogallo del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura 

di Alexandre Ribeiro

 

 LISBONA, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Bibbia “è uno dei punti di riferimento fondamentali non solo per la fede, ma anche per la nostra civiltà”, ha affermato monsignor Gianfranco Ravasi. 

Il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura era venerdì scorso in Portogallo, dove ha presentato all’Università Cattolica Portoghese una conferenza dal titolo La Bibbia, ‘Grande Codice’ della cultura occidentale

Secondo il presule, la Bibbia è presente nella cultura occidentale come componente strutturale del dominio artistico, etico e sociale

‘Le Sacre Scritture sono l’universo su cui la letteratura e l’arte occidentali hanno operato fino al XVIII secolo e, in buona misura, ancora operano’, ha detto citando il critico letterario Northrop Frye. 

Monsignor Ravasi ha sottolineato che per secoli la Bibbia è stata un’immensa grammatica o un repertorio iconografico, ideologico e letterario al quale ci si è attenuti costantemente a livello sia della cultura elevata che di quella popolare

L’Arcivescovo ha indicato tre modelli che rappresentano questa enorme influenza, il primo dei quali sarebbe quello reinterpretativo o attualizzante: si assume il testo o il simbolo biblico che viene riletto all’interno di coordinate storico-culturali nuove e diverse

Un altro modello è quello che elabora i dati biblici in modo sconcertante e che possiamo definire degenerativo. Nella stessa storia della teologia e dell’esegesi si sono verificati frequentemente fraintendimenti e deformazioni ermeneutiche

In questo caso, il testo biblico corre il rischio della riduzione a una tenue base su cui si tessono nuove trame e nuovi significati, fenomeno che avviene con molte altre figure bibliche, ha affermato. 

Un terzo modello, quello trasfigurativo, appare quando l’arte riesce a rendere visibili dissonanze segrete del testo sacro, trascrivendolo in tutta la sua purezza, facendo nascere potenzialità che l’esegesi scientifica conquista solo con molta fatica o ignora del tutto

Su questa linea, secondo l’Arcivescovo, emerge la grande musica che, nel periodo storico che va dal ’600 all’inizio dell »800, ha superato spesso le arti figurative come interprete della Bibbia (Carissimi, Monteverdi, Schütz, Pachelbel, Bach, Vivaldi, Buxtehude, Telemann, Couperin, Charpentier, Haendel, Haydn, Mozart, Bruckner ecc.)

Immaginate cosa può significare un oratorio come Jefte di Carissimi o il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi, o la Passione secondo Matteo di Bach o ancora, guardando ai nostri giorni, la Passione secondo San Luca di Penderecki o i Chichester Psalms di Bernstein, ha affermato. 

Secondo monsignor Ravasi, per studiare un caso specifico ed esistenziale, basterebbe seguire la suprema rilettura che Mozart fa di un salmo letterariamente modesto, il brevissimo 117 (116), caro a Israele perché proclama le due virtù fondamentali dell’alleanza che lega Dio al suo popolo, cioè veritas et misericordia, come dice la versione latina della Vulgata utilizzata dal musicista, o ‘amore e fedeltà‘, in una traduzione più vicina all’originale ebraico

E’ chiaro, il Laudate Dominum in Fa minore dei Vespri solenni di un Confessore (K 339) di Mozart riesce a ricreare tutta la carica teologica e spirituale ebraica e cristiana del salmo come non saprebbe fare nessuna esegesi testuale diretta, ha sottolineato. 

Ricordando che la Bibbia è uno dei punti di riferimento per la fede e la civiltà, monsignor Ravasi ha concluso il suo intervento citando le parole di Goethe, che diceva che il cristianesimo è ‘la lingua materna dell’Europa’. 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, ZENITH |on 25 juin, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno kr061408_010

http://www.morguefile.com/archive/index.php?display=&terms=flowers&&start=36

« Tu, bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade » (Lc 1,76)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/24/2008#

Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 per Giovanni Battista

« Tu, bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade » (Lc 1,76)

A ragione la nascita di questo bambino fu un motivo di gioia per molti : e lo è anche oggi. Donato ai suoi genitori nella loro vecchiaia, veniva per predicare ad un mondo che stava invecchiando, la grazia di una nuova nascita. È bello che la Chiesa festeggi solennemente questa natività, frutto meraviglioso della grazia, di cui la natura rimane ammirata.

Per quanto mi riguarda, la nascita di questa lampada destinata a rischiarare il mondo (Gv 3, 35), mi colma di una gioia nuova ; grazie ad essa infatti ho riconosciuto la luce vera che splende nelle tenebre e non è stata accolta dalle tenebre (Gv 1, 5.9). Sì, la nascita di questo bambino mi colma di una gioia indicibile, lui che è per il mondo fonte di grandissimi beni. Lui, per primo, istruisce la Chiesa, inizia a formarla per mezzo della penitenza, la prepara mediante il battesimo, e quando l’ha così preparata, la rimette a Cristo e la unisce a lui (Gv 3, 29). Le insegna a vivere nella sobrietà, e con l’esempio della sua morte, le dà la forza di morire con coraggio. In tutto ciò, prepara per il Signore un popolo perfetto (Lc 1, 17).

La Chiesa turca apre ufficialmente l’Anno Paolino: “Paolo è l’Apostolo di tutti i cristiani”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-14788?l=italian

La Chiesa turca apre ufficialmente l’Anno Paolino

“Paolo è l’Apostolo di tutti i cristiani”

TARSO, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- L’Anno Paolino ha un importante significato ecumenico, visto che San Paolo è una figura riconosciuta da tutte le confessioni cristiane. Lo ha affermato questa domenica monsignor Luigi Padovese, presidente della Conferenza Episcopale della Turchia, in un’intervista rilasciata alla “Radio Vaticana”. Monsignor Padovese ha accompagnato il Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, alla solenne celebrazione ecumenica svoltasi nella basilica di San Paolo di Tarso, che ha dato ufficialmente inizio all’Anno Paolino in Turchia.

Alla celebrazione erano presenti i Vescovi della Turchia e i rappresentanti di altre confessioni cristiane. Per l’Anno Paolino, il Governo turco ha permesso la riapertura al culto della basilica di Tarso, attualmente un museo.

A questo proposito, monsignor Padovese è tornato a insistere sulla necessità dei cristiani della Turchia di avere un luogo di culto a Tarso “per i molti pellegrini che verranno non soltanto per l’Anno Paolino ma anche in seguito”. Sia la Conferenza Episcopale Turca che la Santa Sede, cos

ì come il Governo e la Conferenza Episcopale della Germania, hanno provato a intercedere in questo senso presso il Governo della Turchia.

La situazione dei cristiani turchi è difficile, ha spiegato monsignor Padovese, a causa del mancato riconoscimento ufficiale da parte del Governo.

In Turchia ‘non esiste’ la Chiesa cattolica, ‘non esistono’ le parrocchie, ‘non esiste’ una Conferenza Episcopale, con tutta una sorta di conseguenze che derivano da una mancanza di riconoscimento giuridico”, ha osservato.

Il presule afferma che i pellegrinaggi in occasione dell’Anno Paolino possono aiutare molto i cattolici turchi, sempre che si arrivi “come pellegrino e non come turista”.

Allo stesso modo, ha esortato a testimoniare che “anche all’interno del mondo cristiano c’è chi ha fede, c’è chi sostiene valori religiosi, in questo anche contrastando l’opinione che talvolta esiste che cristianesimo e Occidente siano la stessa cosa: un Occidente corrotto e il cristianesimo una religione corrotta. Si deve mostrare che non è proprio così”.

Per monsignor Padovese, l’arrivo dei pellegrini da altre parti del mondo può promuovere nei cattolici turchi “una presa di coscienza della propria identità cristiana” e dare “un po’ di forza all’interno delle difficoltà che ancora stiamo sperimentando”.

Publié dans:San Paolo |on 23 juin, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno branch.yellow.forest

http://www.cepolina.com/freephoto/tt/1-yellow.htm

12345...12

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31