Archive pour le 11 juin, 2008

Lourdes, sul sito è possibile ingrandire l’immagine

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San Barnaba

San  Barnaba dans immagini sacre

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Papa Bendetto: Barnaba, Silvano ed Apollo (catechesi del 31 gennaio 2007)

questa catechesi l’ho sicuramente già messa, ma vale la pena di rileggerla, credo, dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070131_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 31 gennaio 2007  

Barnaba, Silvano e Apollo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23), Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm 16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera di  collaboratori e di collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.

Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo.

I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il  mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù.

Un altro compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare», che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline. Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At 15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine pagana, e così servire l’unità della Chiesa nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si spiega così come mai egli risulti come co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da “solista”, da puro individuo, ma insieme con questi collaboratori nel “noi” della Chiesa. Questo “io” di Paolo non è un “io” isolato, ma un “io” nel “noi” della Chiesa, nel “noi” della fede apostolica. E Silvano alla fine viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa è una e l’annuncio missionario è unico.

Il terzo compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è chiamato Apollo, probabile abbreviazione di Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di Alessandria d’Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture… pieno di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla scena della prima evangelizzazione avviene nella città di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At 18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più completa della “via di Dio” (cfr At 18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di Corinto: qui arrivò con l’appoggio di una lettera dei cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr At 18,27). A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At 18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome, affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi, cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9). Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12). Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi pensano a lui come a possibile autore della Lettera agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba.

Tutti e tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i  sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo  per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa.

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San Barnaba Apostolo – 11 giugno

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23350

San Barnaba Apostolo

11 giugno

Primo secolo dopo Cristo

Barnaba (figlio della Consolazione), cipriota, diede agli Apostoli ciò che recavo dalla vendita del suo campo: » Così Giuseppe, soprannominato gli apostoli Barnaba « figlio dell’esortazione », un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo ai piedi degli apostoli e uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. Accreditò Paolo di fronte alla Chiesa, fu suo compagno nel primo viaggio missionario e nel primo Concilio di Gerusalemme. (Mess. Rom.)

Etimologia: Barnaba = figlio di consolazione, dall’arameo

Martirologio Romano: Memoria di san Barnaba, Apostolo, che, uomo mite e colmo di Spirito Santo e di fede, fu annoverato tra i primi fedeli di Gerusalemme. Predicò il Vangelo ad Antiochia e introdusse Saulo di Tarso da poco convertito nel novero dei fratelli, accompagnandolo pure nel suo primo viaggio per l’evangelizzazione dell’Asia; partecipò poi al Concilio di Gerusalemme e, fatto ritorno all’isola di Cipro, sua patria di origine, vi diffuse il Vangelo.

L’ebreo Giuseppe nativo di Cipro si fa cristiano, vende un suo campo e consegna il ricavato « ai piedi degli apostoli », in Gerusalemme. Così lo incontriamo, presentato dagli Atti degli Apostoli, con questo gesto di conversione radicale. La Chiesa neonata impara presto a onorarlo col soprannome di Barnaba, ossia “figlio dell’esortazione”. E la sua autorità cresce. Un giorno i cristiani di Gerusalemme sono sottosopra perché in città è tornato Saulo di Tarso, già persecutore spietato. Dicono che ora sia cristiano, ma chi si fida? Ed ecco che Barnaba, preso Saulo con sé, « lo presentò agli apostoli », dicono gli Atti, garantendo per lui. Basta la sua parola: Saulo, che poi si chiamerà Paolo, « poté stare con loro ».
Qualche tempo dopo arriva la notizia che ad Antiochia di Siria si fanno cristiani anche dei non ebrei: novità mai vista. La Chiesa di Gerusalemme « mandò Barnaba ad Antiochia »; è l’uomo delle emergenze. E ad Antiochia capisce subito: « Vide la grazia del Signore e si rallegrò ». Nessuna incertezza, nessun “vedremo”, “concerteremo”: subito egli invita « tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore ». Risoluto lui per primo, porta Paolo da Tarso ad Antiochia, predicano insieme, poi insieme portano soccorsi ai cristiani di Gerusalemme affamati da una carestia.
Ad Antiochia matura il piano per una missione in terra pagana, diretta anzitutto alle comunità ebraiche, ma che poi si aprirà a tutti. Barnaba e Paolo sono designati all’impresa, prendendo con sé il giovane indicato all’inizio come « Giovanni detto Marco », cugino di Barnaba. Quello che, secondo l’antica tradizione cristiana, sarà poi l’evangelista Marco. Questo primo viaggio missionario tocca Cipro e una parte dell’Asia Minore.
Barnaba è ancora con Paolo (verso l’anno 49) a Gerusalemme, per la focosa disputa sui pagani convertiti (devono circoncidersi o no?), che porterà alla decisione di non imporre loro altri pesi, oltre ai precetti profondamente radicati nell’animo degli ebreo-cristiani.
Tra gli anni 50 e 53 c’è il secondo viaggio missionario che toccherà anche l’Europa. Barnaba vorrebbe portare ancora Giovanni-Marco, ma Paolo rifiuta, perché nel primo viaggio il giovane si è separato da loro. Insiste Barnaba, ed è rottura completa. Gli Atti dicono soltanto: « Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro ». E non parleranno più di lui. Se ne ricorda invece assai Paolo, probabilmente riconciliato con Marco: scrivendo ai Colossesi e a Filemone, manda loro i saluti anche « di Marco » (e ai Colossesi precisa: « il cugino di Barnaba »). Infine, nella prima lettera ai Corinzi, l’apostolo ricorda che anche Barnaba, come lui, si manteneva col suo lavoro. Non poteva essere altrimenti per il “figlio dell’esortazione”, che per farsi cristiano si è fatto innanzitutto povero.

Autore: Domenico Agasso

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San Leone Magno: Pietro e Paolo germogli della divina semente.

dal sito:

http://www.tanogabo.it/Religione/Leone_Magno.htm

 

 San Leone Magno 

Pietro e Paolo germogli della divina semente.

 

 

« Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli »(Sal 115, 15) e nessun genere di crudeltà può distruggere una religione, che si fonda sul mistero della croce di Cristo. La Chiesa infatti non diminuisce con le persecuzioni, anzi si sviluppa, e il campo del Signore si arricchisce di una messe sempre più abbondante, quan do i chicchi di grano, caduti a uno a uno, tornano a rinascere moltiplicati. Dalla divina semente sono nati i due nostri straordinari germogli, Pietro e Paolo. Da essi si è sviluppato una discendenza innumerevole, come dimostrano le migliaia di santi martiri, che, emuli dei trionfi degli apostoli, hanno suscitato intorno alla nostra città una moltitudine di popoli, rivestiti di porpora e rifulg enti da ogni parte di splendida luce, e hanno coronato la chiesa di Roma di un’unica corona ornata di molte e magnifiche gemme. Noi di tutti i santi celebriamo con gioia la festa. Sono infatti un dono di Dio, un aiuto alla nostra debolezza, un esempio di virtù e un sostegno alla nostra fede. Però, se con ragione celebriamo tutti i santi in letizia, un’esultanza speciale sentiamo nel commemorare i due apostoli Pietro e Paolo, perché, fra tutte le membra privilegiate del corpo mistico, essi hanno avuto da Dio una funzione davvero speciale. Essi sono quasi i due occhi di quel capo, che è Cristo. Nei loro meriti e nelle loro virtù, che superano ogni capacità di espressione, non dobbiamo vedere nessuna diversità, nessuna distinzione, perché l’elezione li ha resi pari, il lavoro apostolico li ha fatti simili e la morte li ha uniti nella stessa sorte. D’altra parte è la nostra esperienza, confermata dalla testimonianza dei nostri antenati a farci credere fermamente che in tutti i travagli di questa vita saremo sempre aiutati dalle preghiere di questi due grandi protettori, per conseguire la misericordia di Dio. Avviene quindi che, come siamo precipitati in basso per le nostre colpe, così veniamo sollevati in alto dai meriti di questi apostoli.

Publié dans:Papi, San Paolo, San Pietro |on 11 juin, 2008 |Pas de commentaires »

ho sognato San Paolo…

se volete leggere il mio racconto si trova sul mio Blog dedicato a San Paolo:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/06/11/ho-sognato-san-paolo/

Publié dans:ciao |on 11 juin, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno

http://santiebeati.it/

Essi partirono e predicarono dappertutto »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/11/2008#

Giovanni Paolo II
Novo millennio ineunte, 29

« Essi partirono e predicarono dappertutto »

Ripartire da Cristo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa certezza, carissimi Fratelli e Sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del Giubileo. Da essa dobbiamo attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la forza ispiratrice del nostro cammino. È nella consapevolezza di questa presenza tra noi del Risorto che ci poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a Gerusalemme, subito dopo il suo discorso di Pentecoste: « Che cosa dobbiamo fare? » (At 2, 37).

Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde : « Io sono con voi ! »

Non si tratta, allora, di inventare un « nuovo programma ». Il programma c’è già : è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste… È necessario tuttavia che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità… È nelle Chiese locali che si possono stabilire quei tratti programmatici concreti … che consentono all’annuncio di Cristo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e nella cultura… È dunque un’entusiasmante opera di ripresa pastorale che ci attende. Un’opera che ci coinvolge tutti.

Gli Stati Uniti hanno “scoperto” Benedetto XVI

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14652?l=italian

Gli Stati Uniti hanno “scoperto” Benedetto XVI

Il Nunzio Apostolico a Washington commenta il viaggio papale negli USA

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 10 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il viaggio che Benedetto XVI ha compiuto negli Stati Uniti dal 15 al 20 aprile scorsi ha permesso al Paese di “scoprire” il Papa, ha affermato l’Arcivescovo Pietro Sambi, Nunzio Apostolico a Washington.

Fino alla visita papale, ha rivelato in un’intervista rilasciata a “L’Osservatore Romano”, il Pontefice “era poco e mal conosciuto negli Stati Uniti”.

“Quelli che si aspettavano ‘l’inflessibile carabiniere del Sant’Ufficio’ sono stati conquistati dal pastore, dal padre, dal maestro suadente”, ha ammesso.

“Il Papa è stato ‘scoperto’ come un attento conoscitore di ciò che passa dentro il cuore dell’uomo di oggi, come portatore di risposte sostanziose e vivificanti, offerte con chiarezza, con umiltà, quasi con timidezza; come un appassionato conoscitore di Gesù Cristo e servitore della sua Chiesa, come apostolo della speranza”; “e sono esplosi la simpatia, l’attenzione, il rispetto, l’amore di un popolo intero”.

Il successo del Papa, secondo l’Arcivescovo, dipende dalla “capacità di Benedetto XVI di capire l’animo americano e di apportarvi, con umiltà, le risposte di cui ha bisogno”.

Le parole del Vescovo di Roma alla radio cattolica dell’Arcidiocesi di New York – “Io ero venuto per confermarvi nella fede, ma in realtà siete stati anche voi che mi avete confermato, con la vostra risposta, con il vostro entusiasmo, con il vostro affetto” – “hanno raggiunto il cuore dei cattolici americani e sono state percepite come apprezzamento e incoraggiamento”, ha aggiunto Sambi.

Nel Regina Caeli del 27 aprile, il Papa ha ringraziato Dio “perché io stesso sono stato confermato nella speranza dai cattolici americani: ho trovato infatti una grande vitalità e la decisa volontà di vivere e di testimoniare la fede in Gesù”.

“Questo popolo non si è mai separato dalla Parola di Dio – ha affermato l’Arcivescovo –: la Bibbia resta il libro che maggiormente accompagna il cittadino americano; non si è mai separato dalla preghiera, che continua a scandire i momenti più significativi della vita personale, familiare e nazionale; il Giorno del ringraziamento a Dio è la festività più sentita negli Stati Uniti e non vi è cittadino che non si senta in dovere di osservarla”.

“Gesù Cristo non è mai stato qui un’icona, ma una persona, il termine ultimo della speranza”, ha aggiunto.

Ad ogni modo, riconosce il presule, anche gli Stati Uniti come tutti i Paesi del mondo hanno bisogno oggi di una nuova evangelizzazione, che “deve cominciare in casa, cioè in seno alla Chiesa stessa perché il cristiano ritrovi la gratitudine, la gioia e la forza di esserlo”.

“Tutti i settori della Chiesa sono stati chiamati a questo impegno, a essere gli strumenti dello Spirito Santo per una nuova Pentecoste”.

Soprattutto quando si è minoranza, ha proseguito il Nunzio, “quattro atteggiamenti fondamentali sono necessari per avere un influsso positivo sulla società”: “una chiara identità cattolica” – “sapere cosa si è e si vuole essere” -, “un forte senso di appartenenza” – “ciascuno ha bisogno di una comunità e la comunità ha bisogno di ciascuno; chi cammina da solo finisce per perdersi” -, “il culto dell’eccellenza nella vita personale, familiare, professionale, per essere la lampada sul moggio, la città sul monte”, e infine “piena disponibilità a collaborare con chiunque vuole costruire un futuro migliore”.

Durante il suo viaggio “Benedetto XVI non ha dimenticato di trovarsi sul territorio di una super-potenza mondiale e ha delineato la missione della Chiesa locale in tale contesto”, affermando che deve “svolgere con libertà e impegno la sua missione di evangelizzazione e promozione umana, e anche di ‘coscienza critica’ contribuendo alla costruzione di una società degna della persona umana” e stimolando gli Stati Uniti alla “solidarietà globale” e all’“esercizio paziente del dialogo nelle relazioni internazionali”.

Dopo la partenza del Papa, ha ricordato il Nunzio, sono stati compiuti alcuni sondaggi di opinione circa la sua visita: “è impressionante e non comune negli Stati Uniti l’altissima percentuale di gradimento”.

“È cambiata l’immagine che gli americani avevano di Benedetto XVI – ha commentato –; è cambiata anche l’immagine della Chiesa cattolica, che ha ripreso coraggio” ed è “cosciente e desiderosa di continuare il cammino aperto dal Papa: ‘Fare nuova ogni cosa in Cristo, nostra speranza’”.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 11 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Discorso di Benedetto XVI al Convegno della diocesi di Roma

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14649?l=italian

Discorso di Benedetto XVI al Convegno della diocesi di Roma

ROMA, martedì, 10 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo lunedì sera da Benedetto XVI nella Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha inaugurato il Convegno della diocesi di Roma sul tema « Gesù è risorto: educare alla speranza nella preghiera, nell’azione, nella sofferenza« .

Cari fratelli e sorelle,

è questa la quarta volta nella quale ho la gioia di essere con voi in occasione del Convegno che riunisce annualmente le molteplici energie vive della Diocesi di Roma, per dare continuità e indicare mete condivise alla nostra pastorale. Rivolgo un saluto affettuoso e cordiale a ciascuno di voi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, persone consacrate, laici delle comunità parrocchiali, delle associazioni e movimenti ecclesiali, famiglie, giovani, persone impegnate a vario titolo nell’opera formativa ed educativa. Ringrazio di cuore il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi.

Dopo aver dedicato per tre anni speciale attenzione alla famiglia, già da due anni abbiamo posto al centro il tema dell’educazione delle nuove generazioni. E’ un tema che coinvolge anzitutto le famiglie, ma riguarda molto direttamente anche la Chiesa, la scuola e la società intera. Cerchiamo di rispondere così a quella « emergenza educativa » che rappresenta per tutti una grande e ineludibile sfida. L’obiettivo che ci siamo proposti per il prossimo anno pastorale, e sul quale rifletteremo in questo Convegno, fa ancora riferimento all’educazione, nell’ottica della speranza teologale, che si nutre della fede e della fiducia nel Dio che in Gesù Cristo si è rivelato come il vero amico dell’uomo. « Gesù è risorto: educare alla speranza nella preghiera, nell’azione, nella sofferenza » sarà dunque il tema di questa nostra serata. Gesù risorto dai morti è veramente il fondamento indefettibile su cui poggia la nostra fede e la nostra speranza. Lo è fin dall’inizio, fin dagli Apostoli, che sono stati testimoni diretti della sua risurrezione e l’hanno annunciata al mondo a prezzo della loro vita. Lo è oggi e lo sarà sempre. Come scrive l’Apostolo Paolo nel capitolo XV della prima Lettera ai Corinzi, « se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede » (v.14), se « noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini » (v. 19). Ripeto a voi ciò che dissi il 19 ottobre 2006 al Convegno ecclesiale di Verona: « La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande «mutazione» mai accaduta, il «salto» decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo ».

Nella luce di Gesù risorto dai morti possiamo dunque comprendere le vere dimensioni della fede cristiana, come « speranza che trasforma e sorregge la nostra vita » (Enciclica Spe salvi, 10), liberandoci da quegli equivoci e da quelle false alternative che nel corso dei secoli hanno ristretto e indebolito il respiro della nostra speranza. In concreto, la speranza di chi crede nel Dio che ha risuscitato Gesù dai morti si protende con tutta se stessa verso quella felicità e quella gioia piena e totale che noi chiamiamo vita eterna, ma proprio per questo investe, anima e trasforma la nostra quotidiana esistenza terrena, dà un orientamento e un significato non effimero alle nostre piccole speranze come agli sforzi che noi compiamo per cambiare e rendere meno ingiusto il mondo nel quale viviamo. Analogamente, la speranza cristiana riguarda certo in modo personale ciascuno di noi, la salvezza eterna del nostro io e la sua vita in questo mondo, ma è anche speranza comunitaria, speranza per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, è cioè « sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me » (ibid., 48).

Nella società e nella cultura di oggi, e quindi anche in questa nostra amata città di Roma, non è facile vivere nel segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti, prevalgono spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e rassegnazione, che contraddicono non soltanto la « grande speranza » della fede, ma anche quelle « piccole speranze » che normalmente ci confortano nello sforzo di raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana. E’ diffusa cioè la sensazione che, per l’Italia come per l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e che un destino di precarietà e di incertezza attenda le nuove generazioni. Dall’altra parte, le aspettative di grandi novità e miglioramenti si concentrano sulle scienze e le tecnologie, quindi sulle forze e le scoperte dell’uomo, come se solo da esse potesse venire la soluzione dei problemi. Sarebbe insensato negare o minimizzare l’enorme contributo delle scienze e tecnologie alla trasformazione del mondo e delle nostre concrete condizioni di vita, ma sarebbe altrettanto miope ignorare che i loro progressi mettono nelle mani dell’uomo anche abissali possibilità di male e che, in ogni caso, non sono le scienze e le tecnologie a poter dare un senso alla nostra vita e a poterci insegnare a distinguere il bene dal male. Perciò, come ho scritto nella Spe salvi, non è la scienza ma l’amore a redimere l’uomo e questo vale anche nell’ambito terreno e intramondano (n. 26).

Ci avviciniamo così al motivo più profondo e decisivo della debolezza della speranza nel mondo in cui viviamo. Questo motivo alla fine non è diverso da quello indicato dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, quando ricordava loro che, prima di incontrare Cristo, erano « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12). La nostra civiltà e la nostra cultura, che pure hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni e specialmente qui a Roma sarebbero irriconoscibili senza la sua presenza, tendono tuttavia troppo spesso a mettere Dio tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita personale e sociale, ed anche a ritenere che di Dio non si possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua esistenza. Ma quando Dio è lasciato da parte nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare una stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole speranze poggiano sul vuoto. Per « educare alla speranza », come ci proponiamo in questo Convegno e nel prossimo anno pastorale, è dunque anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la nostra intelligenza e tutta la nostra vita, per essere così, in mezzo ai nostri fratelli, suoi credibili testimoni.

Nei nostri precedenti Convegni diocesani abbiamo già riflettuto sulle cause dell’attuale emergenza educativa e sulle proposte che possono servire a superarla. Nei mesi scorsi, anche attraverso la mia lettera sul compito urgente dell’educazione, abbiamo inoltre cercato di coinvolgere l’intera città, in particolare le famiglie e le scuole, in questa impresa comune. Non è quindi necessario ritornare ora su questi aspetti. Vediamo piuttosto come educarci concretamente alla speranza, rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni « luoghi » del suo pratico apprendimento ed effettivo esercizio, che ho già individuato nella Spe salvi. Tra questi luoghi trova posto anzitutto la preghiera, con la quale ci apriamo e ci rivolgiamo a Colui che è l’origine e il fondamento della nostra speranza. La persona che prega non è mai totalmente sola perché Dio è l’unico che, in ogni situazione e in qualunque prova, è sempre in grado di ascoltarla e di aiutarla. Attraverso la perseveranza nella preghiera il Signore allarga il nostro desiderio e dilata il nostro animo, rendendoci più capaci di accoglierlo in noi. Il giusto modo di pregare è pertanto un processo di purificazione interiore. Dobbiamo esporci allo sguardo di Dio, a Dio stesso e così nella luce del volto di Dio cadono le menzogne, le ipocrisie. Questo esporsi nella preghiera al volto di Dio è realmente una purificazione che ci rinnova, ci libera e ci apre non solo a Dio, ma anche ai fratelli. E’ dunque l’opposto di una fuga dalle nostre responsabilità verso il prossimo. Al contrario, attraverso la preghiera impariamo a tenere il mondo aperto a Dio e a diventare ministri della speranza per gli altri. Perché parlando con Dio vediamo tutta la comunità della Chiesa, comunità umana, tutti i fratelli, e impariamo così la responsabilità per gli altri e anche la speranza che Dio ci aiuta nel nostro cammino. Educare alla preghiera, apprendere « l’arte della preghiera » dalle labbra del Maestro divino, come i primi discepoli che gli chiedevano « Signore, insegnaci a pregare! » (Lc 11,1), è pertanto un compito essenziale. Imparando la preghiera, impariamo a vivere e dobbiamo sempre con la Chiesa e con il Signore in cammino pregare meglio per viver meglio. Come ci ricordava l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, « le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche «scuole» di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprime soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero «invaghimento» del cuore » (n. 33): così la speranza cristiana crescerà in noi. E crescerà con la speranza l’amore di Dio e del prossimo.

Nell’Enciclica Spe salvi ho scritto: « Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto » (n. 35). Come discepoli di Gesù partecipiamo dunque con gioia allo sforzo per rendere più bello, più umano e fraterno il volto di questa nostra città, per rinvigorire la sua speranza e la gioia di un’appartenenza comune. Cari fratelli e sorelle, proprio la consapevolezza acuta e diffusa dei mali e dei problemi che Roma porta dentro di sé sta risvegliando la volontà di un tale sforzo comune: è nostro compito darvi il nostro specifico contributo, a cominciare da quello snodo decisivo che è l’educazione e la formazione della persona, ma affrontando con spirito costruttivo anche i molti altri problemi concreti che rendono spesso faticosa la vita di chi abita in questa città. Cercheremo, in particolare, di promuovere una cultura e un’organizzazione sociale più favorevoli alla famiglia e all’accoglienza della vita, oltre che alla valorizzazione delle persone anziane, tanto numerose tra la popolazione di Roma. Lavoreremo per dare risposta a quei bisogni primari che sono il lavoro e la casa, soprattutto per i giovani. Condivideremo l’impegno per rendere la nostra città più sicura e « vivibile », ma opereremo perché essa lo sia per tutti, in particolare per i più poveri, e perché non sia escluso l’immigrato che viene tra noi con l’intenzione di trovare uno spazio di vita nel rispetto delle nostre leggi.

Non ho bisogno di entrare più concretamente in queste problematiche, che voi ben conoscete, perché le vivete quotidianamente. Desidero sottolineare piuttosto quell’atteggiamento e quello stile con cui lavora e si impegna colui che pone la sua speranza anzitutto in Dio. E’ in primo luogo un atteggiamento di umiltà, che non pretende di avere sempre successo, o di essere in grado di risolvere ogni problema con le proprie forze. Ma è anche, e per lo stesso motivo, un atteggiamento di grande fiducia, di tenacia e di coraggio: il credente sa infatti che, nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti, la sua vita, il suo operare e la storia nel suo insieme sono custoditi nel potere indistruttibile dell’amore di Dio; che essi pertanto non sono mai senza frutto e privi di senso. In questa prospettiva possiamo comprendere più facilmente che la speranza cristiana vive anche nella sofferenza, anzi, che proprio la sofferenza educa e fortifica a titolo speciale la nostra speranza. Dobbiamo certamente « fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche » (Spe salvi, 36) e grandi progressi sono stati effettivamente compiuti, in particolare nella lotta contro il dolore fisico. Non possiamo però eliminare del tutto la sofferenza dal mondo, perché non è in nostro potere prosciugare le sue fonti: la finitezza del nostro essere e il potere del male e della colpa. Di fatto, la sofferenza degli innocenti e anche i disagi psichici tendono purtroppo a crescere nel mondo. In realtà, l’esperienza umana di oggi e di sempre, in particolare l’esperienza dei Santi e dei Martiri, conferma la grande verità cristiana che non la fuga davanti al dolore guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e di maturare in essa, trovandovi un senso mediante l’unione a Cristo. Nel rapporto con la sofferenza e con le persone sofferenti si determina pertanto la misura della nostra umanità, per ciascuno di noi come per la società in cui viviamo. Alla fede cristiana spetta questo merito storico, di aver suscitato nell’uomo, in maniera nuova e a una profondità nuova, la capacità di condividere anche interiormente la sofferenza dell’altro, che così non è più solo nella sua sofferenza, e anche di soffrire per amore del bene, della verità e della giustizia: tutto questo sta molto al di sopra delle nostre forze, ma diventa possibile a partire dal com-patire di Dio per amore dell’uomo nella passione di Cristo.

Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ogni giorno alla speranza che matura nella sofferenza. Siamo chiamati a farlo in primo luogo quando siamo personalmente colpiti da una grave malattia o da qualche altra dura prova. Ma cresceremo ugualmente nella speranza attraverso l’aiuto concreto e la vicinanza quotidiana alla sofferenza sia dei nostri vicini e familiari sia di ogni persona che è il nostro prossimo, perché ci accostiamo a lei con atteggiamento di amore. E ancora, impariamo ad offrire al Dio ricco di misericordia le piccole fatiche dell’esistenza quotidiana, inserendole umilmente nel grande « com-patire » di Gesù, in quel tesoro di compassione di cui ha bisogno il genere umano. La speranza dei credenti in Cristo non può, comunque, fermarsi a questo mondo, ma è intrinsecamente orientata verso la comunione piena ed eterna con il Signore. Perciò verso la fine della mia Enciclica mi sono soffermato sul Giudizio di Dio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza. Ho cercato così di rendere di nuovo in qualche modo familiare e comprensibile all’umanità e alla cultura del nostro tempo la salvezza che ci è promessa nel mondo al di là della morte, sebbene di quel mondo non possiamo avere quaggiù una vera e propria esperienza. Per restituire all’educazione alla speranza le sue vere dimensioni e la sua motivazione decisiva, noi tutti, a cominciare dai sacerdoti e dai catechisti, dobbiamo rimettere al centro della proposta della fede questa grande verità, che ha la sua « primizia » in Gesù Cristo risorto dai morti (cfr 1 Cor 15,20-23).

Cari fratelli e sorelle, termino questa riflessione ringraziando ciascuno di voi per la generosità e la dedizione con cui lavorate nella vigna del Signore e vi chiedo di custodire sempre dentro di voi, di alimentare e rafforzare anzitutto con la preghiera il grande dono della speranza cristiana. Lo chiedo in modo speciale a voi giovani, che siete chiamati a fare vostro questo dono nella libertà e nella responsabilità, per vivificare attraverso di esso il futuro della nostra amata città. Affido a Maria Santissima, Stella della speranza, ognuno di voi e tutta la Chiesa di Roma. La mia preghiera, il mio affetto e la mia benedizione vi accompagnano in questo Convegno e nell’anno pastorale che ci attende.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 11 juin, 2008 |Pas de commentaires »

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