Archive pour le 9 juin, 2008

Giovanni Paolo II – Omelia su Monte delle Beatitudini, 2000 –

 ieri al vangelo c’erano le « Beatitudini », omelia di Papa Giovanni Paolo I, dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/travels/documents/hf_jp-ii_hom_20000324_korazim-israel_it.html

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA PER I GIOVANI

Israele – Korazim, Monte delle Beatitudini,
Venerdì, 24 marzo 2000

Considerate la vostra vocazione, fratelli” (1 Cor 1, 26)

1. Oggi queste parole di san Paolo sono rivolte a tutti noi che siamo giunti qui sul Monte delle Beatitudini. Siamo seduti su questa collina come i primi discepoli e ascoltiamo Gesù. In silenzio ascoltiamo la sua voce gentile e pressante, gentile quanto questa terra stessa e pressante quanto l’invito a scegliere fra la vita e la morte. Quante generazioni prima di noi si sono commosse profondamente udendo il Discorso della Montagna! Quanti giovani nel corso dei secoli si sono riuniti intorno a Gesù per apprendere le parole di vita eterna, proprio come oggi voi siete riuniti qui! Quanti giovani cuori sono stati ispirati dalla forza della sua personalità e dalla avvincente verità del suo avvincente messaggio! È meraviglioso che siate qui!

Grazie, Arcivescovo Boutros Mouallem, per la sua cordiale accoglienza. La prego di trasmettere i miei saluti oranti a tutta la comunità greco-melkita che presiede. Estendo i miei auguri fraterni ai numerosi Cardinali, al Patriarca Sabbah, ai Vescovi, e a tutti i sacerdoti qui presenti. Saluto i membri delle Comunità Latina, Maronita, Siriana, Armena, Caldea, e tutti i nostri fratelli e sorelle delle altre Chiese Cristiane e Comunità Ecclesiali. Rivolgo una speciale parola di ringraziamento ai nostri amici Musulmani che sono qui, ed ai membri di fede Ebraica. Questo grande raduno è come una prova generale per la Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Roma nel mese di agosto! Il giovane che ha parlato ha promesso che avrete un’altra montagna, il Monte Sinai! Giovani di Israele, dei Territori Palestinesi, della Giordania e di Cipro, giovani del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, dell’Europa, dell’America e dell’Oceania! Saluto ognuno di voi con affetto e amore!

2. I primi che udirono le Beatitudini di Gesù serbavano nel cuore il ricordo di un altro monte, il Monte Sinai. Proprio un mese fa, ho avuto la grazia di recarmi là, dove Dio parlò a Mosè e Gli diede la Legge scritta “dal dito di Dio” (Es 31, 18) su tavole di pietra. Questi due monti, il Sinai e il Monte delle Beatitudini, ci offrono la mappa della nostra vita cristiana e una sintesi delle nostre responsabilità verso Dio e verso il prossimo. La Legge e le Beatitudini insieme tracciano il cammino della sequela di Cristo e il sentiero regale verso la maturità e la libertà spirituali. I Dieci Comandamenti del Sinai possono sembrare negativi:

“Non avrai altri dèi di fronte a me;… Non uccidere; Non commettere adulterio; Non rubare; Non pronunziare falsa testimonianza…” (Es 20, 3, 13 -16), Essi sono invece sommamente positivi. Andando oltre il male che nominano, indicano il cammino verso la legge d’amore che è il primo e il più grande dei Comandamenti: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37, 39). Gesù stesso afferma di non essere venuto per abolire la Legge, ma per darle compimento (cfr Mt 5, 17). Il suo messaggio è nuovo, ma non distrugge ciò che già esiste. Anzi sviluppa al massimo le sue potenzialità. Gesù insegna che la via dell’amore porta la legge al suo pieno compimento (cfr Gal 5, 14). Ed ha insegnato questa verità importantissima su questa collina, qui in Galilea.

3. “Beati voi”, dice “Beati i poveri in spirito, i miti e i misericordiosi, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati! Beati voi!”. Le parole di Gesù possono sembrare strane. È strano che Gesù esalti coloro che il mondo considera in generale dei deboli. Dice loro: “Beati voi che sembrate perdenti, perché siete i veri vincitori: vostro è il Regno dei Cieli!”. Dette da lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), queste parole lanciano una sfida che richiede una metanoia profonda e costante dello spirito, una grande trasformazione del cuore. Voi giovani comprenderete il motivo per cui è necessario questo cambiamento del cuore! Siete infatti consapevoli di un’altra voce dentro di voi e intorno a voi, una voce contraddittoria. È una voce che dice: “Beati i superbi e i violenti, coloro che prosperano a qualunque costo, che non hanno scrupoli, che sono senza pietà, disonesti, che fanno la guerra invece della pace e perseguitano quanti sono di ostacolo sul loro cammino”. Questa voce sembra avere senso in un mondo in cui i violenti spesso trionfano e pare che i disonesti abbiano successo. “Sì” dice la voce del male “sono questi a vincere. Beati loro!”

4. Gesù offre un messaggio molto diverso.

Non lontano da qui egli chiamò i suoi primi discepoli, così come chiama voi ora. La sua chiamata ha sempre imposto una scelta fra le due voci in competizione per conquistare il vostro cuore, anche ora, qui sulla collina, la scelta fra il bene e il male, fra la vita e la morte. Quale voce sceglieranno di seguire i giovani del XXI secolo? Riporre la vostra fiducia in Gesù significa scegliere di credere in ciò che dice, indipendentemente da quanto ciò possa sembrare strano, e scegliere di non cedere alle lusinghe del male, per quanto attraenti possano sembrare. Dopo tutto, Gesù non solo proclama le Beatitudini. Egli vive le Beatitudini. Egli è le Beatitudini. Guardandolo, vedrete cosa significa essere poveri in spirito, miti e misericordiosi, afflitti, avere fame e sete della giustizia, essere puri di cuore, operatori di pace, perseguitati. Per questo motivo ha il diritto di affermare “Venite, seguitemi!”. Non dice semplicemente, “Fate ciò che dico”. Egli dice “Venite, seguitemi!”.

Voi ascoltate la sua voce su questa collina e credete a ciò che dice. Tuttavia, come i primi discepoli sul mare di Galilea, dovete abbandonare le vostre barche e le vostre reti e questo non è mai facile, in particolare quando dovete affrontare un futuro incerto e siete tentati di perdere la fiducia nella vostra eredità cristiana. Essere buoni Cristiani può sembrare un’impresa superiore alle vostre forze nel mondo di oggi. Tuttavia Gesù non resta a guardare e non vi lascia soli ad affrontare tale sfida. È sempre con voi per trasformare la vostra debolezza in forza. CredeteGli quando vi dice: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9)! 5. I discepoli trascorsero del tempo con il Signore. Giunsero a conoscerlo e ad amarlo profondamente. Scoprirono il significato di quanto l’Apostolo Pietro disse una volta a Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Scoprirono che le parole di vita eterna sono le parole del Sinai e le parole delle Beatitudini. Questo è il messaggio che diffusero ovunque.

Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni… ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all’alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo. Ora tocca a voi essere coraggiosi apostoli di quel Regno!

Giovani della Terra Santa, giovani del mondo, rispondete al Signore con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

O Signore Gesù Cristo, in questo luogo che hai conosciuto e che hai tanto amato, ascolta questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità e apostoli convinti del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare quando seguire te e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!

O Signore Gesù, hai fatto di questi giovani degli amici tuoi: tienili per sempre vicino a te!

Amen!

Sant’Efrem siro

Sant'Efrem siro dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 9 juin, 2008 |Pas de commentaires »

oggi è la memoria di: Sant’Efrem, il Siro…

purtroppo solo memoria, ma ci sono stati tramandati gli scriitti tra i più belli del IV secolo, riporpongo la catechesi del Papa su Sant’Efrem, dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071128_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 novembre 2007

Sant’Efrem, il Siro

Cari fratelli e sorelle,

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dellunica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più importante rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città lanno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita ed ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza questa speranza che permette di vivere povero e casto in questo mondo ponendo ogni aspettativa nel Signore e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste.

Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica: la sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente lopera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dallinizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.

Non posso adesso presentare molto di lui, anche perchè la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli inni Sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia:

Il Signore venne in lei
per farsi servo.
Il Verbo venne in lei
per tacere nel suo seno.
Il fulmine venne in lei
per non fare rumore alcuno.
Il pastore venne in lei
ed ecco l
Agnello nato, che sommessamente piange.
Poich
é
il seno di Maria
ha capovolto i ruoli:
Colui che cre
ò
tutte le cose
ne
è
entrato in possesso, ma povero.
L
Altissimo venne in lei (Maria),
ma vi entr
ò
umile.
Lo splendore venne in lei,
ma vestito con panni umili.
Colui che elargisce tutte le cose
conobbe la fame.
Colui che abbevera tutti
conobbe la sete.
Nudo e spogliato usc
ì
da lei,
egli che riveste (di bellezza) tutte le cose

(Inno
De Nativitate11, 6-8).

Per esprimere il mistero di Cristo Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nellEucaristia):

Fu chiudendo
con la spada del cherubino,
che fu chiuso
il cammino dell
albero della vita.
Ma per i popoli,
il Signore di quest
albero
si
è
dato come cibo
lui stesso nell
oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell
Eden
furono dati come alimento
al primo Adamo.
Per noi, il giardiniere
del Giardino in persona
si
è
fatto alimento
per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti
dal Paradiso assieme con Adamo,
che lo lasci
ò
indietro.
Adesso che la spada
è
stata tolta
laggi
ù
(sulla croce) dalla lancia
noi possiamo ritornarvi

(Inno
49,9-11).

Per parlare dellEucaristia Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente, e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E limmagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:

Nel tuo pane si nasconde lo Spirito
che non pu
ò
essere consumato;
nel tuo vino c
’è il fuoco che non si può
bere.
Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:
ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace,
che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia;
n
é le dita lhanno presa, né le labbra l
hanno inghiottita;
ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori,
ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane.
Invece del fuoco che distrusse l
uomo,
abbiamo mangiato il fuoco nel pane
e siamo stati vivificati

(Inno
De Fide10,8-10).

E ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:

Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,
per poterla esaminare.
Mi misi ad osservarla dall
uno e dall
altro lato:
aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Cos
ì) è
la ricerca del Figlio, imperscrutabile,
perch
é essa è
tutta luce.
Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,
che non diventa opaco;
e nella sua purezza,
il simbolo grande del corpo di nostro Signore,
che
è
puro.
Nella sua indivisibilit
à, io vidi la verità
,
che
è indivisibile

(Inno
Sulla Perla 1, 2-3).

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione delluomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. E

importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, luomo capovolge lordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è Redenzione senza Gesù, così non c’è Incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di cetra dello Spirito Santo, restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nellamore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 9 juin, 2008 |Pas de commentaires »

La “porta d’accesso” al pensiero teologico di Benedetto XVI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-14632?l=italian

La “porta d’accesso” al pensiero teologico di Benedetto XVI

“Introduzione al Cristianesimo”, a 40 anni di distanza

di Gisèle Plantec

ROMA, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- « La voce della fede cristiana. Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, quarant’anni dopo » è stato il tema del Convegno interdisciplinare tenutosi di recente a Roma.

A conclusione dei lavori ZENIT ha chiesto a padre Juan Pablo Ledesma, L.C., Decano della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio « Regina Apostolorum », di tracciare un bilancio dei temi affrontati nell’incontro tenutosi dal 12 al 13 maggio presso questo stesso Ateneo.

Secondo lei, come nasce la Teologia di Papa Benedetto?

Padre Ledesma: Basta ricordare il suo iter

formativo. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, cominciò il lavoro come vicario di una parrocchia e lì risaltarono le sue doti intellettuali. Nel 1954 si addottorò in Teologia con una tesi sul concetto di Chiesa come casa e popolo di Dio nel pensiero di Sant’Agostino. Più tardi si abiliterà con un’altra tesi su San Bonaventura. Questo dimostra la sua grande cultura e l’approfondimento teologico delle fonti patristiche e medievali. Ha insegnato in varie università: Monaco, Tubinga… Nel 1961 ha preso la cattedra di Teologia Fondamentale e nel 1964 ha partecipato come perito teologo al Vaticano II.

Quali sono le qualità che più ammira in Papa Benedetto XVI?

Padre Ledesma: Sono tante. Forse quelle che mi colpiscono sono la sua semplicità e profondità. Ancora esercitano un grande fascino le sue prime parole come Papa: « Servo della Vigna del Signore… strumento insufficiente ». Queste parole evocano la regola di San Benedetto, il sesto grado dell’umiltà, che è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone l’obbedienza.

Mi impressionano anche le espressioni profonde, semplici e spontanee del suo amore tanto personale a Gesù Cristo. È un amore che si manifesta nelle sue parole e nei suoi gesti, e soprattutto, nel suo modo di celebrare l’Eucaristia. Tutto, nella sua persona e nel suo ministero, è centrato in Gesù Cristo. Mi attira anche la maniera nella quale il Papa saluta ogni singola persona. Si trattiene, senza frette, sa ascoltare, accogliere, incoraggiare, sorridere. È facile sentire la bontà di Cristo nel suo sguardo e nella sua forma di accogliere il prossimo.

Mi impressiona vedere il Papa mentre suona il pianoforte, salutando ai grandi della terra o spiegando ai bambini come Gesù è presente nell’Eucaristia con l’esempio della corrente elettrica o del microfono, per mostrare come le cose invisibili sono le più profonde e importanti.

In due parole, quali sarebbero le idee portanti che reggono il pensiero di Joseph Ratzinger?

Padre Ledesma: Una risposta difficile e molto azzarda… A me sembra che una potrebbe essere il concetto di fede. Per lui la fede richiede un « Tu » che la sostenga; necessita un Tu che ci conosce e ci ama, in modo che possiamo fidarci ed affidarci a Lui come un « bimbo svezzato in braccio a sua madre. » Di conseguenza, fede, fiducia e amore conformano un tutto unico, un’identica realtà indistruttibile. Questa fede è per Papa Benedetto una Fede vissuta.

Mi piace molto la sua interpretazione della parola « Amen », che non è soltanto la risposta di fede al Credo della Chiesa. Pronunciare « Amen » significa fede, fiducia, verità, abbandono, fedeltà ed amore. Amen non è una particella conclusiva di tutte le preghiere, bensì l’adesione totale della persona che prega, che crede, che ama all’Amore rivelato (logos-veritas) in quanto amore incarnato. Amen, infine, è la risposta totale e radicale all’intero simbolo-credo: tutto o nulla. Non ci sono alternative, appigli o mezzi termini. Così come la persona è totalità, la risposta della fede e dell’amore deve essere totale: amen è sinonimo di « tutto ».

Penso anche che la verità sia il punto cruciale nella mente e nell’insegnamento di Joseph Ratzinger. Per lui il maggiore problema che esiste e che affronta l’uomo di oggi è la mancanza della verità: il relativismo; la negazione della verità.

Vi è qualche rapporto tra l’ “Introduzione al Cristianesimo” e le due ultime encicliche?

Padre Ledesma: Sia in Deus caritas est

che in Spe salvi troviamo il medesimo pastore, pensatore e teologo che rende accessibili concetti. Quaranta anni fa lo stesso professore Ratzinger affermava: « L’amore genera l’immortalità e l’immortalità scaturisce unicamente dall’amore… Se Egli è risorto, anche noi risorgeremo, perché l’amore è più forte della morte… O l’amore è più potente della morte, oppure non lo è ». L’amore dunque se è vero amore deve esigere infinità, indistruttibilità, infinito…Questa riflessione mi sembra importante perché è la base di tutto e la chiave per capire l’escatologia che Papa Benedetto XVI ci offre nella sua Spe salvi.

Allora, amore ed escatologia: non sembra una contraddizione?

Padre Ledesma: Tutto il contrario. L’amore – se è vero amore – esige il giudizio perché è anche giusto. Un amore che giudica è necessario, perché l’ingiustizia del mondo non può avere l’ultima parola. Sarebbe ingiusto. Un amore che distruggesse la giustizia sarebbe anche ingiusto, non sarebbe amore. Più che il giorno del rendiconto, temuto e minaccioso, il cristiano sa che il suo giudice sarà la Verità, la Trinità, l’Amore, una Persona che essendo uomo, è anche nostro fratello: Gesù Cristo. Dinanzi al giudizio ci consolano e ci fanno sperare queste parole scritte 40 anni fa: « L’uomo non può sparire totalmente, perché è conosciuto ed amato da Dio. Se ogni amore anela l’eternità, l’amore di Dio non solo la brama, ma la realizza e la impersona ».

Qualche aspetto più personale, meno accademico della personalità di Papa Benedetto, da rilevare?

Padre Ledesma: A me piace soprattutto la leggenda dell’orso di Corbiniano, motivo anche dello stemma di Papa Benedetto. È un’antica leggenda… Il santo fondatore della diocesi di Frisinga, il monaco Corbiniano si dirigeva a Roma. Portava con sé un animale da soma. Un orso li assalì e uccise l’animale. Il santo lo rimproverò e gli ordinò di portare i suoi bagagli al posto dell’animale. Così arrivarono insieme a Roma. Il Cardinal Ratzinger applicava a se stesso questo fatto, servendosi delle parole di Sant’Agostino commentando il salmo 72,22: « Sono diventato un animale da soma, e proprio per questo sono con te ». Dio si serve di Lui, lo « utilizza », lo carica, però proprio per questo Dio gli è vicino.

Quale è il messaggio di Papa Benedetto per questo mondo, per oggi?

Padre Ledesma: Ogni mercoledì ascoltiamo la sua parola di Pastore universale della Chiesa, tante omelie, discorsi, messaggi… È il messaggio di sempre, con accenti particolari. A me piace molto quella espressione nella sua visita all’abbazia di Heiligenkreuz: « Dio non ci ha abbandonati in un deserto del nulla… Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama ». In altre parole, il suo messaggio è lo stesso di Cristo nel Vangelo: Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Egli è sempre presente per gli uomini, ieri, oggi domani. Il Gesù dei Vangeli è il Gesù reale, il « Gesù storico », il Cristo. Dio è Amore. Nella speranza siamo stati salvati.

Per vedere il video realizzato sul Convegno tenutosi alla “Regina Apostolorum”:

 http://www.h2onews.org/_page_videoview.php?id_news=741

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 9 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: la vera religione, “l’amore di Dio e del prossimo”

dal sito

http://www.zenit.org/article-14625?l=italian

Benedetto XVI: la vera religione, “l’amore di Dio e del prossimo”

Parole introduttive all’Angelus

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro in Vaticano.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Al centro della liturgia della Parola di questa Domenica sta unespressione del profeta Osea che Gesù riprende nel Vangelo: « Voglio lamore e non il sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli olocausti » (Os 6,6). Si tratta di una parola-chiave, una di quelle che ci introducono nel cuore della Sacra Scrittura. Il contesto, in cui Gesù la fa propria, è la vocazione di Matteo, di professione « pubblicano », vale a dire esattore delle tasse per conto dellautorità imperiale romana: per ciò stesso, egli veniva considerato dai Giudei un pubblico peccatore. Chiamatolo proprio mentre era seduto al banco delle imposte illustra bene questa scena un celeberrimo dipinto del Caravaggio , Gesù si recò a casa di lui con i discepoli e si pose a mensa insieme con altri pubblicani. Ai farisei scandalizzati rispose: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,12-13). Levangelista Matteo, sempre attento al legame tra lAntico e il Nuovo Testamento, a questo punto pone sulle labbra di Gesù la profezia di Osea: « Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio ».

E tale limportanza di questa espressione del profeta che il Signore la cita nuovamente in un altro contesto, a proposito dellosservanza del sabato (cfr Mt 12,1-8). Anche in questo caso Egli si assume la responsabilità dellinterpretazione del precetto, rivelandosi quale « Signore » delle stesse istituzioni legali. Rivolto ai farisei aggiunge: « Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa » (Mt 12,7). Dunque, in questo oracolo di Osea Gesù, Verbo fatto uomo, si è, per così dire, « ritrovato » pienamente; lha fatto proprio con tutto il suo cuore e lha realizzato con il suo comportamento, a costo persino di urtare la suscettibilità dei capi del suo popolo. Questa parola di Dio è giunta a noi, attraverso i Vangeli, come una delle sintesi di tutto il messaggio cristiano: la vera religione consiste nellamore di Dio e del prossimo. Ecco ciò che dà valore al culto e alla pratica dei precetti.

Rivolgendoci ora alla Vergine Maria, domandiamo per sua intercessione di vivere sempre nella gioia dellesperienza cristiana. Madre di Misericordia, la Madonna susciti in noi sentimenti di filiale abbandono nei confronti di Dio, che è misericordia infinita; ci aiuti a fare nostra la preghiera che santAgostino formula in un noto passo delle sue Confessioni: « Abbi pietà di me, Signore! Ecco, io non nascondo le mie ferite: tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero Ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia » (X, 28.39; 29.40).

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buona notte con San Paolo

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http://www.artbible.net/2NT/Act2127_Paularrested_toRome/index.htm

« Beati i poveri in spirito »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/09/2008#

della Stella (? – circa 1171), monaco cistercense
Disorso 1, per la festa di Ogni Santi ; SC 130, 93

« Beati i poveri in spirito »

Tutti gli uomini, nessuno escluso, desiderano la felicità, la beatitudine. Ma hanno di essa delle idee differenti: per l’uno, essa consiste nella voluttà dei sensi e nella dolcezza della vita; per l’altro, nella virtù; per un altro ancora, nella conoscenza della verità. Per cui colui che ammaestra tutti gli uomini… comincia col ricondurre coloro che si smarriscono, dirige coloro che sono sulla strada, accoglie coloro che bussano alla porta… Colui che è «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6) riconduce, dirige, accoglie e comincia con questa parola: «Beati i poveri in spirito».

La saggezza sbagliata di questo mondo, che è proprio follia (1 Cor 3,19), si pronuncia senza capire quello che afferma; dichiara beati «gli stranieri la cui bocca dice menzogne, e alzando la destra giurano il falso» (Sal 143,7) perché i loro «granai sono pieni, traboccano di frutti d’ogni specie, sono a migliaia i loro greggi» (Sal 143,13). Eppure tutte le loro ricchezze sono incerte, la loro pace non è pace (Ger 6,14), la loro gioia è effimera. Al contrario, la Sapienza di Dio, il Figlio per natura, la destra del Padre, la bocca che proferisce la verità, proclama beati i poveri, destinati ad essere dei re, re del Regno eterno. Sembra dire: «Voi cercate la beatitudine, ma non è dove la state cercando; correte, ma fuori strada. Ecco la strada che conduce alla felicità: la povertà volontaria per causa mia, questa è la strada. Il Regno dei cieli è in me, ecco la beatitudine. Correte molto, ma correte male; quanto più andate velocemente, tanto più vi allontanate dal termine…»

Non temiamo, fratelli. Siamo poveri; ascoltiamo il Povero raccomandare ai poveri la povertà. Possiamo fidarci della sua esperienza. Povero è nato, povero ha vissuto, povero è morto. Non ha voluto arricchirsi; sì, ha accettato di morire. Crediamo dunque la Verità che ci indica la strada della vita. È ardua, ma è corta; la beatitudine invece è eterna. La via è stretta ma conduce alla vita (Mt 7,14).

a Paolo, Apostolo dell’Amore

a Paolo, Apostolo dell’Amore

traspare il mondo

persona conosciuta

entra ed esce

nel cammino del tempo;

chi sei visitatore?

rimani ad ascoltare

le nostre voci imperfette

da dove tutto è compiuto?

ti conosco, sei tu

che hai viaggiato,

per terra e per mare,

tribolazioni e naufragi;

mediterraneo in fuga

ti parla del dolore,

dei tempi conosciuti,

e ti conduce alla meta,

naufragio e poi a Roma,

ti attendono le genti,

ti aspettano quei cristi,

è preparato il martirio;

Apostolo dell’Amore.

Gabriella

8 giugno 2008

Publié dans:poesie mie |on 9 juin, 2008 |Pas de commentaires »

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