Archive pour le 5 juin, 2008

San Bonifacio

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Publié dans:immagini sacre |on 5 juin, 2008 |Pas de commentaires »

San Bonifacio Vescovo e martire – 5 giugno

 

dal sito: 

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San Bonifacio Vescovo e martire

5 giugno

672/73 – 5 giugno 754

 

Senza l’opera missionaria di Bonifacio non sarebbe stata possibile l’organizzazione politica e sociale europea di Carlo Magno. Bonifacio o Winfrid sembra appartenesse a una nobile famiglia inglese del Devonshire, dove nacque nel 673 (o 680). Professò la regola monastica nell’abbazia di Exeter e di Nurslig, prima di dare inizio all’evangelizzazione delle popolazioni germaniche oltre il Reno. Dopo le prime difficoltà in tre anni percorse gran parte del territorio germanico. Convocato a Roma, ebbe dal papa l’ordinazione episcopale e il nuovo nome di Bonifacio. Prima di organizzare la Chiesa sulla riva destra del Reno pensò alla fondazione, tra le regioni di Hessen e Turingia, di un’abbazia, che divenisse il centro propulsore della spiritualità e della cultura religiosa della Germania. Nacque così la celebre abbazia di Fulda. Come sede arcivescovile scelse la città di Magonza. Morì nel 754. (Avvenire)

Etimologia: Bonifacio = che ha buona fortuna, dal latino

Emblema: Ascia, Bastone pastorale, Spada con infilzato il libro dell’evangeli

Martirologio Romano: Memoria di san Bonifacio, vescovo e martire. Monaco di nome Vinfrido, giunto a Roma dall’Inghilterra fu ordinato vescovo dal papa san Gregorio II e, preso il nome di Bonifacio, fu mandato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti, guadagnando moltitudini alla religione cristiana; resse la sede di Magonza e da ultimo a Dokkum tra i Friosoni, nell’odierna Olanda, trafitto con la spada dalla furia dei pagani, portò a compimento il martirio.

Senza l’opera missionaria di S. Bonifacio non sarebbe stata possibile l’organizzazione politica e sociale europea di Carlo Magno. Bonifacio o Winfrid sembra appartenesse a una nobile famiglia inglese del Devonshire, dove nacque nel 673 (o 680). Professò la regola monastica nell’abbazia di Exeter e di Nurslig, prima di dare inizio all’evangelizzazione delle popolazioni germaniche oltre il Reno. Il suo primo tentativo di raggiungere la Frisia andò a vuoto per l’ostilità tra il duca tedesco Radbod e Carlo Martello. Winfrid compì allora il pellegrinaggio a Roma per pregare sulle tombe dei martiri e avere la benedizione del papa. S. Gregorio II ne assecondò lo slancio missionario e Winfrid ripartì per la Germania. Sostò nella Turingia, quindi raggiunse la Frisia, appena assoggettata dai Franchi, e vi operò le prime conversioni. In tre anni percorse gran parte del territorio germanico.

Anche i Sassoni risposero con entusiasmo alla sua predicazione. Convocato a Roma, ebbe dal papa l’ordinazione episcopale e il nuovo nome di Bonifacio. Durante il viaggio di ritorno in Germania in un bosco di Hessen fece abbattere una gigantesca quercia alla quale le popolazioni pagane attribuivano magici poteri perché ritenuta sede di un dio. Quel gesto fu ritenuto una vera sfida alla divinità e i pagani accorsero per assistere alla vendetta del dio offeso. Bonifacio ne approfittò per recare loro il messaggio evangelico. Ai piedi della quercia abbattuta eresse la prima chiesa dedicata a S. Pietro.

Prima di organizzare la Chiesa sulla riva destra del Reno pensò alla fondazione, tra le regioni di Hessen e Turingia, di un’abbazia, che divenisse il centro propulsore della spiritualità e della cultura religiosa della Germania. Nacque così la celebre abbazia di Fulda, paragonabile per attività e prestigio alla benedettina Montecassino. Come sede arcivescovile scelse la città di Magonza, ma espresse il desiderio di essere sepolto a Fulda.

Già vecchio, eppur infaticabile, ripartì per la Frigia. Lo accompagnavano una cinquantina di monaci. Il 5 giugno 754 aveva dato l’appuntamento presso Dokkum a un gruppo di catecumeni. Era il giorno di Pentecoste; all’inizio della celebrazione della Messa i missionari vennero assaliti da un gruppo di Frisoni armati di spade. « Non temete – disse Bonifacio ai compagni – tutte le armi di questo mondo non possono uccidere la nostra anima ». Quando la spada di un infedele si abbatté sul suo capo, cercò di ripararsi coprendosi con l’Evangeliario. Ma il fendente sfregiò il libro e mozzò il capo del martire.

Fu il fondatore dell’abbazia di Fulda (Germania), dove è sepolto.

Autore: Piero Bargellini

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Benedetto XVI: Gregorio Magno, « bocca di Cristo e della sua Chiesa »

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Benedetto XVI: Gregorio Magno, « bocca di Cristo e della sua Chiesa »

Intervento nell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 4 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato da Benedetto XVI questo mercoledì in occasione dell’Udienza generale in Piazza San Pietro, dove ha incontrato fedeli e pellegrini giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.


Cari fratelli e sorelle,

ritornerò oggi, in questo nostro incontro del mercoledì, alla straordinaria figura di Papa Gregorio Magno, per raccogliere qualche ulteriore luce dal suo ricco insegnamento. Nonostante i molteplici impegni connessi con la sua funzione di Vescovo di Roma, egli ci ha lasciato numerose opere, alle quali la Chiesa nei secoli successivi ha attinto a piene mani. Oltre al cospicuo epistolario – il Registro a cui accennavo nella scorsa catechesi contiene oltre 800 lettere – egli ci ha lasciato innanzitutto scritti di carattere esegetico, tra cui si distinguono il Commento morale a Giobbe – noto sotto il titolo latino di Moralia in Iob -, le Omelie su Ezechiele, le Omelie sui Vangeli. Vi è poi un’importante opera di carattere agiografico, i Dialoghi, scritta da Gregorio per l’edificazione della regina longobarda Teodolinda. L’opera principale e più nota è senza dubbio la Regola pastorale, che il Papa redasse all’inizio del pontificato con finalità chiaramente programmatiche.

Volendo passare in veloce rassegna queste opere, dobbiamo anzitutto notare che, nei suoi scritti, Gregorio non si mostra mai preoccupato di delineare una « sua » dottrina, una sua originalità. Piuttosto, egli intende farsi eco dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, vuole semplicemente essere la bocca di Cristo e della sua Chiesa sul cammino che si deve percorrere per giungere a Dio. Esemplari sono a questo proposito i suoi commenti esegetici. Egli fu un appassionato lettore della Bibbia, a cui si accostò con intendimenti non semplicemente speculativi: dalla Sacra Scrittura, egli pensava, il cristiano deve trarre non tanto conoscenze teoriche, quanto piuttosto il nutrimento quotidiano per la sua anima, per la sua vita di uomo in questo mondo. Nelle Omelie su Ezechiele, ad esempio, egli insiste fortemente su questa funzione del testo sacro: avvicinare la Scrittura semplicemente per soddisfare il proprio desiderio di conoscenza significa cedere alla tentazione dell’orgoglio ed esporsi così al rischio di scivolare nell’eresia. L’umiltà intellettuale è la regola primaria per chi cerca di penetrare le realtà soprannaturali partendo dal Libro sacro. L’umiltà, ovviamente, non esclude lo studio serio; ma per far sì che questo risulti spiritualmente proficuo, consentendo di entrare realmente nella profondità del testo, l’umiltà resta indispensabile. Solo con questo atteggiamento interiore si ascolta realmente e si percepisce finalmente la voce di Dio. D’altra parte, quando si tratta di Parola di Dio, comprendere non è nulla, se la comprensione non conduce all’azione. In queste omelie su Ezechiele si trova anche quella bella espressione secondo cui « il predicatore deve intingere la sua penna nel sangue del suo cuore; potrà così arrivare anche all’orecchio del prossimo ». Leggendo queste sue omelie si vede che realmente Gregorio ha scritto con il sangue del suo cuore e perciò ancora oggi parla a noi.Questo discorso Gregorio sviluppa anche nel

Commento morale a Giobbe. Seguendo la tradizione patristica, egli esamina il testo sacro nelle tre dimensioni del suo senso: la dimensione letterale, la dimensione allegorica e quella morale, che sono dimensioni dell’unico senso della Sacra Scrittura. Gregorio tuttavia attribuisce una netta prevalenza al senso morale. In questa prospettiva, egli propone il suo pensiero attraverso alcuni binomi significativi – sapere-fare, parlare-vivere, conoscere-agire -, nei quali evoca i due aspetti della vita umana che dovrebbero essere complementari, ma che spesso finiscono per essere antitetici. L’ideale morale, egli commenta, consiste sempre nel realizzare un’armoniosa integrazione tra parola e azione, pensiero e impegno, preghiera e dedizione ai doveri del proprio stato: è questa la strada per realizzare quella sintesi grazie a cui il divino discende nell’uomo e l’uomo si eleva fino alla immedesimazione con Dio. Il grande Papa traccia così per l’autentico credente un completo progetto di vita; per questo il Commento morale a Giobbe costituirà nel corso del medioevo una specie di Summa della morale cristiana.

Di notevole rilievo e bellezza sono pure le Omelie sui Vangeli.

La prima di esse fu tenuta nella basilica di San Pietro durante il tempo di Avvento del 590 e dunque pochi mesi dopo l’elezione al Pontificato; l’ultima fu pronunciata nella basilica di San Lorenzo nella seconda domenica dopo Pentecoste del 593. Il Papa predicava al popolo nelle chiese dove si celebravano le « stazioni » – particolari cerimonie di preghiera nei tempi forti dell’anno liturgico – o le feste dei martiri titolari. Il principio ispiratore, che lega insieme i vari interventi, si sintetizza nella parola « praedicator »: non solo il ministro di Dio, ma anche ogni cristiano, ha il compito di farsi « predicatore » di quanto ha sperimentato nel proprio intimo, sull’esempio di Cristo che s’è fatto uomo per portare a tutti l’annuncio della salvezza. L’orizzonte di questo impegno è quello escatologico: l’attesa del compimento in Cristo di tutte le cose è un pensiero costante del grande Pontefice e finisce per diventare motivo ispiratore di ogni suo pensiero e di ogni sua attività. Da qui scaturiscono i suoi incessanti richiami alla vigilanza e all’impegno nelle buone opere.Il testo forse pi

ù organico di Gregorio Magno è la Regola pastorale, scritta nei primi anni di Pontificato. In essa Gregorio si propone di tratteggiare la figura del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. A tal fine egli illustra la gravità dell’ufficio di pastore della Chiesa e i doveri che esso comporta: pertanto, quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione. Riprendendo un tema prediletto, egli afferma che il Vescovo è innanzitutto il « predicatore » per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti. Un’efficace azione pastorale richiede poi che egli conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno: Gregorio si sofferma ad illustrare le varie categorie di fedeli con acute e puntuali annotazioni, che possono giustificare la valutazione di chi ha visto in quest’opera anche un trattato di psicologia. Da qui si capisce che egli conosceva realmente il suo gregge e parlava di tutto con la gente del suo tempo e della sua città.

Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto. Per questo il capitolo finale della Regola

è dedicato all’umiltà: « Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere ». Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita « ars artium », l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone.Significativa

è pure l’altra opera, i Dialoghi, in cui all’amico e diacono Pietro, convinto che i costumi fossero ormai così corrotti da non consentire il sorgere di santi come nei tempi passati, Gregorio dimostra il contrario: la santità è sempre possibile, anche in tempi difficili. Egli lo prova narrando la vita di persone contemporanee o scomparse da poco, che ben potevano essere qualificate sante, anche se non canonizzate. La narrazione è accompagnata da riflessioni teologiche e mistiche che fanno del libro un testo agiografico singolare, capace di affascinare intere generazioni di lettori. La materia è attinta alle tradizioni vive del popolo ed ha lo scopo di edificare e formare, attirando l’attenzione di chi legge su una serie di questioni quali il senso del miracolo, l’interpretazione della Scrittura, l’immortalità dell’anima, l’esistenza dell’inferno, la rappresentazione dell’aldilà, temi tutti che abbisognavano di opportuni chiarimenti. Il libro II è interamente dedicato alla figura di Benedetto da Norcia ed è l’unica testimonianza antica sulla vita del santo monaco, la cui bellezza spirituale appare nel testo in tutta evidenza.

Nel disegno teologico che Gregorio sviluppa attraverso le sue opere, passato, presente e futuro vengono relativizzati. Ciò che per lui conta più di tutto è l’arco intero della storia salvifica, che continua a dipanarsi tra gli oscuri meandri del tempo. In questa prospettiva è significativo che egli inserisca l’annunzio della conversione degli Angli nel bel mezzo del Commento morale a Giobbe: ai suoi occhi l’evento costituiva un avanzamento del Regno di Dio di cui tratta la Scrittura; poteva quindi a buona ragione essere menzionato nel commento ad un libro sacro. Secondo lui le guide delle comunità cristiane devono impegnarsi a rileggere gli eventi alla luce della Parola di Dio: in questo senso il grande Pontefice sente il dovere di orientare pastori e fedeli nell’itinerario spirituale di una lectio divina illuminata e concreta, collocata nel contesto della propria vita.

Prima di concludere è doveroso spendere una parola sulle relazioni che Papa Gregorio coltivò con i patriarchi di Antiochia, di Alessandria e della stessa Costantinopoli. Si preoccupò sempre di riconoscerne e rispettarne i diritti, guardandosi da ogni interferenza che ne limitasse la legittima autonomia. Se tuttavia san Gregorio, nel contesto della sua situazione storica, si oppose al titolo di « ecumenico » da parte del Patriarca di Costantinopoli, non lo fece per limitare o negare questa legittima autorità, ma perché egli era preoccupato dell’unità fraterna della Chiesa universale. Lo fece soprattutto per la sua profonda convinzione che l’umiltà dovrebbe essere la virtù fondamentale di ogni Vescovo, ancora più di un Patriarca. Gregorio era rimasto semplice monaco nel suo cuore e perciò era decisamente contrario ai grandi titoli. Egli voleva essere – è questa la sua espressione – servus servorum Dei. Questa parola da lui coniata non era nella sua bocca una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi. Pertanto egli era convinto che, soprattutto un Vescovo, dovrebbe imitare questa umiltà di Dio e così seguire Cristo. Il suo desiderio veramente fu di vivere da monaco in permanente colloquio con la Parola di Dio, ma per amore di Dio seppe farsi servitore di tutti in un tempo pieno di tribolazioni e di sofferenze, seppe farsi « servo dei servi ». Proprio perché fu questo, egli è grande e mostra anche a noi la misura della vera grandezza.

[Il Papa ha quindi salutato i presenti in varie lingue. Queste le sue parole in italiano:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i religiosi Fratelli di San Giuseppe Benedetto Cottolengo e li incoraggio, sull’esempio del venerato Fondatore, ad essere sempre più segni eloquenti dell’amore di Dio, servendo con ardente carità i poveri e i bisognosi. Saluto con affetto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dall’Ordine dei Chierici Regolari Minori, a conclusione dell’anno giubilare del loro fondatore San Francesco Caracciolo. Cari amici, formulo voti che questa significativa circostanza contribuisca a rinnovare in tutti il vivo desiderio di servire Cristo, seguendo gli insegnamenti di questo grande Santo, innamorato dell’Eucarestia, umile servitore dei poveri, asceta immerso costantemente nella contemplazione di Gesù crocifisso. Saluto gli atleti con la fiaccola della pace, che brillerà nel pellegrinaggio notturno da Macerata a Loreto, qui convenuti con i Vescovi Mons. Giancarlo Vecerrica e Mons. Claudio Giuliodori, ed auguro ogni migliore successo alla trentesima edizione di tale importante iniziativa pastorale.

Saluto infine i giovani

, i malati e gli sposi novelli. Ricorre proprio oggi la memoria liturgica di San Francesco Caracciolo. La sua eroica testimonianza evangelica sostenga voi, cari giovani, nell’impegno di quotidiana fedeltà a Cristo; incoraggi voi, cari ammalati, a seguire pazientemente il Signore nel cammino della prova e della sofferenza; aiuti voi, cari sposi novelli, a fare della vostra famiglia un cenacolo di preghiera e di carità fraterna.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 5 juin, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno cydonia_oblonga_329

Cydonia oblonga

http://www.floralimages.co.uk/trees01.htm

Amore degli uomini, amore di Dio

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&ordo=&localTime=06/05/2008#

Youssef Bousnaya (circa 869-979), monaco siriano
Vita et dottrina di Rabban Youssef Bousnaya da Jean Bar Kaldoum

Amore degli uomini, amore di Dio

Figlio mio, applicati con tutto il tuo animo ad acquisire l’amore per gli uomini, nel quale e per mezzo del quale ti innalzerai all’amore di Dio che è il fine ultimo. Vani infatti sono tutti i tuoi lavori se non sono compiuti nella carità. Tutte le buone opere e tutti i lavori portano l’uomo fino alla porta del palazzo regale; ma l’amore vi ci fa dimorare e ci fa riposare sul petto di Cristo (Gv 13,25).

Figlio mio, il tuo amore non sia diviso, interessato, bensì elargito in vista di Dio, desinteressato. Cristo ti darà la conoscenza per capire il mistero di questa parola. Ama tutti gli uomini come te stesso; anzi, ama il fratello tuo più di te stesso; non ricercare solo quanto conviene a te, bensì quanto è utile a tuo fratello. Disprezza te stesso per amore del tuo prossimo, affinché Cristo sia misericordioso e faccia di te un coerede del suo amore. Sta attento a non trascurare questo. Dio infatti ci ha amati per primo, e ha consegnato il Figlio suo alla morte per noi. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» per lui, dice l’apostolo Giovanni testimone della verità (Gv 3,16). Chi cammina in questo sentiero dell’amore, grazie alla sua pena, giungerà prontamente alla dimora che è la meta dei suoi sforzi. Non pensare dunque, figlio mio, che l’uomo possa acquisire l’amore di Dio, che ci viene dato per mezzo della sua grazia, prima di amare i suoi fratelli uomini.

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