Archive pour mai, 2008

« Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei » (Ef 5,25)

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/23/2008#

Concilio Vaticano II
Constituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo « Gaudium et Spes », § 48

« Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei » (Ef 5,25)

L’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne », prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono. Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità.

Cristo Signore ha effuso l’abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa (Ef 5,32). Infatti, come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà con il suo popolo cosi ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (Ef 5,25) così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione.

L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.

BENEDETTO XVI :PREGHIERA A NOSTRA SIGNORA DI SHESHAN

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20080515_sheshan_it.html

15 maggio 2008

BENEDETTO XVI

PREGHIERA A NOSTRA SIGNORA DI SHESHAN

Vergine Santissima, Madre del Verbo incarnato e Madre nostra,
venerata col titolo di
Aiuto dei cristiani
nel Santuario di Sheshan,
verso cui guarda con devoto affetto l
intera Chiesa che è
in Cina,
veniamo oggi davanti a te per implorare la tua protezione.
Volgi il tuo sguardo al Popolo di Dio e guidalo con sollecitudine materna
sulle strade della verit
à e dellamore, affinché
sia in ogni circostanza
fermento di armoniosa convivenza tra tutti i cittadini.

Con il docile sì” pronunciato a Nazaret tu consentisti
all
eterno Figlio di Dio di prendere carne nel tuo seno verginale
e di avviare cos
ì nella storia l
opera della Redenzione,
alla quale cooperasti poi con solerte dedizione,
accettando che la spada del dolore trafiggesse la tua anima,
fino all
ora suprema della Croce, quando sul Calvario restasti
ritta accanto a tuo Figlio che moriva perch
é l
uomo vivesse.Da allora tu divenisti, in maniera nuova, Madre
di tutti coloro che accolgono nella fede il tuo Figlio Ges

ù
e accettano di seguirlo prendendo la sua Croce sulle spalle.
Madre della speranza, che nel buio del Sabato santo andasti
con incrollabile fiducia incontro al mattino di Pasqua,
dona ai tuoi figli la capacit
à
di discernere in ogni situazione,
fosse pur la pi
ù
buia, i segni della presenza amorosa di Dio.Nostra Signora di Sheshan, sostieni limpegno di quanti in Cina,
tra le quotidiane fatiche, continuano a credere, a sperare, ad amare,
affinch
é mai temano di parlare di Gesù al mondo e del mondo a Gesù
.
Nella statua che sovrasta il Santuario tu sorreggi in alto tuo Figlio,
presentandolo al mondo con le braccia spalancate in gesto d
amore.
Aiuta i cattolici ad essere sempre testimoni credibili di questo amore,
mantenendosi uniti alla roccia di Pietro su cui
è
costruita la Chiesa.
Madre della Cina e dell
Asia, prega per noi ora e sempre. Amen!

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 23 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Messaggio di Benedetto XVI per il « Deutscher Katholikentag »

dal sito:
http://www.zenit.org/article-14446?l=italian

Messaggio di Benedetto XVI per il « Deutscher Katholikentag »

Motto dell’evento: “Tu ci conduci fuori al largo”

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 22 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio che Benedetto XVI ha inviato in occasione della 97ma edizione del « Deutscher Katholikentag », il festival dei cattolici tedeschi, apertosi questo mercoledì nella città di Osnabrück e che ha come motto: Tu ci conduci fuori al largo (cfr Sal 18, 19).

* * *

(Traduzione del Vaticano non ufficiale, di lavoro)

Cari fratelli e sorelle in Cristo!

Saluto tutti coloro che, da ogni parte della Chiesa universale, si sono ritrovati per questa manifestazione di apertura del 97.mo Katholikentag tedesco davanti alla cattedrale di San Pietro a Osnabrück. La pace di Cristo nostro Signore, crocifisso e risorto, sempre vicino alla sua Chiesa, sia con voi! Un saluto particolare rivolgo al vescovo di Osnabrück, ai cardinali presenti ed ai collaboratori nel ministero episcopale, nonché al Comitato centrale dei cattolici tedeschi che ha organizzato questo Katholikentag insieme con la diocesi di Osnabrück. Saluto anche i rappresentanti della vita pubblica e tutti coloro che sono presenti attraverso la radio e la televisione.

« Tu ci conduci fuori al largo » (Ps 18,20) è il motto che guida il Katholikentag. Qual è il « largo » nel quale ci conduce lincontro con Dio, la fede? Non poche sono le persone che oggi, al contrario di quello che dice il salmo, hanno paura che la fede possa limitare la loro vita, che esse possano essere costrette nellinvolucro dei comandamenti e degli insegnamenti della Chiesa e che non potranno più essere libere di muoversi nel « largo » della vita e del pensiero di oggi. Si sentono come il figlio minore nella parabola dei due fratelli (Lc 11-32), costrette a partire, lasciando da parte Dio per assaporare tutto il « largo » delluniverso. Alla fine, però, questo « largo » diventa stretto e vuoto. Solo quando la nostra vita sarà riuscita a salire al cuore di Dio, avrà trovato quel « largo » per il quale noi siamo stati creati. Una vita senza Dio non diventa più libera e più larga. Luomo è destinato allinfinito. Nulla di diverso può essere sufficiente per lui. Chi però tralascia Dio, limita la vita e il mondo al « finito », a quello che noi stessi possiamo fare e pensare, e questo è sempre troppo poco. Soprattutto, egli allarga il nostro cuore affinché non pensiamo più soltanto a noi stessi e non ci preoccupiamo soltanto per noi stessi. Il cuore che si è aperto a Dio è diventato per lampiezza di Dio a sua volta generoso e ampio. Questuomo non ha più bisogno di cercare, timoroso, la sua felicità, il suo successo o di dare peso allopinione degli altri. Egli è ora libero e generoso, aperto alla chiamata di Dio. Con fiducia può donare tutto se stesso perché egli sa ovunque vada di essere sicuro nelle mani di Dio. Colui al quale si allarga il cuore, potrà riservare un posto donore nella sua vita a Dio ed al prossimo e guarirà attraverso lincontro con Dio. Noi tutti sappiamo quanto il nostro mondo attuale abbia bisogno di questo incontro, quanto gli uomini abbiano sete dellacqua della vita che solo Dio può dare e che in essi diventerà « sorgente zampillante, la cui acqua dona la vita eterna » (Gv 4,14). Confidiamo che lincontro con Dio, nella sua Parola e nella celebrazione dellEucaristia, allarghi i nostri cuori e ci trasformi in sorgenti zampillanti di fede per il nostro prossimo. Confidiamo che i tanti incontri dei prossimi giorni anche con gli ospiti di altre confessioni e religioni faccia crescere lamore verso Dio che ha un cuore tanto grande per gli uomini e che è lAmore.Eppure, il « largo », in cui Dio ci conduce, non

è soltanto il « largo » in noi ma anche il « largo » del futuro. Per questo il motto del Katholikentag ci chiama a rafforzare in noi la fiducia in Dio, la fiducia che Dio ci condurrà in un futuro buono. « Abbiate fiducia, sono io; non abbiate paura », esclama Gesù rivolto ai discepoli che, con il vento contrario, si affannano ai remi sul lago di Genezareth (Mc 6,50). Anche se a volte il presente ci soffia tempestoso sul volto e ci viene grande paura per il futuro, mai dobbiamo perdere la fiducia, non dobbiamo avere paura perché Dio ci viene incontro. Se comprendiamo il futuro in questo modo, saremo in grado di raccogliere la sfida che esso ci pone. Allora potremo plasmare il futuro e sfruttare le possibilità che ci offre. Questo chiedo a voi, che siete riuniti ad Osnabrück: non lasciate che siano soltanto gli altri a plasmare il futuro, ma inseritevi con fantasia e capacità di persuasione nei dibattiti del presente! Per questo è bene che ad Osnabrück voi guardiate prima di tutto a Dio, celebrando la Messa ed ascoltando gli stimoli che vengaono dalla Scrittura per poi parlare anche nei diversi campi della politica e della società. Con il Vangelo come parametro, partecipate attivamente alla vita politica e sociale del vostro Paese. Come laici cattolici, osate partecipare alla formazione del futuro, in unione con i sacerdoti e con i vescovi! Con Dio alle spalle potete agire con coraggio, perché è Lui che ci rassicura: « Voglio darvi un futuro ed una speranza » (Ger 29,11).

Alla fine voglio salutare in modo speciale voi giovani, presenti in gran numero al Katholikentag, e con voi mons. Bode, incaricato della pastorale giovanile della Conferenza episcopale tedesca, che vi è vicino in modo particolare e vi ha invitati. Molti di voi li ho incontrati in occasione della Giornata mondiale della Gioventù di Colonia, nel 2005, e non pochi spero di ri-incontrare ormai tra breve, alla Giornata mondiale della Gioventù che proprio questanno si svolgerà a Sydney. Sono felice per il fatto che oggi vi siete riuniti ad Osnabrück per rafforzarvi vicendevolmente nella fede, nella speranza e nellamore. Sfruttate questa occasione e lasciatevi condurre dal messaggio del Katholikentag al « largo » delle possibilità che vi offre Dio! Dio vuole permeare tutta la vostra vita e vuole mostrarvi quanto è grande la libertà di coloro che depongono la loro vita nelle sue mani. Larga diventa la vita di chi vive la sua vita con Dio!Cari fratelli e sorelle, accompagno le vostre giornate di Osnabr

ück con la mia preghiera e imparto a voi tutti la mia benedizione apostolica!Dal Vaticano, 11 maggio 2008, Domenica di Pentecoste

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI

dal sito:

http://www.curatodars.com/preghiere.html

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI

Donaci Signore, per l’intercessione di San Giovanni Maria, di perseverare nelle tribolazioni e di respingere ogni tentazione del demonio con la forza che viene da Te.

Gloria al Padre.

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney,

Non crediamo che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta contro il demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la possibilità del paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due arti in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai rifiutata.

Quando crediamo che tutto sia perduto, non abbiamo altro da fare che gridare: Signore, salvaci, stiamo perendo!”. Nostro Signore, infatti, è là, proprio vicino a noi e ci guarda con compiacimento, ci sorride e ci dice: “Allora tu mi ami davvero, riconosco che mi ami!….”. E’ proprio nelle lotte contro l’inferno e nella resistenza alle tentazioni che proviamo a Dio il nostro amore.

Quante anime senza storia nel mondo appariranno un giorno ricche di tutte le vittorie contro il male ottenute istante dopo istante! E’ a queste anime che il Buon Dio dirà: “Venite, benedetti del Padre mio…. entrate nella gioia del vostro Signore”. Noi non abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato…. Il buon Dio non ci chiede di fare altrettanto….C’è qualcuno che rimane travolto da una sola parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione… Coraggio, amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano dominale sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non esiste via di mezzo.

Se marciassimo sempre in prima linea come i bravi soldati, al sopraggiungere della guerra o della tentazione sapremmo elevare il cuore a Dio e riprendere coraggio. Noi, invece, rimaniamo nelle retrovie e diciamo a noi stessi: “L’importante è salvarsi. Non voglio essere un santo”. Se non siete dei santi, sarete dei reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate attenzione!

Tutti coloro che possederanno il paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano, costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno meritare il paradiso.

Publié dans:meditazioni, preghiere, Santi |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno volcanic-rocks-2

Volcanic Rocks

http://www.freephotos.se/browse_photos.asp?cat=5&page=25&order=date

San Tommaso d’Aquino: « Abbiate sale in voi stessi »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/22/2008#

San Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa

« Abbiate sale in voi stessi »

Concedimi, o Dio misericordioso,
di desiderare con ardore ciò che approvi,
di ricercarlo con prudenza,
di riconoscerlo in verità,
di comprenderlo perfettamente,
a lode e gloria del tuo nome.

Metti ordine nella mia vita, o Dio mio,
e dammi di conoscere ciò che vuoi che io faccia,
concedimi di compierlo come conviene
e come è utile alla mia anima.

Dammi, Signore mio Dio,
di non smarrirmi in mezzo alla prosperità
e all’avversità ;
non lasciare che l’avversità mi deprima,
né che la prosperità mi esalti.

Che nulla mi rallegri, né mi rattristi
se non ciò che conduce a te,
o mi distoglie da te.
Che io non desideri di piacere
o tema di dispiacere ad alcuno,
se non a te.

Basilio Magno e il concilio di Costantinopoli, Gregorio di Nazianzo e la cristologia

dal sito:

http://www.kyrieeleison.eu/patristica/cappadocia_terra_grandi_padri.htm

 

 CAPPADOCIA, TERRA DI GRANDI PADRI 

Basilio Magno e il concilio di Costantinopoli, Gregorio di Nazianzo e la cristologia 

 

Verso la fine del IV secolo tre grandi Padri, scrittori e vescovi, emergono in Cappadocia: Basilio Magno (ca.330-379), vescovo di Cesarea dal 370, Gregorio (335-394), suo fratello, vescovo di Nissa dal 371, (di cui non si parla in seguito), Gregorio di Nazianzo (ca. 330-390), amico di Basilio, vescovo di Costantinopoli dal 380 al 381. 

1. Basilio Magno e il « Discorso ai giovani » 

Nel suo Discorso ai giovani si coglie la sapiente composizione fra fede cristiana e umanesimo: 

Come le api, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, sanno trarre da essi anche il miele, allo stesso modo coloro che in tali scritti non cercano soltanto diletto e piacere, possono anche ricavarne una qualche utilità per l’anima. Noi dobbiamo dunque utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi ed è conforme alla verità e lasceremo andare il resto. E come mettendoci a cogliere dei fiori dal roseto evitiamo le spine, ugualmente, raccogliendo dai libri dei pagani quanto è utile, dobbiamo guardarci da quello che vi è di nocivo. La prima cosa da fare dunque è di esaminare attentamente ogni dottrina e di adattarla allo scopo mettendo, come dice il proverbio dorico, la pietra a fil di piombo (Basilio, Discorso ai giovani, 4, 8-11: Introduzione ai Padri della Chiesa. Secoli III e IV, Torino, SEI, 1993, p.290). 

2. Basilio Magno e l’organizzazione della vita monastica 

Basilio visitò i monaci del deserto egiziano, della Palestina, della Siria e della Mesopotamia, e, rientrato in patria diede le proprie ricchezze ai poveri e si ritirò a vita eremitica. Con l’esperienza maturata organizzò la vita monastica in Cappadocia approntando delle Regole nate dalle domande che gli rivolgevano monaci e asceti: Basilio predilige il monachesimo cenobitico, forma nella quale si possono meglio esercitare le virtù della pazienza, del servizio e dell’amore vicendevole. 

Domanda: [...] Vorremmo sapere se chi si è separato dal mondo debba vivere solitario, oppure convivere con fratelli che abbiano gli stessi suoi sentimenti e aspirino allo stesso ideale di pietà. Risposta: Ho constatato che la convivenza di più persone nello stesso luogo ha molti vantaggi. Prima di tutto nessuno di noi è sufficiente a se stesso nelle necessità fisiche, ma abbiamo bisogno uno dell’altro per procurarci le cose necessarie. Il piede ha la facoltà di camminare, ma non ne ha altre; e, senza l’aiuto delle altre membra, esso non ha la capacità sufficiente alla propria conservazione; né ha modo di supplire a ciò che gli manca. Così avviene nella vita solitaria: ciò che abbiamo ci è insufficiente, e non possiamo provvederci ciò che non abbiamo; perché Dio creatore ha disposto che noi avessimo bisogno l’uno dell’altro, affinché, come dice la Scrittura, noi ci associassimo gli uni agli altri (cfr. Sir 13,15-16). A parte questo, anche la carità cristiana non permette che ciascuno abbia di mira l’utile proprio. « La carità – dice l’Apostolo – non cerca i propri vantaggi (1Cor 13,5). Ora la vita solitaria ha un solo scopo: che ciascuno badi a ciò che gli è necessario. E questo è manifestamente in contrasto con quella legge di carità che praticava l’Apostolo, quando non cercava l’utile proprio ma quello di molti, affinché fossero salvi (cfr. 1Cor 10,33). Inoltre, chi vive segregato non potrà conoscere facilmente i propri difetti, perché non ha chi glieli faccia notare e lo corregga con mansuetudine e clemenza. Certamente la correzione, anche quando è fatta da un nemico, suscita sempre nell’uomo assennato il desiderio di emendarsi; ma solo chi ama sinceramente sa applicare con saggezza la cura, come dicono i libri santi: « Chi ama corregge con cura » (Prov 13,24). Ora una tale persona la si trova difficilmente nella solitudine, se uno non se l’è prima associata nel medesimo genere di vita; e si verifica quindi quello che dice la Scrittura: « Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo rialzi » (Qo 4,10). Inoltre molti precetti si possono adempiere facilmente quando sono molti radunati insieme; ma non già quando uno è solo; perché adempiendone uno, non se ne può adempiere un altro. Per esempio: se si visita un ammalato, non si può ricevere un ospite; il prestarsi alle altrui necessità specialmente quando esige lungo tempo, impedisce di occuparsi del lavoro. E potrebbe così accadere di trascurare il maggiore dei comandamenti, quello che più conduce alla salvezza, cioè la carità, perché non si dà da mangiare a chi ha fame e non si veste chi è nudo. Chi dunque vorrà preferire una vita sterile a quella fruttuosa e conforme al precetto del Signore? Noi, « che fummo chiamati per vocazione a un’unica speranza » (Ef 4,4), formiamo tutti un solo corpo, che ha per capo Cristo, e siamo membra gli uni degli altri. Soltanto unendoci concordi nello Spirito Santo potremo formare la compagine di un unico corpo. Ma se invece ciascuno sceglie di vivere da solo e non vuole servire al vantaggio della comunità secondo il beneplacito di Dio, per assecondare il gusto di fare quello che gli piace, come potremo noi, così disuniti e separati, conservare la vicendevole relazione e il mutuo servizio delle membra e la dipendenza dal nostro capo, che è Cristo? Se vivremo separati, non potremo congratularci con chi è onorato, né patire insieme a chi soffre, perché ciascuno, come è naturale, non conoscerà come sta il suo prossimo. [...] Del resto, la vita solitaria oltre agli inconvenienti che abbiamo detto, presenta anche dei pericoli. Il primo, e il più grave, è la compiacenza di se stesso. Il solitario non ha chi possa dare un giudizio sul suo modo di agire, e quindi crederà di essere giunto alla perfezione nell’osservanza dei comandamenti. Inoltre, lasciando sempre inesplicate le sue capacità, non potrà conoscere i suoi difetti né constatare i progressi, perché non ha occasione di mettere in pratica i precetti. E infatti, come potrà egli dimostrare di essere umile, se non ha nessuno dinanzi al quale abbassarsi? Come potrà dimostrare la sua compassione verso gli altri, se vive separato dalla società? Come potrà esercitare la pazienza, se non c’è nessuno che si opponga al suo volere? Se poi uno dicesse che, per la riforma dei costumi, gli basta l’insegnamento della Scrittura, io gli risponderei che egli fa come chi impara a edificare, ma non costruisce mai; o impara l’arte del fabbro, ma non mette mai in pratica le norme imparate. A costui l’Apostolo potrebbe dire: « Non coloro che ascoltano la legge sono giusti dinanzi a Dio, ma coloro che la praticano saranno giustificati » (Rom 2,13). Anche il Signore infatti, per la sua grande bontà, non si ritenne pago di ammaestrarci con le parole ma, volendoci dare un esempio sublime di umiltà nella perfezione del suo amore, si cinse i fianchi con un asciugatoio e lavò i piedi dei discepoli. E tu, a chi laverai i piedi? Con chi ti mostrerai servizievole? Di chi ti farai ultimo se vivi da solo? Del resto, come si potrebbe, nella vita solitaria, realizzare la bellezza e la gioia del coabitare con i fratelli nella stessa dimora, cosa che lo Spirito Santo paragona all’unguento che esala profumo dal capo del gran sacerdote? (cfr. Sal 132/133,2). La coabitazione di più fratelli riuniti insieme costituisce dunque un campo di prova, una bella via di progresso, un continuo esercizio, una ininterrotta meditazione dei precetti del Signore. E lo scopo di questa vita in comune è la gloria di Dio, secondo il precetto del Signore nostro Gesù Cristo, che dice: « Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone, e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,16). Questo genere di vita è conforme a quello che conducevano i santi ricordati negli Atti degli Apostoli, dei quali si dice: « I fedeli si tenevano uniti e avevano tutto in comune » (At 2,44). « La moltitudine dei fedeli aveva un cuore solo e un’anima sola; e nessuno diceva proprio qualunque suo bene, ma tutto era posseduto in comune » (At 4,32) (Basilio, Asceticon, Settima regola in forma estesa: Introduzione ai Padri della Chiesa. Secoli III e IV, Torino, SEI, 1993, pp. 277-281). 

Si nota in questo testo, una spiccata sensibilità sociale, che fra l’altro spingerà Basilio a fondare una « città di rifugio » per poveri e bisognosi (Basiliade). 

 

Benedetto XVI presenta la figura di Romano il Melode

dal sito:
http://www.zenit.org/article-14438?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di Romano il Melode

Intervento all’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoled

ì, 21 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dallItalia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di Romano il Melode.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa, vorrei oggi parlare di una figura poco conosciuta: Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, santEfrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a teologi dellOccidente, come santAmbrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.

Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi listruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo lepisodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa lapparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo era la festa della Natività del Signore Romano si diede a declamare dallambone: «Oggi la Vergine partorisce il Trascendente» (Inno « Sulla Natività » I. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).Romano resta nella storia come uno dei pi

ù rappresentativi autori di inni liturgici. Lomelia era allora, per i fedeli, loccasione praticamente unica distruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dellestetica e dellinnografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva allambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sullambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette « contaci » (kontákia). Il termine kontákion, « piccola verga », pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.

In Romano, ogni kontákion è

composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dellirmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello (efimnio) per lo più identico per creare lunità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dellautore (acrostico), preceduto spesso dallaggettivo « umile ». Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude linno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dellomelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta.Un esempio significativo ci

è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: «Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita?/ Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato,/ né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi/ da metterti le mani addosso contro ogni giustizia». Gesù risponde: «Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non dovrei morire?/ Come dunque potrei salvare Adamo?». Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: «Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore:/ non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata « piena di grazia »» (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5). Nellinno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: «Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole,/conosciuto questo tuo volere essa mi dirà:/- Se chi ce lha dato se lo riprende, perchè ce lha donato?/[...] – Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me,/e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me» (Il sacrificio di Abramo, 7).

Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama « fonte che non brucia e luce contro le tenebre » e dice: «Io ardisco tenerti in mano come una lampada;/ chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare./ Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile» (La Presentazione o Festa dell’incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: «Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca / e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire/ sia coerente con le mie parole» (Missione degli Apostoli, 2).Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione

è lunità dellazione di Dio nella storia, lunità tra creazione e storia della salvezza, lunità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo. Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta lazione missionaria nel mondo: «[...] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini;/ hanno preso la croce di Cristo come una penna,/ hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo,/ hanno avuto il Verbo come amo acuminato,/ come esca è diventata per loro/ la carne del Sovrano delluniverso» (La Pentecoste 2;18).

Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato lunità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. «Era uomo dice il Cristo, ma era anche Dio,/ non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo» (La Passione 19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (

Le dieci vergini [II]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il cristiano deve praticare la carità, lelemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: «[...] dieci vergini possedevan la virtù dellintatta verginità,/ ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto./ Le altre brillarono per le lampade dellamore per lumanità,/ per questo lo sposo le invitò» (Le dieci Vergini, 1).

Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche questeredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo « a casa »: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica il gregoriano o Bach o Mozart è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa « passato », ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere allimperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: « Cantate al Signore un canto nuovo ». Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta leredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono ununica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Seminaristi del Seminario Regionale Pugliese di Molfetta, e li esorto a fondare la loro vita su Gesù e sulla salda roccia della sua Parola, per esserne coraggiosi annunciatori agli uomini del nostro tempo. Saluto i fedeli albanesi, qui convenuti in occasione della Visita « ad limina Apostolorum » dei Vescovi dellAlbania, e li accompagno con la mia preghiera affinchè il Signore renda fruttuoso il loro impegno di far conoscere Gesù Via, Verità e Vita. Saluto gli imprenditori del settore zootecnico, i fedeli della Rettoria Santa Maria di Campanile, in Frasso Telesino e quelli della parrocchia San Sisto, in Perugia. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio tutti per la vostra presenza e vi incoraggio a seguire con fedeltà Gesù e il suo Vangelo, per essere cristiani autentici in famiglia e in ogni altro ambiente.

Mi rivolgo, infine, ai giovani

, ai malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.Vorrei infine ricordare che domani, solennità del Corpus Domini, alle ore 19, sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano presiederò la Messa, cui seguirà la tradizionale processione fino a Santa Maria Maggiore. Invito tutti a partecipare a questa solenne celebrazione, per esprimere insieme la fede in Cristo, presente nellEucarestia.

buona notte

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http://www.publicdomainpictures.net/view-image.php?image=185

Pio XII: « Glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/21/2008#

Pio XII, papa dal 1939 al 1958
Enciclica Mystici Corporis Christi

« Glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri »

È di somma opportunità che teniamo di mira lo stesso Gesù come insuperabile modello di amore verso la Chiesa. Anzitutto, cerchiamo d’imitare l’estensione di tale amore. Unica è la Sposa di Cristo, e questa è la Chiesa: eppure l’amore dello Sposo divino ha tale ampiezza che, senza escludere alcuno, nella sua Sposa abbraccia tutto il genere umano. La causa infatti per cui il Salvator nostro sparse il suo sangue, fu appunto per riconciliare con Dio nella croce tutti gli uomini, per quanto diversi di nazione e di stirpe, e farli congiungere in un unico Capo. Il vero amore della Chiesa esige quindi non solo che siamo vicendevolmente solleciti l’uno dell’altro (Rm 12,5), come membri dello stesso Corpo, che godono della gloria degli altri membri e soffrono dell’altrui dolore (1 Cor 12,26), ma che altresì negli altri uomini, sebbene non ancora a noi congiunti nel Corpo della Chiesa, riconosciamo fratelli di Cristo secondo la carne, chiamati insieme con noi alla medesima eterna salvezza.

Purtroppo, specialmente oggigiorno, non mancano coloro che nella loro superbia esaltano l’avversione, l’odio, il livore come qualcosa che elevi e nobiliti la dignità e il valore umano. Noi però, mentre vediamo con dolore i funesti frutti di tale dottrina, seguiamo il nostro pacifico Re, che ci insegnò ad amare non solo quelli che non sono della nostra nazione e della nostra stirpe (Lc 10,33-37), ma persino i nemici (Lc 6,27-35). Noi, con l’animo penetrato del soavissimo sentimento di san Paolo, con lui esaltiamo quale e quanta sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo (Ef 3,18); quell’amore, cioè, che nessuna diversità d’origine e di costumi può fiaccare, che neppure l’immensa distesa dell’oceano può attenuare; e che finalmente neppure le guerre, siano esse intraprese per causa giusta o ingiusta, potranno mai distruggere.

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