Archive pour mai, 2008

Charles Brethes Dio è amore : sulla solennità del Sacro Cuore di Gesù

dal sito: 

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=174

Charles Brethes Dio è amore

Fratelli, la festa del Sacro Cuore, che oggi celebriamo, è una festa relativamente recente.
Quando nel secolo XVII Gesù apparve a santa Margherita Maria, una religiosa francese di Paray – le-Monial, mostrandole il suo cuore circondato dalle fiamme, la festa fu caldeggiata e voluta dai Sommi Pontefici ed ha trovato un grandissimo favore in mezzo al popolo cristiano.
Qual è lo scopo di questa festa? Ricordare agli uomini, sotto l’eloquente simbolo del cuore, il messaggio fondamentale del vangelo: Dio è amore. E in Gesù-Sacro Cuore noi troviamo in maniera particolarmente suggestiva la rivelazione del Dio-amore e l’invito insistente di vivere in questo amore e per questo amore.
Accogliamo questo messaggio, attuale e necessario più che mai, e sforziamoci di mettere il nostro cuore all’unisono con il cuore di Gesù.

Preparazione penitenziale
1. Riflessione
- « Dio è amore ». E necessario essere umili e piccoli per essere introdotti in questo mistero di Dio, che è nascosto ai superbi.
- « Dio ci ha amati per primo ». Non abbiamo avuto e non abbiamo nessun diritto a questo amore: non dimentichiamo che esso è assolutamente gratuito.
- « Amatevi gli uni gli altri », ci ripete san Giovanni. Dobbiamo convincerci che non può esistere amore di Dio se non c’è prima amore verso il prossimo.

2. Riflessioni
- Signore, che ci hai rivelato il tuo amore, mandando nel mondo il tuo Figlio per salvarci, abbi pietà di noi.
- Cristo, disceso dal cielo per rivelare a tutti gli uomini l’amore del Padre, abbi pietà di noi.
- Signore, che ci fai vivere nell’amore del Padre e del Figlio, abbi pietà di noi.

Prima lettura (Dt 7,6-11): L’amore dl Dio e gratuito
Mosè ricorda al popolo ebreo che se Dio lo ha scelto per essere il « popolo eletto », non è perché sia un popolo importante o abbia dei meriti, ma l’ha fatto per sua bontà. E amore assolutamente gratuito di Dio.

a. Che si tratti di nazioni o di individui, la scelta di Dio è sempre libera. Così nella scelta che Dio ha fatto del popolo ebreo, l’unico movente è stato l’amore.
b. Mosè non tralascia di ricordare al popolo che questo amore di Dio esige, da colui che ne è l’oggetto, una risposta di amore, che dovrà concretizzarsi nella costante fedeltà ai comandi di Dio.
c. Anche il cristiano – lui soprattutto – è oggetto dell’amore di Dio. Scelto e preferito senza alcun merito personale, deve farsi un dovere di corrispondere a questa preferenza con una inalterabile fedeltà nel servirlo e nell’amarlo.

Salmo responsoriale (Sai 102): Canto dl lode al Dio dell’amore
Il Salmo canta l’infinita tenerezza di Dio per l’uomo. Dio guarisce, Dio perdona, Dio risuscita: in una parola, è l’amore. Ringraziamolo e benediciamolo!
Rit.: Il Signore è buono e grande nell’amore.

Seconda lettura (1 Cv 4,7-16): Dio, sorgente dl ogni amore
Dio è amore. San Giovanni ne indica la prova suprema nel dono che Dio ci ha fatto del suo Figlio. Ne consegue però per noi il dovere di amarci gli uni gli altri, per rendere visibile l’amore di Dio che è in noi.

a. Con l’occhio della fede, Giovanni penetra nella vita intima di Dio: egli non è soltanto il Dio onnipotente che regge l’universo, ma il Padre che ci ricolma dei suoi benefici.
b. E il suo è un amore assolutamente gratuito. Ci ama per primo, senza alcun merito da parte nostra, di un amore totalmente disinteressato e del quale noi siamo i soli beneficiari.
c. Questa gratuità dell’amore di Dio a nostro riguardo, suscita in noi il bisogno, l’urgenza di corrispondere? Ci impegna specialmente ad amare i nostri fratelli, e dedicarci a loro dimenticando noi stessi, senza attenderci alcun contraccambio?

Vangelo (Mt 11,25-30): I privilegiati di Dio
È uno dei testi più conosciuti del vangelo di san Matteo. Gesù invita « gli umili di cuore » ad andare a lui: sono i soli in grado di capire. Egli alleggerirà il loro peso, li libererà dall’angoscia, infonderà in essi un’assoluta fiducia nel suo amore.

a. È un’affermazione che ricorre spesso nella Bibbia: solo agli umili di cuore è concesso di scoprire i segreti di Dio, mentre invece restano nascosti a coloro che ci compiacciono di se stessi.
b. Per essi quindi il peso della vita diventa leggero. Camminano nella via dell’amore e non in quella della costrizione. « Il mio giogo è facile dà portare », dice il Signore.
c. Mettersi alla scuola di Cristo, non significa studiare un complesso di verità più o meno astratte; ma accogliere Cristo nella sua persona, per conoscere da lui i segreti divini, i misteri dell’amore, e viverli.

Suggerimenti per l’omelia
Qual è il senso della festa del Sacro Cuore? Quale ne è l’oggetto? E necessario chiarirlo e precisarlo, perché la devozione al Sacro Cuore è stata talvolta sospettata di superstizione.

- Ricordare che Dio è amore. E il messaggio fondamentale di Cristo: egli si è fatto uomo per manifestare nella sua umanità la misericordia di Dio: « Chi vede me, vede il Padre ».
E nel corso dei tempi, Dio nulla ha trascurato per far capire agli uomini che, nonostante le colpe e le ingratitudini, continuava ad amarli. Questa è stata la missione dei profeti, ma soprattutto la missione del Figlio. I suoi insegnamenti, la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione, tutto in Cristo grida: Dio vi ama! E anche Gesù-Sacro Cuore ha ripetuto la stessa cosa: « Ecco quel cuore che tanto amato!… ».
- Invitare gli uomini a corrispondere a questo amore. Parlando a 5. Margherita, Gesù ha poi aggiunto: « …ed è così poco amato! Almeno tu ripara ». Il cristiano è colui che, alla luce dello Spirito Santo, si sforza di entrare in questo mistero di amore e integrarlo nella sua vita.
Questo mistero gli ispirerà di Care sempre e solo ciò che piace a Dio, sull’esempio di Cristo, osservando i suoi comandamenti. Questo mistero, vissuto nella verità, gli farà considerare tutti gli uomini, anche i nemici, come fratelli da amare, da aiutare con tutto se stesso, anche con il dono della vita se necessario, sull’esempio di Cristo.

Preghiera universale
Fratelli, il messaggio di Cristo è messaggio di amore, la sua vita è un atto di amore, il suo testamento il comando nuovo dell’amore.. la festa del Sacro Cuore ci ricorda tutto questo. La nostra preghiera attinga la sua ispirazione e la sua forza dalla certezza che Dio ci ama.

Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, O Signore.

I. In ogni tempo la Chiesa deve manifestare al mondo l’amore di Dio. Perché essa possa ripetere con gli stessi accenti di Cristo: Venite a me, voi tutti che soffrite, e io vi ristorerò: preghiamo
2. Per tutta l’umanità che è alla ricerca della tranquillità e della pace. Perché si orienti versò Cristo, certa di trovare in lui la sicurezza, la forza e la gioia: preghiamo
3. Nella nostra società egoistica sono molti quelli che non conoscono la gioia di amare e di essere amati. Perché il Signore metta sul loro cammino dei cuori generosi che li comprendano e li confortino: preghiamo.
4. Per tutti coloro che invece conoscono la gioia di amare: fidanzati, sposi, genitori. Perché si ricordino che la vera sorgente del loro amore è l’amore stesso di Dio: preghiamo
5. Perché le nostre comunità parrocchiali siano vivificate da un vero amore fraterno e tutti i loro membri si impegnino a portare gli unii pesi degli altri: preghiamo.

Signore Gesù, mostrandoci il tuo cuore hai voluto, sotto questo simbolo, farci comprendere la grandezza del tuo amore per noi. Fa’ che possiamo essere conquistati da questo mistero di amore, per amare dal profondo del cuore il Padre e i nostri fratelli, come tu li ami. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Al Padre nostro
Cristo ci ha rivelato che il Padre suo è anche il Padre nostro, e il migliore dei Padri. Lo Spirito Santo ci aiuti a recitare nel modo migliore la preghiera dei figli.

Parole di congedo e Saluto
Sforziamoci di essere dolci e umili di cuore sull’esempio di Cristo, per essere veri testimoni dell’amore di Dio dinanzi ai nostri fratelli.

Publié dans:feste |on 29 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI presenta la figura di Papa San Gregorio Magno

du site:
http://www.zenit.org/article-14510?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di Papa San Gregorio Magno

Intervento all’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoled

ì, 28 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di Papa San Gregorio Magno.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

mercoledì scorso ho parlato di un Padre della Chiesa poco conosciuto in Occidente, Romano il Melode, oggi vorrei presentare la figura di uno dei più grandi Padri nella storia della Chiesa, uno dei quattro dottori dell’Occidente, il Papa san Gregorio, che fu Vescovo di Roma tra il 590 e il 604, e che meritò dalla tradizione il titolo di Magnus/Grande. Gregorio fu veramente un grande Papa e un grande Dottore della Chiesa! Nacque a Roma, intorno al 540, da una ricca famiglia patrizia della gens Anicia, che si distingueva non solo per la nobiltà del sangue, ma anche per l’attaccamento alla fede cristiana e per i servizi resi alla Sede Apostolica. Da tale famiglia erano usciti due Papi: Felice III (483-492), trisavolo di Gregorio, e Agapito (535-536). La casa in cui Gregorio crebbe sorgeva sul Clivus Scauri, circondata da solenni edifici che testimoniavano la grandezza della Roma antica e la forza spirituale del cristianesimo. Ad ispirargli alti sentimenti cristiani vi erano poi gli esempi dei genitori Gordiano e Silvia, ambedue venerati come santi, e quelli delle due zie paterne, Emiliana e Tarsilia, vissute nella propria casa quali vergini consacrate in un cammino condiviso di preghiera e di ascesi.

Gregorio entrò presto nella carriera amministrativa, che aveva seguito anche il padre, e nel 572 ne raggiunse il culmine, divenendo prefetto della città. Questa mansione, complicata dalla tristezza dei tempi, gli consentì di applicarsi su vasto raggio ad ogni genere di problemi amministrativi, traendone lumi per i futuri compiti. In particolare, gli rimase un profondo senso dell’ordine e della disciplina: divenuto Papa, suggerirà ai Vescovi di prendere a modello nella gestione degli affari ecclesiastici la diligenza e il rispetto delle leggi propri dei funzionari civili. Questa vita tuttavia non lo doveva soddisfare se, non molto dopo, decise di lasciare ogni carica civile, per ritirarsi nella sua casa ed iniziare la vita di monaco, trasformando la casa di famiglia nel monastero di Sant’Andrea al Celio. Di questo periodo di vita monastica, vita di dialogo permanente con il Signore nell’ascolto della sua parola, gli resterà una perenne nostalgia che sempre di nuovo e sempre di più appare nelle sue omelie: in mezzo agli assilli delle preoccupazioni pastorali, lo ricorderà più volte nei suoi scritti come un tempo felice di raccoglimento in Dio, di dedizione alla preghiera, di serena immersione nello studio. Poté così acquisire quella profonda conoscenza della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa di cui si servì

poi nelle sue opere.Ma il ritiro claustrale di Gregorio non dur

ò a lungo. La preziosa esperienza maturata nell’amministrazione civile in un periodo carico di gravi problemi, i rapporti avuti in questo ufficio con i bizantini, l’universale stima che si era acquistata, indussero Papa Pelagio a nominarlo diacono e ad inviarlo a Costantinopoli quale suo « apocrisario », oggi si direbbe « Nunzio Apostolico », per favorire il superamento degli ultimi strascichi della controversia monofisita e soprattutto per ottenere l’appoggio dell’imperatore nello sforzo di contenere la pressione longobarda. La permanenza a Costantinopoli, ove con un gruppo di monaci aveva ripreso la vita monastica, fu importantissima per Gregorio, poiché gli diede modo di acquisire diretta esperienza del mondo bizantino, come pure di accostare il problema dei Longobardi, che avrebbe poi messo a dura prova la sua abilità e la sua energia negli anni del Pontificato. Dopo alcuni anni fu richiamato a Roma dal Papa, che lo nominò suo segretario. Erano anni difficili: le continue piogge, lo straripare dei fiumi, la carestia affliggevano molte zone d’Italia e la stessa Roma. Alla fine scoppiò anche la peste, che fece numerose vittime, tra le quali anche il Papa Pelagio II. Il clero, il popolo e il senato furono unanimi nello scegliere quale suo successore sulla Sede di Pietro proprio lui, Gregorio. Egli cercò di resistere, tentando anche la fuga, ma non ci fu nulla da fare: alla fine dovette cedere. Era l’anno 590.

Riconoscendo in quanto era avvenuto la volontà di Dio, il nuovo Pontefice si mise subito con lena al lavoro. Fin dall’inizio rivelò una visione singolarmente lucida della realtà con cui doveva misurarsi, una straordinaria capacità di lavoro nell’affrontare gli affari tanto ecclesiastici quanto civili, un costante equilibrio nelle decisioni, anche coraggiose, che l’ufficio gli imponeva. Si conserva del suo governo un’ampia documentazione grazie al Registro

delle sue lettere (circa 800), nelle quali si riflette il quotidiano confronto con i complessi interrogativi che affluivano sul suo tavolo. Erano questioni che gli venivano dai Vescovi, dagli Abati, dai clerici, e anche dalle autorità civili di ogni ordine e grado. Tra i problemi che affliggevano in quel tempo l’Italia e Roma ve n’era uno di particolare rilievo in ambito sia civile che ecclesiale: la questione longobarda. Ad essa il Papa dedicò ogni energia possibile in vista di una soluzione veramente pacificatrice. A differenza dell’Imperatore bizantino che partiva dal presupposto che i Longobardi fossero soltanto individui rozzi e predatori da sconfiggere o da sterminare, san Gregorio vedeva questa gente con gli occhi del buon pastore, preoccupato di annunciare loro la parola di salvezza, stabilendo con essi rapporti di fraternità in vista di una futura pace fondata sul rispetto reciproco e sulla serena convivenza tra italiani, imperiali e longobardi. Si preoccupò della conversione dei giovani popoli e del nuovo assetto civile dell’Europa: i Visigoti della Spagna, i Franchi, i Sassoni, gli immigrati in Britannia ed i Longobardi, furono i destinatari privilegiati della sua missione evangelizzatrice. Abbiamo celebrato ieri la memoria liturgica di sant’Agostino di Canterbury, il capo di un gruppo di monaci incaricati da Gregorio di andare in Britannia per evangelizzare l’Inghilterra.Per ottenere una pace effettiva a Roma e in Italia, il Papa si impegn

ò a fondo – era un vero pacificatore – , intraprendendo una serrata trattativa col re longobardo Agilulfo. Tale negoziazione portò ad un periodo di tregua che durò per circa tre anni (598 – 601), dopo i quali fu possibile stipulare nel 603 un più stabile armistizio. Questo risultato positivo fu ottenuto anche grazie ai paralleli contatti che, nel frattempo, il Papa intratteneva con la regina Teodolinda, che era una principessa bavarese e, a differenza dei capi degli altri popoli germanici, era cattolica, profondamente cattolica. Si conserva una serie di lettere del Papa Gregorio a questa regina, nelle quali egli rivela dimostrano la sua stima e la sua amicizia per lei. Teodolinda riuscì man mano a guidare il re al cattolicesimo, preparando così la via alla pace. Il Papa si preoccupò anche di inviarle le reliquie per la basilica di S. Giovanni Battista da lei fatta erigere a Monza, né mancò di farle giungere espressioni di augurio e preziosi doni per la medesima cattedrale di Monza in occasione della nascita e del battesimo del figlio Adaloaldo. La vicenda di questa regina costituisce una bella testimonianza circa l’importanza delle donne nella storia della Chiesa. In fondo, gli obiettivi sui quali Gregorio puntò costantemente furono tre: contenere l’espansione dei Longobardi in Italia; sottrarre la regina Teodolinda all’influsso degli scismatici e rafforzarne la fede cattolica; mediare tra Longobardi e Bizantini in vista di un accordo che garantisse la pace nella penisola e in pari tempo consentisse di svolgere un’azione evangelizzatrice tra i Longobardi stessi. Duplice fu quindi il suo costante orientamento nella complessa vicenda: promuovere intese sul piano diplomatico-politico, diffondere l’annuncio della vera fede tra le popolazioni.

Accanto all’azione meramente spirituale e pastorale, Papa Gregorio si rese attivo protagonista anche di una multiforme attività sociale. Con le rendite del cospicuo patrimonio che la Sede romana possedeva in Italia, specialmente in Sicilia, comprò e distribuì grano, soccorse chi era nel bisogno, aiutò sacerdoti, monaci e monache che vivevano nell’indigenza, pagò riscatti di cittadini caduti prigionieri dei Longobardi, comperò armistizi e tregue. Inoltre svolse sia a Roma che in altre parti d’Italia un’attenta opera di riordino amministrativo, impartendo precise istruzioni affinché i beni della Chiesa, utili alla sua sussistenza e alla sua opera evangelizzatrice nel mondo, fossero gestiti con assoluta rettitudine e secondo le regole della giustizia e della misericordia. Esigeva che i coloni fossero protetti dalle prevaricazioni dei concessionari delle terre di proprietà della Chiesa e, in caso di frode, fossero prontamente risarciti, affinché

non fosse inquinato con profitti disonesti il volto della Sposa di Cristo.

Questa intensa attività Gregorio la svolse nonostante la malferma salute, che lo costringeva spesso a restare a letto per lunghi giorni. I digiuni praticati durante gli anni della vita monastica gli avevano procurato seri disturbi all’apparato digerente. Inoltre, la sua voce era molto debole così che spesso era costretto ad affidare al diacono la lettura delle sue omelie, affinchè i fedeli presenti nelle basiliche romane potessero sentirlo. Faceva comunque il possibile per celebrare nei giorni di festa Missarum sollemnia, cioè la Messa solenne, e allora incontrava personalmente il popolo di Dio, che gli era molto affezionato, perché vedeva in lui il riferimento autorevole a cui attingere sicurezza: non a caso gli venne ben presto attribuito il titolo di consul Dei. Nonostante le condizioni difficilissime in cui si trovò ad operare, riuscì a conquistarsi, grazie alla santità della vita e alla ricca umanità, la fiducia dei fedeli, conseguendo per il suo tempo e per il futuro risultati veramente grandiosi. Era un uomo immerso in Dio: il desiderio di Dio era sempre vivo nel fondo della sua anima e proprio per questo egli era sempre molto vicino al prossimo, ai bisogni della gente del suo tempo. In un tempo disastroso, anzi disperato, seppe creare pace e dare speranza. Quest’uomo di Dio ci mostra dove sono le vere sorgenti della pace, da dove viene la vera speranza e diventa così una guida anche per noi oggi.

Sant’Agostino e la Madre, in colloquio ad Ostia, poco prima della morte della madre

Sant'Agostino e la Madre, in colloquio ad Ostia, poco prima della morte della madre dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 29 mai, 2008 |Pas de commentaires »

« Che vuoi che io ti faccia ? »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/29/2008#

Guglielmo di Saint-Thierry (circa 1085-1148), monaco benedettino poi cistercense
La Contemplazione di Dio, 1-2 ; SC 61

« Che vuoi che io ti faccia ? »

«Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe perché ci indichi le sue vie» (Is 2,3). Voi tutti, intenzioni, desideri intensi, volontà e pensieri, affetti e tutte le energie del cuore, venite, saliamo sul monte, giungiamo al luogo dove il Signore vede e si fa vedere. Ma voi, preoccupazioni, sollecitudini e inquietudini, fatiche e schiavitù, aspettateci qui… finché, andati fin lassù, ritorniamo poi da voi, dopo aver adorato (cfr Gen 22,5). Dovremo infatti tornare, e ahimé, troppo presto.

Signore, Dio della mia forza, rivolgici a te: «Rialzaci, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 79,20). Ma Signore, quanto è inopportuno, temerario, presuntuoso, contrario alla regola portata dalla parola della tua verità e della tua sapienza, pretendere di vedere Dio con un cuore impuro! O sovrana bontà, bene supremo, vita dei cuori, luce dei nostri occhi interiori, a motivo della tua bontà, Signore, abbi pietà.

Eccola la mia purificazione, la mia fiducia e la mia giustizia: la contemplazione della tua bontà, Signore buono! Tu, mio Dio, hai detto alla mia anima, come sai fare: «La tua salvezza, sono io» (Sal 34,3). Rabbunì, sovrano Maestro e insegnante, tu l’unico medico capace di farmi vedere ciò che desidero vedere, di’ al tuo mendicante cieco: «Che vuoi che io ti faccia?» E sai bene, tu che mi dai questa grazia…, con quale forza il mio cuore ti grida: «Ho cercato il tuo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8).

Sant’Agostino, le Confessioni : « Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova »

io metto, questa sera, anche se è passata la mezzanotte, ossia è l’una, la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture del 28 maggio, perché è un passo di Sant’Agostino, dalle Confessioni, che, ogni volta che lo leggo, mi commuove, tutti gli anni il 28 di agosto vado alla Chiesa di Sant’Agostino per la festa del Santo, è sempre molto bello e commovente, penso che, anche oggi, è possibile pregare così:

 

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 10, 26. 37 – 29. 40; CSEL 255-256)

Tutta la mia speranza è risposta nella tua grande misericordia
Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente alla mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia, non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse.
Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te. Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro e io fuori, e lì cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.
Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica, e la mia vita sarà viva, tutta piena di te. E’ un fatto che tu sollevi chi riempi; e poiché io non sono ancora pieno di te, sono di peso a me stesso. In me le mie deprecabili gioie contrastano con le mie tristezze di cui dovrei rallegrarmi, e non so da quale parte stia la vittoria.
Ahimè! Abbi la pietà di me, Signore. Le mie cattive tristezze contrastano con le gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè! Abbi pietà di me, Signore! Ahimè! Ecco, io non nascondo le mie ferite; tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra? (cfr. Gb 7, 1). Chi vorrebbe molestie e difficoltà? Tu ci comandi di sopportarle, non di amarle. Nessuno ama quello che sopporta, anche se ama di sopportare; avviene che uno può godere di sopportare, ma tuttavia preferisce che non esista quello che deve sopportare. Nelle avversità desidero prosperità, nella prosperità temo le avversità. Qual è il giusto mezzo tra questi estremi, dove l’uomo non abbia un simile duro lavoro sulla terra? Guai alle prosperità del mondo, doppiamente indesiderabili e per il timore dell’avversità e per la caducità della gioia! Guai alle avversità del mondo, e una e due e tre volte e per il desiderio della prosperità, e perché l’avversità stessa è ben dura e la sopportazione fa naufragio! La vita dell’uomo sulla terra non è forse un duro lavoro (cfr. Gb 7, 1) senza mai una pausa?
E allora ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia.

Publié dans:Sant'Agostino |on 29 mai, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno IMG_6763

http://www.pixelperfectdigital.com/free_stock_photos/

« Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/28/2008#

Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 sui rami delle palme

« Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire »

L’uomo è stato creato per servire il suo Creatore. Cosa c’è di più giusto infatti che servire colui che vi ha dato alla luce, senza il quale non potete esistere? E cosa c’è di più felice che servirlo, poiché servirlo è regnare? Eppure l’uomo ha detto al suo Creatore: «Non ti servirò» (Ger 2,20). «Allora ti servirò io, disse il Creatore all’uomo. Siediti, ti servirò, ti laverò i piedi»…

Sì, Cristo «servo buono e fedele» (Mt 25,21), hai veramente servito, hai servito in tutta fede e in tutta verità, in tutta pazienza e in tutta costanza. Senza tiepidezza ti sei lanciato come un prode per percorrere la via dell’obbedienza (Sal 18,3); senza fingere, ci hai dato in sovrappiù, dopo tante pene, la tua stessa vita; senza fiatare, flagellato e innocente, non apristi la bocca (Is 53,7). Sta scritto ed è vero: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse» (Lc 12,47). Ma questo servo, vi domando, quali degne azioni non ha compiuto? Cosa ha ommesso di ciò che doveva fare? «Ha fatto bene ogni cosa», esclamavano coloro che osservavano la sua condotta, «fa udire i sordi e fa parlare i muti» (Mc 7,37). Ha compiuto ogni sorta di opere degne di ricompensa, allora come mai ha sofferto tante umiliazioni? Ha presentato le sue spalle alla frusta, ha ricevuto numerosi colpi atroci, dappertutto il suo sangue scorre. È stato interrogato in mezzo agli obbrobri e ai tormenti, come uno schiavo o un malfattore che sottopongono alla tortura per strappargli la confessione di un crimine. O superbia detestabile dell’uomo sdegnoso nel servire, e che non poteva essere umiliato se non con l’esempio della servitù del suo Dio!…

Si, mio Signore, hai molto faticato per servirmi; sarebbe giusto ed equo che d’ora in poi ti riposassi, mentre il tuo servo, a sua volta, cominciasse a servirti, è venuto il suo turno… Hai vinto, Signore, questo servo ribelle; stendo le mani per ricevere i tuoi legami, chino il capo per ricevere il tuo giogo. Permetti che io ti serva. Accoglimi per sempre come tuo servo, ancorché servo inutile finché la tua grazia non mi assista e mi affianchi nella mia fatica (Sap 9,10).

27 maggio – Sant’ Agostino di Canterbury Vescovo

dal sito:

http://santiebeati.it/index.html

Sant’ Agostino di Canterbury Vescovo

27 maggio – Memoria Facoltativa

Abate benedettino a Roma, fu invitato da San Gregorio Magno ad evangelizzare l’Inghilterra, ricaduta nell’idolatria sotto i Sassoni. Qui fu ricevuto da Etelberto, re di Kent che aveva sposato la cattolica Berta, di origine franca. Etelberto si convertì, aiutò Agostino e gli permise di predicare in piena libertà. Nel Natale successivo al suo arrivo in Inghilterra, più di diecimila Sassoni ricevettero il battesimo. Il Papa inviò altri missionari e nominò arcivescovo e primate d’Inghilterra Agostino, che cercò di riunire la Chiesa bretone a quella sassone senza riuscirci perché troppo forte era il rancore dei bretoni contro gli invasori sassoni. Suo merito però è stato quello di aver convertito quasi tutto il regno di Kent.

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Sant’Agostino, vescovo di Canterbury in Inghilterra, che fu mandato dal papa san Gregorio Magno insieme ad altri monaci a predicare la parola di Dio agli Angli: accolto con benevolenza da Edilberto re del Kent, imitò la vita apostolica della Chiesa delle origini, convertì il re e molti altri alla fede cristiana e istituì in questa terra numerose sedi episcopali. Morì il 26 maggio.
(26 maggio: A Canterbury in Inghilterra, deposizione di sant’Agostino
, v.

escovo, la cui memoria si celebra La Gran Bretagna, evangelizzata fin dai tempi apostolici (il primo missionario a sbarcarvi sarebbe stato, secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea), era ricaduta nell’idolatria in seguito all’invasione dei Sassoni nel quinto e nel sesto secolo. Quando il re del Kent, Etelberto, sposò la principessa cristiana Berta, figlia del re di Parigi, questa domandò che fosse eretta una chiesa e che alcuni sacerdoti cristiani vi celebrassero i santi riti. Appresa la notizia, il papa S. Gregorio Magno giudicò maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola. La missione fu affidata al priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, Agostino, la cui dote precipua non doveva essere il coraggio, ma in compenso era tanto umile e docile.
Partito da Roma alla testa di quaranta monaci nel 597, fece tappa nell’isola di Lerino. Le notizie sul temperamento bellicoso dei Sassoni lo spaventarono al punto che se ne tornò a Roma a pregare il papa di mutargli programma. Per incoraggiarlo, Gregorio lo nominò abate e poco dopo, quasi ad invogliarlo al passo decisivo, appena giunto in Gallia, lo fece consacrare vescovo. Il viaggio procedette ugualmente a brevi tappe. Finalmente, con l’arrivo della primavera, presero il largo e raggiunsero l’isola britannica di Thenet, dove il re in persona, spintovi dalla buona consorte, andò ad incontrarli.
I missionari avanzavano verso il corteo regale in processione al canto delle litanie, secondo il rituale appena introdotto a Roma. Fu per tutti una felice sorpresa. Il re accompagnò i monaci fino alla residenza già fissata, a Canterbury, a mezza strada tra Londra e il mare, dove sorse la celebre abbazia che prenderà il nome di Agostino, cuore e sacrario del cristianesimo inglese. L’opera missionaria dei monaci ebbe un esito insperato, poiché lo stesso re domandò il battesimo, spingendo col suo esempio migliaia di sudditi ad abbracciare la religione cristiana.
A Roma la notizia venne accolta con gioia dal papa, che espresse la sua soddisfazione nelle lettere scritte ad Agostino e alla regina. Insieme con un gruppo di nuovi collaboratori, il santo pontefice inviò ad Agostino il pallio e la nomina ad arcivescovo primate d’Inghilterra, ma al tempo stesso lo ammoniva paternamente a non insuperbirsi per i successi ottenuti e per l’onore che l’alta carica gli conferiva. Seguendo le indicazioni del papa per la ripartizione in territori ecclesiastici, Agostino eresse altre due sedi vescovili, quella di Londra e quella di Rochester, consacrando vescovi Mellito e Giusto. Il santo missionario morì il 26 maggio del 604 e fu sepolto a Canterbury nella chiesa che porta il suo nome.

Autore: Piero Bargellini 

Publié dans:Santi |on 28 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

dal sito:

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetMar/08MARpage.htm

MARTEDÌ 27 MAGGIO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE 

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mia manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

Publié dans:immagini sacre, Sant'Agostino |on 28 mai, 2008 |Pas de commentaires »

non mi domandate dove si trova la fontana, non lo so, l’ho semplicemente « presa », bella vero? buona notte

non mi domandate dove si trova la fontana, non lo so, l'ho semplicemente

http://www.bigfoto.com/themes/fountains/

12345...15

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31