Archive pour le 22 mai, 2008

Messaggio di Benedetto XVI per il « Deutscher Katholikentag »

dal sito:
http://www.zenit.org/article-14446?l=italian

Messaggio di Benedetto XVI per il « Deutscher Katholikentag »

Motto dell’evento: “Tu ci conduci fuori al largo”

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 22 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio che Benedetto XVI ha inviato in occasione della 97ma edizione del « Deutscher Katholikentag », il festival dei cattolici tedeschi, apertosi questo mercoledì nella città di Osnabrück e che ha come motto: Tu ci conduci fuori al largo (cfr Sal 18, 19).

* * *

(Traduzione del Vaticano non ufficiale, di lavoro)

Cari fratelli e sorelle in Cristo!

Saluto tutti coloro che, da ogni parte della Chiesa universale, si sono ritrovati per questa manifestazione di apertura del 97.mo Katholikentag tedesco davanti alla cattedrale di San Pietro a Osnabrück. La pace di Cristo nostro Signore, crocifisso e risorto, sempre vicino alla sua Chiesa, sia con voi! Un saluto particolare rivolgo al vescovo di Osnabrück, ai cardinali presenti ed ai collaboratori nel ministero episcopale, nonché al Comitato centrale dei cattolici tedeschi che ha organizzato questo Katholikentag insieme con la diocesi di Osnabrück. Saluto anche i rappresentanti della vita pubblica e tutti coloro che sono presenti attraverso la radio e la televisione.

« Tu ci conduci fuori al largo » (Ps 18,20) è il motto che guida il Katholikentag. Qual è il « largo » nel quale ci conduce lincontro con Dio, la fede? Non poche sono le persone che oggi, al contrario di quello che dice il salmo, hanno paura che la fede possa limitare la loro vita, che esse possano essere costrette nellinvolucro dei comandamenti e degli insegnamenti della Chiesa e che non potranno più essere libere di muoversi nel « largo » della vita e del pensiero di oggi. Si sentono come il figlio minore nella parabola dei due fratelli (Lc 11-32), costrette a partire, lasciando da parte Dio per assaporare tutto il « largo » delluniverso. Alla fine, però, questo « largo » diventa stretto e vuoto. Solo quando la nostra vita sarà riuscita a salire al cuore di Dio, avrà trovato quel « largo » per il quale noi siamo stati creati. Una vita senza Dio non diventa più libera e più larga. Luomo è destinato allinfinito. Nulla di diverso può essere sufficiente per lui. Chi però tralascia Dio, limita la vita e il mondo al « finito », a quello che noi stessi possiamo fare e pensare, e questo è sempre troppo poco. Soprattutto, egli allarga il nostro cuore affinché non pensiamo più soltanto a noi stessi e non ci preoccupiamo soltanto per noi stessi. Il cuore che si è aperto a Dio è diventato per lampiezza di Dio a sua volta generoso e ampio. Questuomo non ha più bisogno di cercare, timoroso, la sua felicità, il suo successo o di dare peso allopinione degli altri. Egli è ora libero e generoso, aperto alla chiamata di Dio. Con fiducia può donare tutto se stesso perché egli sa ovunque vada di essere sicuro nelle mani di Dio. Colui al quale si allarga il cuore, potrà riservare un posto donore nella sua vita a Dio ed al prossimo e guarirà attraverso lincontro con Dio. Noi tutti sappiamo quanto il nostro mondo attuale abbia bisogno di questo incontro, quanto gli uomini abbiano sete dellacqua della vita che solo Dio può dare e che in essi diventerà « sorgente zampillante, la cui acqua dona la vita eterna » (Gv 4,14). Confidiamo che lincontro con Dio, nella sua Parola e nella celebrazione dellEucaristia, allarghi i nostri cuori e ci trasformi in sorgenti zampillanti di fede per il nostro prossimo. Confidiamo che i tanti incontri dei prossimi giorni anche con gli ospiti di altre confessioni e religioni faccia crescere lamore verso Dio che ha un cuore tanto grande per gli uomini e che è lAmore.Eppure, il « largo », in cui Dio ci conduce, non

è soltanto il « largo » in noi ma anche il « largo » del futuro. Per questo il motto del Katholikentag ci chiama a rafforzare in noi la fiducia in Dio, la fiducia che Dio ci condurrà in un futuro buono. « Abbiate fiducia, sono io; non abbiate paura », esclama Gesù rivolto ai discepoli che, con il vento contrario, si affannano ai remi sul lago di Genezareth (Mc 6,50). Anche se a volte il presente ci soffia tempestoso sul volto e ci viene grande paura per il futuro, mai dobbiamo perdere la fiducia, non dobbiamo avere paura perché Dio ci viene incontro. Se comprendiamo il futuro in questo modo, saremo in grado di raccogliere la sfida che esso ci pone. Allora potremo plasmare il futuro e sfruttare le possibilità che ci offre. Questo chiedo a voi, che siete riuniti ad Osnabrück: non lasciate che siano soltanto gli altri a plasmare il futuro, ma inseritevi con fantasia e capacità di persuasione nei dibattiti del presente! Per questo è bene che ad Osnabrück voi guardiate prima di tutto a Dio, celebrando la Messa ed ascoltando gli stimoli che vengaono dalla Scrittura per poi parlare anche nei diversi campi della politica e della società. Con il Vangelo come parametro, partecipate attivamente alla vita politica e sociale del vostro Paese. Come laici cattolici, osate partecipare alla formazione del futuro, in unione con i sacerdoti e con i vescovi! Con Dio alle spalle potete agire con coraggio, perché è Lui che ci rassicura: « Voglio darvi un futuro ed una speranza » (Ger 29,11).

Alla fine voglio salutare in modo speciale voi giovani, presenti in gran numero al Katholikentag, e con voi mons. Bode, incaricato della pastorale giovanile della Conferenza episcopale tedesca, che vi è vicino in modo particolare e vi ha invitati. Molti di voi li ho incontrati in occasione della Giornata mondiale della Gioventù di Colonia, nel 2005, e non pochi spero di ri-incontrare ormai tra breve, alla Giornata mondiale della Gioventù che proprio questanno si svolgerà a Sydney. Sono felice per il fatto che oggi vi siete riuniti ad Osnabrück per rafforzarvi vicendevolmente nella fede, nella speranza e nellamore. Sfruttate questa occasione e lasciatevi condurre dal messaggio del Katholikentag al « largo » delle possibilità che vi offre Dio! Dio vuole permeare tutta la vostra vita e vuole mostrarvi quanto è grande la libertà di coloro che depongono la loro vita nelle sue mani. Larga diventa la vita di chi vive la sua vita con Dio!Cari fratelli e sorelle, accompagno le vostre giornate di Osnabr

ück con la mia preghiera e imparto a voi tutti la mia benedizione apostolica!Dal Vaticano, 11 maggio 2008, Domenica di Pentecoste

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI

dal sito:

http://www.curatodars.com/preghiere.html

LA PERSEVERANZA NELLE TRIBOLAZIONI

Donaci Signore, per l’intercessione di San Giovanni Maria, di perseverare nelle tribolazioni e di respingere ogni tentazione del demonio con la forza che viene da Te.

Gloria al Padre.

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney,

Non crediamo che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta contro il demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la possibilità del paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due arti in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai rifiutata.

Quando crediamo che tutto sia perduto, non abbiamo altro da fare che gridare: Signore, salvaci, stiamo perendo!”. Nostro Signore, infatti, è là, proprio vicino a noi e ci guarda con compiacimento, ci sorride e ci dice: “Allora tu mi ami davvero, riconosco che mi ami!….”. E’ proprio nelle lotte contro l’inferno e nella resistenza alle tentazioni che proviamo a Dio il nostro amore.

Quante anime senza storia nel mondo appariranno un giorno ricche di tutte le vittorie contro il male ottenute istante dopo istante! E’ a queste anime che il Buon Dio dirà: “Venite, benedetti del Padre mio…. entrate nella gioia del vostro Signore”. Noi non abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato…. Il buon Dio non ci chiede di fare altrettanto….C’è qualcuno che rimane travolto da una sola parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione… Coraggio, amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano dominale sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non esiste via di mezzo.

Se marciassimo sempre in prima linea come i bravi soldati, al sopraggiungere della guerra o della tentazione sapremmo elevare il cuore a Dio e riprendere coraggio. Noi, invece, rimaniamo nelle retrovie e diciamo a noi stessi: “L’importante è salvarsi. Non voglio essere un santo”. Se non siete dei santi, sarete dei reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate attenzione!

Tutti coloro che possederanno il paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano, costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno meritare il paradiso.

Publié dans:meditazioni, preghiere, Santi |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

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Volcanic Rocks

http://www.freephotos.se/browse_photos.asp?cat=5&page=25&order=date

San Tommaso d’Aquino: « Abbiate sale in voi stessi »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/22/2008#

San Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa

« Abbiate sale in voi stessi »

Concedimi, o Dio misericordioso,
di desiderare con ardore ciò che approvi,
di ricercarlo con prudenza,
di riconoscerlo in verità,
di comprenderlo perfettamente,
a lode e gloria del tuo nome.

Metti ordine nella mia vita, o Dio mio,
e dammi di conoscere ciò che vuoi che io faccia,
concedimi di compierlo come conviene
e come è utile alla mia anima.

Dammi, Signore mio Dio,
di non smarrirmi in mezzo alla prosperità
e all’avversità ;
non lasciare che l’avversità mi deprima,
né che la prosperità mi esalti.

Che nulla mi rallegri, né mi rattristi
se non ciò che conduce a te,
o mi distoglie da te.
Che io non desideri di piacere
o tema di dispiacere ad alcuno,
se non a te.

Basilio Magno e il concilio di Costantinopoli, Gregorio di Nazianzo e la cristologia

dal sito:

http://www.kyrieeleison.eu/patristica/cappadocia_terra_grandi_padri.htm

 

 CAPPADOCIA, TERRA DI GRANDI PADRI 

Basilio Magno e il concilio di Costantinopoli, Gregorio di Nazianzo e la cristologia 

 

Verso la fine del IV secolo tre grandi Padri, scrittori e vescovi, emergono in Cappadocia: Basilio Magno (ca.330-379), vescovo di Cesarea dal 370, Gregorio (335-394), suo fratello, vescovo di Nissa dal 371, (di cui non si parla in seguito), Gregorio di Nazianzo (ca. 330-390), amico di Basilio, vescovo di Costantinopoli dal 380 al 381. 

1. Basilio Magno e il « Discorso ai giovani » 

Nel suo Discorso ai giovani si coglie la sapiente composizione fra fede cristiana e umanesimo: 

Come le api, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, sanno trarre da essi anche il miele, allo stesso modo coloro che in tali scritti non cercano soltanto diletto e piacere, possono anche ricavarne una qualche utilità per l’anima. Noi dobbiamo dunque utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi ed è conforme alla verità e lasceremo andare il resto. E come mettendoci a cogliere dei fiori dal roseto evitiamo le spine, ugualmente, raccogliendo dai libri dei pagani quanto è utile, dobbiamo guardarci da quello che vi è di nocivo. La prima cosa da fare dunque è di esaminare attentamente ogni dottrina e di adattarla allo scopo mettendo, come dice il proverbio dorico, la pietra a fil di piombo (Basilio, Discorso ai giovani, 4, 8-11: Introduzione ai Padri della Chiesa. Secoli III e IV, Torino, SEI, 1993, p.290). 

2. Basilio Magno e l’organizzazione della vita monastica 

Basilio visitò i monaci del deserto egiziano, della Palestina, della Siria e della Mesopotamia, e, rientrato in patria diede le proprie ricchezze ai poveri e si ritirò a vita eremitica. Con l’esperienza maturata organizzò la vita monastica in Cappadocia approntando delle Regole nate dalle domande che gli rivolgevano monaci e asceti: Basilio predilige il monachesimo cenobitico, forma nella quale si possono meglio esercitare le virtù della pazienza, del servizio e dell’amore vicendevole. 

Domanda: [...] Vorremmo sapere se chi si è separato dal mondo debba vivere solitario, oppure convivere con fratelli che abbiano gli stessi suoi sentimenti e aspirino allo stesso ideale di pietà. Risposta: Ho constatato che la convivenza di più persone nello stesso luogo ha molti vantaggi. Prima di tutto nessuno di noi è sufficiente a se stesso nelle necessità fisiche, ma abbiamo bisogno uno dell’altro per procurarci le cose necessarie. Il piede ha la facoltà di camminare, ma non ne ha altre; e, senza l’aiuto delle altre membra, esso non ha la capacità sufficiente alla propria conservazione; né ha modo di supplire a ciò che gli manca. Così avviene nella vita solitaria: ciò che abbiamo ci è insufficiente, e non possiamo provvederci ciò che non abbiamo; perché Dio creatore ha disposto che noi avessimo bisogno l’uno dell’altro, affinché, come dice la Scrittura, noi ci associassimo gli uni agli altri (cfr. Sir 13,15-16). A parte questo, anche la carità cristiana non permette che ciascuno abbia di mira l’utile proprio. « La carità – dice l’Apostolo – non cerca i propri vantaggi (1Cor 13,5). Ora la vita solitaria ha un solo scopo: che ciascuno badi a ciò che gli è necessario. E questo è manifestamente in contrasto con quella legge di carità che praticava l’Apostolo, quando non cercava l’utile proprio ma quello di molti, affinché fossero salvi (cfr. 1Cor 10,33). Inoltre, chi vive segregato non potrà conoscere facilmente i propri difetti, perché non ha chi glieli faccia notare e lo corregga con mansuetudine e clemenza. Certamente la correzione, anche quando è fatta da un nemico, suscita sempre nell’uomo assennato il desiderio di emendarsi; ma solo chi ama sinceramente sa applicare con saggezza la cura, come dicono i libri santi: « Chi ama corregge con cura » (Prov 13,24). Ora una tale persona la si trova difficilmente nella solitudine, se uno non se l’è prima associata nel medesimo genere di vita; e si verifica quindi quello che dice la Scrittura: « Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo rialzi » (Qo 4,10). Inoltre molti precetti si possono adempiere facilmente quando sono molti radunati insieme; ma non già quando uno è solo; perché adempiendone uno, non se ne può adempiere un altro. Per esempio: se si visita un ammalato, non si può ricevere un ospite; il prestarsi alle altrui necessità specialmente quando esige lungo tempo, impedisce di occuparsi del lavoro. E potrebbe così accadere di trascurare il maggiore dei comandamenti, quello che più conduce alla salvezza, cioè la carità, perché non si dà da mangiare a chi ha fame e non si veste chi è nudo. Chi dunque vorrà preferire una vita sterile a quella fruttuosa e conforme al precetto del Signore? Noi, « che fummo chiamati per vocazione a un’unica speranza » (Ef 4,4), formiamo tutti un solo corpo, che ha per capo Cristo, e siamo membra gli uni degli altri. Soltanto unendoci concordi nello Spirito Santo potremo formare la compagine di un unico corpo. Ma se invece ciascuno sceglie di vivere da solo e non vuole servire al vantaggio della comunità secondo il beneplacito di Dio, per assecondare il gusto di fare quello che gli piace, come potremo noi, così disuniti e separati, conservare la vicendevole relazione e il mutuo servizio delle membra e la dipendenza dal nostro capo, che è Cristo? Se vivremo separati, non potremo congratularci con chi è onorato, né patire insieme a chi soffre, perché ciascuno, come è naturale, non conoscerà come sta il suo prossimo. [...] Del resto, la vita solitaria oltre agli inconvenienti che abbiamo detto, presenta anche dei pericoli. Il primo, e il più grave, è la compiacenza di se stesso. Il solitario non ha chi possa dare un giudizio sul suo modo di agire, e quindi crederà di essere giunto alla perfezione nell’osservanza dei comandamenti. Inoltre, lasciando sempre inesplicate le sue capacità, non potrà conoscere i suoi difetti né constatare i progressi, perché non ha occasione di mettere in pratica i precetti. E infatti, come potrà egli dimostrare di essere umile, se non ha nessuno dinanzi al quale abbassarsi? Come potrà dimostrare la sua compassione verso gli altri, se vive separato dalla società? Come potrà esercitare la pazienza, se non c’è nessuno che si opponga al suo volere? Se poi uno dicesse che, per la riforma dei costumi, gli basta l’insegnamento della Scrittura, io gli risponderei che egli fa come chi impara a edificare, ma non costruisce mai; o impara l’arte del fabbro, ma non mette mai in pratica le norme imparate. A costui l’Apostolo potrebbe dire: « Non coloro che ascoltano la legge sono giusti dinanzi a Dio, ma coloro che la praticano saranno giustificati » (Rom 2,13). Anche il Signore infatti, per la sua grande bontà, non si ritenne pago di ammaestrarci con le parole ma, volendoci dare un esempio sublime di umiltà nella perfezione del suo amore, si cinse i fianchi con un asciugatoio e lavò i piedi dei discepoli. E tu, a chi laverai i piedi? Con chi ti mostrerai servizievole? Di chi ti farai ultimo se vivi da solo? Del resto, come si potrebbe, nella vita solitaria, realizzare la bellezza e la gioia del coabitare con i fratelli nella stessa dimora, cosa che lo Spirito Santo paragona all’unguento che esala profumo dal capo del gran sacerdote? (cfr. Sal 132/133,2). La coabitazione di più fratelli riuniti insieme costituisce dunque un campo di prova, una bella via di progresso, un continuo esercizio, una ininterrotta meditazione dei precetti del Signore. E lo scopo di questa vita in comune è la gloria di Dio, secondo il precetto del Signore nostro Gesù Cristo, che dice: « Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone, e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,16). Questo genere di vita è conforme a quello che conducevano i santi ricordati negli Atti degli Apostoli, dei quali si dice: « I fedeli si tenevano uniti e avevano tutto in comune » (At 2,44). « La moltitudine dei fedeli aveva un cuore solo e un’anima sola; e nessuno diceva proprio qualunque suo bene, ma tutto era posseduto in comune » (At 4,32) (Basilio, Asceticon, Settima regola in forma estesa: Introduzione ai Padri della Chiesa. Secoli III e IV, Torino, SEI, 1993, pp. 277-281). 

Si nota in questo testo, una spiccata sensibilità sociale, che fra l’altro spingerà Basilio a fondare una « città di rifugio » per poveri e bisognosi (Basiliade). 

 

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