Archive pour le 15 mai, 2008

Sant’ Isidoro l’agricoltore Laico

Sant' Isidoro l'agricoltore Laico  dans immagini sacre

Sant’ Isidoro l’agricoltore Laico 

15 maggio 

Madrid (Spagna), ca. 1080 – 15 maggio 1130 

Nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all’Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedevano. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Venne canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant’Andrea. (Avvenire) 

Patronato: Madrid 

Etimologia: Isidoro = dono di Iside, dal greco 

Martirologio Romano: A Madrid nella Castiglia in Spagna, sant’Isidoro, contadino, che insieme con sua moglie la beata Maria de la Cabeza attese con impegno alle fatiche dei campi, cogliendo con pazienza la ricompensa celeste più ancora dei frutti terreni, e fu vero modello di contadino cristiano. 

Publié dans:immagini sacre, Santi |on 15 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI presenta la figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita

14/05/2008

http://www.zenit.org/article-14362?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita

Intervento all’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 14 maggio 2008 (ZENIT.org).-Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei, nel corso delle catechesi sui Padri della Chiesa, parlare di una figura assai misteriosa: un teologo del sesto secolo, il cui nome è sconosciuto, che ha scritto sotto lo pseudonimo di Dionigi Areopagita. Con questo pseudonimo egli alludeva al passo della Scrittura che abbiamo adesso ascoltato, cioè alla vicenda raccontata da San Luca nel XVII capitolo degli Atti degli Apostoli, dove viene riferito che Paolo predicò in Atene sull’Areopago, per una élite del grande mondo intellettuale greco, ma alla fine la maggior parte degli ascoltatori si dimostrò disinteressata, e si allontanò deridendolo; tuttavia alcuni, pochi ci dice San Luca, si avvicinarono a Paolo aprendosi alla fede. L’evangelista ci dona due nomi: Dionigi, membro dell’Areopago, e una certa donna, Damaris.

Se l’autore di questi libri ha scelto cinque secoli dopo lo pseudonimo di Dionigi Areopagita vuol dire che sua intenzione era di mettere la saggezza greca al servizio del Vangelo, aiutare l’incontro tra la cultura e l’intelligenza greca e l’annuncio di Cristo; voleva fare quanto intendeva questo Dionigi, che cioè il pensiero greco si incontrasse con l’annuncio di San Paolo; essendo greco, farsi discepolo di San Paolo e così discepolo di Cristo.Perch

é egli nascose il suo nome e scelse questo pseudonimo? Una parte di risposta è già stata detta: voleva proprio esprimere questa intenzione fondamentale del suo pensiero. Ma ci sono due ipotesi circa questo anonimato e pseudonimato. Una prima ipotesi dice: era una voluta falsificazione, con la quale, ridatando le sue opere al primo secolo, al tempo di San Paolo, egli voleva dare alla sua produzione letteraria un’autorità quasi apostolica. Ma migliore di questa ipotesi — che mi sembra poco credibile — è l’altra: che cioè egli volesse proprio fare un atto di umiltà. Non dare gloria al proprio nome, non creare un monumento per se stesso con le sue opere, ma realmente servire il Vangelo, creare una teologia ecclesiale, non individuale, basata su se stesso. In realtà riuscì a costruire una teologia che, certo, possiamo datare al sesto secolo, ma non attribuire a una delle figure di quel tempo: è una teologia un po’ disindividualizzata, cioè una teologia che esprime un pensiero e un linguaggio comune. Era un tempo di acerrime polemiche dopo il Concilio di Calcedonia; lui invece, nella sua Settima Epistola, dice: «Non vorrei fare delle polemiche; parlo semplicemente della verità, cerco la verità». E la luce della verità da se stessa fa cadere gli errori e fa splendere quanto è buono. E con questo principio egli purificò il pensiero greco e lo mise in rapporto con il Vangelo. Questo principio, che egli afferma nella sua settima lettera, è anche espressione di un vero spirito di dialogo: cercare non le cose che separano, cercare la verità nella Verità stessa; essa poi riluce e fa cadere gli errori.

Quindi, pur essendo la teologia di questo autore, per così dire « soprapersonale », realmente ecclesiale, noi possiamo collocarla nel VI secolo. Perché? Lo spirito greco, che egli mise al servizio del Vangelo, lo incontrò nei libri di un certo Proclo, morto nel 485 ad Atene: questo autore apparteneva al tardo platonismo, una corrente di pensiero che aveva trasformato la filosofia di Platone in una sorta di religione, il cui scopo alla fine era di creare una grande apologia del politeisimo greco e ritornare, dopo il successo del cristianesimo, all’antica religione greca. Voleva dimostrare che, in realtà, le divinità erano le forze operanti nel cosmo. La conseguenza era che doveva ritenersi più vero il politeismo che il monoteismo, con un unico Dio creatore. Era un grande sistema cosmico di divinità, di forze misteriose, quello che mostrava Proclo, per il quale in questo cosmo deificato l’uomo poteva trovare l’accesso alla divinità. Egli però distingueva le strade per i semplici, i quali non erano in grado di elevarsi ai vertici della verità — per loro certi riti potevano anche essere sufficienti — e le strade per i saggi, che invece dovevano purificarsi per arrivare alla pura luce.Questo pensiero, come si vede,

è profondamente anticristiano. È una reazione tarda contro la vittoria del cristianesimo. Un uso anticristiano di Platone, mentre era già in corso un uso cristiano del grande filosofo. È interessante che questo Pseudo-Dionigi abbia osato servirsi proprio di questo pensiero per mostrare la verità di Cristo; trasformare questo universo politeistico in un cosmo creato da Dio, nell’armonia del cosmo di Dio dove tutte le forze sono lode di Dio, e mostrare questa grande armonia, questa sinfonia del cosmo che va dai serafini, agli angeli e arcangeli, all’uomo e a tutte le creature che insieme riflettono la bellezza di Dio e sono lode a Dio. Trasformava così l’immagine politeista in un elogio del Creatore e della sua creatura. Possiamo in questo modo scoprire le caratteristiche essenziali del suo pensiero: esso è innanzitutto una lode cosmica. Tutta la creazione parla di Dio ed è un elogio di Dio. Essendo la creatura una lode di Dio, la teologia dello Pseudo-Dionigi diventa una teologia liturgica: Dio si trova soprattutto lodandolo, non solo riflettendo; e la liturgia, non è qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare un’esperienza religiosa durante un certo periodo di tempo; essa è il cantare con il coro delle creature e l’entrare nella realtà cosmica stessa. E proprio così la liturgia, apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga e grande, diventa unione di noi con il linguaggio di tutte le creature. Egli dice: non si può parlare di Dio in modo astratto; parlare di Dio è sempre – egli dice con parola greca – un «hymnein», un cantare per Dio con il grande canto delle creature, che si riflette e concretizza nella lode liturgica. Tuttavia, pur essendo la sua teologia cosmica, ecclesiale e liturgica, essa è anche profondamente personale. Egli creò la prima grande teologia mistica. Anzi la parola « mistica » acquisisce con lui un nuovo significato. Fino a quel tempo per i cristiani tale parola era equivalente alla parola « sacramentale », cioè quanto appartiene al «mysterion», al sacramento. Con lui la parola « mistica » diventa più personale, più intima: esprime il cammino dell’anima verso Dio. E come trovare Dio? Qui osserviamo di nuovo un elemento importante nel suo dialogo tra la filosofia greca e il cristianesimo, in particolare la fede biblica. Apparentemente quanto dice Platone e quanto dice la grande filosofia su Dio è molto più alto, è molto più vero; la Bibbia appare abbastanza « barbara », semplice, precritica si direbbe oggi; ma lui osserva che proprio questo è necessario, perché così possiamo capire che i più alti concetti su Dio non arrivano mai fino alla sua vera grandezza; sono sempre impropri. Queste immagini ci fanno, in realtà, capire che Dio è sopra tutti i concetti; nella semplicità delle immagini, noi troviamo più verità che nei grandi concetti. Il volto di Dio è la nostra incapacità di esprimere realmente che cosa Egli è. Così si parla — è lo stesso Pseudo-Dionigi a farlo — di una « teologia negativa ». Possiamo più facilmente dire che cosa Dio non è, che non esprimere che cosa Egli è veramente. Solo tramite queste immagini possiamo indovinare il suo vero volto, e dall’altra parte questo volto di Dio è molto concreto: è Gesù Cristo. E benché Dionigi ci mostri, seguendo questo Proclo, l’armonia dei cori celesti, così che sembra che tutti dipendano da tutti, resta vero che il nostro cammino verso Dio resta molto lontano da Lui; lo Pseudo-Dionigi dimostra che alla fine la strada verso Dio è Dio stesso, il Quale si fa vicino a noi in Gesù Cristo.

E così una teologia grande e misteriosa diventa anche molto concreta sia nella interpretazione della liturgia sia nel discorso su Gesù Cristo: con tutto ciò, questo Dionigi Areopagita ebbe un grande influsso su tutta la teologia medievale, su tutta la teologia mistica sia dell’Oriente sia dell’Occidente, fu quasi riscoperto nel tredicesimo secolo soprattutto da San Bonaventura, il grande teologo francescano che in questa teologia mistica trovò lo strumento concettuale per interpretare l’eredità così semplice e così profonda di San Francesco: il Poverello con Dionigi ci dice alla fine, che l’amore vede più che la ragione. Dov’è la luce dell’amore non hanno più accesso le tenebre della ragione; l’amore vede, l’amore è occhio e l’esperienza ci dà più che la riflessione. Che cosa sia questa esperienza Bonaventura lo vide in San Francesco: è l’esperienza di un cammino molto umile, molto realistico, giorno per giorno, è questo andare con Cristo, accettando la sua croce. In questa povertà e in questa umiltà, nell’umiltà che si vive anche nella ecclesialità, c’è un’esperienza di Dio che è più alta di quella che si raggiunge mediante la riflessione: in essa, tocchiamo realmente il cuore di Dio.Oggi esiste una nuova attualit

à di Dionigi Areopagita: egli appare come un grande mediatore nel dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie mistiche dell’Asia, la cui nota caratteristica sta nella convinzione che non si può dire chi sia Dio; di Lui si può parlare solo in forme negative; di Dio si può parlare solo col « non », e solo entrando in questa esperienza del « non » Lo si raggiunge. E qui si vede una vicinanza tra il pensiero dell’Areopagita e quello delle religioni asiatiche: egli può essere oggi un mediatore come lo fu tra lo spirito greco e il Vangelo.

Si vede così che il dialogo non accetta la superficialità. Proprio quando uno entra nella profondità dell’incontro con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo. Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa possibile capirsi l’un l’altro o almeno parlare l’uno con l’altro, avvicinarsi. Il cammino del dialogo è proprio l’essere vicini in Cristo a Dio nella profondità dell’incontro con Lui, nell’esperienza della verità che ci apre alla luce e ci aiuta ad andare incontro agli altri: la luce della verità, la luce dell’amore. E in fin dei conti ci dice: prendete la strada dell’esperienza, dell’esperienza umile della fede, ogni giorno. Il cuore diventa allora grande e può vedere e illuminare anche la ragione perché veda la bellezza di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti anche oggi a mettere al servizio del Vangelo la saggezza dei nostri tempi, scoprendo di nuovo la bellezza della fede, l’incontro con Dio in Cristo.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Suore Cappuccine di Madre Rubatto, che partecipano al loro Capitolo generale e le incoraggio a continuare nell’impegno di adesione a Cristo, testimoniando coraggiosamente il Vangelo secondo il carisma della venerata Fondatrice. Saluto con affetto i sacerdoti provenienti da Trento e da Torino ed assicuro la mia preghiera affinchè il loro ministero, sostenuto dalla grazia di Dio, sia sempre più fecondo.

Mi rivolgo, infine, ai giovani

, ai malati e agli sposi novelli. La Liturgia odierna ricorda l’Apostolo Mattia, annoverato tra i Dodici per rendere testimonianza della risurrezione del Signore. Il suo esempio sostenga voi, cari giovani, nella costante ricerca di Cristo; incoraggi voi, cari malati, ad offrire le vostre sofferenze affinché il Regno di Dio si diffonda in tutto il mondo; ed aiuti voi, cari sposi novelli, ad essere testimoni dell’amore di Cristo nella vostra famiglia

[APPELLO DEL SANTO PADRE]

Il mio pensiero va, in questo momento, alle popolazioni del Sichuan e delle Province limitrofe in Cina, duramente colpite dal terremoto, che ha causato gravi perdite in vite umane, numerosissimi dispersi e danni incalcolabili. Vi invito ad unirvi a me nella fervida preghiera per tutti coloro che hanno perso la vita. Sono spiritualmente vicino alle persone provate da così devastante calamità: per esse imploriamo da Dio sollievo nella sofferenza. Voglia il Signore concedere sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel far fronte alle esigenze immediate del soccorso.

L’OSSERVATORE ROMANO – ED- 16.5.08

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/

 

 L’OSSERVATORE ROMANO 

 

EDIZIONE QUOTIDIANA DEL 16 MAGGIO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Love in nature – Elephants – buona notte

Love in nature - Elephants - buona notte dans immagini buon...notte, giorno love_in_nature_elephants

http://www.popular-pics.com/pictures-series.aspx?photoid=456&seriesid=457

Il Fabbro

dal sito:

http://www.comeunafonte.it/Index_file/page0204.htm 

 

Il Fabbro 

INCONTRI CON LA PAROLA
« Il fabbro e il fuoco »
(Isaia 54, 16)

Finché vivo, e anche in Paradiso, sarò per sempre grato a mio padre,
e riconoscente a Dio per avermelo dato. Sono passati tanti anni dalla
sua morte, ma parlo spessissimo con lui, gli dico che gli voglio
bene, gli dico grazie di tutto quello che ha fatto per noi, gli dico:
« A presto, papà ». Sì: io ho avuto un grande papà. Aveva cominciato a
lavorare prestissimo, facendo il fabbro ferraio – e questa era
rimasta anche la passione della sua vita. A casa si era costruito una
piccola officina e lavorava il ferro battuto. Era affascinante
vederlo lavorare. Prendeva un informe pezzo di ferro… lo lasciava
nel fuoco della fornace fino a quando non diventava di un rosso
incandescente… e poi a colpi sapienti di martello ora vigorosi ora
teneri lo modellava in qualcosa che prima non esisteva – in qualcosa
di utile. Eri grande, papà!

Come mi sembra viva questa Parola di Dio, in Isaia 54, 16 che parla
del fabbro:

«Ecco, io ho creato il fabbro
che soffia sul fuoco delle braci
e ne trae gli strumenti per il suo lavoro».

Dio non solo ha creato il fabbro – LUI è il fabbro. O almeno lo è
stato per la mia vita. In alcuni momenti della mia vita mi ha messo
nel fuoco – in modo che Lui potesse rimodellarmi.

Magari Dio sta facendo lo stesso nella tua vita in questo periodo.
Ecco perché l’atmosfera che respiri è incandescente… La fatica, la
sofferenza, le aspettative, la pressione su di te… tutto ormai
sembra arrivato al punto di essere insopportabile. E dentro di te la
tua anima grida: « Perché, Signore? » O ancora: « Fino a quando Signore? »

Ricordati di come il fabbro lavora. Egli «soffia sul fuoco delle
braci». Perché? Perché quella situazione – o tu stesso – possa essere
rimodellato, e Dio ne possa trarre «gli strumenti per il suo lavoro».
Questo è il modo che usa Dio per rimodellare un figlio che ama ad
immagine di Gesù, e tirarne fuori una persona capace di testimoniarLo
dovunque vada. Ti porta al livello di incandescenza… in modo che tu
sia malleabile… per farti diventare utile. Quello che il fabbro fà
con un pezzo di ferro, Dio lo fà con la mia vita e con la tua.

L’apostolo Pietro scrive a della gente che aveva perso i propri beni
e persino le persone che amavano a causa della loro fedeltà a Cristo.
Erano nella fornace, incandescenti. E Pietro dice: «Perciò siete
ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie
prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa
dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco,
torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù
Cristo» (1 Pietro 1, 6-7). Il fuoco che in questo momento sta
attraversando la tua vita non è per distruggerti o annientarti – è
per rimuovere le tue impurità… per far aumentare la tua fiducia in
Dio, dal momento che non c’è nessun altro che possa aiutarti… e,
soprattutto, per farti aumentare di valore, renderti più prezioso.

Il fuoco dei problemi che stiamo vivendo rende il nostro cuore più
soffice e malleabile, come lo è il metallo incandescente. Senza quel
calore intenso, non cambieremo – saremmo come sempre. 

In 2 Corinzi, al capitolo 1, Paolo parla di essere stato sottoposto 

a problemi che erano oltre la sua capacità di sopportazione… 

di difficoltà che lo hanno gettato nel più profondo sconforto… 

e poi di come lui ha capito perché Dio lo stava facendo 

attraversare quelle situazioni. 


Paolo dice che è stato messo sul fuoco «per imparare a non riporre
fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti» (2 Corinzi
1, 9). Paolo era un carattere forte, testardo, conscio delle sue
capacità – probabilmente mai avrebbe lasciato il controllo a Dio, non
avrebbe mai imparato ad abbandonarsi a Lui, se il fuoco dei problemi
non lo avesse reso malleabile al punto da essere rimodellato.

Non posso chiederti di gioire perché sei nel fuoco – ma ti posso
incoraggiare a fidarti del Fabbro. E’ tuo Padre. Lui sa fino a quale
grado di calore puoi resistere… Lui sa le belle cose che vuole fare
in te e attraverso di te – per questa ragione ora sei nel fuoco. Sta
rimuovendo le scorie che ti rendono sgradevole e ti sta ricreando in
un capolavoro.

C’è un canto molto bello e famoso, che ha delle parole straordinarie:
« Spirito di Dio scendi su di me.
Fondimi, plasmami, riempimi, usami.
Spirito di Dio scendi su di me. »

Il Fabbro, che è tuo Padre, ti sta scaldando per renderti più
lavorabile – in modo da trasformarti in qualcosa di così utile che tu
adesso nemmeno puoi immaginare.

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto.

 

don Luciano 

Publié dans:meditazioni |on 15 mai, 2008 |Pas de commentaires »

« Tu non pensi secondo Dio »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/15/2008#

San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Cantico spirituale, 36-37 (in l’Ora dell’Ascolto p. 2739)

« Tu non pensi secondo Dio »

Per quanti misteri e meraviglie abbiano contemplato le anime sante in questa vita, la maggior parte è rimasta inespressa e ancora da comprendere. Resta molto da approfondire nel Cristo! Egli è come una ricca miniera piena di molte vene di tesori, delle quali, per quanto sfruttate, non si riuscirà mai a toccare il fondo o a vedere il termine; anzi, in ogni sinuosità, qua e là, si trovano nuovi filoni di altre ricchezze. Ciò faceva dire a san Paolo, parlando del Cristo: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio ! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie » (Rm 11,3). Oh, se l’anima riuscisse a capire che non si può giungere nel folto delle ricchezze e della sapienza di Dio, se non entrando dove più numerose sono le sofferenze di ogni genere, riponendovi la propria consolazione e il proprio desiderio ! Come chi desidera veramente la sapienza divina, in primo luogo brama di entrare veramente nello spessore della croce !… Per accedere alle ricchezze della sapienza divina la porta è la croce. Si tratta di una porta stretta (Mt 7,13) nella quale pochi desiderano entrare, mentre sono molti coloro che amano i diletti a cui si giunge per suo mezzo.

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31