Archive pour le 7 mai, 2008

oggi (anche): Santa Flavia Domitilla, Martire a Roma (+ 95)

oggi (anche): Santa Flavia Domitilla, Martire a Roma (+ 95) dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

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Papa Benedetto: Regina Caeli 4 maggio 2008 – link

BENEDETTO XVI

REGINA CÆLI

Piazza San Pietro
VII Domenica di Pasqua, 4 maggio 2008

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_reg_20080504_it.html

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P. Cantalamessa: In cerca del Dio vivente

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/fr/omelieView.php?id=47antalamessa

FR. RANIERO CANTALAMESSA

IN CERCA DEL DIO VIVENTE

2003-11-30- Ritiro di Avvento per i docenti universitari

O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia”. Così è cominciata la nostra preghiera del mattino alle Lodi. Un altro salmo delle Lodi dice: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando vedrò il suo volto?” (Sal 42). La nostra meditazione vuol essere un prolungamento di questa preghiera. Essa si svolgerà in due tempi. Nella prima parte cercherò di rimuovere gli ostacoli che incontra l’uomo d’oggi nella sua ricerca del volto di Dio; nella seconda, liberato il campo, ci poniamo davanti al volto di Dio in atteggiamento di adorazione.

La fede e l’annuncio del Dio vivente incontrano, nel mondo d’oggi, un ostacolo culturale così diffuso e radicato da renderlo, in alcuni casi, impossibile in partenza, se esso non viene messo a nudo e, per quanto è possibile, rimosso. Si tratta di un ragionamento che seduce per la sua estrema semplicità, dando l’impressione di chiarire di colpo tutto: « Non è Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine, ma è l’uomo che si è fatto un Dio a sua immagine…Quando adora Dio, l’uomo adora, senza saperlo, se stesso e più adora Dio più adora se stesso ».

L’operazione è legata in particolare a tre grandi nomi della cultura degli ultimi due secoli: Feuerbach, Marx, Freud. Per Feuerbach l’essere divino è l’essenza dell’uomo, purificata e liberata dai limiti degli uomini singoli, contemplata e venerata come fosse un’essenza distinta da lui. « L’uomo oggettiva nella religione la sua propria essenza segreta, rispecchiandosi in un ente che è il suo profondo essere ».

In altre parole, non è Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, come dice la Bibbia, ma è l’uomo che ha creato Dio come un’immagine distaccata e fantastica di se stesso. « La fede in Dio non è altro che la fede nella dignità umana ».

L’uomo attribuisce a Dio quello che di meglio ha in sé. Perciò più perfezione si conferisce a Dio, più se ne toglie all’uomo; più si arricchisce Dio, più si impoverisce l’uomo. « Solo l’uomo povero ha un Dio ricco. Dio corrisponde al sentimento di un bisogno » [1] .

Il nome di Feuerbach in tedesco significa « torrente di fuoco ». Se si vuole arrivare alla verità – ha detto Marx – bisogna passare ormai attraverso questo torrente di fuoco [2] . Esso è « il purgatorio del pensiero moderno ». È stato lo stesso Carlo Marx a dare a questa brillante operazione il successo che ha avuto, facendone la base teorica del suo ateismo scientifico. Ma, vedremo, con uno spostamento di accento. Per Feuerbach Dio è primariamente la proiezione dell’essenza dell’uomo, di ciò che l’uomo è, delle sue perfezioni, e solo secondariamente della sua povertà e del suo vuoto. Dunque è un’illusione, ma, a suo modo, piena, perché ricca di un contenuto positivo. Per Marx, Dio è una proiezione, non tanto dell’essenza positiva dell’uomo, quanto dei suoi bisogni inappagati; non di ciò che ha, quanto di ciò di cui manca, soprattutto dei suoi bisogni economici. La religione -scrive- è il gemito della creatura oppressa, lanimo di un mondo senza cuore…Essa è loppio per il popolo…

La religione non è che un sole illusorio, che si muove attorno alluomo finché questi non giunge a muoversi intorno a se stesso [3] . Dio è dunque proiezione illusoria non di una pienezza di umanità, ma di una mancanza, di un vuoto. Doppiamente quindi negativa. Dio non è che « la direzione verso cui l’uomo lancia il suo grido ». La stessa teoria assume, con Freud, una colorazione nuova, non più socioeconomica, ma psicologica, senza cambiare tuttavia nella sostanza. La religione, Dio, è una « illusione »; è la proiezione del bisogno inconscio di protezione paterna e materna che la persona umana conserva, una volta uscita d’infanzia. « La radice della necessità della religione – ha scritto – è nel complesso parentale.

Un Dio giusto e onnipotente è la sublimazione grandiosa del padre e della madre » [4] . Ancora dunque qualcosa di doppiamente negativo: proiezione non di una realtà, ma di un bisogno e di un vuoto.È incalcolabile l’influsso che questa tesi continua ad avere sull’uomo occidentale di media cultura. Questa è, in genere, l’idea di Dio e della religione che è data come presupposto pacifico e dimostrato quando si parla di questo tema nelle cosiddette « riviste di attualità e cultura » che costituiscono il veicolo più formidabile di questo tipo di divulgazione culturale secolare. Questo è il sospetto che trattiene molti dal credere, o almeno dal proclamarsi apertamente credenti, quando sono in società.

Questi tre autori sono stati a ragione definiti i maestri del sospetto Quando si cerca infatti di stringere e andare al nocciolo delle loro argomentazioni, si costata che tutto ciò che resta in piedi di esse non è una prova contro l’esistenza di Dio, ma è solo un sospetto. Infatti, anche se il Dio in cui crediamo fosse una proiezione dell’uomo, una « essenza desiderata », questo non vorrebbe dire ancora niente circa la sua esistenza o non-esistenza nella realtà. Senza contare che il credente potrebbe, con uguale diritto, gettare, a sua volta, il sospetto sull’incredulo, in base all’osservazione di Francesco Bacone che « nessuno crede che Dio non esista quanto colui al quale piacerebbe che Dio non esistesse » [5] .

Prima che su Dio, del resto, il sospetto è portato, in questo modo, sull’uomo. È l’uomo che è dichiarato sospetto nei suoi desideri più profondi. Freud dice: « Sarebbe davvero molto bello che ci fossero un Dio come creatore dell’universo e benigna Provvidenza, un ordine morale universale e una vita ultraterrena; tuttavia è almeno molto strano che tutto ciò sia davvero così come non possiamo fare a meno di desiderare che sia » [6] . Affermazione rivelatrice di un profondo disprezzo dell’uomo. Una cosa diventa sospetta per il fatto stesso che l’uomo la concepisce e la desidera! Qui si rivela quello che H. de Lubac ha chiamato « il dramma dell’umanesimo ateo ». Nato per affermare l’uomo, l’ateismo moderno ha finito per rivoltarsi proprio contro l’uomo e divenirne la negazione.

La nuova idolatria

La risposta da dare a coloro che dicono che Dio non esiste, ma che è una semplice proiezione delluomo, è che hanno ragione! Sì, Dio è davvero, come dicono essi, un prodotto della mente umana. Il problema però è sapere di quale Dio si tratta. Quello che vorrei mostrare è che quei filosofi non hanno combattuto e demolito il Dio vero, ma solo un idolo di Dio, un suo vano simulacro.A un certo punto della storia spirituale delloccidente, al posto del Dio del Sinai, è subentrata una sua controfigura, o un suo sosia.

Immaginiamo che un giorno uno squilibrato prenda a martellate la statua del David di Michelangelo che si trova allaperto, davanti al Palazzo della Signoria a Firenze e poi si metta a gridare con aria di trionfo: Ho distrutto il David di Michelangelo! Il David non c’è più! Il David non c’è più!. Non sa, povero illuso, che quello era soltanto un calco, una copia per turisti frettolosi, e che il vero David di Michelangelo da tempo era stato ritirato dalla circolazione e custodito altrove, nella Galleria dellAccademia. Qualcosa del genere succede a Nietzsche quando, per bocca di un suo personaggio, ha proclamato: Abbiamo ucciso Dio; noi ne siamo gli assassini! [7] .

Come e quando è avvenuta la sostituzione di cui sto parlando? Per capirlo bisogna rifarsi allepisodio del vitello doro raccontato nel libro dellEsodo. In che è consistito il grande peccato del vitello d’oro che riempie di riprovazione la Bibbia, da un capo all’altro? Non certo nell’avarizia, nel fare dell’oro il proprio Dio, come talvolta si pensa, perché quella gente, alloccasione, si mostra, al contrario, straordinariamente generosa nel dar via il proprio oro. Non consiste neppure nell’abbandonare il Signore per una qualche divinità straniera, perché il vitello d’oro viene acclamato come il Dio d’Israele, colui che ha fatto uscire il popolo dall’Egitto, e la festa che viene organizzata è una festa « in onore del Signore » (cf Es 32,4 ss.).Eppure Paolo, con tutta la Bibbia, chiama questo fatto idolatria (cf 1 Cor 10,7). Perché? È idolatria perché è cambiato il rapporto tra il popolo e il suo Dio. Il popolo si fa il vitello d’oro per avere « un Dio che cammini alla sua testa » (Es 32,1). Cioè una specie di labaro o di stendardo da recare davanti a sé e riuscire così vittoriosi nello scontro contro i nemici. Sappiamo che così facevano gli eserciti nell’antichità e così, più tardi, si farà anche con l’arca dell’alleanza (cf 1 Sam 4,3 ss.).

Un Dio, insomma, portafortuna, palladio della città. Dio aveva liberato il popolo dall’Egitto « perché lo servisse nel deserto »; ma ora il popolo, anziché servire Dio, si serve di Dio. Siamo nella linea che porta diritto alla superstizione e alla magia: carpire a Dio il suo potere, per usarlo a proprio vantaggio, non per mezzo della preghiera, ma quasi di prepotenza.Questo tentativo di addomesticare Dio accompagna luomo in tutta la sua storia e si esprime in diverse forme. Una di queste forme è quella che ha portato alla crisi attuale che stiamo esaminando. Con il progredire e laffinarsi della sensibilità religiosa è cambiato il modo, o la materia , con cui è fatto lidolo, ma non labitudine di farsi gli idoli. Luomo si fa una sua idea di Dio -cosa, fin qui, legittima e anzi necessaria-, ci lavora sopra e un po alla volta, insensibilmente, finisce per scambiare -cosa, questultima, non più legittima, né necessaria – tale idea con la realtà. E siamo allidolatria.

Si sa che in greco idea (eideia) e idolo (eidolon) quasi sinonimi. Possiamo immaginare questa scena. Un re acconsente a posare per farsi ritrarre da un pittore. A mano a mano che l’immagine del re si delinea sulla tela, il pittore è sempre più preso da essa, le gira intorno rapito e la contempla. Finché, terminato il lavoro, egli è così entusiasta che finisce per dimenticarsi completamente del re presente e voltargli le spalle, tutto intento com’è a illustrare agli amici le caratteristiche del ritratto da lui eseguito. Ma la cosa non finisce neppure qui. Discepoli dell’artista vengono a fare copie del ritratto, modificandolo ed adattandolo ognuno secondo il proprio stile e il proprio gusto. Altri traggono copie dalle copie…Il ritratto è ormai in ogni angolo, ma così lontano dal vero che quando il re in persona compare in città nessuno lo riconosce più.Esiste dunque una forma di idolatria religiosa che non consiste nel farsi di Dio delle rappresentazioni, o immagini, esterne, come il vitello d’oro, ma nel farsi di lui delle immagini interne, mentali e invisibili, e nello scambiare questa immagine, che è la propria idea di Dio, per il Dio vivo e vero, contentandosi di essa. Chi si fa unidea della natura divina in base al ragionamento della sua mente -scrive san Gregorio Nisseno- si è costruito un idolo di Dio, non ha conosciuto Dio [8] .

Tu uccidi un Dio morto!

Ma vediamo come si è arrivati all’acme di quel processo di riduzione del Dio vivo alla nostra idea di Dio. Si è soliti far iniziare il processo con Cartesio. In lui si assiste a un rovesciamento: il conoscere prende il sopravvento sull’essere, la gnoseologia -per usare il linguaggio tecnico- sulla ontologia. Il punto di partenza o il fondamento di tutto non è: « Dio è« , ma: « io sono ». « Penso, dunque sono », non: « Dio pensa (anzi, ama) e perciò sono ». Si sposta il punto di partenza e con esso il baricentro di tutto: dalla realtà al pensiero, dall’oggetto al soggetto. « L’esistenza di Dio -scrive Cartesio- si dimostra a posteriori, dal fatto che esiste in noi l’idea di lui ». L’idea di Dio balza qui in primo piano e va a sedersi sul trono stesso di Dio.In questa prospettiva, Dio si riduce alla « idea innata », che abbiamo di lui, che è definita l’idea madre di tutte le altre, ma che è sempre e solo un’idea. Dio non si presenta e non si impone all’uomo anzitutto come realtà, ma come l’idea di una realtà, sia pure della suprema delle realtà.

Egli non appare come colui senza il quale non potremmo esistere, ma come colui senza del quale non potremmo pensare, essendo l’idea di Dio quella che sostiene tutte le altre. Come avviene spesso, le conseguenze non emersero subito, perché in Cartesio persiste ancora lo spirito precedente. Egli è un pensatore religioso e vuole stabilire la fede, non demolirla. Ma il processo è avviato. Basterà che qualcuno -e sarà Kant- faccia il passo successivo, affermando che da un Dio « pensato » non si dà alcun passaggio a un Dio esistente, che dall’idea di Dio non si potrà mai dedurre la sua « realtà » [9] , e apparirà evidente di quali conseguenze era gravido quel mutamento di prospettiva.

Di questo passo si arriva all’idealismo assoluto di Hegel, in cui « l’Idea è un Dio creatore che, creando, si autocrea ». L’idea di Dio si pone ormai in autonomia dalla realtà: non è suscitata dalla realtà, ma la suscita, la pone. Le parti si invertono. Il Dio vivente resta fuori di questo sistema di pensiero: il sistema stesso di pensiero ne ha preso il posto. L’idea è « assolutizzata », cioè è proclamata l’Assoluto. A questo punto arriva Feuerbach e fa esplodere tutto il processo, attaccando alla radice la stessa « idea di Dio ». Dio non esiste; la realtà corrispondente all’idea di Dio (per quanto c’è di realtà in essa) non è un Essere distinto, superiore, infinito, ma è l’uomo stesso. Sono gli uomini che si sono creati Dio a propria immagine. Egli porta a termine, in tal modo, il programma enunciato dal suo maestro Hegel in uno scritto giovanile: « Dopo tutti gli sforzi del passato, una conquista è stata riservata per i nostri giorni: rivendicare, almeno in linea di principio, come proprietà del genere umano i tesori trasferiti al cielo. Ma quale sarà la generazione che avrà il coraggio di far valere questo diritto, riappropriandosi di ciò che è suo? » [10] .

Feuerbach è colui che ha avuto questo « coraggio ». Nessuno meglio di un credente cristiano è in grado di apprezzare la profonda verità e la pertinenza di quella operazione, tanto da sentirsi perfino grato a colui che l’ha portata a termine. Solo che essa non colpisce la fede, ma l’idolatria. Il processo della formazione della credenza in Dio che egli smaschera è esattamente il processo soggiacente all’idolatria. Feuerbach non ha messo a nudo, come credeva, « l’essenza del cristianesimo », ma l’essenza dell’idolatria, o dell’ideologia di Dio. La prova più certa che i teorici dellateismo moderno non hanno potuto colpire il Dio vivente è che non lo conoscevano. Conoscevano il Dio delle scuole, dei sistemi, del tale o tal altro maestro, ma non abbastanza quello della fede vissuta dei veri credenti. Conoscevano il Dio dei libri, ma il Dio vivente, più che nei libri, lo si incontra nella vita delle persone, non potendo un essere vivente essere contenuto in cose morte.Un segno chiaro che non siamo più davanti al Dio vivente della rivelazione è la scomparsa di ogni riferimento alla Trinità. Il dogma trinitario viene dichiarato « praticamente irrilevante per l’uomo » (Kant), oppure si sostituisce alla Trinità concepita, biblicamente, come comunione, una trinità concepita, filosoficamente, come divenire e come dialettica (Hegel), che è quasi il suo esatto opposto. (Non ci può essere comunione damore tra persone trinitarie che, succedendosi luna allaltra in un eterno divenire, possono al massimo amarsi in previsione, non in realtà). Non sarebbe stato tanto facile ridurre Dio a un miraggio provocato dalla contemplazione della propria essenza, se si fosse partito dal Dio che è ineffabile comunione d’amore trinitario. Che bisogno avrebbe infatti l’uomo di scindersi e « triplicare » se stesso in Padre, Figlio e Spirito Santo? I padri dellateismo non hanno conosciuto dunque il Dio della grande tradizione della Chiesa, ma solo il Dio asettico in circolazione negli ambienti universitari.

Non sapevano nulla del Dio vivente della Rivelazione, o, se lo sapevano, grazie alla loro assidua frequentazione della Bibbia, esso è rimasto completamente fuori del loro quadro di pensiero. Parlo del Dio santo e « misterioso », quello che proclama dalla Bibbia: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie » (Is 55,8); il Dio che strappa dalle labbra di chi lo ha conosciuto le strazianti parole: « Tu fai fremere di spavento la mia carne », e le parole: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Sal 22, 1). Il Dio a cui un credente ebraico poté rivolgere, prima di morire, questo grido terribile, trovato scritto sulla parete di una casa data alle fiamme in uno dei tanti progrom della storia: « O Dio, tu hai fatto di tutto per farmi perdere la fede. Ma non ci sei riuscito! ». Un Dio siffatto, si sarebbero resi conto anchessi che non è l’uomo che se lo può inventare, perché è tutt’altra cosa, rispetto a quello che l’uomo, da solo, avrebbe potuto pensare di Dio.

Esso non « serve » a nulla. Lungi dall’assecondare i desideri e le velleità dell’uomo, esso lo sconcerta e « ottenebra » completamente la sua mente, anche se allo scopo di renderlo poi beato. La differenza tra Dio e questo suo surrogato è infinita. Il Dio della Bibbia non si mette a piagnucolare con l’uomo che lo vuole lasciare (come fa il Dio di Sartre, nel dramma Le mosche); non va mendicando adepti e riconoscimenti, come un qualsiasi fondatore di nuove e fasulle religioni. Non dice: « Vi prego, vi scongiuro, credete in me… »; dice piuttosto con calma e sovrana autorità in un Salmo: « Fermatevi e sappiate che io sono Dio » (Sal 46). Lo vogliate o no, lo crediate o no, io sono Dio.

Tu uccidi un uomo morto!, disse al nemico che stava per finirlo un celebre condottiero ferito. A chi proclama oggi che Dio è morto e che lui stesso lha ucciso, o a chi aggiunge che è morto senza neppure bisogno di processo [11] , un credente potrebbe rispondere con altrettanta ragione: Tu uccidi un Dio morto!.Che un tale Dio sia morto fa piacere anche a noi e dobbiamo anzi stare attenti a non volerlo risuscitare. L’idolo è la vera negazione del Dio vivente. Nella misura perciò in cui questi uomini non hanno combattuto, in realtà, il Dio vivente, ma solo la sua larva, il loro ateismo non è negazione di Dio, ma negazione della negazione di Dio. Essi hanno, in qualche modo, spianato la strada a una riscoperta del Dio vivente. Sono nostri alleati, più che nostri nemici. La critica di Bonhöffer al cosiddetto Dio-Tappabuchi va, in fondo, nella stessa direzione ed è una critica squisitamente biblica e mosaica, dal momento che il Dio-Tappabuchi dei cristiani è molto vicino, negli scopi, a quello che era il vitello doro per gli ebrei nel deserto. Purché, tuttavia, non si tragga da tale critica lambigua conclusione che dobbiamo abituarci a vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Questo infatti né Mosè né la Bibbia si sono mai sognati di dirlo.

Ricordandoci che la fede nel Dio vivente, più che una conquista, è un dono da impetrare da Dio, chiediamola per noi e per gli altri, con la preghiera che la Chiesa eleva « per coloro che non credono in Dio », durante la liturgia del Venerdì Santo:

« Dio onnipotente ed eterno,
tu hai messo nel cuore degli uomini
una tale nostalgia di te,
che solo trovandoti hanno pace:
fa’ che, al di l
à
di ogni ostacolo,
tutti riconoscano i segni della tua bont
à
e, stimolati anche dalla testimonianza della nostra vita,
abbiano la gioia di credere in te ».

[1] L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, 2a ed. 1842; Fondamenti della filosofia del futuro, 1843 ; L’essenza della religione, 1845.

[2] K. Marx, Lutero arbitro tra Strauss e Feuerbach (Werke, 1, Berlino 1964, p.27).

[3] K. Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel, in Scritti politici giovanili, Einaudi, Torino 1950, p.394 s.

[4] S. Freud, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, 1910 (ed. Boringhieri, Torino, 6, p.262 s).

[5] F. Bacone, Saggi XVI, Sullateismo.

[6] S. Freud, L’avvenire di una illusione, 1927 (ed. Boringhieri, Torino, 10, p.463).

[7] F. Nietzsche, La gaia scienza, nr. 125, Mondadori, Milano 1965, p.125.

[8] S. Gregorio Nisseno, De vita Mosys (PG 44, 377).

[9] Cf. soprattutto: L’unico fondamento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio (Werke, 2, Berlino 1905).

[10] G.W.F. Hegel, Frühe Schriften, 1, (testo 34), in Gesammelte Werke, 1, Amburgo 1989, p.372.

[11] J.-P. Sartre, Il diavolo e il buon Dio, quadro X, Milano 1960.

Publié dans:Padre Cantalamessa |on 7 mai, 2008 |Pas de commentaires »

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO: RIFLESSIONE SU EFESINI 1,3-4

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO

« …A LODE DELLA SUA GLORIA »

(ho stralciato questo scritto del Papa per il Blog su San Paolo)

 

RIFLESSIONE SU EFESINI 1,3-4

(luglio – Quindicesima domenica durante l’anno –B)

dal libro: Ratzinger J., Cerco il tuo volto, Edizioni Figlie di San Paolo, Milano 1985

pagg. 38-40;

 

(dalla Prefazione al libro: « I brevi testi, che sono stati raccolti in questo libro, furono dapprima pubblicati come meditazioni mensili in una rivista tedesca per sacerdoti. Essi seguono i testi delle letture liturgiche degli anni B e C;)

L’introduzione della lettera agli Efesini ci fa percepire l’entusiasmo dei neoconvertiti, per i quali l’essere cristiani è un dono, una benedizione, una ricchezza inattesa di Dio. Prendere coscienza di questo è cosa salutare per noi, che viviamo il nostro cristianesimo quasi con la fronte corrugata, con fatica, con difficoltà, tanto da avere una cattiva coscienza qualora ne proviamo un po’ di gioia, timorosi come siamo che questo possa essere trionfalismo. In ultima analisi la gioia di questa lettura dipende dal fatto che l’Apostolo ha il coraggio di puntare semplicemente lo sguardo sul centro della realtà cristiana: sul Dio trinitario e sulla sua vita eterna. Chi rumina solo e sempre le domande iniziali del cristianesimo e non guarda tranquillo e sereno al suo centro, finisce per essere assorbito sempre di più dalla lacerazione della riflessione. Dobbiamo di nuovo imparare a parlare della realtà più autentica della fede, anche se rimangono sul tappeto tante altre domande preliminari ad essa; in fondo solo la logica e la bellezza intrinseca del tutto, irradianti dal suo centro, possono superare anche le difficoltà iniziali.

Sotto il profilo contenutistico il testo cerca in primo luogo di farci conoscere il fondamento ed il fine del nostro essere cristiani. Il fondamento non è costituito dalle nostre prestazioni, ma dall’amore di Dio, che ci ha cercati dall’eternità. Il giudaismo conosceva l’idea della preesistenza del Messia, della legge, del popolo di Dio. Qui l’Apostolo ci dice: tutto ciò è vero in un senso profondissimo. Nei pensieri di Dio noi esistiamo eternamente da sempre, perché apparteniamo al suo Figlio. Perciò partecipiamo alla sua eternità, alla sua priorità su tutte le cose del mondo. In lui esistiamo come da giorni immemorabili. Dio ci vede in lui, ci vede coi suoi occhi, Che cosa questa certezza significhi lo possiamo comprendere in modo nuovo in un tempo di nausea per l’uomo, in un tempo in cui l’uomo viene presentato come una scimmia nuda, come topo particolarmente ingegnoso, e viene dichiarato l’autentico perturbatore della natura, cosicché crescono la paura di fronte all’essere umano e l’odio dell’uomo contro l’uomo.

Chi sa di essere guardato dagli occhi del Figlio, prova una sensazione che è più forte di una simile paura. La sua origine è già una risposta alla domanda impellente della sua meta e del suo fine. la lettera agli Efesini descrive tutto ciò con una serie di quattro concetti strettamente correlativi l’uno all’altro. Essa parla di redenzione. Parla di eredità, cioè del fatto che tutto apparterrà a tutti, che il mondo ci appartiene. Parla della ricapitolazione dell’universo, del cielo e della terra, quindi della eliminazione dei contrasti e delle inimicizie, dell’unità indivisa, in cui tutti e tutto concorderanno: questa è la redenzione. Ma come si verificherà tutto ciò? La lettera dice – e lo dice tre volte a mo’ d’un ritornello che da il tono al tutto – che noi esistiamo : questa è la via. Ove l’uomo ha il coraggio di dimenticarsi e di orientare il suo volto al Creatore, lì segue il resto: l’eredità, l’unità, la redenzione. Francesco d’Assisi non è forse l’esempio luminoso delle verità di questa affermazione apparentemente fin troppo semplice? Ove Dio non viene più lodato, tutto il resto va in rovina. Solo se ricominciamo a volgere di nuovo il nostro sguardo a lui, a liberarci dall’incapsulamento in noi stessi, la nostra paralisi ha fine e può irrompere in noi la redenzione.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 7 mai, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno b2roses001

http://www.imageafter.com/search.php?search=roses&x=10&y=13

« Dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia »

 dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=05/07/2008#

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Omelia sul vangelo di Giovanni, 107

« Dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia »

Dicendo a suo Padre «Io non sono più nel mondo, io vengo a te» (Gv 17,11) il nostro Signore raccomanda al Padre coloro che, con la sua partenza, sta per lasciare, dicendo: «Padre santo, conserva nel nome tuo quelli che mi hai dato». E’ come uomo che egli prega Dio per i suoi discepoli, che da Dio ha ricevuto. Ma bada a quello che segue: «Affinché siano uno come noi». Non dice: Affinché con noi siano una cosa sola, oppure affinché siamo una cosa sola, noi e loro, come una cosa sola siamo noi; dice: «Affinché siano una cosa sola come noi». Siano uno nella loro natura, come siamo uno noi nella nostra natura. Ciò non sarebbe vero se non lo dicesse in quanto egli è Dio, della stessa natura del Padre, per cui in altra circostanza ha detto: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). Non potrebbe dirlo in quanto uomo, come invece altrove ha detto: «Il Padre è più grande di me» (Gv 14, 28). Ma siccome l’unica e medesima persona è Dio e uomo, vediamo l’uomo nel fatto che prega, vediamo Dio nel fatto che sono un’unica cosa, lui e quello che egli prega…

«Ma ora io vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza» (Gv 17, 13)… Ora, siccome non se n’era ancora andato, era ancora qui; e siccome la sua partenza era imminente, in certo modo non era più qui. Di quale gioia poi intenda parlare, dicendo: «affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza», lo ha già spiegato prima, quando ha detto: «affinché siano uno come noi». Questa sua gioia, questa gioia cioè che proviene da lui, deve raggiungere in loro la pienezza; è per questo motivo, dice, che ha parlato «nel mondo». Ecco la pace e la beatitudine eterna, per conseguire la quale bisogna vivere con saggezza, giustizia e pietà nel secolo presente

PAGLIETTE D’ORO di Mons. Attilio Borzi

dal sito:

http://www.comeunafonte.it/Index_file/page0203.htm

PAGLIETTE D’ORO di Mons. Attilio Borzi

Gesù, rivela madre Luisa Margherita Claret de la Touche, « mi ha fatto conoscere quanto gli piacesse trovare le anime libere dalle agitazioni, dai timori, dalle tristezze umane. Ama le anime trasparenti come un’acqua ben limpida e nulla gli dà tanto piacere quanto il poter bagnare ed immergere i raggi del suo Amore Infinito nella loro limpidezza, come il sole immerge i suoi raggi in un lago dalle acque limpide e trasparenti ».

« Giova ripeterlo mille volte e mille volte: ciò che viene da Dio, porta pace, confidenza, amore; ciò che porta confusione, imbroglio scoraggiamento, viene dal nostro nemico; e se ciò pare essere virtù, è virtù falsa, è vizio » (ven. sac. Giuseppe Frassinetti).

« Gesù a suor Consolata Beltrone spiegava che l’anima in pace è come una fresca sorgente d’acqua pura e limpida, alla quale Egli può accostarsi e dissetarsi quando vuole ; ma se entra il turbamento, quell’anima ossia quell’acqua rimane come agitata da un bastone che ne solleva la melma e quindi Egli non può dissetarsi. E non solo questo, ma il demonio, che appunto pesca nel torbido, trova in questo stato d’animo l’elemento adatto alle sue malefiche operazioni. L’ammoniva perciò: <è se ti turbi, il demonio è contento, la vittoria sarebbe sua>> » (Lorenzo Sales).

Publié dans:meditazioni |on 7 mai, 2008 |Pas de commentaires »

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