Archive pour avril, 2008

San Marco Evangelista – festa 25 aprile

dal sito: 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850

San Marco Evangelista

25 aprile

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie

Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

Emblema: Leone

Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.

La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.
Discepolo degli Apostoli e martirio

Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo

Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia

La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli

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Calda accoglienza per il messaggio del Papa al popolo russo

Calda accoglienza per il messaggio del Papa al popolo russo

http://www.zenit.org/article-14164?l=italian

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buona notte

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« Predicate il Vangelo ad ogni creatura »

dal sito 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=04/25/2008#

Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, III 1,1 ; 10,6

« Predicate il Vangelo ad ogni creatura »

Dopo che il nostro Signore è stato risuscitato dai morti e che i santi apostoli sono stati rivestiti della forza dall’alto mediante la venuta dello Spirito Santo (Lc 24,49), essi sono stati colmi di certezza e di conoscenza. Allora andarono fino ai confini della terra (Sal 18,5), proclamando la buona novella di Dio, e annunciando agli uomini la pace del cielo. Possedevano infatti tutti ugualmente e ognuno in particolare, il Vangelo di Dio.

Così Matteo ha pubblicato dagli Ebrei, nella loro lingua, una forma scritta del Vangelo mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la Chiesa. Dopo la loro morte, Marco, il discepolo di Pietro e suo interprete (1Pt 5,13), ci ha trasmesso, pure per iscritto, la predicazione di Pietro. Quanto a Luca, il compagno di Paolo, ha messo per iscritto il vangelo predicato da lui. Infine anche Giovanni, il discepolo del Signore, che aveva riposato sul suo petto, ha pubblicato il Vangelo, durante il suo soggiorno a Efeso.

Marco, interprete e compagno di Pietro, ha presentato l’inizio della sua redazione del vangelo in questo modo : « Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia : Ecco io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada »… Lo vediamo, Marco ha fatto delle parole dei santi profeti il principio del Vangelo, e ha messo all’inizio, come Padre del nostro Signore Gesù Cristo, colui che i profeti hanno proclamato Dio e Signore… Alla fine del suo Vangelo, Marco dice : « Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio ». Questa è la conferma della parola del profeta : « Oracolo del Signore al mio Signore : Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Sal 109,1).

preghiera – Maria tra Dio e l’uomo

dal sito

http://www.novena.it/madonna/madonna12.htm

Maria tra Dio e l’uomo

Vi sono giorni in cui santi e patroni non bastano più……….
Bisogna prendere allora il coraggio a due mani
e volgersi direttamente a Colei che è al di sopra di tutto.
Essere arditi… Sempre qualcosa manca alle creature,
e non soltanto di non essere Creatore.
Alle carnali, sappiamo, manca d’esser pure;
alle pure, dobbiamo saperlo, d’esser canali.
Una sola è, pura pur essendo carnale;
una sola è carnale pur essendo pura.
Ecco perché la Vergine non è solo
la più grande benedizione della terra,
ma la più grande benedizione
discesa su tutto il creato;
non solamente la prima fra tutte le donne
«benedetta fra tutte le donne»;
non solamente la prima fra tutte le creature;
ma l’unica, l’infinitamente unica
infinitamente rara creatura.

(Charles Peguy)

Publié dans:preghiere |on 25 avril, 2008 |Pas de commentaires »

The Torah Scroll

The Torah Scroll  dans immagini sacre TBE%20Torahs%208-8-05%20002

The Torah Scroll Covers were designed by artist Ina Golub and the needlepoint work was done by members of the congregation.
 

http://www.tbegreatneck.org/tbe_art.htm

Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2008 |Pas de commentaires »

La seconda delle Dieci Parole – “Non avrai altre divinità al mio cospetto” (Es 20,3)

dal sito: 

http://www.sidic.org/it/conferenzaView.asp?id=61

La seconda delle Dieci Parole – Non avrai altre divinità al mio cospetto (Es 20,3)

Francesco Rossi de Gasperis – Pontificia Università Lateranense – 17/01/2007

1. LA PAROLA DI UN INNAMORATO

NON CI SARANNO PER TE ALTRI DÈI DI FRONTE A ME

È questa la seconda delle Dieci Parole della rivelazione sinaitica (ES 20,3).

È importante per noi cristiani-cattolici tornare al senso ebraico dei Dieci comandamenti, dei quali più spesso parliamo nei nostri catechismi. Le Dieci Parole asereth haddevarim (Es 34,28) o asereth haddiveroth, per dirla con la tradizione ebraica indicano prima di tutto, con la parola davar, un evento, un fatto, spiegato poi, per lo più, da una parola che ne discerne il senso (cf. la traduzione greca con due termini rhêmalogos). Dio parla prima di tutto attraverso dei fatti, facendo storia, e offrendo poi nelle Scritture, mediante amici di Dio e profeti, delle parole che di quella storia decifrino il senso inteso dallautore divino (cf. Sap 7,27).

Le Dieci Parole del Sinai non vanno intese prima di tutto come unenunciazione teorica di monoteismo, né come delle formulazioni di esigenze etiche, bensì nel quadro di un rapporto di alleanza tra Adonaj e Israele. Esse significano e comportano linaugurazione di una situazione esistenziale di amore esclusivo con cui il Signore lega Israele a sé. Lalleanza tra il Signore e il suo popolo, infatti, è finalmente di natura amorosa e sponsale, come esplicitamente lhanno esplicitamente interpretata i grandi profeti dIsraele, da Osea a Isaia, a Geremia, a Ezechiele (1).

Trovo insopportabile laffermazione di alcuni autori che sostengono che il dono della Torah sinaitica sia stato surclassato, nelleconomia della nuova alleanza, magari leggendo in senso contrappositivo il testo di Gv 1,17:
«Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
Perché la Torah fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo».

Unaffermazione definitiva della permanenza teologica e spirituale del Sinai anche nellesistenza cristiana mi sembra labbia fatta Giovanni Paolo 2° con il suo profetico pellegrinaggio dellanno 2000. Esso fu ancora un davar, un fatto offerto davanti agli occhi del mondo intero, una lectio continua e perfettamente integrata di tutte le Scritture, di cui mi sembra che non si sia ancora raggiunta e formulata unintelligenza consapevole.

Nella formulazione delle Dieci Parole, la prevenienza gratuita dellelezione amorosa di Israele, da parte di Adonaj, e della sua proposta di alleanza con quel popolo, precede ogni enunciazione teorica di monoteismo e ogni proclamazione di esigenza morale. Essa fa dellincontro del Sinai un amplesso e una dichiarazione amorosa del Signore a Israele: TU APPARTIENI A ME SOLO (Es 19,1-6), una parola di alleanza sponsale che Ez 16,4-8 traduce in termini di tenerezza amorosa tra Adonaj e Gerusalemme:

«Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato lombelico e non fosti lavata con lacqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come lerba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era letà dellamore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia».

Il MONTE Sinai diventa, infatti, nella narrazione dellEsodo, quasi un sinonimo dello stesso SIGNORE:

«Al terzo mese dalluscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato laccampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto allEgitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!» (Es 19,1-5).

La Parola di Adonaj al Sinai costituisce Israele, suo popolo, e con lui tutti coloro che il Signore aggiungerà” ai suoi credenti (At 2,41-47; 5,14; 11,21-24) e innesterà nel suo olivo (Rm 11,16-24) quali ascoltatori della sua Parola e discepoli del suo Insegnamento (Torah) (Is 54,13; Gv 6,45). Noi camminiamo quaggiù nella fede, e non nella visione (2Cor 5,7), e come Mosè, anche Gesù, Parola del Padre fatta carne, nella sua condizione terrena, camminava saldo nellobbedienza filiale, come se vedesse linvisibile (cf. Eb 11,27).

Israele resta per sempre un popolo accampato davanti al monte, come una sposa rimane sempre presente al suo sposo, e anche quando egli riprenderà il cammino nel deserto verso la Terra promessa, la Montagna, la Roccia, camminerà con lui (cf. Es 33,12-17; 1Cor 10,1-4).

Noi, cristiani provenienti dalle nazioni, abbiamo un assoluto bisogno dei nostri fratelli maggiori, gli ebrei. Essi sono davanti a noi i garanti del dialogo perenne di Dio con gli esseri umani, del binomio insuperabile e ineludibile TU-IO, che i Salmi scolpiscono ogni giorno nelle nostre coscienze di uomini e di donne. Senza la presenza incombente, ma salvifica, della Montagna icona del Nome (Ha-Shem) davanti a cui, al di là di tutte le nebbie della pianura, rimaniamo sempre accampati, la tentazione di ridurre il dialogo a un monologo immanentista tanto tenace e ricorrente, tipica della nostra originaria gentilità” ci avrebbe sedotto varie volte attraverso i secoli. E saremmo diventati dei discepoli presuntuosi, che essendosi arrogati il ruolo di maestri, saremmo morti strangolati dalla nostra disperata solitudine e da una empia idolatria di noi stessi.

2. UNA PAROLA PER TUTTA LA TERRA

«Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! » (Es 19,5).

Il Signore dellalleanza sinaitica, dunque, non è il dio nazionale di Israele. Al Dio del Sinai «appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). La rivelazione sinaitica, perciò, costituisce Israele e con lui anche le Chiese cristiane che, in Gesù, ascoltano la Parola del Padre quali testimoni eloquenti della proposta amorosa del Dio unico da partecipare a tutte le nazioni della Terra.

Adonaj, il Dio di Mosè, è non soltanto lo stesso Dio dei padri, lo el Shaddaj di Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 6,2-3), ma è anche il Signore Dio (JHWH Elohim) di Noè (Gen 6,13; 7,1; ecc.) e dello Adam primigenio (maschile e femminile), il Creatore del cielo e della terra (Gen 1,27; 2,4b-7; 5,1-2; 1Cor 15,45). Egli ha disteso i cieli e fondato la terra, mentre diceva a Sion: «Tu sei mio popolo» (Is 51,16).

Vivevo a Gerusalemme nel novembre 1977, e ricordo ancora il sussulto e il fremito di commozione che attraversò lintero paese dIsraele quando il presidente egiziano, Anwar as-Saadat, citò davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, questo passo biblico del profeta Isaia:
«In quel giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d’Egitto e una stele in onore del Signore presso la sua frontiera: sarà un segno e una testimonianza per il Signore degli eserciti nel paese d’Egitto. Quando, di fronte agli avversari, invocheranno il Signore, allora egli manderà loro un salvatore che li difenderà e li libererà. Il Signore si rivelerà agli Egiziani e gli Egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani ma, una volta colpiti, li risanerà. Essi faranno ritorno al Signore ed egli si placherà e li risanerà. – Venne poi la citazione capitale – In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”»
(Is 19,19-25).

Isaia intravide allora il Sinai dellEgitto e dellAssiria, e di tutti gli altri popoli!

Al culto reso dallEgitto al Signore dIsraele, che è lunico Dio di tutti, i titoli dellalleanza sinaitica, propri prima di tutto di Israele, il quale rimane leredità di Adonaj (nachalati), passano anche allEgitto, chiamato ammi (popolo mio), e allAssiria, chiamata maaseh yadai. Liniziativa amorosa del Dio del Sinai, iniziata nei confronti di Israele, appena liberato dallidolatria molteplice della schiavitù egiziana e più tardi da quella mesopotamica , si apre e si estende alle genti, liberate anchesse dalle proprie idolatrie.

Come abbiamo cantato, pochi giorni fa, nel giorno dellEpifania:
«I capi dei popoli si sono raccolti
con il popolo del Dio di Abramo,
perché di Dio sono i potenti della terra:
egli è l’Altissimo»
(Sal 47,10).

Isaia ha riformulato, dunque, per tutti i paesi della terra la Seconda delle Dieci parole:
«Volgetevio a me e sarete salvi,
paesi tutti della terra,
perché io sono Dio; non ce n’è altri»
(Is 45,22).

Anche per tutte le nazioni, quindi, non ci sono altri dèi di fronte ad Adonaj, egli solo è UNO, e nessun altro è UNO come lui (Dt 6,4: lo Shema dIsraele). Lunicità del Dio uno è la montagna di fronte alla quale ogni uomo e ogni donna sono chiamati ad accamparsi (cf. Is 43,8-13; 44,6-8).

Ai nostri giorni, la secolare tenzone dellumanità con LUI prende forme sempre molteplici: tentativi di ridurre la sua soggettività personale alloggettività astratta di valori, ideologie, sistemi, dottrine, problemi, nomi (= giustizia, pace, libertà, democrazia, globalizzazione), persino alle formulazioni tutte umane che noi diamo del suo NOME (che egli ci svela sì, ma continuamente ri-velandolo, cioè velandolo di nuovo) (Is 45,15; 1Cor 2,6-16).

3. Il Cantico dei cantici dell’umanità

La proposta nuziale, dunque, lanello o il sigillo che Adonaj, al Sinai, ha messo una volta per tutte nel dito di Israele (2), viene offerto nel corso dei secoli a tutti i popoli della terra che si uniscono a Israele, partecipando alla fede di Abramo nellunico Signore.

Ogni uomo e ogni donna è invitato a fare sue le parole dellamata del Cantico:
«Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio»
(Ct 8,6-7).

Confidiamo nel sì” con cui, per sempre, al Sinai, Israele ha risposto a questa proposta e promessa nuziale del suo Signore. Noi cristiani ripetiamo ogni giorno questo sì con Gesù e in Gesù, quando celebriamo la sua Cena.

Esso impegna Israele e le Chiese cristiane a respingere con estremo vigore ogni tentazione di adorare tutti gli idoli umanistici che pretendano di sostituire lunico Nome di Adonaj, o anche solo di accompagnarsi con lui: gli idoli di un Potere imperiale umano che intenda dominare luniverso o ammaestrare il mondo con una sapienza manufatta, come un tempo fecero le nazioni, gli assiri, i babilonesi, i persiani, i greci, Roma, con tutti i loro successori sulla scena della storia, fino ai nostri giorni; gli idoli dellArroganza che si serva della Forza e della Pre-potenza militare; gli idoli del Denaro e della Comunicazione che opprima e spadroneggi, ottundendole, sulle coscienze degli uomini e delle donne; idoli del Consumismo e della Propagazione di menzogne; idoli di Parole continuamente ripetute, ma prive di sostanza; idoli del Sesso vuoto di amore; idoli delle Manipolazioni genetiche della vita e della morte, che ubriacano lumanità, come un giorno facevano i mattoni cotti al fuoco e il bitume, con cui si costruiva la torre di Babele (Gen 11,3-9); gli idoli dei Muri che si elevino tra i popoli e le civiltà; gli idoli di Culture che pretendano di sostituirsi alla Parola di Adonaj; idoli di un Sapere che cerchi di violentare il segreto del Nome del Signore, invece di insegnarci a pregarlo e a dirgli di sì.

4. Conclusione

Questa rilettura della Seconda Parola sinaitica in termini di alleanza sponsale, permeata di amorosa tenerezza esclusiva, che qui abbiamo cercato di fare insieme, ci aiuti a vivere, in Israele e nella Chiesa, pur in mezzo a prove dolorose e crudeli, fedeli al nostro supremo e unico Amore, ripetendo nella fede le parole dellalleanza pronunciate dallamata del Cantico:
«La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6=8,3).
Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino…
Attirami dietro a te, corriamo!»
(Ct 1,2.4).

A esse fanno eco le ultime parole della Bibbia giudeocristiana:
«Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!. E chi ascolta ripeta: Vieni!”…

Colui che attesta queste cose dice:
Sì, verrò presto!. Amen»
(Ap 22,17.20).

Note
1. Cf. già il verbo chashaq in Dt 7,7, usato come in Gen 34,8; 21,11: un verbo di innamoramento. Cf. pure baalti bakhem in Ger 3,14; 31,32, che si può tradurre: «Essi hanno infranto la mia alleanza, ma io rimango colui che li ha presi in sposa» (invece di: benché io fossi loro Signore: cf. J. COPPENS, «La Nouvelle Alliance en Jer 31,31-34», The Catholic Biblical Quarterly 25 (1963) 12-21). Si veda anche la formula continuamente ripetuta, specialmente da Geremia ed Ezechiele: «Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo»
.

2. Cf. Rm 15,27; 1Cor 9,11; ecc.

Publié dans:ebraismo |on 24 avril, 2008 |Pas de commentaires »

MISTERO DEL NOME DI DIO

dal sito:

http://www.nostreradici.it/nome.htm

MISTERO DEL NOME DI DIO

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: « Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno » (Jomà, VI,2). Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti: – JHWH, dette « Tetragramma sacro », citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.).

Quando nella Bibbia l’ebreo di allora e di oggi trova quelle famose quattro lettere che cosa legge? La risposta ce la offrono quei rabbini noti come Masoreti (« i tradizionali »), ai quali dobbiamo la vocalizzazione del testo consonantico della Bibbia durante l’alto Medioevo. Essi posero sotto le quattro consonanti JHWH le vocali della parola Adonai, « Signore », che essi pronunciano al posto del tetragramma sacro.Le vocali sono: e – o – a, e servivano a ricordare al lettore che, giunto a JHWH, doveva dire Adonai. Nel tardo Medioevo i cristiani non essendo più a conoscenza di questo meccanismo di sostituzione lessero le quattro lettere JHWH con le vocali e – o – a, creando così quello sgorbio che è Jehowah o Geova che è durato fino ai nostri giorni » (Mons. Gianfranco Ravasi « Jesus »6/1990). Ancor più diffuso tutt’oggi tra i cristiani è purtroppo l’uso di « Jahwè » che non solo è offensivo per gli ebrei, ma è anche del tutto arbitrario, visto che non se ne conosce la pronuncia.

Il Catechismo degli Adulti della Conferenza Episcopale Italiana: « La Verità vi farà liberi » così si esprime circa il Nome di Dio: « La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo « Adonai », cioè « Signore » o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro » (48,6). Se questo invito della CEI venisse accolto nelle nostre comunità cristiane, anche certi canti che ripetono all’infinito il Nome di Dio, verrebbero rivisti e corretti. Purtroppo, però, il tetragramma sacro viene ancora troppo spesso vocalizzato da certi sacerdoti, catechisti e da una parte della stampa religiosa.

v.s.

Publié dans:ebraismo |on 24 avril, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno zantedeschia_mango2

Zantedeschia ‘Mango’

http://www.ubcbotanicalgarden.org/potd/

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« Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=04/24/2008#

Sant’Anselmo d’Aosta (1033-1109), monaco, vescovo, dottore della Chiesa
Proslògion, 26

« Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena

Ti prego, o Dio, fa’ che io ti conosca, ti ami per godere di te. E se non lo posso pienamente in questa vita, che io avanzi almeno di giorno in giorno fino a quando giunga alla pienezza. Cresca qui la mia conoscenza di te e diventi piena nell’altra vita. Cresca il tuo amore e un giorno divenga perfetto, perché la mia gioia sia grande qui nella speranza e completa mediante il possesso definitivo nel futuro.

Signore, per mezzo di tuo Figlio comandi, anzi consigli di chiedere e prometti che otterremo perché la nostra gioia sia piena (Gv 16,24)… Io chiedo, o Signore, quello che consigli per mezzo dell’ «ammirabile nostro consigliere» (Is 9,5): possa io ricevere ciò che prometti per la tua verità, perché la mia gioia sia piena.

Nel frattempo mediti la mia mente, ne parli la mia lingua. Ne abbia fame l’anima mia e sete la mia carne, lo desideri tutto il mio essere fino a quando non entri nella gioia del mio Signore (Mt 25,51), che è Dio uno e trino, benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

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