Archive pour le 21 avril, 2008

« Tota pulchra »

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Publié dans:Maria Vergine |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Origene: Il Magnificat

dal sito: 

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20011216_origene_it.html

Il Magnificat

 « Orbene dapprima «lanima» di Maria «magnifica il Signore», e, dopo, «il suo spirito esulta in Dio»; cioè, se non siamo dapprima cresciuti, non possiamo esultare.

Ella dice: «Perché ha guardato lumiltà della sua ancella» (Lc 1, 48). Su quale umiltà di Maria il Signore ha volto il suo sguardo? Che cosa aveva, la madre del Signore, di umile e di basso, ella che portava nel seno il Figlio di Dio? Dicendo: «Ha guardato lumiltà della sua ancella», è come se dicesse: ha guardato la giustizia della sua ancella, ha guardato la sua temperanza, ha guardato la sua fortezza e la sua sapienza. È giusto infatti che Dio rivolga il suo sguardo sulle virtù. Qualcuno potrebbe dire: capisco che Dio guardi la giustizia e la sapienza della sua ancella; ma non è troppo chiaro perché volge il suo sguardo sullumiltà. Chi pone questa domanda si ricordi che proprio nelle Scritture lumiltà è considerata come una delle virtù.

5. Dice il Salvatore: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre» (Mt 11, 29). E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che lumiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyphía oppure metriótês. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: lumiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice lApostolo, «nella condotta del diavolo» – il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; lApostolo dice: «Per non incappare, gonfiato dorgoglio, nella condanna del diavolo» (I Tm 3, 6).

«Ha guardato lumiltà della sua ancella»: Dio mi ha guardato dice Maria – perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento.

6. «Ecco che sin dora tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 48). Se intendo «tutte le generazioni» secondo il più semplice significato, ritengo che si faccia allusione ai credenti. Ma se cerco di vedere il significato più profondo, capirò quanto sia preferibile aggiungere: «Perché fece grandi cose per me colui che è potente» (Lc 1, 49). Proprio perché chiunque si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11), Dio ha guardato lumiltà» della beata Maria; per questo ha fatto per lei grandi «cose colui che è potente e il cui nome è santo».

E «la sua misericordia si estende di generazione in generazione» (Lc 1, 50). Non è su una generazione, né su due, né su tre, e neppure su cinque che si estende «la misericordia» di Dio; essa si estende eternamente «di generazione in generazione».

«Per coloro che lo temono ha dispiegato la potenza del suo braccio». Anche se sei debole, se tu ti accosti al Signore, se avrai timore di lui, potrai udire la promessa con la quale il Signore risponde al tuo timore.« 

ORIGENE, Omelie su Luca, VIII, 4-6.

Omelia di Benedetto XVI allo « Yankee Stadium » di New York

20/04/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-14125?l=italian

Omelia di Benedetto XVI allo « Yankee Stadium » di New York

NEW YORK, domenica, 20 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata questa domenica da Benedetto XVI durante la Santa Messa celebrata allo « Yankee Stadium » di New York.

[In inglese]

Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,

nel Vangelo che abbiamo or ora ascoltato, Gesù dice ai suoi Apostoli di riporre la loro fede in lui, poiché egli è « la via, la verità e la vita » (Gv 14,6). Cristo è la via che conduce al Padre, la verità che dà significato all’umana esistenza, e la sorgente di quella vita che è gioia eterna con tutti i Santi nel Regno dei cieli. Prendiamo il Signore in parola! Rinnoviamo la fede in lui e mettiamo ogni nostra speranza nelle sue promesse!

Con questo incoraggiamento a perseverare nella fede di Pietro (cfr Lc 22,32; Mt 16,17), vi saluto tutti con grande affetto. Ringrazio il Cardinale Egan per le cordiali parole di benvenuto pronunciate a vostro nome. In questa Messa la Chiesa che è negli Stati Uniti celebra il 200° anniversario della creazione delle sedi di New York, Boston, Filadelfia e Louisville dallo smembramento della sede madre di Baltimora. La presenza, attorno a questo altare, del Successore di Pietro, dei suoi confratelli Vescovi e sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e delle consacrate, come pure dei fedeli laici provenienti dai 50 Stati dell’Unione, manifesta in maniera eloquente la nostra comunione nella fede cattolica che ci è giunta dagli Apostoli.

La celebrazione odierna è anche un segno della crescita impressionante che Dio ha concesso alla Chiesa nel vostro Paese nei trascorsi duecento anni. Da piccolo gregge come quello descritto nella prima lettura, la Chiesa in America è stata edificata nella fedeltà ai due comandamenti dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo. In questa terra di libertà e di opportunità, la Chiesa ha unito greggi molto diversi nella professione di fede e, attraverso le sue molte opere educative, caritative e sociali, ha contribuito in modo significativo anche alla crescita della società americana nel suo insieme.

Questo grande risultato non è stato senza sfide. La prima lettura odierna, dagli Atti degli Apostoli, parla di tensioni linguistiche e culturali presenti già all’interno della primitiva comunità ecclesiale. Nello stesso tempo, essa mostra la potenza della Parola di Dio, proclamata autorevolmente dagli Apostoli e ricevuta nella fede, per creare un’unità capace di trascendere le divisioni provenienti dai limiti e dalle debolezze umane. Ci viene qui ricordata una verità fondamentale: che l’unità della Chiesa non ha altro fondamento se non quello della Parola di Dio, divenuta carne in Cristo Gesù nostro Signore. Tutti i segni esterni di identità, tutte le strutture, associazioni o programmi, per quanto validi o addirittura essenziali possano essere, esistono in ultima analisi soltanto per sostenere e promuovere la più profonda unità la quale, in Cristo, è dono indefettibile di Dio alla sua Chiesa.

La prima lettura mostra, inoltre, come vediamo nell’imposizione delle mani sui primi diaconi, che l’unità della Chiesa è « apostolica », cioè un’unità visibile fondata sugli Apostoli, che Cristo ha scelto e costituito come testimoni della sua risurrezione, ed è nata da ciò che la Scrittura chiama « l’obbedienza della fede » (Rm 1,5; At 6,7).

« Autorità »… « obbedienza ». Ad essere franchi, queste non sono parole facili da pronunciare oggi. Parole come queste rappresentano una « pietra d’inciampo » per molti nostri contemporanei, specie in una società che giustamente dà grande valore alla libertà personale. Eppure, alla luce della nostra fede in Gesù Cristo – « la vita, la verità e la vita » – arriviamo a vedere il senso più pieno, il valore e addirittura la bellezza, di tali parole. Il Vangelo ci insegna che la vera libertà, la libertà dei figli di Dio, può essere trovata soltanto nella perdita di sé che è parte del mistero dell’amore. Solo perdendo noi stessi, il Signore ci dice, ritroviamo veramente noi stessi (cfr Lc 17,33). La vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo del peccato, che annebbia le nostre percezioni e indebolisce la nostra determinazione, e vede la fonte della nostra felicità definitiva in lui, che è amore infinito, libertà infinita, vita senza fine. « Nella sua volontà vi è la nostra pace ».

La vera libertà perciò è un dono gratuito di Dio, il frutto della conversione alla sua verità, quella verità che ci rende liberi (cfr Gv 8,32). E tale libertà nella verità porta nella sua scia un nuovo e liberante modo di guardare la realtà. Quando ci poniamo nel « pensiero di Cristo » (cfr Fil 2,5), ci si aprono nuovi orizzonti! Alla luce della fede, dentro la comunione della Chiesa, troviamo anche l’ispirazione e la forza per diventare lievito del Vangelo in questo mondo. Diveniamo luce del mondo, sale della terra (cfr Mt 5,13-14), a cui è affidato l’ »apostolato » di conformare le nostre vite ed il mondo in cui viviamo sempre più pienamente al piano salvifico di Dio.

La visione magnifica di un mondo trasformato dalla verità liberante del Vangelo è riflessa nella descrizione della Chiesa che troviamo nella seconda lettura di oggi. L’Apostolo ci dice che Cristo, risorto dai morti, è la pietra d’angolo di un grande tempio che viene edificato ancor oggi nello Spirito. E noi, membra del suo corpo, mediante il Battesimo siamo diventati « pietre vive » di quel tempio, partecipando per grazia alla vita di Dio, benedetti con la libertà dei figli di Dio, e resi capaci di offrire sacrifici spirituali piacevoli a lui (cfr 1 Pt 2,5). Qual è questa offerta che siamo chiamati a fare, se non quella di rivolgere ogni pensiero, parola o atto alla verità del Vangelo e porre ogni nostra energia al servizio del Regno di Dio? Solo così possiamo costruire con Dio, sul fondamento che è Cristo (cfr 1 Cor 3,11). Solo così possiamo edificare qualcosa che sia realmente durevole. Solo così la nostra vita trova il significato ultimo e porta frutti duraturi.

Oggi ricordiamo i duecento anni di un lavacro nella storia della Chiesa negli Stati Uniti: il suo primo grande capitolo della crescita. In questi 200 anni il volto della comunità cattolica nel vostro Paese è grandemente cambiato. Pensiamo alle ondate successive di emigranti le cui tradizioni hanno così grandemente arricchito la Chiesa in America. Pensiamo alla fede forte che ha edificato la rete di chiese, di istituzioni educative, di salute e sociali che da lungo tempo sono il marchio distintivo della Chiesa in questa terra. Pensiamo anche a quegli innumerevoli padri e a quelle madri che hanno trasmesso la fede ai figli, il ministero quotidiano dei molti sacerdoti che hanno speso la propria vita nella cura delle anime, il contributo incalcolabile di così numerosi consacrati e consacrate, i quali non solo hanno insegnato ai bimbi a leggere e a scrivere, ma hanno anche ispirato in loro un desiderio di tutta la vita di conoscere Dio, di amarlo e di servirlo. Quanti « sacrifici spirituali graditi a Dio » sono stati offerti nei trascorsi due secoli! In questa terra di libertà religiosa i cattolici hanno trovato non soltanto la libertà di praticare la propria fede ma anche di partecipare pienamente alla vita civile, recando con sé le proprie convinzioni morali nella pubblica arena, cooperando con i vicini nel forgiare una vibrante società democratica. La celebrazione odierna è più che un’occasione di gratitudine per le grazie ricevute: è un richiamo a proseguire in avanti con ferma determinazione ad usare saggiamente delle benedizioni della libertà, per edificare un futuro di speranza per le generazioni future.

« Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquisito perché proclami le opere meravigliose di lui » (1 Pt 2,9). Queste parole dell’apostolo Pietro non ci ricordano soltanto la dignità che ci è propria per grazia di Dio, ma sono anche una sfida ad una fedeltà sempre più grande alla gloriosa eredità ricevuta in Cristo (cfr Ef 1,18). Ci sfidano ad esaminare le nostre coscienze, a purificare i nostri cuori, a rinnovare l’impegno battesimale a respingere satana e tutte le sue vuote promesse. Ci sfidano ad essere un popolo della gioia, araldi della speranza che non perisce (cfr Rm 5,5) nata dalla fede nella parola di Dio e dalla fiducia nelle sue promesse.

Ogni giorno in questa terra voi e molti dei vostri vicini pregano il Padre con le parole stesse del Signore: « Venga il tuo Regno ». Tale preghiera deve forgiare la mente ed il cuore di ogni cristiano in questa Nazione. Deve portar frutto nel modo in cui vivete la vostra esistenza e nella maniera nella quale costruite la vostra famiglia e la vostra comunità. Deve creare nuovi « luoghi di speranza » (cfr Spe salvi, 32 ss) in cui il Regno di Dio si fa presente in tutta la sua potenza salvifica.

Pregare con fervore per la venuta del Regno significa inoltre essere costantemente all’erta per i segni della sua presenza, operando per la sua crescita in ogni settore della società. Vuol dire affrontare le sfide del presente e del futuro fiduciosi nella vittoria di Cristo ed impegnandosi per l’avanzamento del suo Regno. Significa superare ogni separazione tra fede e vita, opponendosi ai falsi vangeli di libertà e di felicità. Vuol dire inoltre respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché come ha affermato il Concilio Vaticano II, « nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al dominio di Dio » (Lumen gentium, 36). Ciò vuol dire agire per arricchire la società e la cultura americane della bellezza e della verità del Vangelo, mai perdendo di vista quella grande speranza che dà significato e valore a tutte le altre speranze che ispirano la nostra vita.

Questa, cari amici, è la sfida che pone oggi a voi il Successore di Pietro. Quale « stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa », seguite con fedeltà le orme di quanti vi hanno preceduto! Affrettate la venuta del Regno di Dio in questa terra! Le passate generazioni vi hanno lasciato un’eredità straordinaria. Anche ai nostri giorni la comunità cattolica di questa Nazione è stata grande nella testimonianza profetica in difesa della vita, nell’educazione dei giovani, nella cura dei poveri, dei malati e dei forestieri tra voi. Su queste solide basi il futuro della Chiesa in America deve anche oggi iniziare a sorgere.

Ieri, non lontano da qui, sono stato colpito dalla gioia, dalla speranza e dall’amore generoso per Cristo che ho visto sul volto di tanti giovani riuniti a Dunwoodie. Essi sono il futuro della Chiesa e hanno diritto a tutte le preghiere e ad ogni sostegno che possiamo dar loro. Così desidero concludere aggiungendo una parola di incoraggiamento per loro. Cari giovani amici, come i sette uomini « ripieni di Spirito e di saggezza » ai quali gli Apostoli affidarono la cura della giovane Chiesa, possiate anche voi alzarvi e assumervi la responsabilità che la fede in Cristo vi pone innanzi! Possiate trovare il coraggio di proclamare Cristo « lo stesso ieri, oggi e sempre » e le immutabili verità che hanno fondamento in lui (cfr Gaudium et spes, 10; Eb 13,8): sono verità che ci rendono liberi! Si tratta delle sole verità che possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti di ogni uomo, donna e bambino nel mondo, compresi i più indifesi tra gli esseri umani, i bimbi non ancora nati nel grembo materno. In un mondo in cui, come Papa Giovanni Paolo II parlando in questo stesso luogo ci ricordò, Lazzaro continua a bussare alla nostra porta (Omelia allo Yankee Stadium, 2 ottobre 1979, n. 7), fate in modo che la vostra fede e il vostro amore portino frutto nel soccorrere i poveri, i bisognosi e i senza voce. Giovani uomini e donne d’America, io insisto con voi: aprite i cuori alla chiamata di Dio a seguirlo nel sacerdozio e nella vita religiosa. Vi può essere un segno di amore più grande di questo: seguire le orme di Cristo, che si rese disponibile a dare la propria vita per i suoi amici (cfr Gv 15,13)?

Nel Vangelo odierno il Signore promette ai discepoli che faranno opere ancor più grandi delle sue (cfr Gv 14,12). Cari amici, soltanto Dio nella sua provvidenza sa che cosa la sua grazia deve ancora compiere nelle vostre vite e nella vita della Chiesa negli Stati Uniti. Nel frattempo, la promessa di Cristo ci riempie di sicura speranza. Uniamo perciò la nostra preghiera alla sua, quali pietre vive di quel tempio spirituale che è la sua Chiesa una, santa,cattolica e apostolica. Alziamo gli occhi a lui, poiché anche adesso sta preparando un posto per noi nella casa del Padre suo. E rafforzati dallo Spirito Santo, lavoriamo con rinnovato zelo per la diffusione del suo Regno.

« Beati quanti crederanno » (cfr 1 Pt 2,7). Rivolgiamoci a Gesù! Lui soltanto è la via che conduce all’eterna felicità, la verità che soddisfa i desideri più profondi di ogni cuore, e la vita che offre gioia e speranza sempre nuove a noi e al nostro mondo. Amen.

* * *

[In spagnolo]

Cari fratelli e sorelle nel Signore,

vi saluto con affetto e mi rallegro di celebrare questa Santa Messa per ringraziare Dio della ricorrenza bicentenaria del momento in cui la Chiesa Cattolica cominciò a svilupparsi in questa Nazione. Guardando al cammino di fede, non privo di difficoltà, percorso in questi anni, lodiamo il Signore per i frutti che la sua Parola ha prodotto in queste terre e gli manifestiamo il nostro desiderio che Cristo, Via Verità e Vita, sia sempre più conosciuto e amato.

Qui, in questo Paese di libertà, voglio proclamare con forza che la Parola di Cristo non elimina le nostre aspirazioni ad una vita piena e libera, ma ci rivela la nostra vera dignità di figli di Dio e ci incoraggia a lottare contro tutto ciò che ci schiavizza, a cominciare dal nostro egoismo e dalle nostre passioni. Al tempo stesso, ci anima a manifestare la nostra fede mediante la nostra vita di carità e a far sì che le nostre comunità ecclesiali siano ogni giorno più accoglienti e fraterne.

Soprattutto ai giovani affido il compito di far propria la grande sfida che comporta il credere in Cristo, e di impegnarsi perché tale fede si manifesti in una vicinanza effettiva ai poveri, come anche in una risposta generosa alle chiamate che Egli continua a proporre perché si lasci tutto e si inizi una vita di totale consacrazione a Dio e alla Chiesa, nello stato sacerdotale o religioso.

Cari fratelli e sorelle, vi invito a guardare al futuro con speranza, consentendo a Gesù di entrare nelle vostre vite. Solo Lui è la Via che conduce alla felicità che non finisce, la Verità che appaga le più nobili aspirazioni umane e la Vita colma di gioia per il bene della Chiesa e del mondo. Che Dio vi benedica!

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

LE FOTO DEL PAPA A GROUND ZERO

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-ground-zero/1.html

Publié dans:immagini del Papa |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto a Ground Zero ed allo Pope Benedict XVI greets Catholic faithful as he exits the altar after conducing Mass Sunday, April 20, 2008 at Yankee Stadium in New York.

 

Pope Benedict XVI prays at Ground Zero, site of the collapse of the World Trade Center, in New York April 20, 2008.
REUTERS/Brendan McDermid (UNITED STATES)

Papa Benedetto a Ground Zero ed allo Pope Benedict XVI greets Catholic faithful as he exits the altar after conducing Mass Sunday, April 20, 2008 at Yankee Stadium in New York. dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI prays at Ground Zero in New York, April 20, 2008. Pope Benedict on Sunday made an emotional visit to Ground Zero, site of the World Trade Center felled in the Sept. 11 attacks, and prayed for the 3,000 victims, their families and an end to hate and violence.
REUTERS/Pier Paolo Cito/Pool (UNITED STATES)

 dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI prays at Ground Zero in New York, April 20, 2008.
(Max Rossi/Reuters)

Pope Benedict XVI celebrates a Mass at Yankee Stadium in New York April 20, 2008. REUTERS/Chang W.
Lee/Pool (UNITED STATES)

Pope Benedict XVI greets Catholic faithful as he exits the altar after conducing Mass Sunday, April 20, 2008 at Yankee Stadium in New York.
(AP Photo/Julie Jacobson, Pool)

foto Yahoo

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno ceanothus_dentatus_177

Buckthorn family
Rhamnaceae

http://www.floralimages.co.uk/paleblue.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

« Se uno mi ama… , il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=04/21/2008#

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Der Gott Jesu Christi (Il Dio di Gesù Cristo)

« Se uno mi ama… , il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui »

A differenza delle parole «Padre» e «Figlio», il nome dello Spirito Santo, la terza persona divina, non è l’espressione di una specificità; esso designa invece ciò che è comune a Dio. Ora proprio in questo consiste ciò che è «proprio» alla terza persona: Lei è «ciò che è in comune», l’unità del Padre con il Figlio, l’Unità in persona. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola nella misura in cui vanno oltre se stessi; sono una cosa sola in quella terza persona, nella fecondità del dono. Tali affermazioni non potranno mai essere altro che dei modi di avvicinarci; non possiamo riconoscere lo Spirito se non nei suoi effetti. Pertanto la Scrittura non descrive mai lo Spirito Santo in sé; parla soltanto del modo in cui egli viene verso l’uomo e in cui si distingue dagli altri spiriti…

Giuda Taddeo chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi a non al mondo?» la risposta di Gesù sembra passare accanto alla richiesta: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.» In verità, questa è proprio la risposta esatta alla domanda del discepolo e alla nostra domanda riguardo allo Spirito. Non si può esporre lo Spirito di Dio come una merce. Solo chi lo porta in sé, lo potrà vedere. Vedere e venire, vedere e dimorare vanno di pari passo e sono inscindibili. Lo Spirito dimora nella parola di Gesù e non si ottiene la parola mediante discorsi, bensì mediante la costanza, mediante la vita.

Gv 13, La lavanda dei piedi

Gv 13, La lavanda dei piedi dans immagini sacre 11%20EVANGELIAIRE%20OTTONI%20LAVEMENT%20DES%20PIE

Joh-13,01_The feetwashing_Le lavement des pieds

http://www.artbible.net/3JC/-Joh-13,01_The%20feetwashing_Le%20lavement%20des%20pieds/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

di Alfio Marcello Buscemi: Il senso dell’ »evento di Damasco »

dal sito: 

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope2/syria/GPsyr13.html

Il senso dell« evento di Damasco »

di Alfio Marcello Buscemi

(è stato mio professore di studi paolini)
dal libro:
San Paolo. Vita opera messaggio
(SBF Analecta 43), 2a edizione, Gerusalemme 1997

Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad unaltra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad unaltra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad unesistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: Dalle tenebre lampeggi la luce (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né lessere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessunaltra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessunaltra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dellamore (Gal 5,14).

È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di questesperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « levento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo lha afferrato e lha fatto suo per sempre (Fil 3,12). Liniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: limperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nellamore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « levento di Damasco », quellevento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore.

Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest« evento » non si distaccano molto dallinterpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, lopera lucana presenta « lesperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale lapostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto questaspetto, mi sembra evidente: una visione e linvestitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, lautore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che lapostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all« evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « levento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare lattendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell« evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come lesatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè.

Publié dans:San Paolo |on 21 avril, 2008 |Pas de commentaires »

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