Archive pour le 19 avril, 2008

buona notte

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Lamiaceae

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 19 avril, 2008 |Pas de commentaires »

« Nella casa del Padre mio vi sono molti posti »

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&ordo=&localTime=04/20/2008#

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Trattato sui gradi umiltà e superbia, cap. 1-2

« Nella casa del Padre mio vi sono molti posti »

« Sono la via, la verità e la vita. » La via, è l’umiltà, che conduce alla verità. L’umiltà, è la fatica ; la verità è il frutto della fatica. Dirai : Donde posso sapere che egli parla dell’umiltà, dato che dice semplicemente : « Sono la via » ? Lui in persona ti risponde quando aggiunge : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Propone quindi se stesso come modello di umiltà e di mitezza. Se lo imiterai, non camminerai nelle tenebre ma avrai la luce della vita (Gv 8,12). Cos’è la luce della vita se non la verità ? Essa illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,19) ; essa gli indica la vera via…

Vedo la via, cioè l’umiltà ; desidero il frutto, cioè la verità. Cosa però devo fare se la via è troppo difficile perché io possa giungere alla meta che desidero ? Ascolta la sua risposta : « Sono la via, cioè il viatico che ti sosterrà lungo la strada. » A coloro che sviano e non conoscono la strada, egli grida : « Sono io la via » ; a coloro che dubitano e non credono : « Sono io la verità » ; a coloro che stanno già salendo ma si affaticano : « Sono io la vita ». Ascoltate ancora questo : « Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose – questa segreta verità – ai dotti e ai sapienti, cioè ai superbi, e le hai rivelate ai piccoli, cioè agli umili » (Lc 10,21) …

Ascoltate la verità dire a coloro che la cercano : « Avvicinatevi a me, voi che mi desirate, e saziatevi dei miei prodotti » (Sir 24,18), e ancora : « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11,28). Venite, dice. Dove ? A me, la verità. Per dove ? Per la via dell’umiltà.

di Sandro Magister: Il papa all’ONU: « La persona umana è il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia »

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/198207

Il papa all’ONU: « La persona umana è il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia »

Discorso allAssemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, New York, 18 aprile 2008

di Benedetto XVI

Signor Presidente, Signore e Signori,

nel dare inizio al mio discorso a questa Assemblea, desidero anzitutto esprimere a Lei, Signor Presidente, la mia sincera gratitudine per le gentili parole a me dirette. Uguale sentimento va anche al Segretario Generale, il Signor Ban Ki-moon, per avermi invitato a visitare gli uffici centrali dellOrganizzazione e per il benvenuto che mi ha rivolto. Saluto gli Ambasciatori e i Diplomatici degli Stati Membri e quanti sono presenti: attraverso di voi, saluto i popoli che qui rappresentate. Essi attendono da questa Istituzione che porti avanti lispirazione che ne ha guidato la fondazione, quella di un « centro per larmonizzazione degli atti delle Nazioni nel perseguimento dei fini comuni », la pace e lo sviluppo (cfr Carta delle Nazioni Unite, art. 1.2-1.4). Come il Papa Giovanni Paolo II disse nel 1995, lOrganizzazione dovrebbe essere « centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni » (Messaggio allAssemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 50° anniversario della fondazione, New York, 5 ottobre 1995, 14).

Mediante le Nazioni Unite, gli Stati hanno dato vita a obiettivi universali che, pur non coincidendo con il bene comune totale dellumana famiglia, senza dubbio rappresentano una parte fondamentale di quel bene stesso. I principi fondativi dellOrganizzazione il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e lassistenza esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali. Come i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno osservato da questo medesimo podio, si tratta di argomenti che la Chiesa Cattolica e la Santa Sede seguono con attenzione e con interesse, poiché vedono nella vostra attività come problemi e conflitti riguardanti la comunità mondiale possano essere soggetti ad una comune regolamentazione. Le Nazioni Unite incarnano laspirazione ad « un grado superiore di orientamento internazionale » (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 43), ispirato e governato dal principio di sussidiarietà, e pertanto capace di rispondere alle domande dellumana famiglia mediante regole internazionali vincolanti ed attraverso strutture in grado di armonizzare il quotidiano svolgersi della vita dei popoli. Ciò è ancor più necessario in un tempo in cui sperimentiamo lovvio paradosso di un consenso multilaterale che continua ad essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi, mentre i problemi del mondo esigono interventi nella forma di azione collettiva da parte della comunità internazionale.

Certo, questioni di sicurezza, obiettivi di sviluppo, riduzione delle ineguaglianze locali e globali, protezione dellambiente, delle risorse e del clima, richiedono che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino una prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta. Penso in particolar modo a quei Paesi dellAfrica e di altre parti del mondo che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione. Nel contesto delle relazioni internazionali, è necessario riconoscere il superiore ruolo che giocano le regole e le strutture intrinsecamente ordinate a promuovere il bene comune, e pertanto a difendere la libertà umana. Tali regole non limitano la libertà; al contrario, la promuovono, quando proibiscono comportamenti e atti che operano contro il bene comune, ne ostacolano leffettivo esercizio e perciò compromettono la dignità di ogni persona umana. Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dellentrata in rapporto con gli altri. Qui il nostro pensiero si rivolge al modo in cui i risultati delle scoperte della ricerca scientifica e tecnologica sono stati talvolta applicati. Nonostante gli enormi benefici che lumanità può trarne, alcuni aspetti di tale applicazione rappresentano una chiara violazione dellordine della creazione, sino al punto in cui non soltanto viene contraddetto il carattere sacro della vita, ma la stessa persona umana e la famiglia vengono derubate della loro identità naturale. Allo stesso modo, lazione internazionale volta a preservare lambiente e a proteggere le varie forme di vita sulla terra non deve garantire soltanto un uso razionale della tecnologia e della scienza, ma deve anche riscoprire lautentica immagine della creazione. Questo non richiede mai una scelta da farsi tra scienza ed etica: piuttosto si tratta di adottare un metodo scientifico che sia veramente rispettoso degli imperativi etici.

Il riconoscimento dellunità della famiglia umana e lattenzione per linnata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere. Solo di recente questo principio è stato definito, ma era già implicitamente presente alle origini delle Nazioni Unite ed è ora divenuto sempre più caratteristica dellattività dellOrganizzazione. Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dalluomo. Se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. Lazione della comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dellordine internazionale, non deve mai essere interpretata come unimposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al contrario, è lindifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale. Ciò di cui vi è bisogno e una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione.

Il principio della « responsabilità di proteggere » era considerato dallantico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati: nel tempo in cui il concetto di Stati nazionali sovrani si stava sviluppando, il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dellidea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli. Ora, come allora, tale principio deve invocare lidea della persona quale immagine del Creatore, il desiderio di una assoluta ed essenziale libertà. La fondazione delle Nazioni Unite, come sappiamo, coincise con il profondo sdegno sperimentato dallumanità quando fu abbandonato il riferimento al significato della trascendenza e della ragione naturale, e conseguentemente furono gravemente violate la libertà e la dignità delluomo. Quando ciò accade, sono minacciati i fondamenti oggettivi dei valori che ispirano e governano lordine internazionale e sono minati alla base quei principi cogenti ed inviolabili formulati e consolidati dalle Nazioni Unite. Quando si è di fronte a nuove ed insistenti sfide, è un errore ritornare indietro ad un approccio pragmatico, limitato a determinare « un terreno comune », minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti.

Il riferimento allumana dignità, che è il fondamento e lobiettivo della responsabilità di proteggere, ci porta al tema sul quale siamo invitati a concentrarci questanno, che segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo. Il documento fu il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza. I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, luniversalità, lindivisibilità e linterdipendenza dei diritti umani servono tutte quali garanzie per la salvaguardia della dignità umana. È evidente, tuttavia, che i diritti riconosciuti e delineati nella Dichiarazione si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore delluomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e linterpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

La vita della comunità, a livello sia interno che internazionale, mostra chiaramente come il rispetto dei diritti e le garanzie che ne conseguono siano misure del bene comune che servono a valutare il rapporto fra giustizia ed ingiustizia, sviluppo e povertà, sicurezza e conflitto. La promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza. Certo, le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace. Tuttavia il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con lapplicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti. Il merito della Dichiarazione Universale è di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Oggi però occorre raddoppiare gli sforzi di fronte alle pressioni per reinterpretare i fondamenti della Dichiarazione e di comprometterne lintima unità, così da facilitare un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari. La Dichiarazione fu adottata come « comune concezione da perseguire » (preambolo) e non può essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive che corrono semplicemente il rischio di contraddire lunità della persona umana e perciò lindivisibilità dei diritti umani.

Lesperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando linsistenza sui diritti umani li fa apparire come lesclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere. Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica. Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dallinterazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli. Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al « Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te » che tale massima « non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo » (De doctrina christiana, III, 14). Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori.

Signore e Signori,

mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli. Affrontando il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni importanti e realtà profonde, il discernimento è al tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.

Il discernimento, dunque, mostra come laffidare in maniera esclusiva ai singoli Stati, con le loro leggi ed istituzioni, la responsabilità ultima di venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e popoli interi può talvolta avere delle conseguenze che escludono la possibilità di un ordine sociale rispettoso della dignità e dei diritti della persona. Daltra parte, una visione della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa può aiutare a conseguire tali fini, dato che il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo ed alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace. Ciò fornisce inoltre il contesto proprio per quel dialogo interreligioso che le Nazioni Unite sono chiamate a sostenere, allo stesso modo in cui sostengono il dialogo in altri campi dellattività umana. Il dialogo dovrebbe essere riconosciuto quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori od obiettivi particolari. È proprio della natura delle religioni, liberamente praticate, il fatto che possano autonomamente condurre un dialogo di pensiero e di vita. Se anche a tale livello la sfera religiosa è tenuta separata dallazione politica, grandi benefici ne provengono per gli individui e per le comunità. Daltro canto, le Nazioni Unite possono contare sui risultati del dialogo fra religioni e trarre frutto dalla disponibilità dei credenti a porre le propri esperienze a servizio del bene comune. Loro compito è quello di proporre una visione della fede non in termini di intolleranza, di discriminazione e di conflitto, ma in termini di rispetto totale della verità, della coesistenza, dei diritti e della riconciliazione.

Ovviamente i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa, compreso come espressione di una dimensione che è al tempo stesso individuale e comunitaria, una visione che manifesta lunità della persona, pur distinguendo chiaramente fra la dimensione di cittadino e quella di credente. Lattività delle Nazioni Unite negli anni recenti ha assicurato che il dibattito pubblico offra spazio a punti di vista ispirati ad una visione religiosa in tutte le sue dimensioni, inclusa quella rituale, di culto, di educazione, di diffusione di informazioni, come pure la libertà di professare o di scegliere una religione. È perciò inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi la loro fede per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con lideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dellordine sociale. In verità, già lo stanno facendo, ad esempio, attraverso il loro coinvolgimento influente e generoso in una vasta rete di iniziative, che vanno dalle università, alle istituzioni scientifiche, alle scuole, alle agenzie di cure mediche e ad organizzazioni caritative al servizio dei più poveri e dei più marginalizzati. Il rifiuto di riconoscere il contributo alla società che è radicato nella dimensione religiosa e nella ricerca dellAssoluto per sua stessa natura, espressione della comunione fra persone privilegerebbe indubbiamente un approccio individualistico e frammenterebbe lunità della persona.

La mia presenza in questa Assemblea è un segno di stima per le Nazioni Unite ed è intesa quale espressione della speranza che lOrganizzazione possa servire sempre più come segno di unità fra Stati e quale strumento di servizio per tutta lumana famiglia. Essa mostra pure la volontà della Chiesa Cattolica di offrire il contributo che le è proprio alla costruzione di relazioni internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza. La Chiesa opera inoltre per la realizzazione di tali obiettivi attraverso lattività internazionale della Santa Sede, in modo coerente con il proprio contributo nella sfera etica e morale e con la libera attività dei propri fedeli. Indubbiamente la Santa Sede ha sempre avuto un posto nelle assemblee delle Nazioni, manifestando così il proprio carattere specifico quale soggetto nellambito internazionale. Come hanno recentemente confermato le Nazioni Unite, la Santa Sede offre così il proprio contributo secondo le disposizioni della legge internazionale, aiuta a definirla e ad essa fa riferimento.

Le Nazioni Unite rimangono un luogo privilegiato nel quale la Chiesa è impegnata a portare la propria esperienza « in umanità« , sviluppata lungo i secoli fra popoli di ogni razza e cultura, e a metterla a disposizione di tutti i membri della comunità internazionale. Questa esperienza ed attività, dirette ad ottenere la libertà per ogni credente, cercano inoltre di aumentare la protezione offerta ai diritti della persona. Tali diritti sono basati e modellati sulla natura trascendente della persona, che permette a uomini e donne di percorrere il loro cammino di fede e la loro ricerca di Dio in questo mondo. Il riconoscimento di questa dimensione va rafforzato se vogliamo sostenere la speranza dellumanità in un mondo migliore, e se vogliamo creare le condizioni per la pace, lo sviluppo, la cooperazione e la garanzia dei diritti delle generazioni future.

Nella mia recente Enciclica « Spe salvi », ho sottolineato « che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione » (n. 25). Per i cristiani tale compito è motivato dalla speranza che scaturisce dallopera salvifica di Gesù Cristo. Ecco perché la Chiesa è lieta di essere associata allattività di questa illustre Organizzazione, alla quale è affidata la responsabilità di promuovere la pace e la buona volontà in tutto il mondo. Cari amici, vi ringrazio per lodierna opportunità di rivolgermi a voi e prometto il sostegno delle mie preghiere per il proseguimento del vostro nobile compito.

Prima di congedarmi da questa distinta Assemblea, vorrei porgere i miei saluti a tutte le Nazioni qui rappresentate nelle lingue ufficiali, in inglese, in francese, in spagnolo, in arabo, in cinese, in russo:

Pace e prosperità con laiuto di Dio!

Publié dans:Sandro Magister |on 19 avril, 2008 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister: Primo giorno del papa negli USA. Contro gli abusi sessuali e per l’America « modello di laicità positiva »

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/197841

Primo giorno del papa negli USA. Contro gli abusi sessuali e per l’America « modello di laicità positiva »

Benedetto XVI dice che cosa fare perché lo « scandalo » non si verifichi più. Ed esalta il rapporto tra religione e politica che vige negli Stati Uniti, come una lezione per l’Europa

di Sandro Magister

ROMA, 17 aprile 2008 Sull’aereo in volo verso gli Stati Uniti, rispondendo alle domande dei giornalisti, Benedetto XVI ha subito preso di petto la questione che più infiamma la pubblica opinione americana, quella degli abusi sessuali su minori commessi da preti cattolici.

Il papa, parlando in inglese, si è espresso testualmente così:

« It is a great suffering for the Church in the United States and for the Church in general, for me personally, that this could happen. If I read the history of these events, it is difficult for me to understand how it was possible for priests to fail in this way the mission to give healing, to give God’s love to these children. I am ashamed and we will do everything possible to ensure that this does not happen in future. I think we have to act on three levels: the first is at the level of justice and the political level. I will not speak at this moment about homosexuality: this is another thing. We will absolutely exclude paedophiles from the sacred ministry; it is absolutely incompatible and who is really guilty of being a paedophile cannot be a priest. So at this first level we can do justice and help the victims, because they are deeply affected; these are the two sides of justice: one, that paedophiles cannot be priests and the other, to help in any possible way the victims. Then, there is a pastoral level. The victims will need healing and help and assistance and reconciliation: this is a big pastoral engagement and I know that the Bishops and the priests and all Catholic people in the United States will do whatever possible to help, to assist, to heal. We have made a visitation of the seminaries and we will do all that is possible in the education of seminarians for a deep spiritual, human and intellectual formation for the students. Only sound persons can be admitted to the priesthood and only persons with a deep personal life in Christ and who have a deep sacramental life. So, I know that the Bishops and directors of seminarians will do all possible to have a strong, strong discernment because it is more important to have good priests than to have many priests. This is also our third level, and we hope that we can do and we have done and we will do in the future all that is possible to heal these wounds ».

[« È una grande sofferenza per la Chiesa negli Stati Uniti e per la Chiesa in generale, e per me personalmente, il fatto che tutto ciò sia potuto accadere. Se leggo i resoconti di questi avvenimenti, mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l’amore di Dio a questi bambini. Sono mortificato e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non si ripeta in futuro. Credo che dovremo agire su tre piani: il primo è il piano della giustizia e il piano politico. Non voglio in questo momento parlare dell’omosessualità: questo è un altro discorso. Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate. Questi sono i due aspetti della giustizia: uno è che i pedofili non possono essere sacerdoti e l’altro è aiutare in ogni modo possibile le vittime. Poi, c’è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione. Questo è un grande impegno pastorale e io so che i vescovi ed i sacerdoti e tutti i cattolici negli Stati Uniti faranno il possibile per aiutare, assistere, guarire. Abbiamo fatto delle ispezioni nei seminari e faremo quanto è possibile perché i seminaristi ricevano una profonda formazione spirituale, umana ed intellettuale. Solo persone sane potranno essere ammesse al sacerdozio e solo persone con una profonda vita personale in Cristo e che abbiano anche una profonda vita sacramentale. Io so che i vescovi ed i rettori dei seminari faranno il possibile per esercitare un discernimento molto, molto severo, perché è più importante avere buoni sacerdoti che averne molti. Questo è il nostro terzo punto, e speriamo di potere fare e di avere fatto e di fare in futuro ogni cosa sia in nostro potere per guarire queste ferite ».]

* * *

Rispondendo a un’altra domanda, questa volta in lingua italiana, Benedetto XVI ha poi toccato un tema a lui caro, quello del modello americano di rapporto tra religione e politica:

« Ciò che io trovo affascinante negli Stati Uniti è che hanno incominciato con un concetto positivo di laicità, perché questo nuovo popolo era composto da comunità e persone che erano fuggite dalle Chiese di stato e volevano avere uno stato laico, secolare, che aprisse possibilità a tutte le confessioni, per tutte le forme di esercizio religioso. [...] Laico doveva essere lo stato proprio per amore della religione nella sua autenticità, che può essere vissuta solo liberamente. [...] Questo mi sembra un modello fondamentale e positivo, [...] degno di essere tenuto presente anche in Europa ».

Sono concetti che Joseph Ratzinger ha espresso più volte, prima e dopo la sua elezione a papa, l’ultima volta lo scorso 29 febbraio, quando ha ricevuto in Vaticano la nuova ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede, la cattolica Mary Ann Glendon.

E di nuovo Benedetto XVI ha ripreso tali concetti nel discorso che ha rivolto al presidente George W. Bush la mattina di mercoledì 16 aprile, alla Casa Bianca.

Ma per capire meglio perché Benedetto XVI consideri gli Stati Uniti un esempio a tutto il mondo e soprattutto all’Europa di rapporto positivo tra la religione e la politica, è illuminante questa pagina di un suo libro scritto e pubblicato nel 2004, quand’era cardinale, col titolo « Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam » :

Laici per amore della religione

di Joseph Ratzinger

L’idea di una religione civile cristiana mi fa venire in mente l’opera di Alexis de Tocqueville, « La democrazia in America ». Durante i suoi studi negli Stati Unti, lo studioso francese aveva constatato per dirla in breve che il sistema di regole di per sé instabile e frammentario di cui, vista da fuori, questa democrazia era costituita funzionava soltanto perché nella società americana era vivo tutto un insieme di convinzioni religiose e morali di ispirazione cristiano-protestante, che nessuno aveva prescritto o definito, ma che veniva semplicemente presupposto da tutti come ovvia base spirituale. Il riconoscimento di tali orientamenti di fondo, religiosi e morali, che oltrepassavano le singole confessioni ma determinavano la società dall’interno, dette forza all’insieme degli ordinamenti, definì i limiti della libertà individuale dall’interno, offrendo proprio per questo le condizioni di una libertà condivisa e partecipata.

Vorrei, a tale riguardo, citare un’espressione significativa di Tocqueville: « Il dispotismo può fare a meno della fede, la libertà no ». John Adams si mosse nella stessa direzione quando disse che la costituzione americana « è fatta soltanto per un popolo morale e religioso ». Benché anche in America la secolarizzazione proceda a ritmo accelerato e la confluenza di molte differenti culture sconvolga il consenso cristiano di fondo, lì si percepisce, assai più chiaramente che in Europa, l’implicito riconoscimento delle basi religiose e morali scaturite dal cristianesimo e che oltrepassano le singole confessioni. L’Europa contrariamente all’America è in rotta di collisione con la propria storia e si fa spesso portavoce di una negazione quasi viscerale di qualsiasi possibile dimensione pubblica dei valori cristiani.

Perché? Come mai l’Europa, che pure ha una tradizione cristiana molto antica, non conosce più un consenso del genere? Un consenso che, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata comunità di fede, conferisca alle concezioni fondamentali del cristianesimo un valore pubblico e portante? Siccome le basi storiche di tale differenza sono note, sarà sufficiente farne un breve cenno.

La società americana fu costruita in gran parte da gruppi che erano fuggiti dal sistema di Chiese di stato vigente in Europa, e avevano trovato la propria collocazione religiosa nelle libere comunità di fede al di fuori della Chiesa di stato. Il fondamento della società americana è costituito pertanto dalle Chiese libere, per le quali a causa del loro approccio religioso è strutturale non essere Chiesa dello stato, ma fondarsi su un’unione libera degli individui. In questo senso si può dire che alla base della società americana c’è una separazione fra stato e Chiesa determinata, anzi reclamata dalla religione; separazione, di conseguenza, ben altrimenti motivata e strutturata rispetto a quella imposta, nel segno del conflitto, dalla Rivoluzione francese e dai sistemi che a essa hanno fatto seguito. Lo stato in America non è altro che lo spazio libero per diverse comunità religiose; è nella sua natura riconoscere queste comunità nella loro particolarità e nel loro essere non statali, e lasciarle vivere. Una separazione che intende lasciare alla religione la sua propria natura, che rispetta e protegge il suo spazio vitale distinto dallo stato e dai suoi ordinamenti, è una separazione concepita positivamente.

Questa ha poi comportato un rapporto particolare tra sfera statale e sfera « privata », del tutto diverso da quello che conosciamo in Europa: la sfera « privata » ha un carattere assolutamente pubblico, ciò che è non statale non è affatto escluso per questo dalla dimensione pubblica della vita sociale. La maggior parte delle istituzioni culturali non è statale prendiamo le università oppure gli enti per la tutela delle discipline artistiche eccetera; l’intero sistema giuridico e fiscale favorisce questo tipo di cultura non statale e la rende possibile, mentre in Europa, per esempio, le università private costituiscono un fenomeno recente e di fatto marginale. Sicuramente è anche successo che le Chiese libere abbiano considerato se stesse in modo piuttosto relativo, ma si sapevano comunque unite da una comune ragione che andava oltre le istituzioni ed era la base di tutto.

Naturalmente in tale contesto si annidano anche dei pericoli. Sembrano esserci oggi alcuni circoli che rispolverano l’ideologia del WASP: l’americano vero è bianco, di origine anglosassone e protestante. Questa ideologia nacque quando la penetrazione da parte di gruppi di immigrati di fede cattolica, soprattutto italiani, polacchi e gente di colore, sembrò minacciare l’identità ormai consolidatasi dell’America. Essa è rimasta valida fina al XX secolo, nel senso che, per poter aspirare a una posizione importante nella vita pubblica americana, bisognava essere un WASP. Ma in realtà la comunità cattolica si era già integrata nell’identità americana.

Anche i cattolici riconobbero il carattere positivo della separazione fra stato e Chiesa legata a motivazioni religiose, nonché l’importanza della libertà religiosa da essa garantita. È anche grazie al loro significativo contributo che si è mantenuta una coscienza cristiana nella società; ed è un contributo ancora valido, in un momento in cui stanno avvenendo radicali, profondi cambiamenti all’interno del protestantesimo. In quanto si adeguano sempre più alla società secolarizzata, le tradizionali comunità protestanti stanno perdendo la propria coesione interna e la capacità di convincere; gli « evangelical », finora i nemici più agguerriti del cattolicesimo, non solo vanno guadagnando sempre più terreno rispetto alle comunità tradizionali, ma scoprono anche una nuova vicinanza con il cattolicesimo, nel quale riconoscono un difensore, contro la pressione esercitata dalla secolarizzazione, dei medesimi grandi valori etici da loro stessi sostenuti; valori che vedono invece venir meno presso i loro fratelli protestanti.

A partire dalla struttura del cristianesimo in America, i vescovi cattolici americani hanno dato un contributo specifico al Concilio vaticano II: la dichiarazione « Dignitatis Humanae » sulla libertà religiosa ne è stata largamente influenzata e ha fatto confluire nella tradizione cattolica, relativa alla libertà della fede, l’esperienza della « non statalità » della Chiesa (che si era dimostrata condizione per conservare valore pubblico ai principi cristiani fondamentali) come una forma cristiana emergente dalla natura stessa della Chiesa. Oggi la società americana, in parte a causa della forte penetrazione degli ispanici, in parte per via della crescente pressione esercitata dalla secolarizzazione, si trova a dover affrontare nuove gravi prove. Si può comunque dire almeno così mi sembra che in America esiste ancora una religiose cristiana civile, se pure seriamente minacciata e divenuta incerta quanto ai contenuti. 

Publié dans:Sandro Magister |on 19 avril, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

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Embothrium coccineum

http://www.ubcbotanicalgarden.org/potd/2006/08/

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 19 avril, 2008 |Pas de commentaires »

« Qualunque cosa chiederete nel nome mio la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=04/19/2008#

[Origène (v.185-253), prêtre et théologien
La Prière, 31 (trad. DDB 1977, p. 117)]

(manca il titolo nella versione italiana) 

La Preghiera, 31

« Qualunque cosa chiederete nel nome mio la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio »

A mio avviso, chi si appresta a pregare, se per un po’ di tempo si impegnerà a raccogliersi internamente si renderà più pronto e attento in tutto lo svolgimento della preghiera. Del pari avverrà se scaccerà tutto quanto può distrarla e turbare i suoi pensieri; se si ricorderà per quanto gli è possibile della maestà di Colui al quale accede; se rifletterà che è vera empietà avvicinarsi a lui con disattenzione e svogliatezza, quasi con atteggiamento sprezzante; se allontanerà tutti gli elementi estranei.

Verrà così alla preghiera, tendendo per così dire l’anima prima delle mani, elevando a Dio lo spirito prima degli occhi; se prima di erigersi in piedi solleverà dalla terra la parte superiore del suo spirito e si presenterà davanti al Signore dell’universo; se rimuoverà da sé ogni mala ricorda che potrebbe avere di ingiustizie inferte a suo danno, come egli stesso desidera che Dio non si ricordi delle sue male azioni e dei peccati, commessi contro molti dei suoi prossimi, o ancora di tutti i falli di cui ha coscienza d’essere incorso contro la retta ragione.

Non si può mettere in dubbio che, per quanta numerose possano essere le posizioni del corpo, a tutte sono da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti… oppure stando a letto… Conviene sapere che quando uno sta per accusarsi davanti a Dio dei propri peccati, supplicandolo che glieli rimetta, è necessaria anche la genuflessione. Trova questa la sua figura in Paolo che si umilia e si sottomette, dicendo: «Perciò io piego le ginocchia davanti al Padre, da cui deriva ogni paternità in cielo e in terra» (Ef 3,14-15). La genuflessione spirituale, così detta perché tutti gli esseri si sottomettono a Dia nel nome di Gesù e si umiliano davanti a lui, mi sembra che l’apostolo Paolo la significhi con quella espressione: «Affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi» (Fil 2,10).

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