Archive pour le 10 avril, 2008

Lecture du livre des Actes des Apôtres (10, 34 a. 37-43)

Lecture du livre des Actes des Apôtres (10, 34 a. 37-43) dans biblica 20080323_v

Lecture du livre des Actes des Apôtres (10, 34 a. 37-43)

(originale francese)

« Pietro prese la parola e disse: « cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome ».

http://www.evangile-et-peinture.org/index.php?op=edito

Publié dans:biblica, immagini sacre |on 10 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Card. F.X.N. Van Thuan: La gioia del dono dell’Eucaristia

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/van_thuan_speranza2.htm

Card. F.X.N. Van ThuanLa gioia del dono dell’Eucaristia

Abbiamo spesso pensato che bisogna santificarci per poter celebrare degnamente i santi misteri: essere senza peccato, santificarsi. Ogni mattina riconosciamo che siamo peccatori per celebrare degnamente.

Pensiamo meno, invece, o non lo pensiamo affatto che la celebrazione dell’Eucaristia contribuisce a fare del prete un uomo spirituale, un santo.1. La mia esperienza personale

La celebrazione fa del prete un santo. Per questo voglio condividere con voi la mia esperienza dell’Eucaristia, l’esperienza di altre persone che ho potuto avvicinare nella mia vita e che mi hanno marcato con la loro fede, con la loro devozione all’Eucaristia.

Quando ero in seminario, la mia formazione è avvenuta sulla vita del Curato d’Ars, san Giovanni Vianney, e di Padre Pio, che mi hanno seguito nella mia vita di prete. Quando celebravo da solo in prigione, Giovanni e Pio erano sempre davanti a me e con me celebravano. Grazie alloro sacrificio e alloro amore per l’Eucaristia ho potuto sopravvivere in prigione.

Ricordo che Padre Pio celebrava la Messa non in venti, trenta minuti, ma in un’ora, un’ora e mezzo. Nessuno diceva che la Messa era lunga perché tutti erano affascinati dal modo di celebrare e anche i vescovi andavano ad assistervi. Vi sono state, però, persone cattive che si sono rivolte al Santo Uffizio perché vietasse questo modo di celebrare la Messa, e gli fu ordinato di non fare durare la Messa più di quarantacinque minuti. Padre Pio ubbidì ma, successivamente, i fedeli chiesero alla Santa Sede di concedere al Frate di celebrare la Messa come prima e Pio XII diede l’autorizzazione.

Qualcuno domandò a san Giovanni Vianney perché quando celebrava la Messa talvolta piangeva e talvolta sorrideva, ed egli rispose che sorrideva quando pensava al dono della presenza di Gesù nell’Eucaristia e piangeva quando pensava ai peccatori che non possono ricevere tale dono.

Quando fui arrestato, non mi lasciarono niente in mano, ma mi permisero di scrivere a casa per richiedere vestiti o medicine. lo chiesi che mi inviassero del vino come medicina per lo stomaco. L’indomani, il direttore della prigione mi chiamò per domandarmi se soffrissi di mal di stomaco, se avessi bisogno di medicina e, alle mie risposte affermative, mi diede un piccolo flacone di vino con l’etichetta: « medicina contro il male di stomaco ». Quello fu uno dei giorni più belli della mia vita! Così, ho potuto celebrare ogni giorno la Messa con tre gocce di vino e una goccia di acqua nel palmo della mano e con un po’ di ostia che mi davano contro l’umidità e che conservavo per la celebrazione. Poi, quando ero con altre persone di fede cattolica, venivo rifornito di vino e di ostie dai familiari che andavano a trovarli. Sia pure in modi diversi, ho potuto celebrare quasi sempre la Messa, da solo o con altri. Lo facevo dopo le 21,30, perché a quell’ora non c’era più luce e potevo organizzarmi affinché sei cattolici fossero insieme. Tutto il gruppo dormiva su un letto comune, testa contro testa, piedi fuori, venticinque per parte. Ognuno aveva a disposizione cinquanta centimetri, eravamo come sardine!

Quando celebravo e davo la comunione, sciacquavamo la carta dei pacchetti di sigarette dei prigionieri e, con il riso, la incollavamo per fame un sacchetto dove mettervi il Santissimo.
Ogni venerdì, era prevista una sessione di indottrinamento sul marxismo e tutti i prigionieri dovevano parteciparvi. Seguiva, poi, una breve pausa durante la quale i cinque cattolici portavano il Santissimo ad altri gruppi. Anch’io lo portavo in un sacchettino nella mia tasca e la presenza di Gesù mi aiutava ad essere coraggioso, generoso, gentile e a testimoniare la fede e l’amore agli altri.
La presenza di Gesù operava meraviglie perché anche tra i cattolici alcuni erano meno fervidi, meno praticanti… Vi erano ministri, colonnelli, generali e, in prigione, ciascuno ogni sera faceva un’ora santa, un’ora di adorazione e di preghiera a Gesù nell’Eucaristia. Così, nella solitudine, nella fame, una fame terribile, era possibile sopravvivere. In tale modo siamo stati testimoni nella prigione. Il seme era andato sotto terra. Come germoglierebbe? Non lo sapevamo. Ma piano, piano, uno dopo l’altro, i buddisti, quelli di altre religioni che sono talvolta fondamentalisti, e molto ostili ai cattolici, esprimevano il desiderio di diventare cattolici. Allora, insieme, nei momenti liberi, si faceva catechismo e ho battezzato e sono diventato padrino.

La presenza dell’Eucaristia ha cambiato la prigione, la prigione che è luogo di vendetta, di tristezza, di odio era diventata luogo di amicizia, di riconciliazione e scuola di catechismo. Il Governo, senza saperlo, aveva preparato una scuola di catechismo!

La presenza dell’Eucaristia è fortissima, la presenza di Gesù è irresistibile. L’ho visto io stesso e tutti i miei compagni di prigione lo hanno constatato.2. La celebrazione eucaristica ci santifica

Non essere santo per celebrare la Messa, ma celebrare la Messa per diventare santo.

a. in persona Christi

Celebrando la santa Messa diventiamo santi perché lo facciamo in persona Christi e, in persona Christi, facciamo le meditazioni, la preghiera, il ringraziamento, la lode, l’oblazione e l’intercessione.
Siamo intercessori e queste funzioni, in persona Christi, ci aiutano ad essere santi. Queste funzioni ci
rinnovano la memoria della nostra ordinazione. San Paolo ci ha detto di pensare alla nostra ordinazione, a quando abbiamo avuto l’imposizione delle mani. In persona Christi non vi è solo la memoria della nostra ordinazione ma l’identificazione con Cristo e, quando pronunciamo le parole della consacrazione, ci sentiamo più che mai figli di Maria.
Ogni mattina siamo rinnovati perché cominciamo un’alleanza nuova, sempre più nuova ed eterna, che non finisce e questa identificazione ci aiuta ad essere santi. Celebriamo e siamo operanti con Gesù. Ci santifichiamo anche perché l’Eucaristia è sorgente della nuova evangelizzazione.

b. sorgente della nuova evangelizzazione

L’Eucaristia ci aiuta a fare la nuova evangelizzazione dappertutto.

In Vietnam, alla frontiera con il Laos e la Cina, c’è un popolo dove parlano poco il vietnamita ma lo capiscono.
Un giorno, un prete che abitava molto lontano da loro vide venire un gruppo di queste persone a cui chiese dove andassero. Gli risposero che si recavano a domandare il battesimo. Il prete chiese se avevano
imparato il catechismo e come, poiché non esisteva un catechismo nella loro lingua. Risposero che avevano ascoltato una radio di Manila: « Sorgente della vita ». Il sacerdote sapeva che si trattava di una radio protestante, ma la radio protestante aveva fatto dei cattolici! Il parroco li invitò a restare alcuni giorni con lui per pregare e prepararsi al battesimo, ma quelli risposero di non poter rimanere più di due giorni poiché, avendo impiegato sei giorni di cammino a piedi sulle montagne per arrivare fin lì e dovendone fare altrettanti per ritornare, erano provvisti di riso solo per quel breve periodo di tempo.
In due giorni, quel gruppo di persone fu preparato al battesimo e alla comunione e poté assistere alla Messa per la prima volta. Poi fece ritorno, felice, al villaggio di provenienza.
I comunisti li perseguitavano e non davano loro il permesso di costruire una chiesa. Si misero allora d’accordo, in segreto, con altri abitanti del villaggio per dividersi il lavoro e costruire chi una porta, chi una finestra, il pavimento, il tetto. E, in una notte di luna, innalzarono la chiesetta di legno. L’indomani, la polizia cercò gli autori della costruzione e ordinò che venisse distrutta, ma tutto il villaggio di quattrocento persone fu solidale assumendosi la responsabilità della costruzione che non fu abbattuta.

I nuovi convertiti al cattolicesimo hanno sempre il vivo desiderio di portare anche ad altri la parola di Dio e per fare ciò devono ricorrere a degli stratagemmi. Infatti, sotto il regime comunista vige l’obbligo del domicilio e si deve fare la denuncia se qualcuno esce dal villaggio o vi entra anche per un giorno. Per ovviare a tali divieti, si organizzano allora delle finte risse e si indicano quali responsabili dei disordini alcune famiglie di cui si richiede l’allontanamento dal villaggio. Tali famiglie saranno, poi, quelle che porteranno il Vangelo e diventeranno i catechisti degli altri villaggi. È come al tempo degli Apostoli!

Quando uscii dalla prigione, molti vennero a trovarmi. Avevo acquistato per loro un apparecchio radio perché potessero seguire la Messa dall’emittente Veritas quando lavoravano nei campi, con i bufali. Alle nove e mezza fermavano il lavoro e si radunavano per assistere alla Messa, ascoltare la predica e prendere forze per la nuova evangelizzazione. Quella gente soffre tanto per l’evangelizzazione, ma la presenza di Gesù li aiuta.

c. L’eucaristia è forza di trasformazione.

Durante la celebrazione, bisogna immedesimarsi nei testi che si leggono, nei gesti che si compiono.
Tutti voi avete l’occasione di vedere come celebra il Papa che è talmente assorbito dalla preghiera, dalla meditazione da dimenticare tutto il resto. Spesso devono fargli un cenno di richiamo dopo la comunione perché è trasformato dalla presenza di Gesù.

Un giorno, sono stato invitato dal cardinale polacco André Deskur, amico personale del Papa. Quando eravamo a tavola mi ha detto di andare a vedere la sua piccola cappella. Sono andato ma non vi ho notato niente di particolare. Allora il cardinale Deskur mi ha fatto presente che, mentre tutto l’appartamento ha il pavimento di marmo, la cappella lo ha di legno perché lui lo ha fatto cambiare appositamente, nel timore che il Papa potesse prendersi una polmonite.

Infatti, fin da quando era monsignore, vescovo e cardinale, il Santo Padre spesso pregava, a lungo, prostrato a terra, con le braccia a croce. Il Papa pregava sette ore al giorno. Il suo segretario mi ha detto che il Papa andava sette volte nella cappella per adorare il Santissimo. È come se il papa vedesse Gesù. Sono le persone come Giovanni Paolo II quelle in cui la gente può incontrare Gesù.

Ho potuto costatare come Madre Teresa pregava nella Chiesa, davanti al Santissimo. È indimenticabile. Nelle sacrestie delle case di Madre Teresa c’è iscritto, per aiutare i sacerdoti: « Celebra ogni Messa come la tua prima Messa, come la tua unica Messa, come la tua ultima Messa ». Madre Teresa chiese di iscrivere questo sempre affinché ogni sacerdote che va per celebrare nelle loro case, ricordi questo. È una grande grazia di vedere come Madre Teresa pregava davanti al Santissimo!

La formazione che abbiamo ricevuto nel seminario ci aiuta molto. lo sono così scosso profondamente alle radici della mia anima, con il Sacris Solemnis, con Pange Lingua, con Lauda Sion. Vediamo tutta la teologia in queste parole: la fede nel Santissimo, nell’ Eucaristia…
Quando io canto il Pange Lingua

« in supremae nocte Coene
recumbens cum fratribus
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbae duodenae
se dat suis in manibus ».

Allora si sente come è Gesù presente, e « suis manibus » ci da il Santissimo!

Quando io canto, mi vengono le lacrime perché in questo momento vediamo la grazia del Signore.

« Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inaequali,
vitae vel interitus.
Mors est malis vita bonis:
Vide paris sumptionis
quam sit dispar exitus ».

Allora tutto il Lauda Sion è un trattato di teologia viva, narrativa.

E allora, cosa dovremmo fare nella nostra vita? « Eucaristizzare », « Eucaristizzare ». Rendere tutto Eucaristia affinché possiamo avere: l’uomo Eucaristico, la Chiesa Eucaristica, la terra Eucaristica, e così, tutta la vita è Eucaristica.
Il mondo Eucaristico della Chiesa, che crede, che spera, che guida, che è destinata alla risurrezione, che proclama la Trinità, che rinnova sempre il mondo, la società. Ed è questo il mio augurio e la mia preghiera per voi tutti.

Sia lodato Gesù Cristo!

Publié dans:dalla Chiesa, ZENITH |on 10 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI presenta la figura di San Benedetto da Norcia

09/04/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-14013?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di San Benedetto da Norcia

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoled

ì, 9 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dallItalia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Benedetto da Norcia.

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: « Luomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per leloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina » (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nellanno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante lesempio di un uomo concreto appunto di san Benedetto lascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita delluomo. Vuole mostrare che Dio non è unipotesi lontana posta allorigine del mondo, ma è presente nella vita delluomo, di ogni uomo.Questa prospettiva del « biografo » si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell

Impero Romano, dallinvasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come « astro luminoso », Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via duscita dalla « notte oscura della storia » (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, lopera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dellEuropa, suscitando dopo la caduta dellunità politica creata dallimpero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E nata proprio così la realtà che noi chiamiamo « Europa ».

La nascita di san Benedetto viene datata intorno allanno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, « ex provincia Nursiae » dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; « soli Deo placere desiderans » (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una « comunità religiosa » di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dallAlto Medioevo, costituisce il « cuore » di un monastero benedettino chiamato « Sacro Speco ». Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dellautoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dellira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dellio, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dellAnio, vicino a Subiaco.Nell

anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, lesodo dalla remota valle dellAnio verso il Monte Cassio unaltura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion dessere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nellintero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in unatmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era uninteriorità fuori dalla realtà. Nellinquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e luomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà delluomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica « una scuola del servizio del Signore » (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che « allOpera di Dio [cioè allUfficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla » (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nellazione concreta. « Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti », egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione « affinché in tutto venga glorificato Dio » (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, limpegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), allamore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dellaltro, diventa uomo del servizio e della pace. Nellesercizio dellobbedienza posta in atto con una fede animata dallamore (5,2), il monaco conquista lumiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo luomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.All

obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dellAbate, che nel monastero tiene « le veci di Cristo » (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché come scrive Gregorio Magno « il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse » (Dial. II, 36). LAbate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad « aiutare piuttosto che a dominare » (64,8), ad « accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo » e ad « illustrare i divini comandamenti col suo esempio » (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche lAbate deve essere uno che ascolta « il consiglio dei fratelli » (3,2), perché « spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore » (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola

come « minima, tracciata solo per linizio » (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra lessenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono dEuropa, intese riconoscere lopera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi lEuropa uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie è alla ricerca della propria identità. Per creare ununità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire lEuropa. Senza questa linfa vitale, luomo resta esposto al pericolo di soccombere allantica tentazione di volersi redimere da sé utopia che, in modi diversi, nellEuropa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, « un regresso senza precedenti nella tormentata storia dellumanità » (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare larte di vivere lumanesimo vero.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Suore Figlie della Croce e i laici che ne condividono il carisma, qui convenuti nel ricordo di suor Maria Laura Mainetti che, fedele al dono totale di sé, ha sacrificato la sua vita pregando per chi la colpiva. Saluto i fedeli di Trivento, accompagnati dal loro Vescovo Mons. Domenico Scotti e li esorto ad una sempre più generosa adesione a Cristo ad imitazione della Vergine Maria da loro tanto venerata con il titolo di « Incoronata ». Saluto i Fratelli delle Scuole Cristiane, gli insegnanti e gli alunni dellIstituto Pio XII di Roma, voluto da questo mio venerato Predecessore cinquantanni fa in uno dei quartieri più poveri della città. Saluto gli atleti che partecipano ai campionati Europei di Taekwondo, incoraggiandoli a promuovere anche attraverso questa disciplina sportiva il rispetto per il prossimo e la lealtà. Saluto i rappresentanti dellIstituto per Ispettori della Polizia di Stato, di Nettuno e gli esponenti dellAeronautica Militare, di Pratica di Mare.Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli, esortando ciascuno a vivere intensamente questo tempo pasquale, testimoniando la gioia che Cristo morto e risorto dona a quanti a Lui si affidano.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 10 avril, 2008 |Pas de commentaires »

questa è Villa Celimontana, è a 15 minuti a piedi da casa mia, ossia da San Giovanni in Laterano, ci vado a riposare, a passeggiare, a leggere, è immersa nel verde, è veramente bella; buonanotte

questa è Villa Celimontana, è a 15 minuti a piedi da casa mia, ossia da San Giovanni in Laterano, ci vado a riposare, a passeggiare, a leggere, è immersa nel verde, è veramente bella; buonanotte dans immagini buon...notte, giorno vllcelimontana02

http://www.tesoridiroma.net/luoghi_roma/celio.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 10 avril, 2008 |Pas de commentaires »

« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=04/10/2008#

Concilio Vaticano II
Constituzione sulla Santa Liturgia (Sacrosanctum Concilium), 47-48

« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »

Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura.

Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente « tutto in tutti » (1 Cor 15,28).

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31