Archive pour mars, 2008

« Dio disse : ‘ Sia la luce ‘ » (Gen 1,3)

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 258

« Dio disse : ‘ Sia la luce ‘ » (Gen 1,3)

«Questo è il giorno fatto dal Signore» (Sal 117,4). Ripensate allo stato iniziale del mondo. «Le tenebre erano sopra l’abisso e lo Spirito di Dio si librava sulle acque; e Dio disse: Sia fatta la luce, e la luce fu fatta. E Dio divise la luce dalle tenebre e alla luce diede il nome di giorno e alle tenebre il nome di notte» (Gen 1,2s)… «Ecco il giorno fatto dal Signore». A un tale giorno dice l’apostolo Paolo: «Un tempo eravate tenebre, ora invece luce nel Signore» (Ef 5,8).

E quel Tommaso, uno dei discepoli, non era forse un uomo, un uomo come tanti? Gli altri discepoli gli dissero: «Abbiamo visto il Signore», ma lui a ribattere: «Se non lo toccherò, se non metterò il dito nel suo fianco, non crederò». Te l’annunziano dei messaggeri evangelici e tu non credi? A loro ha creduto il mondo, ma quel discepolo non voleva credere… Non era ancora il giorno fatto dal Signore; le tenebre erano ancora su quell’abisso; ivi nella profondità di quel cuore umano c’erano le tenebre. Ma venga lui, venga il capo di quel giorno e gli parli con pazienza e mansuetudine, non con ira, poiché egli è medico. Gli disse: «Vieni, vieni a toccarmi, e abbi fede! Tu avevi detto: ‘Se non lo toccherò, se non metterò il dito, non crederò’. Ebbene, vieni, toccami, metti il tuo dito, e non esser più incredulo ma credi. Vieni, metti il dito. Io conoscevo la tua piaga; per questo, cioè per il tuo bene, mi son conservato la mia cicatrice».

In realtà, mettendo la mano raggiunse la pienezza della fede. E quando si ha questa pienezza? Quando di Cristo si crede che non è soltanto uomo né soltanto Dio, ma insieme uomo-Dio… E quel discepolo, dopo che gli furono presentate, perché le toccasse, le cicatrici e le membra del suo Salvatore, appena le ebbe toccate esclamò: «Mio Signore e mio Dio!» Toccò l’umanità, riconobbe la divinità; toccò la carne, fissò l’occhio sul Verbo, poiché «il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi» (Gv 1,14). Questo Verbo permise che la sua carne fosse sospesa al patibolo…, che fosse deposta nel sepolcro. Lo stesso Verbo risuscitò la sua carne, la presentò agli occhi dei discepoli perché la vedessero, la fece toccare con le mani. Toccano ed esclamano: «Mio Signore e mio Dio»!
«Questo è il giorno fatto dal Signore».

Le tre Marie al Sepolcro

Le tre Marie al Sepolcro dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 29 mars, 2008 |Pas de commentaires »

commento al vangelo di Giovanni 20, 19-31 – II domenica di Pasqua

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Domeniche/anno%20A/A-02pasqua.htm 

commento al vangelo di Giovanni 20, 19-31 

Anno A
II Domenica di Pasqua – « in ALBIS« 
 

Vangelo di Giovanni 20, 19-31

 

Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua (Gv 20,19-31) ci presenta la scena dell’apostolo Tommaso che incontra il Cristo Risorto. Tommaso chiede una « verifica » sperimentale della risurrezione, mentre il Cristo lo invita ad andare oltre i « segni » e ad essere credente. La risposta dell’incredulo Tommaso sarà proprio quella della fede, che sa leggere oltre la realtà concreta dei segni. La nuova beatitudine proclamata da Gesù fa risaltare la centralità della fede. Anche i « segni che Gesù ha compiuto hanno bisogno di questa lettura della fede, che sa discernere attraverso di essi chi è colui che li compie.  

Ma qual è stato il cammino di Tommaso? E che cosa ha da dirci la sua figura, per altro così « marginale » nel vangelo rispetto a quella di altri apostoli. 

 Tommaso, nel vangelo di Giovanni, ha anche un altro nome: « Didimo » (11,16), che in greco significa ‘gemello‘. I gemelli biblici, ad esempio Giacobbe ed Esaù, esprimono di solito un’antitesi, una polarità della condizione umana: natura e cultura, grossolanità ed astuzia, brama immediata e calcolo… Così è anche per Tommaso, combattuto tra la fede e il dubbio, tra l’audacia e la ritrosia. Ma di chi è gemello Tommaso, il cui fratello non è presentato nel vangelo? Tale silenzio sembra suggerire che Tommaso è il nostro « doppio », l’alter ego di noi cristiani che viviamo la tensione tra vedere e credere, tra scetticismo e adorazione.  

Sicuramente Tommaso ha compiuto un lungo cammino, che trova il suo momento « folgorante » proprio nel nostro brano del vangelo di Giovanni. Tommaso, come gli altri apostoli, è stato testimone delle opere che Gesù compie per rendere testimonianza al Padre (Gv 5,36), ma non si sottolinea nulla di particolare di lui: quasi un’immagine della « ordinarietà » del discepolo, di ogni discepolo, che in realtà…. compie un cammino straordinario, quello della fede.  

Qualcuno ho notato le somiglianze dell’episodio di Tommaso con quello della vocazione di Natanaele all’inizio del vangelo (1,43-51): entrambi conoscono il dubbio, ma anche il desiderio profondo che il dubbio sembra tradire, ed entrambi arrivano a una professione di fede (cfr. 1,49 e 20,28). Ma Natanaele ha difficoltà a credere perché Gesù è… troppo « umano », troppo concreto, mentre Tommaso per credere alla risurrezione ha bisogno proprio… dell’umanità di Gesù. Un magnifico modo del vangelo per esprimere come la fede è chiamata a cogliere l’umanità e la divinità di Gesù, senza perdere nessuna delle due.  

  

Il brano precedente al nostro, vede costituiti « testimoni » della risurrezione Pietro e il discepolo che Gesù amava, il quale « vide e credette » (20,8). Un’altra testimone sarà Maria di Magdala, a cui Gesù appare: sarà « l’apostola degli apostoli » (20,11-17). Infine Gesù appare ai discepoli riuniti (20,19-23), ma… quel « primo giorno dopo il sabato », Tommaso è assente. Vediamo qui chiaramente perché Tommaso è il nostro « gemello »: noi cristiani, come lui, non c’eravamo quel giorno in cui Gesù appare ai suoi! La nostra fede, come quella di Tommaso, è basata su una testimonianza, quella degli apostoli. Allora: come credere? La questione ci tocca tutti da vicino: è in gioco la base della vita cristiana.  

Significativamente, il discepolo che Gesù amava aveva trovato le bende, segno della « assenza » di Gesù. Il risultato: « vide e credette » (20,8). Tommaso, in questo più vicino al buon senso, chiede una « presenza »: vuole toccare, esplorare qualcosa di palpabile, con una esigenza di precisione « anatomica » (cfr. 20,25), a cui peraltro Gesù non si sottrae. Gesù lo invita a toccare, ma, sorprendentemente, l’evangelista non ci dice se Tommaso lo abbia fatto o meno. Riporta invece subito dopo, volutamente, la sua professione di fede, (20,28). Più che il toccare, a Gesù interessa che Tommaso abbia visto: « Perché mi hai visto hai creduto! » (20,29). In altre parole: la fede dipende dal vedere, non dal toccare il corpo del Risorto, come conferma la beatitudine che segue la confessione di fede di Tommaso (« beati quello che pur non avendo visto crederanno! »). E si intuisce che la fede nasce dall’incontro personale con Gesù Risorto, come è stato anche per Natanaele (1,45-51). È proprio il confronto tra questo spazio d’amore lasciato « aperto » da Gesù, che rispetta la libertà di ognuno, e il nostro dubbio che ci porta alla confessione di fede: « Signore mio e Dio mio! ». E che questa fede sia diventata ormai una fede personale è sottolineato da quel ‘mio’ che suggerisce una sfumatura di tenerezza. 

Da notare che Gesù è tornato « apposta » per Tommaso: « condiscende » a venire incontro al desiderio dell’apostolo ancora incredulo. Questo avrà colpito Tommaso: possiamo immaginare che vi abbia colto un segno dell’amore personale di Gesù per lui, proprio per lui che stentava a credere. È questa presenza di Cristo a dare « corpo » anche alla nostra fede. È l’incontro con il Risorto che diventa illuminante, per Tommaso e per noi. Una bella espressione di san Gregorio coglie il punto centrale del nostro brano, che è la fede, capace di penetrare la realtà profonda: « Ciò che Tommaso ha creduto non era quello che ha visto. Infatti la divinità non può essere vista dall’uomo mortale. Dunque egli ha visto l’uomo e ha riconosciuto Dio« .  

L’evangelista conclude poi che i segni riportati nel suo vangelo sono stati scritti proprio affinché anche noi possiamo credere che Gesù è il Cristo e così avere la vita nel suo nome (20,31). Dopo aver superato evidentemente i nostri dubbi e la nostra incredulità.

 

Publié dans:biblica, liturgia |on 29 mars, 2008 |Pas de commentaires »

MONS. GIANFRANCO RAVASI: MADDALENA: GLI EQUIVOCI DA SFATARE

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2003/162003.htm

 

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

 

MADDALENA: GLI  EQUIVOCI  DA SFATARE 

 

È una storia strana quella di Maria, la discepola di Gesù originaria di Magdala, un villaggio di pescatori sul lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, cioè “pesce salato”.
La sua figura fu, infatti, sottoposta a una serie di equivoci. Noi vorremmo partire proprio da quell’alba primaverile evocata da un brano del Vangelo di Giovanni che la liturgia di Pasqua ci propone, sia pure parzialmente (20,1-18). Maria è davanti al sepolcro ove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l’equivoco in cui cade la donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, col custode dell’area cimiteriale.

Come è potuto accadere questo inganno? La risposta è nella natura stessa dell’evento pasquale che incide nella storia, ma è al tempo stesso un atto soprannaturale, misterioso, trascendente.
Per “riconoscere” il Risorto non bastano gli occhi del volto e neppure aver camminato con lui e ascoltato i suoi discorsi sulle piazze palestinesi o cenato con lui.

È necessario uno sguardo profondo, un canale di conoscenza superiore. Infatti Maria “riconosce” Gesù quando la chiama per nome e gli occhi della sua anima si aprono ed esclama: «in ebraico Rabbuni, che significa: Maestro!» (20,16) e, così, riceve la missione di essere testimone della risurrezione: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria di Magdala, allora, andò subito ad annunziare ai discepoli: Ho visto il Signore!, e anche ciò che le aveva detto» (20,17-18).

Maria di Magdala era entrata in scena nei Vangeli per la prima volta come una delle donne che assistevano Gesù e i suoi discepoli coi loro beni. In quell’occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «da lei erano usciti sette demoni» (Luca 8,1-3).
Proprio su quest’ultima notizia si è consumato un altro equivoco.

Di per sé, l’espressione poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell’arte e perdurante fama ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente — il capitolo 7,36-50 di Luca — si narra la storia della conversione di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli.

Ora, questo stesso gesto verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un’altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro (Giovanni 12,1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala, confusa da alcune tradizioni popolari con Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea.
Ma non era ancora finita la deformazione del volto di questa donna.
Alcuni testi apocrifi cristiani composti in Egitto attorno al III secolo identificano Maria di Magdala persino con Maria, la madre di Gesù! E lentamente la sua trasformazione è tale che essa diventa un simbolo, ossia un’immagine della sapienza divina che esce dalla bocca di Cristo.

È per questo — e non per maliziose allusioni a cui saremmo tentati di credere a una lettura superficiale — che il Vangelo apocrifo di Filippo dice che Gesù «amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava sulla bocca».
Nella Bibbia, infatti, si dice che «la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo» (Siracide 24,3).

Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna l’unico che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbunì, in quel mattino di Pasqua. 

Publié dans:biblica, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 29 mars, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Chateau_de_Chaumont

Chateau_de_Chaumont

http://www.simonerossi.it/wallpaper_gratis/12/index.htm

« I suoi seguaci erano in lutto e in pianto… Disse loro: ‘Andate i tutto il mondo e predicate il Vangelo’ »

dal sito:

http://levangileauquotidien.org/

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Disorso 58, 20° sulla Passione ; SC 74, 252

« I suoi seguaci erano in lutto e in pianto… Disse loro: ‘Andate i tutto il mondo e predicate il Vangelo’ »

Non siamo presi dallo spettacolo delle cose di questo mondo; i beni della terra non distolgano i nostri sguardi dal cielo. Riteniamo superato ciò che è quasi un nulla ormai; che il nostro spirito, attaccato a quel che deve rimanere, fissi il suo desiderio sulle promesse dell’eternità. Benché ancora solo « nella speranza, noi siamo stati salvati » (Rm 8,24), benché assumiamo ancora una carne soggetta alla corruzione a alla morte, possiamo proprio affermare tuttavia che viviamo fuori della carne, se sfuggiamo al potere delle sue passioni. No, non meritiamo più il nome di questa carne, dal momento che ne abbiamo fatto tacere i richiami.

Il popolo di Dio si accorga dunque che è « una creazione nuova in Cristo » (2 Cor 5,17). Capisca bene da chi è stato scelto e a chi sceglie di appartenere. Che l’uomo nuovo non ritorni nell’incostanza del suo stato antico. Che colui « che ha messo mano all’aratro » (Lc 9,62) non cessi di lavorare, che vegli sul grano che ha seminato, che non ritorni verso quello che ha lasciato. Che nessuno ricada nella decadenza dalla quale si era rialzato. E se, per la debolezza della carne, qualcuno giace ancora in una di queste malattie, prenda la ferma risoluzione di guarire e di rialzarsi. Tale è la via della salvezza; tale è il modo di imitare la risurrezione iniziata da Cristo… I nostri passi abbandonino le sabbie mobili per camminare sulla terra ferma, poiché sta scritto: « Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano » (Sal 36,23).

Fratelli carissimi, tenete ben presenti in mente questi pensieri, non solo per la festa di Pasqua, ma anche per santificare tutta la vostra vita.

E’ tempo, anima mia

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/elepreg.html 

 

E’ tempo, anima mia

 

 E’ tempo, anima mia, è già tempo 

 se vuoi conoscere te stessa, 

il tuo essere ed il tuo destino, 

donde vieni e dove è giusto che tu riposi, 

se vita è quella che vivi 

o se aspetti di meglio. 

Mettiti all’opera, anima mia, 

bisogna che tu purifichi la tua vita così: 

cerca Dio ed i suoi misteri, 

quel che c’era prima di questo universo 

e che cosa è quest’universo per te, 

donde viene e quale è il suo destino. 

Mettiti all’opera, anima mia, 

tempo è che tu purifichi la tua vita. 

Gregorio di Nazianzo, Poesie su se stesso, LXXVIII 

 

Publié dans:preghiere |on 29 mars, 2008 |Pas de commentaires »

ERSTE HL. KOMMUNION

ERSTE HL. KOMMUNION dans immagini sacre

http://santiebeati.it/dettaglio/90912

Publié dans:immagini sacre |on 28 mars, 2008 |Pas de commentaires »

SULL’EUCARISTIA – PAPA BENEDETTO – MARIENFELD 2005

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050821_20th-world-youth-day_it.html 

VIAGGIO APOSTOLICO A COLONIA
IN OCCASIONE DELLA XX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 

SANTA MESSA NELLA SPIANATA DI MARIENFELD 

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI 

Colonia, Spianata di Marienfeld
Domenica, 21 agosto 2005
  

Parole del Santo Padre all’inizio della Celebrazione 

Caro Cardinale Meisner,
cari giovani!
 

Vorrei ringraziarti cordialmente, caro Confratello nell’Episcopato, per queste tue parole commoventi che ci introducono tanto opportunamente in questa celebrazione liturgica. Avrei voluto percorrere col papamobile tutto il territorio in lungo e in largo per essere possibilmente vicino a ciascuno singolarmente. Per le difficoltà dei sentieri non era possibile, ma saluto ciascuno con tutto il cuore. Il Signore vede e ama ogni singola persona. Tutti noi formiamo insieme la Chiesa vivente e ringraziamo il Signore per questa ora in cui Egli ci dona il mistero della sua presenza e la possibilità di essere in comunione con Lui. 

Sappiamo tutti di essere imperfetti, di non poter essere per Lui una casa appropriata. Per questo cominciamo la Santa Messa raccogliendoci e pregando il Signore di rimuovere da noi tutto ciò che ci separa da Lui e separa noi gli uni dagli altri. Ci faccia così il dono di celebrare degnamente i Santi Misteri. 

*** 

Cari giovani!  

Davanti all’Ostia sacra, nella quale Gesù per noi si è fatto pane che dall’interno sostiene e nutre la nostra vita (cfr Gv 6, 35), abbiamo ieri sera cominciato il cammino interiore dell’adorazione. Nell’Eucaristia l’adorazione deve diventare unione. Con la Celebrazione eucaristica ci troviamo in quell’ »ora » di Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni. Mediante l’Eucaristia questa sua « ora » diventa la nostra ora, presenza sua in mezzo a noi. Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d’Israele, il memoriale dell’azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele dalla schiavitù alla libertà. Gesù segue i riti d’Israele. Recita sul pane la preghiera di lode e di benedizione. Poi però avviene una cosa nuova. Egli ringrazia Dio non soltanto per le grandi opere del passato; lo ringrazia per la propria esaltazione che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione, parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti: « Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue ». E così distribuisce il pane e il calice, e insieme dà loro il compito di ridire e rifare sempre di nuovo in sua memoria quello che sta dicendo e facendo in quel momento. 

Che cosa sta succedendo? Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale – la crocifissione -, dall’interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l’atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Poiché questo atto tramuta la morte in amore, la morte come tale è già dal suo interno superata, è già presente in essa la risurrezione. La morte è, per così dire, intimamente ferita, così che non può più essere lei l’ultima parola. È questa, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, la fissione nucleare portata nel più intimo dell’essere – la vittoria dell’amore sull’odio, la vittoria dell’amore sulla morte. Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso. 

Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l’unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L’adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo. Io trovo un’allusione molto bella a questo nuovo passo che l’Ultima Cena ci ha donato nella differente accezione che la parola « adorazione » ha in greco e in latino. La parola greca suona proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni. Questo gesto è necessario, anche se la nostra brama di libertà in un primo momento resiste a questa prospettiva. Il farla completamente nostra sarà possibile soltanto nel secondo passo che l’Ultima Cena ci dischiude. La parola latina per adorazione è ad-oratio – contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere. 

Torniamo ancora all’Ultima Cena. La novità che lì si verificò, stava nella nuova profondità dell’antica preghiera di benedizione d’Israele, che da allora diventa la parola della trasformazione e dona a noi la partecipazione all’ »ora » di Cristo. Gesù non ci ha dato il compito di ripetere la Cena pasquale che, del resto, in quanto anniversario, non è ripetibile a piacimento. Ci ha dato il compito di entrare nella sua « ora ». Entriamo in essa mediante la parola del potere sacro della consacrazione – una trasformazione che si realizza mediante la preghiera di lode, che ci pone in continuità con Israele e con tutta la storia della salvezza, e al contempo ci dona la novità verso cui quella preghiera per sua intima natura tendeva. Questa preghiera – chiamata dalla Chiesa « preghiera eucaristica » – pone in essere l’Eucaristia. Essa è parola di potere, che trasforma i doni della terra in modo del tutto nuovo nel dono di sé di Dio e ci coinvolge in questo processo di trasformazione. Per questo chiamiamo questo avvenimento Eucaristia, che è la traduzione della parola ebraica beracha – ringraziamento, lode, benedizione, e così trasformazione a partire dal Signore: presenza della sua « ora ». L’ora di Gesù è l’ora in cui vince l’amore. In altri termini: è Dio che ha vinto, perché Egli è l’Amore. L’ora di Gesù vuole diventare la nostra ora e lo diventerà, se noi, mediante la celebrazione dell’Eucaristia, ci lasciamo tirare dentro quel processo di trasformazioni che il Signore ha di mira. L’Eucaristia deve diventare il centro della nostra vita. Non è positivismo o brama di potere, se la Chiesa ci dice che l’Eucaristia è parte della domenica. Al mattino di Pasqua, prima le donne e poi i discepoli ebbero la grazia di vedere il Signore. D’allora in poi essi seppero che ormai il primo giorno della settimana, la domenica, sarebbe stato il giorno di Lui, di Cristo. Il giorno dell’inizio della creazione diventava il giorno del rinnovamento della creazione. Creazione e redenzione vanno insieme. Per questo è così importante la domenica. È bello che oggi, in molte culture, la domenica sia un giorno libero o, insieme col sabato, costituisca addirittura il cosiddetto « fine-settimana » libero. Questo tempo libero, tuttavia, rimane vuoto se in esso non c’è Dio. Cari amici! Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare all’Eucaristia domenicale ed aiutate anche gli altri a scoprirla. Certo, perché da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a comprenderla sempre di più nelle sue profondità, dobbiamo imparare ad amarla. Impegniamoci in questo senso – ne vale la pena! Scopriamo l’intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa. Con l’amore per l’Eucaristia riscoprirete anche il sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio alla nostra vita. 

Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: Non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un boom del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del « fai da te » alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! Cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui. Per questo è così importante l’amore per la Sacra Scrittura e, di conseguenza, importante conoscere la fede della Chiesa che ci dischiude il senso della Scrittura. È lo Spirito Santo che guida la Chiesa nella sua fede crescente e l’ha fatta e la fa penetrare sempre di più nelle profondità della verità (cfr Gv 16, 13). Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un’opera meravigliosa, nella quale la fede dei secoli è spiegata in modo sintetico: il Catechismo della Chiesa Cattolica. Io stesso recentemente ho potuto presentare il Compendio di tale Catechismo, che è stato anche elaborato a richiesta del defunto Papa. Sono due libri fondamentali che vorrei raccomandare a tutti voi. 

Ovviamente, i libri da soli non bastano. Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati movimenti e comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino che insieme continuano a seguire la strada del grande pellegrinaggio che i Magi dell’Oriente ci hanno indicato per primi. La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli. 

Ancora una volta devo ritornare all’Eucaristia. « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo » dice san Paolo (1 Cor 10, 17). Con ciò intende dire: Poiché riceviamo il medesimo Signore ed Egli ci accoglie e ci attira dentro di sé, siamo una cosa sola anche tra di noi. Questo deve manifestarsi nella vita. Deve mostrarsi nella capacità del perdono. Deve manifestarsi nella sensibilità per le necessità dell’altro. Deve manifestarsi nella disponibilità a condividere. Deve manifestarsi nell’impegno per il prossimo, per quello vicino come per quello esternamente lontano, che però ci riguarda sempre da vicino. 

Esistono oggi forme di volontariato, modelli di servizio vicendevole, di cui proprio la nostra società ha urgentemente bisogno. Non dobbiamo, ad esempio, abbandonare gli anziani alla loro solitudine, non dobbiamo passare oltre di fronte ai sofferenti. Se pensiamo e viviamo in virtù della comunione con Cristo, allora ci si aprono gli occhi. Allora non ci adatteremo più a vivacchiare preoccupati solo di noi stessi, ma vedremo dove e come siamo necessari.  Vivendo ed agendo così ci accorgeremo ben presto che è molto più bello essere utili e stare a disposizione degli altri che preoccuparsi solo delle comodità che ci vengono offerte. Io so che voi come giovani aspirate alle cose grandi, che volete impegnarvi per un mondo migliore. Dimostratelo agli uomini, dimostratelo al mondo, che aspetta proprio questa testimonianza dai discepoli di Gesù Cristo e che, soprattutto mediante il vostro amore, potrà scoprire la stella che noi seguiamo. 

Andiamo avanti con Cristo e viviamo la nostra vita da veri adoratori di Dio! Amen.  

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 28 mars, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

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