Archive pour le 16 mars, 2008

Domenica delle Palme

Domenica delle Palme dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 16 mars, 2008 |Pas de commentaires »

Gianfranco Ravasi – meditazioni per la via crucis al colosseo: Gesù nell’orto degli ulivi

dal sito: 

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2007/via_crucis/it/station_01.html

PRIMA STAZIONE
Gesù nell’orto degli ulivi
 

V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. 

Dal Vangelo secondo Luca. 22, 39-46 

Gesù se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione». 

MEDITAZIONE 

Quando scende su Gerusalemme il velo dell’oscurità, gli ulivi del Getsemani ancor oggi sembrano  ricondurci, con lo stormire delle loro foglie, a quella notte di sofferenza e di preghiera vissuta da Gesù . Egli si staglia solitario, al centro della scena, inginocchiato sulle zolle di quell’orto. Come ogni persona quando è in faccia alla morte, anche Cristo è attanagliato dall’angoscia: anzi, la parola originaria che l’evangelista Luca usa è «agonia», cioè lotta. La preghiera di Gesù è, allora, drammatica, è tesa come in un combattimento, e il sudore striato di sangue che cola sul suo volto è segno di un tormento aspro e duro. 

Il grido è lanciato verso l’alto, verso quel Padre che sembra misterioso e muto: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice», il calice del dolore e della morte. Anche uno dei grandi padri di Israele, Giacobbe, in una notte cupa, alle sponde di un affluente del Giordano, aveva incontrato Dio come una persona misteriosa che «aveva lottato con lui fino allo spuntare dell’aurora».(2) Pregare nel tempo della prova è un’esperienza che sconvolge il corpo e l’anima e anche Gesù, nelle tenebre di quella sera, «offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che può liberarlo dalla morte».(3) 

* * * 

Nel Cristo del Getsemani, in lotta con l’angoscia, ritroviamo noi stessi quando attraversiamo la notte del dolore lacerante, della solitudine degli amici, del silenzio di Dio. E’ per questo che Gesù — come è stato detto—«sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento perché egli cerca compagnia e conforto»,(4) come ogni sofferente della terra. In lui noi scopriamo anche il nostro volto, quando è rigato dalle lacrime ed è segnato dalla desolazione. 

Ma la lotta di Gesù non approda alla tentazione della resa disperata, bensì alla professione di fiducia nel Padre e nel suo misterioso disegno. Sono le parole del «Padre nostro» che egli ripropone in quell’ora amara: «Pregate per non entrare in tentazione… Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!». Ed ecco, allora, apparire l’angelo della consolazione, del sostegno e del conforto che aiuta Gesù e noi a continuare sino alla fine il nostro cammino. 


Tutti: 

Pater noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo. 

Stabat mater dolorosa,
iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius.

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Le due letture dell’ Ufficio delle letture della Domenica delle Palme:

Le due letture dell’ Ufficio delle letture della Domenica delle Palme: 

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 10, 1-18

La nostra santificazione per mezzo del sacrificio di Cristo
Fratelli, poiché la legge possiede solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio. Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza dei peccati? Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: Ecco, io vengo
— poiché di me sta scritto nel rotolo del libro —
per fare, o Dio, la tua volontà (Sal 39, 7-9).
Dopo aver detto: Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.
Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi (Sal 109, 1). Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Questo ce lo attesta anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto:
Questa è l’alleanza che io stipulerò con loro
dopo quei giorni, dice il Signore:
io porrò le mie leggi nei loro cuori
e le imprimerò nella loro mente,
soggiunse:
E non mi ricorderò più dei loro peccati
e delle loro iniquità (Ger 31, 33-34).
Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato. 
 

Seconda Lettura 

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)

Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele
Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.
Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. E’ disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.
Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.
Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (cfr. Sal 67, 34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Gal 3, 27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.
Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele». 

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Domenica delle Palme – buona festa

Domenica delle Palme - buona festa dans immagini buon...notte, giorno

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« Ecco, a te viene il tuo re »

dal sito: 

http://levangileauquotidien.org/

Sant’Antonio di Padova (circa 1195 – 1231), francescano, dottore della Chiesa
Omelie per la domenica

« Ecco, a te viene il tuo re »

« Ecco, a te viene il tuo re » (Zac 9,9). Di questo re, Geremia ci parla in questi termini: « Non sono come te, Signore; tu sei grande e grande è la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, re delle nazioni? » (10,6). Questo re, ci dice l’Apocalisse, « porta un nome scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori » (19,16). Il suo mantello, sono delle fasce; il suo femore, è la sua carne; a Nàzaret, dove egli ha preso carne, è stato coronato come di un diadema; a Betlemme è stato avvolto in fasce come in una porpora regale. Tali sono state le prime insegne della sua regalità. E contro tali insegne, i suoi nemici si sono accaniti, per esprimere la loro volontà di togliergli la sua regalità; durante la sua Passione, l’hanno spogliato delle sue vesti, e hanno completato le sue insegne regali; la sua carne è stata traffita dai chiodi. Eppure, facendo questo, aveva la corona e la porpora, ha ricevuto il scettro quando, « portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio » (Gv 19,17). Allora, secondo la parola di Isaia « sulle sue spalle era il segno della sovranità » (9,5), secondo quello che dice la lettera agli Ebrei: « Vediamo Gesù ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto » (Eb 2,9).

Ecco dunque a te viene il tuo re, per la tua felicità. Viene nella mitezza, per farsi amare, non nella potenza per farsi temere. Viene seduto sul puledro… Le virtù proprie ai re sono la giustizia e la bontà. Per cui è giusto il tuo re; « Renderà a ciascuno secondo le sue azioni » (Mt 16,27). Ed egli è mite; egli è « il tuo redentore » (Is 54,5). È anche povero; come dice l’apostolo Paolo: « Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo » (Fil 2,7).

Adamo nel paradiso terreno, rifiutò di servire il Signore; allora il Signore, presa la forma di schiavo, si è fatto servo dello schiavo, affinché lo schiavo non arrossisse più di servire il Signore. Si è fatto simile agli uomini; « apparso in forma umana » (Fil 2,7)… È povero colui che « non ha dove posare il capo » (Mt 8,20) finché, « chinato il capo » sulla croce,  » spirò » (Gv 19,30

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