Archive pour le 5 mars, 2008

Angelo Custode

Angelo Custode dans immagini sacre

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S. Teresa di Gesù Bambino : Voglio volare alle rive eterne!

dal sito: 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/home_it.htm

Voglio volare alle rive eterne!  
 

( S. Teresa di Gesù Bambino ) 

 

Sono ancora sulla riva straniera,
ma nel presentire la gioia eterna
vorrei presto lasciare questa terra
e contemplare le meraviglie del cielo.

Nei miei sogni delle gioie dell’altra vita
non sento più il peso del mio esilio.
Presto e per la prima volta
potrò volare verso la mia unica patria…!

Dammi, Gesù, candide ali
per potermi slanciare verso di te!
Voglio volare alle rive eterne.
Voglio vederti, mio divino Tesoro!

Voglio volare in braccio a Maria
e riposare su quel trono eletto,
e ricevere, per la prima volta,
il dolce bacio della mia cara Madre!

Mio Diletto, fammi presto gustare
la dolcezza del tuo primo sorriso.
E lascia che io, nel mio ardente delirio,
mi nasconda nel tuo Cuore!

Oh, quale istante! Quale inesprimibile felicità
quando potrò udire il dolce suono della tua voce
e quando vedrò, per la prima volta,
il divino splendore del tuo Adorabile Volto…!

Tu lo sai: il mio martirio è il tuo amore,
Sacro Cuore di Gesù!
Se l’anima mia anela al tuo bel cielo,
è per amarti, per amarti sempre più.

Inebriata di tenerezza, in cielo
Ti amerò senza misura e senza leggi,
e la mia felicità m’apparirà senza fine
così nuova, come la prima volta!

La sorellina di Gesù Bambino,
12 Giugno 1896

 

Publié dans:preghiere |on 5 mars, 2008 |Pas de commentaires »

I prematuri vanno sempre rianimati

05/03/2008, dal sito:
http://www.zenit.org/article-13714?l=italian

 I prematuri vanno sempre rianimati 

 

Il Consiglio Superiore della Sanità smentisce la “Carta di Firenze” 

 

di Antonio Gaspari

 

 ROMA, mercoledì, 5 marzo 2008 (ZENIT.org).- Il Consiglio Superiore della Sanità, organo del Ministero della Sanità italiano, ha prodotto un documento sulla rianimazione dei neonati estremamente prematuri. 

Il documento è la conclusione di un lungo percorso che aveva portato ad aperture nel senso di una rianimazione selettiva dei prematuri in base all’età gestazionale vista in modo deterministico. 

Secondo alcuni medici, si tratta di una vittoria della vita, mentre sono rimasti delusi coloro che proponevano un approccio utilitarista. 

Per comprendere la rilevanza e la novità delle raccomandazioni approvate il 4 marzo dal Consiglio Superiore della Sanità, ZENIT ne ha parlato con il neonatologo dr Carlo Bellieni, uno dei personaggi che più si sono spesi in questi anni per il riconoscimento totale del diritto alle cure dei piccolissimi. 

Perché parla di una decisione epocale riferendosi al documento del Consiglio Superiore della Sanità? 

Bellieni: Perché ha slegato la rianimazione dei piccolissimi dalla “qualità della vita”, o dal parere vincolante dei genitori; ha anche staccato la subordinazione delle cure dall’età dal concepimento intesa in modo deterministico. C’era chi invece premeva per questi principi su molti media italiani, anche visto l’importanza che all’estero si dà a questi criteri, che sembravano essere parte di un cammino inarrestabile verso una medicina basata sulla cosiddetta qualità della vita. Invece il processo si è arrestato. E’ un passo definitivo per l’Italia perché coincide con i dettati dell’altro organismo laico che ha legiferato sul tema, il Comitato Nazionale di bioetica. 

In che modo questa decisione si inserisce nel dibattito bioetico internazionale? 

Bellieni: Rimette in discussione le basi che stabiliscono in molti Paesi di rianimare in modo selettivo, per paura di handicap o sulla base del volere dei genitori. Ma già si vedevano dei segnali chiari in questo senso: Avroy Fanaroff spiega sulla rivista Acta Paediatrica che i progressi in questi anni devono far rivedere certi parametri sulla rianimazione dei piccolissimi e stigmatizza la rianimazione fatta in base all’età gestazionale vista in modo deterministico; vari studi recenti pubblicati su riviste internazionali mettono in dubbio che sia lecito accordare uno status morale diverso a neonato e bambino più grande, come spesso avviene per giustificare un diverso trattamento per i piccolissimi. E’ significativo in questo senso un recente studio che ha mostrato un preconcetto di molti medici rispetto all’estrema prematurità. 

Quali sono state le reazioni dei medici italiani in merito a questa vicenda? 

Bellieni: Abbiamo visto medici inclini ad una rianimazione su basi legate all’età gestazionale o ai criteri suddetti, e altri che invece premevano per dare a tutti una chance – dal periodo di sviluppo in cui questo è realistico –, salvo sospendere le cure se queste poi si mostravano inutili. E il dibattito è andato avanti per lungo tempo. Noi che vogliamo che a tutti venga data una chance dall’epoca di sviluppo che può in teoria permettere la sopravvivenza, abbiamo coinvolto associazioni laiche e religiose, creato convegni, scritto petizioni… con scarsa visibilità sui media, ma con tanto consenso tra la gente. E ora siamo stanchi ma soddisfatti. Ovviamente questo significa ora pretendere dallo Stato un impegno per le famiglie con disabili. Il grande ostacolo ad un trattamento personalizzato e non aprioristico è proprio la paura che molti medici hanno che le famiglie vengano lasciate sole, in indigenza e sofferenza. Questo non deve mai più essere tollerato. In prossimità delle elezioni politiche è un forte richiamo per chi vincerà. 

Quali sono le sue considerazioni circa una decisione che era stata fortemente avversata e che invece è stata approvata? 

Bellieni: Che quello che si legge sui mass media non riflette talvolta il sentire degli italiani: lo abbiamo già visto con l’esito del referendum sulla legge per la procreazione assistita del 2006 in cui nonostante lo spiegamento di quasi tutti i media e di tantissimi VIP, la gente ha capito che il rispetto della dignità della procreazione andava tutelato. E così è andata anche ora. Anche in Italia le cose stanno cambiando, e speriamo sia un buon segno per altri Paesi. 

 

Benedetto XVI presenta la figura di San Leone Magno

05/03/2008, dal sito:

 http://www.zenit.org/article-13711?l=italian

 

 Benedetto XVI presenta la figura di San Leone Magno 

 

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì 

 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole di saluto e il discorso pronunciati questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale, tenutasi prima nella Basilica vaticana e poi nell’Aula Paolo VI, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. 

Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Leone Magno.

 

* * * 

Cari fratelli e sorelle! 

Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a tutti il mio cordiale benvenuto. Saluto voi, rappresentanti dell’Opera Madonnina del Grappa e del Movimento Speranza e vita, e vi incoraggio ad approfondire sempre di più la vostra vita di fede, tenendo presenti gli insegnamenti del vostro fondatore p. Enrico Mauri. Non stancatevi di affidarvi a Cristo e di testimoniarlo in ogni ambiente. 

Saluto gli insegnanti, gli alunni e i genitori delle Scuole gestite dalle Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa ed auguro a ciascuno di vivere questo tempo della scuola come occasione propizia per una autentica formazione integrale. Vi incoraggio a rafforzare la vostra adesione al Vangelo per essere sempre disponibili e pronti a compiere la volontà del Signore. Saluto, infine, tutti voi, studenti dei vari Istituti scolastici e vi assicuro la mia preghiera affinché lo Spirito Santo infonda nei vostri cuori la vera gioia e vi colmi dei suoi doni. 

 

* * * 

Cari fratelli e sorelle, 

proseguendo il nostro cammino tra i Padri della Chiesa, veri astri che brillano da lontano, nel nostro incontro di oggi ci accostiamo alla figura di un Papa, che nel 1754 fu proclamato da Benedetto XIV Dottore della Chiesa: si tratta di san Leone Magno. Come indica l’appellativo presto attribuitogli dalla tradizione, egli fu davvero uno dei più grandi Pontefici che abbiano onorato la Sede romana, contribuendo moltissimo a rafforzarne l’autorità e il prestigio. Primo Vescovo di Roma a portare il nome di Leone, adottato in seguito da altri dodici Sommi Pontefici, è anche il primo Papa di cui ci sia giunta la predicazione, da lui rivolta al popolo che gli si stringeva attorno durante le celebrazioni. E’ spontaneo pensare a lui anche nel contesto delle attuali udienze generali del mercoledì, appuntamenti che negli ultimi decenni sono divenuti per il Vescovo di Roma una forma consueta di incontro con i fedeli e con tanti visitatori provenienti da ogni parte del mondo. 

Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. Ma nell’estate di quell’anno il Papa Sisto III – il cui nome è legato ai magnifici mosaici di Santa Maria Maggiore – morì, e a succedergli fu eletto proprio Leone, che ne ricevette la notizia mentre stava appunto svolgendo la sua missione di pace in Gallia. Rientrato a Roma, il nuovo Papa fu consacrato il 29 settembre del 440. Iniziava così il suo pontificato, che durò oltre ventun anni, e che è stato senza dubbio uno dei più importanti nella storia della Chiesa. Alla sua morte, il 10 novembre del 461, il Papa fu sepolto presso la tomba di san Pietro. Le sue reliquie sono custodite anche oggi in uno degli altari della Basilica vaticana. 

Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Questo importante avvenimento divenne presto memorabile, e rimane come un segno emblematico dell’azione di pace svolta dal Pontefice. Non altrettanto positivo fu purtroppo, tre anni dopo, l’esito di un’altra iniziativa papale, segno comunque di un coraggio che ancora ci stupisce: nella primavera del 455 Leone non riuscì infatti a impedire che i Vandali di Genserico, giunti alle porte di Roma, invadessero la città indifesa, che fu saccheggiata per due settimane. Tuttavia il gesto del Papa – che, inerme e circondato dal suo clero, andò incontro all’invasore per scongiurarlo di fermarsi – impedì almeno che Roma fosse incendiata e ottenne che dal terribile sacco fossero risparmiate le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Giovanni, nelle quali si rifugiò parte della popolazione terrorizzata. 

Conosciamo bene l’azione di Papa Leone, grazie ai suoi bellissimi sermoni – ne sono conservati quasi cento in uno splendido e chiaro latino – e grazie alle sue lettere, circa centocinquanta. In questi testi il Pontefice appare in tutta la sua grandezza, rivolto al servizio della verità nella carità, attraverso un esercizio assiduo della parola, che lo mostra nello stesso tempo teologo e pastore. Leone Magno, costantemente sollecito dei suoi fedeli e del popolo di Roma, ma anche della comunione tra le diverse Chiese e delle loro necessità, fu sostenitore e promotore instancabile del primato romano, proponendosi come autentico erede dell’apostolo Pietro: di questo si mostrarono ben consapevoli i numerosi Vescovi, in gran parte orientali, riuniti nel Concilio di Calcedonia. 

Tenutosi nell’anno 451, con i trecentocinquanta Vescovi che vi parteciparono, questo Concilio fu la più importante assemblea fino ad allora celebrata nella storia della Chiesa. Calcedonia rappresenta il traguardo sicuro della cristologia dei tre Concili ecumenici precedenti: quello di Nicea del 325, quello di Costantinopoli del 381 e quello di Efeso del 431. Già nel VI secolo questi quattro Concili, che riassumono la fede della Chiesa antica, vennero infatti paragonati ai quattro Vangeli: è quanto afferma Gregorio Magno in una famosa lettera (I,24), in cui dichiara « di accogliere e venerare, come i quattro libri del santo Vangelo, i quattro Concili », perché su di essi – spiega ancora Gregorio – « come su una pietra quadrata si leva la struttura della santa fede ». Il Concilio di Calcedonia – nel respingere l’eresia di Eutiche, che negava la vera natura umana del Figlio di Dio – affermò l’unione nella sua unica Persona, senza confusione e senza separazione, delle due nature umana e divina. 

Questa fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo veniva affermata dal Papa in un importante testo dottrinale indirizzato al Vescovo di Costantinopoli, il cosiddetto Tomo a Flaviano, che, letto a Calcedonia, fu accolto dai Vescovi presenti con un’eloquente acclamazione, della quale è conservata notizia negli atti del Concilio: « Pietro ha parlato per bocca di Leone », proruppero a una voce sola i Padri conciliari. Soprattutto da questo intervento, e da altri compiuti durante la controversia cristologica di quegli anni, risulta con evidenza come il Papa avvertisse con particolare urgenza le responsabilità del Successore di Pietro, il cui ruolo è unico nella Chiesa, perché « a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato », come afferma Leone in uno dei suoi sermoni per la festa dei santi Pietro e Paolo (83,2). E queste responsabilità il Pontefice seppe esercitare, in Occidente come in Oriente, intervenendo in diverse circostanze con prudenza, fermezza e lucidità attraverso i suoi scritti e mediante i suoi legati. Mostrava in questo modo come l’esercizio del primato romano fosse necessario allora, come lo è oggi, per servire efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica Chiesa di Cristo. 

Consapevole del momento storico in cui viveva e del passaggio che stava avvenendo – in un periodo di profonda crisi – dalla Roma pagana a quella cristiana, Leone Magno seppe essere vicino al popolo e ai fedeli con l’azione pastorale e la predicazione. Animò la carità in una Roma provata dalle carestie, dall’afflusso dei profughi, dalle ingiustizie e dalla povertà. Contrastò le superstizioni pagane e l’azione dei gruppi manichei. Legò la liturgia alla vita quotidiana dei cristiani: per esempio, unendo la pratica del digiuno alla carità e all’elemosina soprattutto in occasione delle Quattro tempora, che segnano nel corso dell’anno il cambiamento delle stagioni. In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno « non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente ». Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia. 

È questo il mistero cristologico al quale san Leone Magno, con la sua lettera al Concilio di Efeso, ha dato un contributo efficace ed essenziale, confermando per tutti i tempi — tramite tale Concilio — quanto disse san Pietro a Cesarea di Filippo. Con Pietro e come Pietro confessò: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E perciò Dio e Uomo insieme, « non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato » (cfr Serm. 64). Nella forza di questa fede cristologica egli fu un grande portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via: nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con san Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e vero Uomo, e a realizzare questa fede ogni giorno nell’azione per la pace e nell’amore per il prossimo.

 

 

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

 

 Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Religiose infermiere di diverse Congregazioni, che stanno partecipando ad un corso di aggiornamento. Care sorelle, sforzatevi di vedere sempre nei malati il volto di Cristo e ripartite da Lui ogni giorno con umile coraggio per essere testimoni del suo amore. Saluto i fedeli provenienti dal Santuario della Divina Misericordia, in Santa Lucia di Caserta e i Militari della Scuola di Fanteria, di Cesano. 

Saluto, infine, i malati e gli sposi novelli. Cari malati, siate sempre consapevoli che contribuite in modo misterioso alla costruzione del Regno di Dio, offrendo generosamente le vostre sofferenze al Padre celeste in unione a quelle di Cristo. E voi, cari sposi novelli, sappiate quotidianamente edificare la vostra famiglia nell’ascolto di Dio, nel fedele reciproco amore e nell’accoglienza dei più bisognosi, seguendo l’esempio della Santa Famiglia di Nazaret.

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno hyacinthoides_italica_321

Hyacinthoides italica
Liliaceae

http://www.floralimages.co.uk/phyaciitali.htm#321

« I morti udranno la voce del Figlio di Dio »

dal sito:

http://levangileauquotidien.org/

Odi di Salomone (scritti cristiani del 2o secolo)
n° 42

« I morti udranno la voce del Figlio di Dio »

[Parla Cristo :]
Fui inutile per i miei conoscenti,
ché nascondermi dovetti a coloro che non mi possedevano.
Io però sarò con quelli che mi amano.
Tutti i miei persecutori son morti
e mi cercaron quelli che su me ponevan la loro speranza perché son vivo.
Mi levai, son con loro
e parlerò per loro bocca.
Essi invero sprezzarono chi li perseguitava
ed io ho posto su loro il giogo del mio amore.
Come il braccio dello sposo sulla sposa (cfr Ct 2,6),
così è posto il mio giogo su chi mi conosce.
Come il talamo è steso (a mo’ di tenda) in casa degli sposi,
così è il mio amore su chi mi è fedele.

Benché lo sembrassi, non fui rigettato
né perii; eppure lo pensarono a mio riguardo!
L’ade mi vide e fu prostrato;
la morte mi vomitò fuori e con me molti.
Aceto e fiele fui per essa
e scesi con essa giù per quanto essa era profonda.
Piedi e capo essa lasciò cadere,
ché il mio volto sopportare non fu capace.

Tra i suoi morti un’assemblea di vivi ho formato (1 Pt 3,19; 4,6);
ho parlato con loro con labbra vive,
perché la mia parola non fosse vana.
I morti corsero verso di me;
gridarono, dicendo: «Pietà di noi, Figlio di Dio!
Trattaci conforme alla tua cortesia
e facci uscire dalle catene dell’oscurità.
Aprici la porta,
per cui usciamo da te.
Scorgiamo difatti che la nostra morte non ti tocca.
Deh, teco noi pure fossimo salvi,
ché il nostro salvatore tu sei!».

Intesi la loro voce
e a cuore mi presi la loro fede.
Sul loro capo posi il mio nome,
poiché liberi figli miei essi sono e a me appartengono.
Alleluia.

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