Archive pour le 27 février, 2008

Esodo 17,3-9

Esodo 17,3-9 dans immagini sacre 20080224_v

Dimanche 24 février 2008

Lecture du livre de l’Exode (17, 3-7)

Les fils d’Israël campaient dans le désert à Rephidim, et le peuple eut soif. Ils récriminèrent contre Moïse : « Pourquoi nous as-tu fait monter d’Égypte ? Était-ce pour nous faire mourir de soif avec nos fils et nos troupeaux ? » Moïse cria vers le Seigneur : « Que vais-je faire de ce peuple ? Encore un peu, et ils me lapideront ! » Le Seigneur dit à Moïse : « Passe devant eux, emmène avec toi plusieurs des anciens d’Israël, prends le bâton avec lequel tu as frappé le Nil, et va ! Moi, je serai là, devant toi, sur le rocher du mont Horeb. Tu frapperas le rocher, il en sortira de l’eau, et le peuple boira ! » Et Moïse fit ainsi sous les yeux des anciens d’Israël.

Il donna à ce lieu le nom de Massa (c’est-à-dire « Défi ») et Mériba (c’est-à-dire « Accusation »), parce que les fils d’Israël avaient accusé le Seigneur, et parce qu’ils l’avaient mis au défi, en disant : « Le Seigneur est-il vraiment au milieu de nous, ou bien n’y est-il pas ? »

http://www.evangile-et-peinture.org

Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2008 |Pas de commentaires »

Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente”

25/02/2008, dal sito:
 

http://www.zenit.org/article-13617?l=italian 

Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente” 

Organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita 

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì in udienza i partecipanti al Congresso sul tema « Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi« , indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XIV Assemblea generale dell’Accademia. 

  

  

Cari fratelli e sorelle, 

con viva gioia porgo il mio saluto a voi tutti che partecipate al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema « Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi« . Il Congresso si svolge in connessione con la XIV Assemblea Generale dell’Accademia, i cui membri sono pure presenti a questa Udienza. Ringrazio anzitutto il Presidente Mons. Sgreccia per le sue cortesi parole di saluto; con lui ringrazio la Presidenza tutta, il Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia, tutti i collaboratori e i membri ordinari, onorari e corrispondenti. Un saluto cordiale e riconoscente voglio poi rivolgere ai relatori di questo importante Congresso, così come a tutti i partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Carissimi, il vostro generoso impegno e la vostra testimonianza sono veramente meritevoli di encomio. 

Già semplicemente considerando i titoli delle relazioni congressuali, si può percepire il vasto panorama delle vostre riflessioni e l’interesse che esse rivestono per il tempo presente, in special modo nel mondo secolarizzato di oggi. Voi cercate di dare risposte ai tanti problemi posti ogni giorno dall’incessante progresso delle scienze mediche, le cui attività risultano sempre più sostenute da strumenti tecnologici di elevato livello. Di fronte a tutto questo, emerge l’urgente sfida per tutti, e in special modo per la Chiesa, vivificata dal Signore risorto, di portare nel vasto orizzonte della vita umana lo splendore della verità rivelata e il sostegno della speranza. 

Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all’alba dell’esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell’età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore. Con la morte si conclude l’esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Il Signore della vita è presente accanto al malato come Colui che vive e dona la vita, Colui che ha detto: « Sono venuto perchè abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza » (Gv 10,10), « Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore vivrà, (Gv 10,25) e « Io lo resusciterò nell’ultimo giorno » (Gv 6,54). In quel momento solenne e sacro, tutti gli sforzi compiuti nella speranza cristiana per migliorare noi stessi e il mondo che ci è affidato, purificati dalla Grazia, trovano il loro senso e si impreziosiscono grazie all’amore di Dio Creatore e Padre. Quando, al momento della morte, la relazione con Dio si realizza pienamente nell’incontro con « Colui che non muore, che è la vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita; allora viviamo » (Benedetto XVI, Spe salvi, 27). Per la comunità dei credenti, questo incontro del morente con la Sorgente della Vita e dell’Amore rappresenta un dono che ha valore per tutti, che arricchisce la comunione di tutti i fedeli. Come tale, esso deve raccogliere l’attenzione e la partecipazione della comunità, non soltanto della famiglia dei parenti stretti, ma, nei limiti e nelle forme possibili, di tutta la comunità che è stata legata alla persona che muore. Nessun credente dovrebbe morire nella solitudine e nell’abbandono. Madre Teresa di Calcutta aveva una particolare premura di raccogliere i poveri e i derelitti, perchè almeno nel momento della morte potessero sperimentare, nell’abbraccio delle sorelle e dei fratelli, il calore del Padre. 

Ma non è soltanto la comunità cristiana che, per i suoi particolari vincoli di comunione soprannaturale, è impegnata ad accompagnare e celebrare nei suoi membri il mistero del dolore e della morte e l’alba della nuova vita. In realtà, tutta la società mediante le sue istituzioni sanitarie e civili è chiamata a rispettare la vita e la dignità del malato grave e del morente. Pur nella consapevolezza del fatto che « non è la scienza che redime gli uomini » (Benedetto XVI, Spe salvi, 26), la società intera e in particolare i settori legati alla scienza medica sono tenuti ad esprimere la solidarietà dell’amore, la salvaguardia e il rispetto della vita umana in ogni momento del suo sviluppo terreno, soprattutto quando essa patisce una condizione di malattia o è nella sua fase terminale. Più in concreto, si tratta di assicurare ad ogni persona che ne avesse bisogno il sostegno necessario attraverso terapie e interventi medici adeguati, individuati e gestiti secondo i criteri della proporzionalità medica, sempre tenendo conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi di preservazione della vita che, nella situazione concreta, risultino « ordinari ». Per quanto riguarda, invece, le terapie significativamente rischiose o che fossero prudentemente da giudicare « straordinarie », il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Inoltre, occorrerà sempre assicurare ad ogni persona le cure necessarie e dovute, nonché il sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata. Anche sul versante della regolamentazione del lavoro, solitamente si riconoscono dei diritti specifici ai familiari al momento di una nascita; in maniera analoga, e specialmente in certe circostanze, diritti simili dovrebbero essere riconosciuti ai parenti stretti al momento della malattia terminale di un loro congiunto. Una società solidale ed umanitaria non può non tener conto delle difficili condizioni delle famiglie che, talora per lunghi periodi, devono portare il peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti. Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietàs concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo. 

Come ho ricordato nell’Enciclica Spe salvi, « la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana » (n. 38). In una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell’economia, le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte. Sempre più si trovano nelle grandi città persone anziane e sole, anche nei momenti di malattia grave e in prossimità della morte. In tali situazioni, le spinte eutanasiche diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona. A questo proposito, colgo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta, secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa. 

Lo sforzo sinergico della società civile e della comunità dei credenti deve mirare a far sì che tutti possano non solo vivere dignitosamente e responsabilmente, ma anche attraversare il momento della prova e della morte nella migliore condizione di fraternità e di solidarietà, anche là dove la morte avviene in una famiglia povera o nel letto di un ospedale. La Chiesa, con le sue istituzioni già operanti e con nuove iniziative, è chiamata ad offrire la testimonianza della carità operosa, specialmente verso le situazioni critiche di persone non autosufficienti e prive di sostegni familiari, e verso i malati gravi bisognosi di terapie palliative, oltre che di appropriata assistenza religiosa. Da una parte, la mobilitazione spirituale delle comunità parrocchiali e diocesane e, dall’altra, la creazione o qualificazione delle strutture dipendenti dalla Chiesa, potranno animare e sensibilizzare tutto l’ambiente sociale, perché ad ogni uomo che soffre e in particolare a chi si avvicina al momento della morte, siano offerte e testimoniate la solidarietà e la carità. La società, per parte sua, non può mancare di assicurare il debito sostegno alle famiglie che intendono impegnarsi ad accudire in casa, per periodi talora lunghi, malati afflitti da patologie degenerative (tumorali, neurodegenerative, ecc.) o bisognosi di un’assistenza particolarmente impegnativa. In modo speciale, si richiede il concorso di tutte le forze vive e responsabili della società per quelle istituzioni di assistenza specifica che assorbono personale numeroso e specializzato e attrezzature di particolare costo. E’ soprattutto in questi campi che la sinergia tra la Chiesa e le Istituzioni può rivelarsi singolarmente preziosa per assicurare l’aiuto necessario alla vita umana nel momento della fragilità. 

Mentre auspico che in questo Congresso Internazionale, celebrato in connessione con il Giubileo delle apparizioni di Lourdes, si possano individuare nuove proposte per alleviare la situazione di quanti sono alle prese con le forme terminali della malattia, vi esorto a proseguire nel vostro benemerito impegno di servizio alla vita in ogni sua fase. Con questi sentimenti, vi assicuro la mia preghiera a sostegno del vostro lavoro e vi accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 27 février, 2008 |Pas de commentaires »

Esponenti ebrei rilanciano il dialogo dopo la nuova preghiera del Venerdì Santo

26/02/2008, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-13629?l=italian 

Esponenti ebrei rilanciano il dialogo dopo la nuova preghiera del Venerdì Santo 

Dichiarazioni del professor Neusner e di rappresentanti internazionali 

di Jesús Colina

 ROMA, martedì, 26 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Alcuni rappresentanti ebrei hanno espresso la volontà di portare avanti il dialogo con la Chiesa cattolica, al di là delle interpretazioni suscitate dalla nuova preghiera del Venerdì Santo proposta per le comunità che celebrano secondo il Messale precedente al Concilio Vaticano II. 

I messaggi, alcuni dei quali indirizzati direttamente alla Santa Sede, giungono dopo dure critiche contro il testo della preghiera, in cui si prega affinché i figli del popolo eletto, come tutte le altre persone, possano arrivare a riconoscere Gesù Cristo e la sua Chiesa (cfr. ZENIT, 7 febbraio 2008). 

La preghiera ne sostituisce un’altra che si recitava per gli ebrei prima del Concilio Vaticano II e che era percepita come offensiva in alcune delle sue espressioni, in parte a causa della difficile storia delle relazioni tra cristiani ed ebrei. 

Il 7 febbraio scorso, in alcune dichiarazioni alla “Radio Vaticana”, il Cardinale Walter Kasper, Presidente della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, ha spiegato che la preghiera, che verrà recitata solo da gruppi cattolici ristretti, visto che gli altri continueranno a seguire quella introdotta da Paolo VI, rispecchia solo una professione di fede cristiana e non mira al proselitismo. 

“In passato, spesso il linguaggio era di disprezzo, come ha detto Jules Isaac, un ebreo famoso. Ora esiste un rispetto nella diversità”, ha riconosciuto il Cardinale. 

Tra le reazioni, spicca un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tagespost il 23 febbraio da Jacob Neusner, professore di Storia e Teologia dell’Ebraismo al Bard College, che sostiene la spiegazione del Cardinale spiegando che la preghiera non fa altro che esprimere l’identità cristiana. 

“Israele prega per i gentili, per cui gli altri monoteisti – inclusa la Chiesa cattolica – hanno il diritto di fare lo stesso, e nessuno si dovrebbe sentire offeso. Ogni altra politica nei confronti dei gentili negherebbe loro di accedere all’unico Dio che Israele conosce nella Torah”, spiega il docente, che ha insegnato alla Columbia University, alla University of Wisconsin-Milwaukee, alla Brandeis University, al Dartmouth College, alla Brown University e alla University of South Florida. 

“La preghiera cattolica esprime lo stesso spirito generoso che caratterizza l’ebraismo nella sua adorazione. Il Regno di Dio apre le sue porte a tutta l’umanità e quando nell’adorazione gli israeliti chiedono il rapido avvento del Regno di Dio, esprimono la stessa liberalità di spirito che caratterizza il testo del Papa per la preghiera per gli ebrei – meglio ‘santo Israele’ – il Venerdì Santo”, spiega il professore. 

“Sia ‘E’ nostro dovere’ che ‘Preghiamo per gli ebrei’ realizzano la logica del monoteismo e la sua speranza escatologica”, conclude Neusner. 

Altri rappresentanti di importanti organizzazioni ebraiche hanno inviato al Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani – l’organismo vaticano di riferimento della Commissione Pontificia per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo – messaggi per continuare sul cammino di dialogo avviato con il Concilio Vaticano II. 

Il World Jewish Congress, ad esempio, propone in un messaggio di proseguire sulla difficile strada del dialogo per approfondire proprio quegli aspetti che feriscono reciprocamente i credenti delle due religioni, con franchezza, rispetto e la necessaria apertura di spirito. 

In risposta ad alcune consulte di organizzazioni ebraiche, il Cardinale Kasper ha spiegato che il testo della preghiera si ispira alla Lettera ai Romani, capitolo 11, in cui si parla anche del patto ininterrotto di Dio con il popolo ebraico. La preghiera, constata, lascia tutto nelle mani di Dio e non nelle nostre. Non si parla di attività missionarie. 

Al di là del dibattito suscitato dalla preghiera, la stragrande maggioranza dei fedeli cattolici del mondo continuerà a pregare con l’intercessione della liturgia della Passione del Venerdì Santo secondo il Messale adottato nel 1969 ed entrato in vigore nel 1970 sotto il pontificato di Paolo VI: “Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà della sua alleanza”. 

Publié dans:ebraismo, ZENITH |on 27 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno pink-roses-1
http://www.freephotos.se/browse_photos.asp?cat=3&order=date

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 27 février, 2008 |Pas de commentaires »

don Paolo Curtaz – Commento Matteo 5,17-19

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20080227.shtml

don Paolo Curtaz – Commento Matteo 5,17-19

Gesù, amici, non è venuto a cambiare una virgola dell’alleanza con Israele, ma la porta a compimento. Permettetemi oggi, allora, di parlarvi dei nostri fratelli maggiori, del popolo di Israele, a cui Dio ha promesso la fedeltà nei secoli (loro ce l’hanno fatta, noi vedremo…). Lo dico perché conosco un sacco di cristiani, non voi, gli altri, che vivono la loro fede come se esistesse solo il Nuovo Testamento, come se non ci fosse, prima di Gesù, ebreo, una lunga ed entusiasmante storia di amicizia e di amore con questo popolo straordinario. Non scordiamoci mai che Gesù e gli apostoli e la prima comunità era composta esclusivamente da figli di Israele e che, almeno per i primi decenni, i discepoli del Nazareno vennero considerati alla stregua di una delle tante scuole di pensiero del giudaismo. Poi accadde l’inatteso: la piccola comunità divenne portatrice di un messaggio, il vangelo, che dilagò a vista d’occhio nell’Impero romano, e le incomprensioni con i fratelli ebrei aumentarono. Accusati di non avere riconosciuto il Messia, i Giudei subirono, accanto al disprezzo dei popoli occidentali basato sul più bieco razzismo, una ahimé sconsiderata disapprovazione da parte dei fratelli cristiani. Il resto è storia: se la Shoà e la tragedia del nazismo – ideologia pagana e lontana anni luce dal cristianesimo – non coinvolgono direttamente la fede cristiana, bisogna pur ammettere che il clima, creatosi nei secoli, di avversione verso i fratelli ebrei era in gran parte debitore di una posizione cristiana. La storia è dura da cancellare, ma i passi di riavvicinamento e di rispetto verso i nostri fratelli maggiori si sono moltiplicati sotto il luminoso Pontificato di Giovanni Paolo II. Se per noi l’ebraismo è sfociato nel cristianesimo, esiste ancora una parte del popolo ebraico che ha conservato fedelmente la Parola di Dio, e l’ha sviluppata in maniera del tutto originale in questi due millenni. A noi l’onere e la gioia di leggere, di conoscere e di stimare quanto detto e scritto dai nostri fratelli ebrei, depositari dell’alleanza e della promessa irrevocabile fatta dal loro e nostro Dio.

Dio d’Israele, Dio fedele, Gesù non ha cambiato neppure una virgola della tua Legge. Donaci la fedeltà alla tua Parola che – pur tra mille persecuzioni – i nostri fratelli ebrei hanno avuto, affinché tutti gli uomini possano rendere gloria al tuo nome!

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 27 février, 2008 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31